La soluzione di Marion Cotillard

March 14th, 2010

fonte: Youtube

Cassazione: diffamatorio criticare una donna in quanto tale

March 13th, 2010

«Sarebbe meglio una gestione al maschile» è una frase diffamatoria. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con una sentenza di condanna relativa a un’intervista pubblicata su un quotidiano locale di Caserta nel giugno 2002, intitolata «Carcere: per dirigerlo serve un uomo». Già di per sé il titolo è stato ritenuto offensivo dai giudici, così come un passaggio dell’intervista fatta da un giornalista a un sindacalista della Cisl. Questi, parlando della situazione del carcere di Arienzo diceva che per la struttura, diretta da una donna, «sarebbe meglio una gestione al maschile», senza ancorare tale affermazione ad alcun elemento oggettivo. Il giornalista e il sindacalista hanno invocato i diritti di cronaca e di critica sindacale, chiedendo di essere assolti e di annullare il verdetto già emesso dalla Corte d’Appello di Salerno a febbraio 2009. Ma i giudici della Suprema Corte hanno deciso diversamente.

CRITICA SGANCIATA DA FATTI - «Correttamente - scrive la Cassazione nella sentenza 10164 - i giudici di merito hanno ritenuto che la frase “sarebbe meglio una gestione al maschile”, attribuita al sindacalista, è oggettivamente diffamatoria ed è, da sola, idonea ad affermare la responsabilità sia dell’intervistato che dell’intervistatore». La Cassazione aggiunge che «si tratta di una dichiarazione certamente lesiva della reputazione della direttrice del carcere trattandosi di un riferimento assolutamente gratuito, sganciato dai fatti, e che costituisce una mera valutazione, ripresa a caratteri cubitali nel titolo, nel quale si puntualizza proprio la necessità (sottolineata dal verbo servire) di affidare la direzione del carcere, comunque, a un uomo». «In sostanza, la critica che viene mossa alla direttrice - continua la Cassazione - è sganciata da ogni dato gestionale ed è riferita al solo fatto di essere una donna, gratuito apprezzamento contrario alla dignità della persona perché ancorato al profilo, ritenuto decisivo, che deriva dal dato biologico dell’appartenenza all’uno o all’altro sesso». Giornalista e sindacalista sono stati, dunque, condannati per diffamazione e a risarcire alla direttrice 3.500 euro come riparazione pecuniaria oltre a un risarcimento danni di 7.000 euro. Nell’articolo il cronista aveva fatto un generico riferimento a una protesta, ad agosto 2000, dei detenuti del carcere di Arienzo e alla lettera che essi avevano scritto denunciando le cattive condizioni di detenzione ricollegando questo stato di cose alla presenza della direttrice nell’istituto penitenziario.

CARFAGNA: TOLLERANZA ZERO - La sentenza è stata accolta con entusiasmo in entrambi gli schieramenti. «Sono assolutamente d’accordo con questo pronunciamento, che, anzi, considero un importante passo avanti sulla strada della tolleranza zero nei confronti delle discriminazioni» commenta il ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna. E Vittoria Franco, senatrice del Pd: «Ancora una volta la Corte di Cassazione ci consegna una sentenza che fa giustizia di affermazioni fondate su stereotipi discriminatori e paternalistici ai danni delle donne, agevolando in questo modo il necessario cambiamento di mentalità nel nostro Paese». Anche Carmen Campi, ex direttrice del carcere di Arienzo, commenta con soddisfazione la decisione della Cassazione che le ha dato definitivamente ragione: «È stata una battaglia per tutelare la mia dignità di donna e le capacità professionali delle persone e per non far passare il concetto della mera discriminazione sessuale. È una questione di persone, non c’entra essere uomo o donna. Nel lavoro una persona o è capace o non lo è. La bravura non dipende dal genere ma dalla sensibilità, dalla cultura, e dall’elasticità mentale. Sono soddisfatta perché è stato riconosciuto il diritto al rispetto della dignità personale e professionale

