Che pacco, il botulino

January 25th, 2012

A sette anni dal boom delle iniezioni antirughe, il bilancio è catastrofico: dai dolori al volto alle deformazioni permanenti, fino agli effetti sulla vita emozionale. Così i ricercatori stanno cercando alternative meno dannose. E ne hanno già trovate alcune

Le due mature signore sono sedute in una stanza dell’Università di Groninga, in Olanda. Davanti a loro c’è Judith Grob, giovane ricercatrice in psicologia. Grob chiede alle due volontarie di guardare un breve video. Le immagini sono disgustose: l’amputazione di un arto, una toilette sporca fino all’inverosimile. Dopo pochi fotogrammi, una delle due contorce la bocca in una smorfia di disgusto. La fronte si aggrotta, le ciglia si inarcano e poi si distendono, il naso si arriccia, gli occhi si socchiudono. L’altra signora, invece, resta impassibile: la fronte è liscia, la bocca è una fessura, gli occhi mostrano una fissità innaturale. Non che non provi disgusto, anzi. Ma ha perso la capacità di esprimerlo attraverso i muscoli facciali. Perché è paralizzata dalle iniezioni a base di tossina botulinica che le hanno certamente spianato le rughe, ma forse tolto anche la capacità di reagire.

Le persone che non sanno più esprimere le emozioni attraverso le espressioni del volto - spiega infatti la psicologa olandese - diventano progressivamente incapaci di liberarsi dei sentimenti negativi. Rincara la dose David Neal della University of Southern California, Los Angeles, che ha pubblicato uno studio su “Social Psychological and Personality Science”: non solo l’espressione, ma anche la percezione delle emozioni altrui viene alterata dalle procedure che riducono la contrazione muscolare: quando non si è più in grado di sorridere non si è più nemmeno in grado di comprendere il sorriso dell’altro.

Da quando, nel 2004, la tossina botulinica di tipo A è stata autorizzata dal ministero della Salute per l’uso in medicina estetica, la corsa alle “punturine” per cancellare le rughe ha avuto un che di inarrestabile: nel 2005 le iniezioni erano già 20 mila, i dati del 2011 parlano di circa 120 mila applicazioni (con una crescita del 30 per cento sul 2010), e la stima per il 2014 ne prevede almeno 190 mila.

“Questo contagio affonda le radici nella convinzione che il botulino sia la soluzione per eccellenza al problema dell’invecchiamento”, nota Antonino Di Pietro, dermatologo e presidente della International Society of Plastic-Regenerative and Oncologic Dermatology (Isplad), che ha dichiarato guerra alla tossina e a giorni manda in libreria “Botulin Free. Tutta la verità sulle iniezioni antirughe: come restare giovani senza rischiare bellezza e salute” (Sperling&Kufer).

In effetti il botox (dal nome commerciale del prodotto dell’americana Allergan, che ormai indica in modo generico qualunque trattamento a base di tossina botulinica) blocca davvero le rughe: la sostanza, continua il dermatologo, fa in modo che i muscoli del viso si paralizzino o si contraggano di meno, impedendo al volto quella mimica naturale che con il tempo traccia i segni di espressione. I risultati, soprattutto quelli negativi, sono sotto gli occhi di tutti: la pelle si distende, certo, ma le sopracciglia si possono sollevare troppo, e lo sguardo assumere un inquietante aspetto mefistofelico. Il sorriso da Jocker che oggi sfigura il volto di Meg Ryan? Colpa del botulino. E se anche Nicole Kidman riesce a piangere senza muovere nemmeno un muscolo, allora fa bene Martin Scorsese a lamentarsi: non si trova più un’attrice sopra i 35 anni che sappia fare un’espressione arrabbiata.

Il punto è che a esagerare con il botox non sono soltanto le attrici hollywoodiane. Sono signore di casa nostra, uomini di mezza età, persino adolescenti cui la mamma decide di regalare un bel botox party di compleanno: il quotidiano inglese “Daily Mirror” le chiama le toxic teen, le ragazzine tossiche, che stanno facendo lievitare il mercato del 15 per cento ogni anno, per un giro d’affari di 18 milioni di sterline. Si invitano le amiche, e si chiama un medico munito di siringhe, tossina e antidoto (per i casi di allergia), che alla fine della seduta distribuisce il suo biglietto da visita. Perché in Italia il costo medio dell’iniezione per i tre prodotti autorizzati contenenti tossina botulinica va da un minimo di 150 a un massimo di 800 euro, a seconda dell’estensione dell’area da trattare, spiega Di Pietro. Per interventi che durano in media pochi minuti è un bell’affare, se è vero che mediamente il ricarico è di circa due volte il costo del prodotto

Ecco allora il lato oscuro del botulino: guadagni facili, una campagna di comunicazione agguerrita da parte delle aziende produttrici, un marketing spudorato, qualche medico troppo disinvolto. “E una sistematica copertura degli effetti collaterali possibili”, continua Di Pietro. Che ci sono, altroché, ma che spesso, accusa ancora il dermatologo, vengono tenuti nascosti alle signore che varcano la soglia delle cliniche estetiche. Quella botulinica è una neurotossina a tutti gli effetti: se iniettata nel punto sbagliato o in dosi eccessive può paralizzare momentaneamente una parte del viso. Non solo. Già nel 2002 il “British Medical Journal”metteva in guardia contro gli effetti a lungo termine, che restano ancora in parte sconosciuti a livello nervoso. E oggi, se le pazienti potessero leggere il foglietto illustrativo che sempre accompagna ogni prodotto farmaceutico, scoprirebbero che nel 23,5 per cento dei casi la tossina può dare mal di testa, dolore al volto, eritema, debolezza muscolare localizzata, caduta della palpebra.

Non solo: potrebbe non restare confinata nel luogo di iniezione. E’ il fenomeno della “migrazione”, che ha appena trovato un’altra conferma: sul numero di gennaio di “Anesthesia & Analgesia”, organo ufficiale dell’International Anesthesia Research Society (Iars), i ricercatori del Massachusetts General Hospital di Boston, guidati da Christiane G. Frick, hanno mostrato come, iniettando la neurotossina botulinica di tipo A in alcuni muscoli di topi, gli effetti (perdita di tono e tensione) si manifestino anche in altri muscoli, distanti da quelli iniziali.

