Non sta succedendo a me

May 17th, 2012

Questo articolo è il primo di un’inchiesta multifirma del Corriere della Sera sulla violenza sulle donne. In queste settimane pubblicheremo su La 27ora  sia gli articoli usciti sul giornale, sia una serie di post per approfondire un tema così delicato. Attraverso testimonianze, storie, commenti, statistiche, appelli. E, naturalmente, attraverso il commento di voi lettori. Sul blog, su Facebook e su Twitter con l’hashtag #nonsuccedeame.

Quando i vicini di casa sono entrati, Luisa aveva il viso sul tavolo della cucina, il suo ex compagno le impediva di muoversi. «Ricordo che uno di loro ha guardato il coltello del pane sul lavello: ha pensato che avrebbe potuto ammazzarmi». Ora Luisa, 38 anni, toscana, lo racconta «senza vergogna». Nel momento peggiore aveva addirittura perso la voce. «Un’afonia senza spiegazioni, secondo i medici. Non riuscivo a dire a nessuno quello che mi era capitato. Non riuscivo nemmeno a capacitarmi che fosse successo a me: noi eravamo persone normali».

Spesso i maltrattamenti vanno avanti per anni, prima che le donne riescano a lasciarsi alle spalle queste situazioni angosciose. Oppure si concludono con un omicidio: succede ogni tre giorni, in Italia. I cosiddetti «raptus» sono rari: nel 70% dei casi gli uomini uccidono dopo lunghi periodi di vessazioni e stalking.

Il compagno di Luisa è un dirigente d’azienda. All’inizio è un idillio, poi arrivano le botte:

«La prima volta è stato perché avevo messo al posto sbagliato un mestolo. Sento ancora il rumore dei colpi sulle orecchie. Dopo mi ha detto: mi devi ringraziare, ti ho picchiata dove hai i capelli, così non si vede».

Luisa chiama il numero antiviolenza della Casa della donna. Ha paura. «Il primo istinto è startene buona: ti convinci che se non fai storie lui si calmerà, che devi solo aiutarlo a cambiare». Poi arriva il sostegno del centro: «Non mi hanno mai detto “lascialo”, ma mi hanno dato le informazioni e gli strumenti per farlo».

Denunciare è il passo successivo. Una scelta difficile, che viene fatta solo dal 7% delle donne. E solo tre su dieci ne parlano con qualcuno. Solitudine e isolamento, dunque, sono tra le cause del silenzio.

«Spesso le donne non osano denunciare i loro compagni perché non incontrano sul loro cammino avvocati o operatori sociali preparati», spiega Marzia Ghigliazza, avvocatessa specializzata in diritto di famiglia. E spesso le denunce non si concludono con condanne perché gli avvocati non portano in aula le testimonianze giuste».

La storia di Giovanna, in questo senso, è classica. «Ho sottovalutato i segnali», racconta. Si tormenta le mani questa donna di 50 anni, mentre torna indietro con la memoria. Buona famiglia, studi nelle migliori università d’Europa, conosce il suo futuro marito quando è un giovane in carriera. Si amano, si sposano, lei rimane incinta. Al settimo mese di gravidanza Giovanna scopre il tradimento. Chiede spiegazioni. In cambio riceve calci che le lasciano lividi sulle gambe. «Sono scappata di casa, mi sono nascosta di notte in una cabina telefonica, accucciata per non farmi trovare. Non potevo andare dalle mie amiche, mi avrebbero giudicata». Giovanna va in un centro di aiuto della città dove abita: «Ci ho provato tre volte: era sempre chiuso».

Oggi sono passati otto anni, Giovanna guarda indietro, non l’ha denunciato: «È il padre di mio figlio, continuavo a ripetermi». A tratti si assolve. A tratti si condanna.

«Speravo rinsavisse, che la nascita di nostro figlio cambiasse le cose. E non ho fatto attenzione ai campanelli d’allarme: anche prima delle botte era violento verbalmente. Sbottava per un nonnulla». Poi la paura più grande: «Non essere creduta».

Una profezia che si avvera: perfino le persone più vicine all’inizio faticano ad accettare che quell’uomo giovane e bello sia un violento.