La proposta: a tutte le donne africane il prossimo Nobel per la pace

March 12th, 2010

«L’Africa cammina con le gambe delle donne». È lo slogan della raccolta di firme lanciata ieri anche in Italia per chiedere il Nobel alle donne africane. Non ad una in particolare, a tutte, perché - come ha detto Rosa Calipari, Pd, presentando a Montecitorio la raccolta di adesioni tra i parlamentari italiani - «sono loro, le donne, con la loro umiltà e il loro protagonismo il perno della società africana» e appoggiando loro «si fa la guerra alla guerra». Per presentare ufficialmente la proposta di Nobel ai «saggi» di Oslo, per l’assegnazione del premio l’anno prossimo, servono 2 milioni di sottoscrittori. Ieri ne è arrivata una «di peso», quella di Romano Prodi, che da due anni presiede il gruppo di lavoro Onu-Unione Africana sulle missioni di peacekeeping in Africa. Anche il presidente della Camera Gianfranco Fini sostiene l’iniziativa, oltre a uno stuolo di parlamentari di entrambi gli schieramenti (si può firmare sul sito www.noppaw.net).

L’idea di un riconoscimento prestigioso come il Nobel per la Pace alle donne africane era stata proposta dalla Fondazione Rita Levi Montalcini, che assegna ogni anno borse di studio a studentesse e ricercatrici africane, l’anno scorso. Quest’anno è partita una vera e propria campagna internazionale - si chiama «Nobel Prize for African Women», in sigla noppaw - sostenuta dalla rete di 45 ong italiane aderenti al Cipsi e da ChiamaAfrica. L’obiettivo - spiega Enrico Pianetta, Pdl, vicepresidente della Commissione Esteri della Camera - è anche quello di «rilanciare l’impegno per il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio, che sono in tremenda regressione».

Non per un caso cinico e baro, però. Il dimezzamento della fame nel mondo, la battaglia per la parità di genere e la salute della donna, obiettivi fissati dall’Onu dieci anni fa sono stati disattesi, traditi, dal governo Berlusconi che ha ridotto quasi a zero i fondi per la cooperazione internazionale. Ma il premio proposto non è una scatola di cioccolatini o un mazzo di rose per rimediare un tradimento grave. Almeno non lo è per le donne delle ong che hanno parlato ieri nella sala del Mappamondo. «Per me che sono cresciuta in una baracca e a otto anni già lavoravo in un cantiere, felice così di assicurare la colazione l’indomani a tutta la famiglia - ha detto, commossa quasi alle lacrime Angela Spencer, da vent’anni in Italia - è un grande sogno poter contribuire da qui a dare questo riconoscimento alle grandi cose che ogni giorno le donne fanno là». Per Jean-Léonard Touadi, Pd, primo parlamentare nero della storia italiana, «la nostra immagine e narrazione del Continente africano è solo una foto vecchia e sbiadita, l’Africa informale che resiste al neocolonialismo ci fa vedere donne africane in piedi». In cammino.
Fonte: L’Unità

«Fidanzato violento? Cambialo» La nuova campagna de l’Unità contro la violenza sulle donne

March 10th, 2010

«Hai un solo modo per cambiare un fidanzato violento. Cambiare fidanzato»: è uno degli slogan, forse il più originale, della nuova campagna contro la violenza sulle donne, promossa da un gruppo di donne di schieramenti politici diversi e che comparirà questo mese su due giornali di opposte tendenze, L’Unità e Il Secolo d’Italia. Una campagna innovativa, è stato spiegato stamani, durante la presentazione, dalla saggista Alessandra Bocchetti: «Non vi troverete facce tumefatte, occhi pesti, sguardi bassi a cui tante campagne contro la violenza ci hanno abituato, ma volti sorridenti di ragazze che imparano a riconoscere la violenza e se ne tengono alla larga».