Così, è finita che bellissime come Michelle Pfeiffer, Salma Hayek e Kate Beckinsale si propongono come eroine antibotox. Ma, e lo ammette anche Di Pietro, la tossina le rughe le spiana. Se dobbiamo rinunciare, che facciamo? La parola chiave, spiega il dermatologo, è rigenerazione. L’obiettivo è capire quali siano le sostanze che le cellule usano per mantenere le attività vitali, per sostenere il metabolismo, per produrre collagene ed elastina, per mantenere attivo il microcircolo e l’elasticità dei vasi. E ottenere così una pelle fresca, luminosa e idratata. La strategia è dunque innanzitutto quella di rinnovare la pelle e stimolare la crescita di nuove cellule, con l’esfoliazione meccanica (scrub) o chimica, poi ristabilire il giusto tasso di idratazione riducendo le perdite di acqua dal derma verso l’esterno, infine contrastare il danno ossidativo provocato dai raggi ultravioletti e proteggere le membrane cellulari dall’attacco dei radicali liberi. E se poi arriva qualche ruga, non farne una ragione di Stato. Perché la soluzione dolce c’è. “Tra i tanti trattamenti disponibili, io consiglio i filler a base di sostanze riassorbibili, come l’acido ialuronico”, continua il dermatologo. Si tratta di uno zucchero naturale che in dermatologia plastica viene inserito con un sottilissimo ago lungo la ruga a pochi millimetri di profondità all’interno della pelle. Oltre a svolgere un’azione ristrutturante idratante, stimola la produzione di collagene, elastina e ulteriore acido ialuronico endogeno. E soprattutto, viene riassorbito naturalmente dall’organismo. Il suo unico difetto è la scarsa durata dei riempimenti, e per questo stanno comparendo sul mercato prodotti con sostanze aggiunte che ne prolungano l’azione (ma che ne aumentano anche i rischi di allergia).

Semaforo verde anche per i fosfolipidi: si tratta di molecole che compongono la membrana cellulare, e che con il passare degli anni possono perdere le loro funzioni. I prodotti che riescono a riparare la membrana consentono invece alla cellula di mantenere la giusta idratazione e dunque di lavorare meglio. No invece alle sostanze permanenti, ai polimeri sintetici (per esempio il gel di poliacrilamide) usati come filler per illudersi di cancellare per sempre i solchi profondi e i segni sulle labbra. “La pelle va aiutata a mantenersi in forma, così come facciamo per i muscoli con l’attività fisica. Ma non dobbiamo rinunciare alla bellezza autentica e naturale”, conclude il dermatologo. Soprattutto se a farne le spese è la salute.
Fonte: L’Espresso

Gli uomini pensano sempre al sesso?

January 24th, 2012

Lo stereotipo vuole l’uomo col pensiero fisso “lì” mentre le donne, eteree, riflettono su questioni ben più elevate. Ora uno studio dimostra che il cervello maschile non è del tutto occupato dal sesso, come molti credevano finora spingendosi a ipotizzare un pensierino sul tema ogni sette secondi, ma anche che le altre idee in circolazione nella mente di un uomo non sono meno terrene: gli uomini, infatti, pensano a mangiare e dormire molto più spesso rispetto alle donne.

STUDIO – Si sarebbe tentati di liquidare la faccenda dicendo che il maschio è più “animale” rispetto alla femmina. I dati raccolti da Terri Fisher, la psicologa (donna, sarà un caso?) dell’università dell’Ohio che ha condotto la ricerca in uscita sul Journal of Sex Research, sono però interessanti se non altro perché hanno scandagliato davvero a fondo la questione. La Fisher infatti voleva rispondere alla domanda “ma gli uomini pensano davvero solo al sesso?” e per farlo ha coinvolto poco meno di 300 studenti di college, maschi e femmine, chiedendogli di rispondere a questionari per capire le loro inclinazioni generali riguardo al sesso (se fossero ad esempio dei “fissati” o avessero un livello di desiderio “normale”, ma anche per comprendere la loro tendenza a voler essere accettati dagli altri e così via). Poi, la psicologa ha chiesto ai partecipanti di stimare quante volte il loro pensiero corresse al sesso, al cibo o al sonno durante il giorno; quindi, li ha dotati di un “contatore” manuale da schiacciare ogni volta che pensavano davvero ad argomenti attinenti questi tre temi. I ragazzi dovevano “cliccare” ogni volta che pensavano a immagini erotiche, fantasie sessuali, ricordi o stimoli sessuali; lo stesso dovevano poi fare per gli altri argomenti, schiacciando il contatore quando il pensiero correva a cucinare, alla fame, al cibo oppure, nel caso del sonno, a un pisolino, ai sogni fatti, al desiderio di riposare. «Le indagini relative a cibo e sonno erano state piazzate nello studio per “sviare” i partecipanti e non far capire loro che la ricerca puntava a capire i loro pensieri sul sesso, ma i risultati sono stati talmente inaspettati e interessanti, nella loro diversità fra uomini e donne, che li abbiamo analizzati a fondo», riferisce Fisher.

SESSO – Per quanto riguarda il sesso, i dati raccolti sfatano il mito secondo cui gli uomini ci pensano ogni sette secondi (qualcosa come ottomila volte per sedici ore di veglia, forse davvero troppo per chiunque): in media arrivano a 19 volte al giorno, al massimo si tocca la soglia di poco meno di 400 pensieri di sesso nell’arco delle 24 ore. Le donne invece pensano al sesso solo una decina di volte al giorno (quelle che lo fanno più spesso arrivano a 140 volte, non oltre, ma non c’è nessuna che non ci pensi mai), quindi mediamente meno degli uomini; però Fisher sottolinea che «Più del genere, l’elemento che “predice” quanto un singolo individuo è portato a pensare al sesso durante la giornata è la sua attitudine nei confronti delle emozioni correlate al sesso, il suo modo di vivere la sessualità. Gli uomini mediamente ci pensano più delle donne, certo, ma lo stereotipo che li vuole con le idee fisse “lì” è sbagliato e confutarlo è molto utile: un uomo che non pensi spesso al sesso potrebbe credere di aver qualcosa di sbagliato, sentendo dire che la “norma” è aver l’idea fissa o quasi; al contrario una donna che abbia spesso in testa il sesso potrebbe credere a torto di essere un’erotomane portata agli eccessi. Non è vero, perché più del genere conta appunto il proprio modo di vivere la sessualità: chi è più a proprio agio col sesso ci pensa inevitabilmente di più». Bene, gli uomini ci pensano parecchio ma non in esclusiva. Però poi, scorrendo i dati raccolti dalla psicologa, si scopre che in seconda battuta nella mente maschile arrivano pensieri comunque legati a bisogni fisiologici assai terreni: rispetto alle donne gli uomini pensano più spesso a tutto ciò che ruota intorno al cibo e al sonno. «La differenza è molto netta – spiega Fisher –. Questo può anche significare che gli uomini sono più capaci di “accorgersi” di star pensando a questi argomenti, perché per lo studio i partecipanti dovevano schiacciare il contatore e quindi essere consapevoli dei pensieri in corso. In ogni caso, le donne sembrano meno interessate a ciò che ruota attorno a questi bisogni fisiologici». Il cervello femminile è più “filosofo”, allora? Qualcuno dovrà prendersi la briga di confermarlo, chiarendo una volta per tutte a che cosa pensano le donne.

Elena Meli

Fonte: Corriere della Sera

Prada, gli abiti maschili, il potere E un dubbio su come si vestono le donne

January 22nd, 2012

La moda ha più a che vedere con la bellezza o con il potere? (Non credo che i due termini siano sinonimi: coincidono forse per una larga parte, soprattutto in questi ultimi anni, ma non sono sovrapponibili).

L’interrogativo nasce dalla cronaca di una sfilata di moda, quella che Miuccia Prada ha messo in scena nei giorni scorsi a Milano, per presentare la collezione maschile del prossimo inverno. Al centro di questo lavoro non c’è stata la bellezza, ma il potere: la collezione, per ammissione della stilista, è stata un’operazione di disvelamento, di messa a nudo di certi meccanismi che regolano i rapporti sociali, di come una giacca, una camicia, un cappotto possano imporre una gerarchia che, in modo a volte inconsapevole, tutti siamo portati ad accettare.

 

 L’ abito maschile è uno straordinario strumento di potere, ne è la sintesi, il timbro sulla carta, la certificazione. E l’abito femminile? “Nel mio lavoro cerco di conferire importanza alle donne e di addolcire gli uomini” incalza Prada, ammettendo che la strada per far acquisire potere reale alle donne, anche attraverso gli abiti, è ancora lunga. Il discorso mi pare interessante perché la moda troppo spesso è relegata per le attività ludiche, fra i superflui piaceri della vita, confinata sul carrello dei dolci, a cui si può a cuor leggero rinunciare, quando invece è un piatto principale del menù.

 Così arrivo alla seconda domanda: le donne possono limitarsi a rivendicazioni sulla parità degli stipendi e delle occasioni di lavoro o devono anche occuparsi di creare un’immagine che non sia semplicemente la traslitterazione della sguardo maschile su di noi?

 Sono temi di cui si è discusso tanto nei mesi scorsi, quelli dominati dalle Olgettine e dalle manifestazioni di piazza per protestare contro un’immagine così poco rappresentativa dell’universo delle donne. Accettare che la moda in tutto questo abbia un peso, sporcarcisi le mani, ammettere che anche dalla creazione degli abiti possa passare il femminismo mi sembrano passi avanti. La risposta, del resto, non puo’ essere rifugiarsi nella bruttezza. “La sola cosa che detesto è la sciatteria, perché quasi sempre diventa anche sciatteria mentale“, ha detto ancora la stilista, a riprova del legame fortissimo fra ciò che siamo e come decidiamo di presentarci agli altri.

Il richiamo alla sobrietà e la necessità di un contenimento degli acquisti  – dettato dalla crisi ma  anche da uno sguardo critico, ormai molto condiviso, nei confronti del consumismo – come inciderà su tutto questo?

Fonte: Corriere della sera

Ecco perché comandano i maschi

January 21st, 2012

Nell’antichità gli uomini hanno convinto le donne di avere un unico scopo: quello di recipiente del seme. Da lì è nata una subalternità che quindi non è naturale, ma culturale. E solo oggi, a poco a poco, ne stiamo uscendo. La tesi di una grande antropologa

(18 gennaio 2012)

Françoise Héritier Françoise HéritierDonne non si nasce, si diventa. E la regola vale non solo per l’Occidente oggi, ma risale alla notte dei tempi. E’ quanto sostiene Françoise Héritier antropologa francese, tra le più famose del mondo, considerata dal leggendario Claude Lévi-Strauss sua erede. Tanto che ne prese il posto al Collège de France. Il punto di partenza della affascinante ricerca della Héritier (in Italia i suoi libri sono pubblicati da Laterza) è capire come sia potuto accadere che l’uomo si sia impadronito del corpo della donna. O meglio, dato che il maschio è piuttosto inutile (non è lui che partorisce) come è successo che gli è invece stato conferito il potere della vita. Lei lo spiega così: “I nostri antenati hanno tratto conclusioni sbagliate sull’origine stessa della vita: la procreazione. Secondo loro era maschile. Invece di pensare che la donna è capace di questo dono: fare figli, pensavano che senza il maschio non si è nulla. Da lì si è creato il dominio maschile”.