Un’iniziativa, quindi (il titolo è significativo: «La violenza ha mille volti, impara a riconoscerli»), che non vuole mostrare le donne come vittime, soggetti deboli, ma come capaci di cambiare la loro condizione.

Denunciando, rifiutando e, appunto, cambiando partner. Le immagini - «donne normali e non veline» è stato sottolineato - sono state realizzate gratuitamente dalle ragazze del Centro di fotografia, la copywriter Eliana Frosati ha curato il messaggio insieme ad Alessandra Bocchetti e alla deputata del Pd Anna Paola Concia. E due direttrici di quotidiani lontanissimi per orientamento politico, Concita De Gregorio dell’Unità e Flavia Perina del Secolo d’Italia, hanno subito «adottato» l’iniziativa: prima l’uno e poi l’altro giornale sostituiranno, per un mese, la pubblicità con le immagini della campagna.

«Il 2009 si è chiuso bene per il giornale - ha spiegato De Gregorio - quindi ho potuto chiedere all’editore di fare questo sacrificio». E Tiscali, l’azienda telefonica dell’editore dell’Unità Renato Soru, è stata anche tra le prima aziende che hanno aderito alla campagna. Oltre a Tiscali ci sono Ikea, Sellerio, Nonino, Unilever, Unicredit, Feltrinelli, Conad, Coop e “Ciao Ragazzi”, la casa di produzione tv di Claudia Mori che, dopo la fiction su Basaglia (andata in onda su Raiuno), ha prodotto sei puntate di «Un corpo in vendita», sul tema delle violenze contro le donne (tra i registi Marco Pontecorvo, Margarethe von Trotta e Liliana Cavani).

«Campagne di questo tipo superano gli schieramenti - ha sottolineato Perina - e spero che ora venga adottata anche dalle istituzioni, a partire dai Ministeri delle pari opportunità e dell’istruzione». In Italia, secondo la direttrice del Secolo, «sono stati fatti passi indietro, c’è un ritorno della donna come oggetto. Il nostro è il Paese più maschilista d’Europa».

La campagna si potrà scaricare gratuitamente dall’apposito sito che sarà on line nei prossimi giorni.

Contro le crisi dieci libri da leggere per cambiare rotta

March 10th, 2010

Eccovi un link da guardare con attenzione:

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro/2010/donne-economia/risorse-utili/10-libri-cambio-rotta.shtml?uuid=30a233a6-2845-11df-800d-74241d6b774c&DocRulesView=Libero

Donne e lavoro, l’Italia è sempre il fanalino di coda in Europa

March 9th, 2010

Fanno fatica a trovarlo e spesso lo pèrdono dopo il primo figlio: è un rapporto complicato quello delle donne con il lavoro, ancor più complicato quello con il non-lavoro. La ricerca di Manageritalia su dati Istat e Isfol parla chiaro: nel nostro Paese solo il 46% delle donne ha un impiego. Di queste, il 27% lascia il posto dopo la prima gravidanza. Un altro 15% non rientra dopo il secondo figlio. Una situazione che non trova eguali in Europa.

DIFFICOLTÀ - I motivi sono sempre gli stessi: le difficoltà a conciliare la nuova organizzazione famigliare con il lavoro, in una situazione in cui la gravidanza ha ripercussioni negative sulla carriera che, dopo la nascita di un bambino, o si ferma o addirittura regredisce. Eppure quella italiana è una delle legislazioni più all’avanguardia rispetto alla tutela della maternità: le norme ci sono, evidenziano gli addetti ai lavori, la difficoltà è tutta nell’applicarle soprattutto in quella zona grigia che non è una violazione palese delle norme sulla discriminazione: donne e mamme costrette a uno slalom impossibile tra norme, diritti e vessazioni e soprusi più o meno velati da parte dei datori di lavoro. Le donne che subiscono discriminazioni a causa della maternità non ne parlano volentieri e non sempre denunciano. La penalizzazione sarebbe talmente ricorrente da essere ritenuta la normalità dalla maggioranza delle donne che lavorano