Héritier è una piccola signora di 78 anni, sguardo materno e rassicurante, sembra la nonna ideale. Ci riceve nel suo salotto, una stanza grande, ariosa, con piante colorate, un tavolo vicino alla finestra e in un angolo, davanti a poltrone e divani, la libreria. In risalto una foto in bianconero di trent’anni fa con lei, unica donna, insieme a tutti i professori del Collège de France. E con Lévi-Strauss, il suo mentore, la sua guida, la sua ispirazione. Héritier spiega i concetti più difficili con l’eloquenza dei grandi. Parla con una voce pacata, dizione perfetta: nel rispondere fa trasparire la pazienza acquisita con l’insegnamento.

Partiamo da una sua ricerca, in apparenza esotica, in realtà di stringente attualià, e che fa capire quanto sia relativa la divisione tra maschi e femmine…
“Immagino che ha in mente la storia del matrimonio tra donne nella tribù dei Nuers in Sudan. Questa unione non ha carattere omosessuale. Si tratta di donne sterili, considerate uomini dentro un corpo di donna. Negli anni queste donne possono aver accumulato un gregge consistente e hanno dunque maturato il diritto di chiedere in sposa una ragazza. Ma non ci dormiranno insieme. In compenso si faranno servire come un marito, quindi godranno di tutti i privilegi degli uomini. Potranno avere dei figli prendendo uno schiavo o un servo alle loro dipendenze e che per loro farà quello che si chiama “lavoro di letto”, concepirà figli con la sposa della moglie”.

Dunque per contare bisogna essere un uomo? E uomini si diventa?
“In sostanza sì. In realtà, la vicenda è complessa. Lo si diventa attraverso il dominio sul corpo della donna. Partiamo da un’idea nata nell’antichità: nella natura esistono la femmina e il maschio. Seconda constatazione: solo le femmine partoriscono e possono partorire. A cosa servono i maschi, allora? Terza osservazione: se non c’è rapporto sessuale, le femmine non possono procreare. Mettendo insieme queste tre cose, la sola conclusione logica è che i maschi, attraverso il rapporto sessuale, mettono dei figli nei corpi delle donne. Dunque, la donna, per utilizzare un termine africano, è solo un “recipiente”".

E’ questa l’origine della differenza nella cultura tra uomo e donna?
“Bisognava inculcare alla donna che il suo scopo nella vita è fare figli e per farlo si utilizzavano metodi comuni a tutte le società del mondo. Primo, l’impossibilità per la donna di disporre del proprio corpo. Le ragazze venivano date in moglie senza poter scegliere il marito, né il numero di figli. Secondo: impossibilità di studiare, quindi di sviluppare lo spirito critico. Terzo: divieto di svolgere funzioni di potere, compreso quello intellettuale e artistico. Infine: per rendere tutto questo concreto, le armi utilizzate erano il disprezzo e l’ostracismo. Questi quattro punti costituiscono la base del primo modello del dominio maschile. Ed è il modello di ogni dominio”.

Di questo e altro lei parla nel suo libro “La plus belle histoire des femmes”, scritto con la storica Michelle Perrot, la filosofa Sylviane Aganciski e la politologa Nicole Bacharan. Il quadro è desolante.

Fonte: L’Espresso

Pillola contraccettiva E’ sicura o no?

January 18th, 2012

La pillola contraccettiva non smette di far discutere. E non parliamo adesso di questioni etico-politico-religiose, ma di salute della donna.

A riaccendere la polemica sulla sicurezza dei contraccettivi orali è un articolo scientifico pubblicato sul Canadian Medical Association Journal che dice (in sintesi): le pillole contraccettive contenenti l’ormone progestinico drospirenone aumentano il rischio di trombosi venosa e tromboembolismo polmonare rispetto alle altre che non lo contengono (lo studio è israeliano). E il rischio è tanto più elevato quando più la donna non è giovanissima, ha una pressione arteriosa alta e ha qualche chilo di troppo.

Quante volte i medici prescrivono la pillola (anche alle adolescenti) senza richiedere un esame del sangue? Sembra piuttosto spesso.

 

Stiamo parlando di una pillola di “quarta generazione” propagandata perché non provoca, rispetto ad altri prodotti, aumento di peso e ritenzione di liquidi.

Quello del giornale canadese è solo l’ultimo degli allarmi sulla sicurezza dei contraccettivi più moderni.

Prendiamo il quotidiano francese Le Monde del 15 novembre scorso. Titolo (richiamato addirittura in prima pagina): Le risques de la pilule de 3e génération sont sous- évalués, rischi sottovalutati per le pillole di terza generazione. A leggerlo ci si allarma non poco perché racconta il caso di un’adolescente che ha subito gravi danni dall’uso di queste pillole. E’ vero: aveva un’anomali genetica che riguardava la coagulazione del sangue e che la metteva a rischio di complicanze, ma non aveva avuto sufficienti informazioni sui possibili effetti collaterali del prodotto.

Per chiarire il problema, facciamo un passo indietro. Quali sono queste pillole di terza- quarta generazione e quali ormoni contengono?

I contraccettivi estro-progestinici esistono fin dagli anni Sessanta e contengono ormoni simili a quelli prodotti dalle ovaie (estrogeni e progestinici) e hanno lo scopo di bloccare l’ovulazione, garantire il sesso “sicuro”, almeno per quando riguarda le gravidanze indesiderate (ma non mettono al riparo dalle infezioni sessualmente trasmesse per cui sarebbe auspicabile l’uso, in parallelo, del preservativo).

I primi preparati prevedevano dosi piuttosto elevate di ormoni. Poi sono arrivate le pillole di seconda generazione, che contengono, come estrogeno, l’etinilestradiolo, associato a un progestinico (il levonorgestrel), e quelle di terza che hanno sempre l’etinilestradiolo, ma differenti progestinici come il desogestrel o il gestodene. Quelle di quarta contengono il drospirenone, come progestinico.

Insomma cocktail di ormoni diversi ed effetti collaterali diversi. Che sembrano più frequenti (almeno per quanto riguarda il rischio trombosi) per quelle di ultima generazione.

Prima dell’ultimo lavoro canadese, ce n’è stato un altro, danese, di cui ha riferito anche il Corriere online che metteva in guardia sui rischi di trombosi per le pillole che contengono i nuovi progestinici come il drospirenone, il desogestrel e il gestodene: la loro presenza raddoppierebbe il rischio trombotico.

Da sottolineare: il rischio è molto basso e la stessa gravidanza comporta un rischio di trombosi  tre volte piiu grande di quello della pillola. L’importante, però, è saperlo e decidere.

Adesso la Food and Drug Administration, l’ente federale americano per il controllo dei farmaci, sta valutando una serie di lavori sull’uso di pillole contenenti il drospirenone e sui suoi effetti collaterali. E arriverà presto a qualche conclusione.

Nel frattempo chi deve scegliere un contraccettivo è bene che analizzi a fondo il problema, soprattutto se è una madre che deve dare qualche suggerimento a una figlia adolescente ..…..

E si rivolga un medico scrupoloso disposto a discutere pro e contro della contraccezione e non si limiti soltanto a scrivere una ricetta…

Le informazioni sulla pillola, del resto, non sono mai troppe: l’amministrazione Obama ha appena annullato una decisione dell’Fda che autorizzava le giovani donne (sopra i diciassette anni) a comperare, senza ricetta, la pillola del giorno dopo (quella che si prende dopo un rapporto a rischio di gravidanza). La motivazione? Il fatto che molte donne non sanno usare appropriatamente questo prodotto.

Fonte: Corriere della Sera

Sempre connesse a pc e smart phone? Cresce il senso di colpa “in rosa”

January 17th, 2012

Divise tra carriera e famiglia,
le donne cercano di dare
il massimo su tutti i fronti.
Chi usa le nuove tecnologie, moltiplica le ore di attività professionale: fatica a “staccare”, ma poi, più dei colleghi uomini, tende a pentirsene

ROMA
Sempre connesse, dagli smart phone ai pc portatili, con un occhio - o un orecchio - al lavoro anche da casa? Un team dell’Università di Toronto (Canada) ha deciso di avviare uno studio ad hoc sulle donne che utilizzano le nuove tecnologie nel tentativo di conciliare la professione con la vita familiare. Cosa succede a rimanere collegati al luogo di lavoro anche da casa, mentre si spadella il risotto o si accende la lavatrice? I ricercatori hanno focalizzato l’attenzione sia sugli uomini che sulle donne, scoprendo che i new media aiutano, ma celano anche un “lato oscuro” che colpisce soprattutto l’universo femminile.

Utilizzando i dati di un sondaggio nazionale condotto su un vasto gruppo di lavoratori americani, gli scienziati canadesi hanno chiesto ai partecipanti quanto spesso venissero contattati al di fuori del posto di lavoro per telefono, email o messaggi, in merito ad argomenti legati alla propria professione. Così il gruppo, diretto da Paul Glavin, ha scoperto un primo dato: le donne contattate spesso da superiori, colleghi o clienti, riferiscono elevati livelli di stress psicologico. Al contrario, gli uomini più “gettonati” fuori dal lavoro sembrano decisamente meno stressati.

«Inizialmente - spiega Glavin - abbiamo pensato che le donne fossero più stressate dai contatti frequenti extra-ufficio perchè questi inteferivano con le responsabilità familiari in misura maggiore rispetto agli uomini. Ma non era questo il caso. Abbiamo scoperto, infatti, che le donne sono in grado di destreggiarsi tra il proprio lavoro e la vita familiare esattamente come gli uomini. Ma si sentono più in colpa, per il semplice fatto di essere state raggiunte dal lavoro mentre sono a casa. Proprio questo senso di colpa sembra essere al centro delle loro angosce»

I risultati, insomma, parlano chiaro: molte donne si sentono colpevoli semplicemente per il fatto di occuparsi di questioni di lavoro a casa, anche quando la mail o la telefonata dall’ufficio in realtà non interferisce poi tanto con la vita familiare. Gli uomini, invece, sono meno inclini a sentirsi colpevoli se si trovano a rispondere al capo o a un collega mentre sono a casa.

Secondo Scott Schieman, coautore della ricerca pubblicata sul Journal of Health and Social Behaviour, i risultati suggeriscono che uomini e donne possono trovarsi ad affrontare aspettative molto differenti quanto ai confini che separano lavoro e vita familiare. Cosa che può avere conseguenze emotive uniche.

«Il senso di colpa sembra giocare un ruolo fondamentale tra donne e uomini alle prese con problemi di lavoro mentre sono a casa», dice Schieman. «Mentre le donne, con gli anni, hanno assunto sempre più un ruolo centrale come fonte di reddito nella famiglia moderna con due partner impegnati sul lavoro, ancora oggi forti norme culturali segnano le idee sulle loro responsabilità familiari».

Insomma, divise tra carriera e famiglia, le donne cercano di dare il massimo su tutti i fronti, e ogni “invasione di campo” a danno della seconda viene vissuta con vergogna. Come se il fatto di destreggiarsi fra questioni professionali anche a casa, possa all’improvviso farle diventare pessime madri o mogli. Cosa che, notano i ricercatori, agli uomini non succede affatto.

«Non è un caso - dice all’Adnkronos Salute Paola Vinciguerra, psicologa, psicoterapeuta, presidente dell’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico) - Per le donne, le nuove tecnologie celano un’insidia: moltiplicano le ore passate a lavorare, senza concedere neanche un attimo di stacco». «Anche in questo caso, infatti, vale il detto occhio non vede, cuore non duole: il distacco fisico che si ha andando in ufficio o a studio - spiega la Vinciguerra - fa sentire meno colpevoli, mentre la presenza in casa richiama al ruolo primario. E dunque ogni “distrazione”, anche quella lavorativa, viene vissuta come un tradimento a danno dei propri cari». Insomma, anche se molte lavoratrici non se ne rendono conto, «svolgere la propria professione fuori dall’ambito familiare è stabilizzante per la donna - assicura - e aiuta a un’identificazione del proprio ruolo».