UN PROGETTO CONCRETO - A non rassegnarsi sono le donne di Manageritalia né quelle de La Casa Rosa. Insieme stanno lavorando all’iniziativa «Un fiocco in azienda»: un progetto che coinvolge lavoratrici e aziende sia sul piano della salute che sul piano del rientro al lavoro per le neo-mamme. In quelle aziende che aderiranno, le lavoratrici verranno «accompagnate», se lo vorranno, nell’esperienza della maternità e potranno avere consulenze gratuite presso La Casa Rosa, tra l’altro per prevenire la depressione post-partum. Si chiede, invece, alle aziende di mettere in atto alcuni semplici comportamenti: mantenere un contatto costante anche con le dipendenti in maternità per non farle sentire «fuori», corsi di formazione anche durante il congedo fino all’integrazione dello stipendio durante i mesi di astensione facoltativa.

Laura De Feudis
Fonte: Corriere della Sera

Rivoglio le odiate mimose

March 8th, 2010

E se ci riprendessimo le mimose? Se l’8 marzo, andassimo in giro col mazzetto giallo? Non più come regalino paternalistico, da «buona festa, care cocche». Come segno di protesta riconoscibile. Magari appuntate alla borsa, o sul bavero tipo suffragette (se non ci fossero state non andremmo a votare, in effetti); o anche tra i capelli (tipo figlie dei fiori, che hanno i loro meriti; certo è più adatto alle nipotine della Summer of Love che alle nonne). Così, a chi chiede «perché hai una mimosa puzzolente sulla giacca a vento?», si potrebbe rispondere: «Sono donna, sono arrabbiata, di questa Italia misogina non ne posso più». Senza timore di sembrare ridicole. Le donne, per i loro diritti, hanno sempre dovuto combattere. E ogni volta sono state ridicolizzate. Si cercherà di ridicolizzare anche questo 8 marzo, sicuro. Ci saranno fesserie in tv e frasette politiche di circostanza. La maggioranza delle femmine lo ignorerà, o andrà stancamente con le colleghe in pizzeria. Ma non è il momento di essere stanche. Anche se, dopo un anno che avrebbe demotivato Betty Friedan-Simone de Beauvoir-Emmeline Pankhurst (leader delle suffragette di cui sopra), sono in tante a liquidarlo: «No, l’8 marzo no, non siamo patetiche». Patetiche lo siamo già. In mondovisione, grazie alla nostra velinizzazione virale e alle imprese del premier

GIORNATA DELL’ORGOGLIO FEMMINILE - Nella rappresentazione dei nostri media. Nella vita quotidiana, al lavoro e in casa. Ci sentiamo patetiche perché ci danno valore solo in base all’età, all’aspetto e all’acquiescenza. Ma anche il dismettere la festa delle donne in quanto concessione a un genere minore (tipo Giornata del Cane), a questo punto è un segno di acquiescenza. Bisognerebbe ammettere quanto terreno abbiamo perso; dire che quasi tutte sono, in qualche modo, discriminate. E rendere questo 8 marzo una giornata dell’orgoglio femminile. Con i mezzi che abbiamo; con un simbolo comprensibile, quelle mimose che per anni ci hanno mandato in bestia. Quando le trovavamo sulla scrivania, omaggio di qualche capo meno femminista di Fabrizio Corona. Quando le regalava un fidanzato fedifrago o un’amica scema. Recuperarle ed esibirle sarebbe una civile riappropriazione dello spazio pubblico. Di quello reale, non virtuale: in troppe passiamo il tempo a discuterne online, a firmare tra noi appelli sui social networks con titoli come «Io non considero normale». Sarebbe ora di mostrare l’anormalità a chi passa per strada, a chi lavora con noi, a chi pensa che un Paese di donne annientate sia normalissimo e soprattutto comodo; per i maschi. Sarebbe ora di provarci e di contarci; non perché siamo donne, perché essendo donne ci siamo stufate. Perché per smettere di sentirci annientate dovremmo prima diventare, come dicono le nostre ragazzine, «fomentate» (vogliamo che crescano con questi modelli femminili? Con questi esempi di carriere donnesche? Come potenziale merce un tanto al chilo? Meglio il fomento, o come scrivono loro, il fomentooo; e buon 8 marzo a tutte).