Nelle lavoratrici convive una doppia anima, nota la psicoterapeuta. «Bisogna poi sottolineare che le lavoratrici sono già molto stressate e fanno i salti mortali ogni giorno per cercare di fare tutto. La commistione fra i due ruoli (madre-moglie e professionista)» che si vive quando si lavora a casa grazie alle nuove tecnologie, «rischia di far saltare questo delicato equilibrio. E di moltiplicare i sensi di colpa».

Fonte: La Stampa

Innamorarsi dopo i 40 anni È ridicolo?

January 15th, 2012

«Sono una ragazza 20enne. Non parlerò di me, ma di un’amica di mia madre. Lei è una donna di 40 anni, o forse più, con le rughe sul viso, sulle mani, ma ancora con l’illusione di potersi innamorare. Lei si potrà pure innamorare, ma guardandola, mi chiedevo se un uomo può innamorarsi ancora di una donna a quell’età. Non parliamo di Uma Thurman o Cameron Diaz, parlo di donne comuni. Forse un tempo carine, come dice mia mamma a proposito della sua amica. Io le avrei detto di non pensarci più all’amore, di non angosciarsi perché ogni cosa ha la sua età. È stata più cattiva mia madre a darle false speranze che non io a scrivere questa verità. Ah, gli scapoloni amici di mio padre… per loro è tutta un’altra storia: sono dei vitelloni con macchine e soldi… e pieni di femmine. Io quando avrò 40 anni, smetterò di indossare la minigonna. Certi adulti sono ridicoli…».

È stato come sbattere allo stipite di una porta, leggere questa lettera tra i tanti messaggi che ogni giorno arrivano al forum on line Supplemento singolo, dove molte persone, mediamente sui 40 anni, parlano spesso di amore e di speranze, come è comprensibile per chi è senza una relazione stabile.

L’amore è sempre ridicolo visto da fuori? O c’è un’età a cui lo diventa? Le donne perdono il diritto a innamorarsi prima degli uomini? E ai giovani può sembrare davvero ispirato dall’amore quello che vedono scatenarsi nei bar tra maturi 40enni e ragazze di 20 che ci stanno?

 

Riavvolgiamo il nastro.

«Non ho l’età/Non ho l’età, per amarti/Non ho l’età, per uscire sola con te/E non avrei/Non avrei/Nulla da dirti/Perché, tu sai/Molte più cose di me…».

Nel 1964, quando questo brano vinse al Festival di Sanremo, l’amore aveva un’età. A 17 anni Gigliola Cinquetti chiedeva tempo a chi sapeva «molte più cose» di lei. I teenager di quell’epoca, pur provando i primi sussulti dell’amore, ne erano tenuti ufficialmente lontani: l’amore, una roba da adulti. Sì, ma quanto adulti? Le ragazze del ’47, come la Cinquetti, in quegli anni si sposavano intorno ai 22 anni, gli uomini intorno ai 26. Ed è solo perché la carriera la portò lontano che Gigliola si lasciò impalmare solo a 32.

La transizione dalla fase bambina a quella sociale del matrimonio, in pieno boom economico, era breve. Ma cosa succedeva dopo? Cosa ne era dei sentimenti a 40 anni, a circa 20 dal fatidico «sì»? Chiunque oggi abbia superato la quarantina ha un ricordo dei propri genitori a quell’età. L’ideale cui si tendeva era quello del benessere: l’obiettivo della coppia media era mettere su famiglia, comprare una macchina e poi una casa, fare una vacanza d’estate al mare, impostare una vita sociale in cui le coppie invitavano le coppie, le famiglie le famiglie e la domenica tutti a messa. L’amante? Un mito, come rivelano i «B movies» di quegli anni. Ma niente che rompesse lo schema familiare.

I primi divorziati, quelli degli anni ’70, malgrado la rivoluzione sessuale avesse fatto il suo corso, non andavano in giro per bar a cercare nuove avventure. Se erano donne e vivevano in un paese, e l’Italia è un Paese di paesi, difficilmente mettevano il naso fuori casa, e non avevano nemmeno il conforto di rifugiarsi in chiesa, da cui erano bandite. Chi era rimasta senza marito diventava senz’appello «zitella» e in chiesa andava per recitare il Rosario.

L’idea del diritto all’amore a tutte le età è molto più recente e passa attraverso, da una parte, la crisi profonda della famiglia, esplosa nell’ultimo ventennio, dall’altra, l’emancipazione femminile.

Le due cose vanno di pari passo: se la famiglia di disgrega ma soprattutto finisce di essere l’obiettivo principale per molte donne, sostituito dall’ideale dell’indipendenza economica, ecco allora che l’amore smette di essere legato a un ciclo vitale e a uno schema sociale. Insomma l’amore non si esprime più necessariamente attraverso il matrimonio e la famiglia. E qui comincia il difficile, perché non ci si accontenta più di un amore convenzionale, quale strumento di realizzazione sociale, ma si vuole l’amore per l’amore. Quello autentico.

«Io sono una donna, che è in cerca dell’amore, del vero amore. Ridicolo, sconveniente… che ti consuma».

Questo è il famoso monologo che Carrie Bradshaw, amata protagonista della serie Tv Sex and city recita nell’ultimo episodio per esprimere la «poetica» delle donne di 40 anni ancora sole ma non abbastanza disperate da accontentarsi di un uomo di cui non sono innamorate. Ridicolo? Da femminucce? Sentite qui.

«Un conto è la rabbia che provi a vent’anni,/ un conto è la rabbia a quaranta./ Un conto che intanto non sembra cambiare mai niente./ Sai che, ora e allora e ancora così,/ a rubare l’amore che si fa rubare…».

Qui è il rocker Ligabue di «Ora e allora» a raccontare che a 40 anni il cuore non invecchia. Ridicolo anche lui?

La nostra giovane amica della lettera distingue tra i sessi: secondo lei, le rughe delle donne sono una vergogna tale che dovrebbe spingerle a rinchiudersi in casa, come accadeva 40 anni fa, dopo un divorzio.