Maria Laura Rodotà
Fonte: Corriere della Sera

Il botox a 16 anni iniettato da mamma

March 7th, 2010

Essere donna non è garanzia di intelligenza. Bisogna tornare a mettere in discussione i modelli…

Sarah Burge, la “Human Barbie”, detentrice del record di interventi estetici, fa iniezioni sul viso della figlia Hanna

       Il botox a 16 anni iniettato da mamma

Sarah Burge, la “Human Barbie”, detentrice del record di interventi estetici, fa iniezioni sul viso della figlia Hanna

In casi del genere, anche i meno benpensanti pensano «che fa la polizia?». Una donna adulta può anche farsi 100 e passa interventi di chirurgia estetica (anche se verrebbe da dire «che fa l’ordine dei medici?», nei confronti dei chirurghi che continuano a operarla; vabbé). In casi del genere, anche i genitori più saggi (secondo loro) di adolescenti femmine dovrebbero fare un esame di coscienza. Chiedersi «riusciamo a dare alle nostre figlie un buon senso di sé? O cadiamo vittima, anche noi, del Canone Unico di bellezza occidentale, vogliamo che siano carine a tutti i costi, le rendiamo insicure, facciamo loro dei danni?». 

Il caso di Sarah e Hannah Burge è estremo, ma la dinamica madre-teenager è la stessa in situazioni meno demenziali. Molte, tra l’altro. La notizia è semplice, ma, si diceva, demenzialissima: Sarah, 49 anni, detta la Human Barbie, autoproclamatasi detentrice del record mondiale di interventi estetici, fa regolari iniezioni di botox sulla faccia della figlia Hanna, ora sedicenne, da quando ne aveva quindici. La mamma ha speso mezzo milione di sterline e sembra non avere più un pezzo originale: sono nuovi il seno e il mento, gli zigomi e il collo, le cosce liposuzionate e l’intera faccia (dopo tre lifting). La figlia di tanta madre però (le ragazzine, si sa, sono ingrate) non le riconosce meriti: non si è appassionata al botulino in casa, sostiene; ma a scuola. «Tutte le mie compagne parlano di botox. Io l’ho voluto fare per questo. E perché previene le rughe. Mi erano già venute due linee sulla fronte, ho chiesto alla mamma di intervenire».

Come ogni buon genitore, Sarah è contenta che la figlia si sia rivolta a lei: «È stata onesta, molto meglio così che farsi il botox dietro le mie spalle» (Sarah si è fatta il botox anche dietro le spalle, d’altra parte, probabilmente). Le due sono state fotografate, sorridenti ma non particolarmente espressive, dal tabloid Daily Mail. Che per par condicio ha intervistato l’inorridito presidente della società britannica dei chirurghi plastici. Il quale ha ripetuto sconsolato che il botox può essere iniettato solo da medici esperti (Sarah è diplomata estetista), che può causare asimmetrie e paralisi; che in dosi eccessive e precoci fa male. Ma alla fine il Mail lascia l’ultima parola alla sedicenne. Che spiega: «Il Teen Toxing è parte della vita, di questi tempi; e io lo condivido con la mia mammina». È bella la condivisione mamme-figlie. Ma per favore, cerchiamo di non condividere le nostre fesserie.