Di tutte le cose che questa piccola donna ha scritto, molte delle quali legate alla giovane età (chi non pensava, essendo bella e fresca, che i 40enni fossero vecchi?), questa è l’unica di cui dovremmo preoccuparci. Perché il criterio estetico è diventato così rilevante da risultare discriminatorio.

La regola non è più «solo chi è giovane, può amare», che almeno offriva a tutti pari opportunità, ma «chi è bello può amare».

I conti però non tornano neppure così, perché non saranno certo tutti belli i 40enni che abbordano con successo le ragazze nei bar. Allora cosa spinge una giovane a considerare normale che un uomo, a differenza di una donna, possa desiderare a qualsiasi età?

Perché un più che 40enne in cerca di compagnia non risulta ridicolo?

Credo che la risposta stia nella profonda insicurezza di ragazze come quella che ci ha scritto e nei loro ideali già sfioriti, forse non per loro colpa. Se quelle prospettive di diventare indipendenti, che hanno spinto noi 40enni a mettercela tutta, facendo passare il resto in second’ordine, sono sparite, forse la svolta della vita può stare davvero in un bar. Purché si faccia in fretta: 20 anni passano in un attimo.

Fonte: http://27esimaora.corriere.it/articolo/innamorarsi-dopo-i-40-annie-ridicolo/#more-3203

… la lettera della ragazza non mi ha stupita. Chi di noi a 15 anni non vedeva vecchissima la propria madre che forse ai quaranta neppure arrivava?

Mi stupisce la furia delle quarantenni col tacco 12 contro questa povera ragazza…

forse l’amore quando arriva arriva , ma le plastiche, le mini  , i modi leziosi dopo gli anta fanno tristezza anche a me.

Per goderre dei frutti della vita non bisogna per forza essere giovani.

E , secondo me, la cattiveria delle commentatrici è solo dovuta ad invidia… perchè si è giovani una volta sola e anche se l’era berlusconiana ci ha illuse che la giovinezza possa essere eterna , non è così.

Una donna può essere molto bella a qualsiasi età. Perchè voler a tutti i costi aver vent’anni?

Si può incontrare l’amore a tutte le età , basta non credersi  e atteggiarsi a diciottenni solo perchè innamorate.

Donne che odiano le donne

January 14th, 2012
Il fenomeno dilaga anche tra le giovani Il fenomeno dilaga anche tra le giovani

MILANO - Donne che picchiano le donne. Crescono gli episodi di violenza tutti al femminile. A dirlo - come anticipato da Io donna - è l’ultimo dossier dal titolo “No, non sono scivolata nella doccia”, a cura della cooperativa sociale Be Free, che coordina lo Sportello Donna – attivo 24 ore su 24,365 giorni l’anno – al San Camillo di Roma.

 

ANCHE TRA LE MAMME - Mobbing tra colleghe, minacce dalla vicina di casa o dall’ex moglie del compagno. Secondo il dossier, le storie di violenza in rosa sono sempre più diffuse. Ma non solo. Lo stalking al femminile rappresenta il 5 per cento del totale delle denunce e si rileva un incremento degli episodi di bullismo tra le ragazzine. Tra le donne vittime di violenza, le più colpite (il 26 per cento) sono quelle di età compresa tra i 29 e i 38 anni. Seguite dalla fascia 39-48 (il 20 per cento). E si moltiplicano le “over 70″ che, dopo anni di abusi, decidono di vuotare il sacco. Il 35 per cento è sposata, il 23 nubile, il 16 convivente, il 13 separata o divorziata. Oltre il 60 per cento è madre, mentre il 23 non ha figli.

Fonte: Corriere della Sera

Donne al volante? Ridiamoci su

January 12th, 2012

E’ uno degli stereotipi più amati sulle donne. C’è anche un notissimo motto: “Donne al volante, pericolo costante”. Già. E come se non bastasse, tra i video più visti su Youtube (con 20 milioni di visualizzazioni) c’è appunto un filmato che immortala le gesta del gentil sesso alla guida. Per la verità è molto divertente, ma non toglie che questo stereotipo possa  risultare alquanto fastidioso.

 

In particolare se, come me, si è amanti dei motori. Ma nella mia famiglia, tutti provetti piloti, questa è una passione che non mi è concessa. O meglio, vengo spesso derisa  proprio perché “tanto non sai guidare”. Ma come? Io che vado avanti indietro per l’Italia sempre da sola. Non ho mai problemi a guidare con qualsiasi condizione meteorologica.  Certo, può essere vero che a volte ingranando la prima il cambio ha gracchiato. Oppure che mi si è spenta l’auto non appena il semaforo è diventato verde. E che non sempre ho azzeccato un parcheggio. Vabbè. A chi di voi non è mai capitato? (Vorrei che i lettori maschi fossero sinceri).

Su questa questione, però, gli uomini non voglio proprio sentire ragioni. E’ un ambito che credono riservato solo a loro. Quindi provano anche un discreto gusto a prenderci in giro o cercare di “umiliarci” (tra virgolette perché nella maggior parte dei casi, almeno nella mia esperienza, lo fanno con un sorriso) facendoci notare ogni minimo errore. E allora io vi dico: ridiamoci su. Perché tanto dalla nostra abbiamo le statistiche. In particolare quelle delle assicurazione (non proprio tenere) che ci dicono che le donne al volante sono più virtuose degli uomini . Quindi, chi di voi a gennaio dovrà rinnovare la propria polizza, saprà di dover pagare meno del compagno, consorte, fratello o padre.

E non è una soddisfazione?

Fonte : Corriere della Sera

Lavoro femminile, Italia peggio della Grecia

January 11th, 2012

Secondo i calcoli della Ue, il tasso di occupazione delle donne senza figli in Italia tra i 25 e i 54 anni è pari al 63,9%. La media dell’Unione è del 75,8%. “Una differenza che si fa abissale - dice Carla Collicelli, vice direttore generale del Censis - quando si parla di giovani e donne”

Anno nuovo, vizi antichi: il 2011 si chiude con la conferma che per occupazione, retribuzione e condizione femminile l’Italia è ancora, in Europa, il fanalino di coda. Lo dice l’Eurostat: il tasso di donne occupate è tra i più bassi dell’Unione. E peggio di noi fa solo Malta.

Secondo l’ufficio statistico Ue, il tasso di occupazione delle donne senza figli in Italia tra i 25 e i 54 anni, è pari al 63,9%. La media dell’Unione è del 75,8%: in Germania il tasso, per la stessa fascia di età, è dell’81,8%. Malta è ferma al 56,6%. “Siamo un paese così tradizionalista e ingessato”, sospira Carla Collicelli, vice direttore generale del Censis. “Troppo lontano dagli obiettivi europei”. E la lontananza diviene abissale quando “si parla di giovani e donne”, e se il dato anagrafico viene geolocalizzato al Sud e nelle isole. Lo ricorda l’Istat proprio in questi giorni: al Sud addirittura il 39% delle ragazze è in cerca di occupazione.

Ancora: nell’Unione a 27, il tasso di occupazione totale di donne e uomini è del 64,2%, con le donne a quota 58,2%. Alla fine del primo semestre 2011, il tasso italiano di occupazione per uomini e donne è del 57,2%, e scende al 46,7% per le sole donne. Anche la Grecia è sopra di noi, con il suo 48,1%. E la disoccupazione? In Italia il totale del primo semestre dello scorso anno è dell’8,2%: 7% per gli uomini, 9% per le donne. Al netto del lavoro nero. Non solo: una donna in Italia continua a prendere 1/5 in meno rispetto a un uomo, anche in casi di ruoli analoghi. “Dipende dai contratti”, dice Carla Collicelli. “Per quelli che prevedono emolumenti aggiuntivi la paga di base non può cambiare, ma assegni, progressione di carriera, promozioni e scatti interni sì”.

La parola chiave è precariato. “I contratti atipici, nei quali si concentrano donne e giovani, rappresentano per il datore di lavoro una valvola di flessibilità in caso di necessità di ridimensionamento dell’attività produttiva”, dice la sociologa. Per certi versi “permettono l’accesso al lavoro”, per altri ne permettono l’uscita “con altrettanta facilità”. “E non abbiamo trovato soluzioni adeguate”. È il “clou della discriminazione”: la perdita di posti si registra “nella stragrande maggioranza per i giovani e per le donne giovani, sotto i 40 anni”. Per la fascia sopra i 40, invece, “hanno tamponato gli ammortizzatori sociali”. Eppure il Consiglio europeo di Lisbona del 2000 aveva già posto come obiettivo quello di aumentare il tasso di occupazione globale dell’Unione al 70% e il tasso di occupazione femminile a più del 60% entro il 2010. Una percentuale che vorrebbe dire un aumento del 7% del Pil. Il rischio di povertà dei figli passerebbe dal 22,5% al 2,7% e si avvierebbe un ciclo virtuoso di imprenditoria e occupazione, con l’implementazione di quei servizi di cura per bambini e anziani, cardine della cura ricostituente per l’occupazione femminile italiana.

Secondo l’Istat, infatti, l’assenza di servizi di supporto nelle attività di cura costituisce un ostacolo per l’ingresso nel mercato del lavoro di 489mila donne non occupate, cioè dell’11,6%, e per il lavoro a tempo pieno per molte delle 204mila donne occupate part time, ovvero del 14,3%. In Italia viene destinato solo l’1,4% del Pil a contributi, servizi e detrazioni fiscali per le famiglie: dato ben più basso rispetto a quell’1,8% destinato in ambito Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nei paesi a bassa fertilità.

Con i contratti atipici, poi, chi va in maternità difficilmente ritorna al posto di lavoro lasciato prima del lieto evento. “Ci siamo lasciati alle spalle i tristi episodi del passato, quando accadeva che alle donne assunte venisse richiesto l’impegno di non fare figli per un certo numero di anni”, racconta Carla Collicelli. Ma oggi “la donna con contratto atipico si trova in una condizione altrettanto spiacevole: sa che se si allontanerà per maternità difficilmente potrà riprendere il proprio posto in seguito”. In paesi come ed esempio il Belgio, la presenza di molte scuole materne permette all’occupazione femminile di rimanere invariata in caso di uno o due figli. “Da noi invece il welfare è spostato totalmente sulle pensioni e su una sanità nella media che comincia a scricchiolare con liste di attesa drammatiche per la diagnostica”, spiega la sociologa. Il tutto “mentre le famiglie affrontano problemi di casa, asilo nido, supporti economici, servizi”.

In Italia l’11% dei bambini va al nido, privato o pubblico. In Emilia la percentuale sale al 25,2%, in Sicilia non supera il 5,1%. “Un asilo pubblico costa 8700 euro a bambino all’anno”, racconta la Collicelli. “Un privato 7500”. In alcuni casi i comuni danno alle famiglie un contributo per la retta: ma non è la regola. Secondo l’Istat, la percentuale di occupate è del 58,5% per le donne con un figlio di meno di 15 anni, e del 54% quando i figli sono due. Se poi i figli sono tre o più, la percentuale precipita al 33,3%. E “se si ha in casa un anziano con handicap sono guai”. Anche nelle regioni più avanzate, dove “si fa fatica a dare un’assistenza adeguata, che sgravi la famiglia”. O meglio: figlie, mogli, sorelle.

“All’inizio della mia carriera, il concetto di quota rosa mi ripugnava”, conclude Carla Collicelli. “Arrivata a questo punto sono favorevole: i tempi sono maturi per proporre di applicare criteri di proporzionalità di genere rispetto alla composizione della categoria”. D’altro canto era il 1932 quando in Italia è arrivata la prima donna in un consiglio di amministrazione di un’azienda quotata. 80 anni dopo le donne sono 150: il 6% del totale. Lì dove si decide, ancora oggi, “sono tutti uomini, e in età avanzata”, dice la vice direttrice del Censis.

di Angela Gennaro

Fonte: Il Fatto Quotidiano