 

 

Maria Laura Rodotà
Fonte: Corriere della Sera

 

 

 

 

«Te la diamo gratis», manifesti “misogini”

March 4th, 2010

C’è una pubblicità che dà molto fastidio alle donne di Napoli soprattutto in vista dell’8 marzo. È quella di un caffè che con centinaia di 6×3 ha invaso le strade cittadine con uno slogan definito dall’Udi (Unione donne) «scurrile». Viene raffigurata una signorina con una macchinetta per fare l’espresso in casa. Sul poster campeggia lo slogan: «Compri la macchina del caffè? Sei pazzo. Noi…Te la diamo gratis». L’ultima affermazione è sparata a caratteri cubitali e l’effetto è tale che subito la si associa alla sorridente signorina, come il balloon di un fumetto.

«OFFESA ALLE DONNE» - «Si tratta di una campagna che esprime e riassume la cultura combattuta dalla politica delle donne e dalle donne, quelle così dette cittadine comuni, che continuamente ci segnalano la loro offesa. Napoli - spiega l’Udi - dal mese di novembre ha adottato una delibera che rende indisponibili gli spazi pubblici a simili scempi “perché offensivi e lesivi della dignità femminile”, ed istituisce una commissione ad hoc». L’Udi chiede quindi al sindaco di Napoli, Rosetta Iervolino, di rimuovere la pubblicità.

Fonte: Corriere della Sera

Nasce la polizza contro le violenze su donne e minori

March 3rd, 2010
In Italia è un fenomeno tutt’altro che assente, anche se spesso rimane odiosamente nell’ombra. Se ne parla poco, ma nel nostro Paese gli episodi di violenza su donne e bambini sono frequenti e spesso rimangono non denunciati. Da qualche giorno, per dare un sostegno a chi ha subito violenza fisica, sessuale o psicologica, il gruppo assicurativo Filo Diretto ha predisposto la polizza Amidonna.

Tutti i numeri di un’odiosa piaga
Amidonna è la prima assicurazione in Italia dedicata speficatamente a donne e minori vittime di episodi di violenza. Secondo le ultime statistiche - che comprendono però solo gli episodi denunciati - in Italia è vittima di violenza fisica o sessuale il 31,9% delle donne e il 5-10% dei bambini. Da quando, poi, si è iniziato a parlare di stalking, si può stimare che circa il 18,8% delle donne (vale a dire 2 milioni e 77mila persone) sia stato “perseguitato” dall’ex-partner.

La polizza Amidonna
La polizza proposta dal gruppo Filo Diretto ha un duplice obiettivo: aiutare chi ha subito un abuso a superare il difficile momento psicologico e rendere il fenomeno un tema di dibattito sociale. Le prestazioni coperte dall’assicurazione prevedono: il consulto psicologico telefonico e il rimborso spese per l’assistenza psicologica post trauma fino a 1.500 euro (3.000 nel caso dei minori); il rimborso delle spese mediche fino a 5.000 euro e un’indennità mensile fino a 1.200 euro (fino a 12 mesi); la tutela legale fino a 15.000 euro; il rimborso spese di soggiorno in albergo, di assistenza ai minori e di prima necessità anche non documentate nel caso in cui sia necessario un allontanamento; il consulto medico telefonico 24 ore su 24, l’invio di un medico a domicilio e il trasporto in ambulanza.

In attesa delle istituzioni

Come ha spiegato Gerlando Lauricella, amministratore delegato del gruppo Filo Diretto, in occasione della presentazione della polizza, l’assicurazione non potrà essere stipulata privatamente. La proposta, piuttosto, è diretta alle istituzioni “interessate a fornire tutela e sostegno concreto alle fasce deboli della popolazione e ad affrontare il problema dal punto di vista dei costi socio-economici”, nonché alle associazioni di consumatori e di categoria, ai sindacati, alle aziende e alle banche, che potranno “offrire assistenza qualificata in un ambito ancora scoperto e valore aggiunto ai loro servizi e prodotti”.

Fonte: La Stampa