«Le donne che trovano il coraggio di denunciare sono delle eroine», ammette Angela Romanin, operatrice del Centro per non subire violenza di Bologna. «Affetto e senso di vergogna si mescolano alla paura di ritorsioni. E soprattutto c’è la consapevolezza di una giustizia che non le protegge abbastanza. Prima che lui sappia che lei lo ha denunciato c’è la corsa a mettersi in salvo. E tra la denuncia e il processo passa un tempo infinito, almeno 5 o 6 anni. In Italia poi i dati anagrafici sono pubblici, ho seguito casi in cui lei ha dovuto cambiare città, ma lui si è licenziato e ha cominciato a cercarla in tutt’Italia. E alla fine l’ha trovata, perché un comune ha dato al marito l’indirizzo della nuova scuola dei bambini».

Tra le donne che hanno sopportato per decenni c’è Sara, romana, 50 anni. «I primi tempi prendevo le botte come un gesto d’affetto: sono cresciuta con una padre violento, credevo che anche il mio ex lo facesse perché mi amava». La reazione di Sara è stata una profonda depressione, che l’ha portata a un ricovero e poi alla psicoterapia. Finita il giorno in cui il marito l’ha seguita, è entrato nello studio della psicologa e ha spaccato tutto. La dottoressa lo ha denunciato, poi ha telefonato a Sara e le ha detto che non poteva più seguirla. Sono iniziati anni di sevizie, minacce di morte o di suicidio (da parte di lui), referti in ospedale, denunce poi ritirate. «I carabinieri mi mandavano a chiamare e chiedevano: cosa vuole fare, proseguire o mettersi d’accordo? E io ritiravo», dice Sara. Anche questo succede spesso: «Senza una formazione specifica, le forze dell’ordine tendono a trattare le violenze come un fatto privato, che i coniugi devono risolvere da soli. Alcuni assistenti sociali li chiamano “conflitti”, invece che reati», spiega Anna Costanza Baldry, psicologa e criminologa.

Solo nel 2005, dopo quasi dieci anni di sevizie, Sara ha trovato la forza di chiedere di nuovo aiuto e si è rivolta al Centro antiviolenza della Provincia di Roma. Lì ha incontrato l’avvocatessa Teresa Manente, che un anno dopo ha portato il caso a processo. Sembrava fatta. Invece la mattina dell’udienza Sara ha mandato un fax in tribunale, per ritirare il mandato e la richiesta di costituirsi parte civile. «Ero in preda al panico: mio marito aveva bruciato il negozio di mia mamma». È il terrore, non il dolore, il nucleo delle violenze domestiche: le donne vivono nella paura costante, pensano soltanto a sopravvivere, tornano sui loro passi. Così danno forza ai persecutori. Sara ha vissuto in una bolla per anni. Finché un’amica le ha detto: «Tu hai paura di morire, ma sei già morta». Qualcosa è scattato: Sara ha cambiato la serratura di casa e ha scritto su tutti i muri, con il pennarello rosso: «Sono uscita dal cancro». A fine 2010 ha convinto l’avvocatessa Manente a riprendere il suo caso. Nel frattempo l’uomo è stato condannato per maltrattamenti a un anno (con l’indulto non farà carcere); è in corso un processo per stalking e gli è stato notificato il divieto di dimora nel Lazio. Sara non ha più paura: «Se la legge funziona, se non sei sola, puoi provare a rinascere a una vita (davvero) normale»

Fonte: Corriere.it

Le donne minacciate dalla violenza È tempo che cadano alibi e steccati

May 17th, 2012

«Non sta succedendo a me». Luisa, 38 anni, toscana, dice di essere andata avanti per mesi con quel pensiero fisso. Mesi durante i quali il fidanzato, da cui attendeva un figlio, alternava momenti di tenerezza a scatti di ira, carezze e botte. Chi lavora con le donne maltrattate spiega che dalla fase «non sta succedendo a me» passano quasi tutte. Quasi tutte le donne vittime di quelle violenze che nascono — e si ripetono — nella coppia.

Sono 59 le donne uccise in Italia dal partner o dall’ex partner nel 2012: nei primi quattro mesi del 2007, cinque anni fa, erano state «solo» 29. Questi numeri raccontano un’emergenza nazionale. Anche perché gli omicidi, spesso, sono solo l’ultimo atto di anni di abusi, vessazioni, maltrattamenti. Storie quotidiane, ci insegna la cronaca. Storie che possono capitare a chiunque.

«La violenza dei numeri, le responsabilità di tutti» è la lettera aperta che verrà consegnata oggi al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dalle «Donne in rete contro la violenza», un’associazione che raggruppa 60 centri dei 130 esistenti nel Paese. Un doppio appello: affinché la lotta alla violenza tra le pareti domestiche diventi una priorità per il governo e affinché non vengano tagliati i fondi ai centri che quelle donne soccorrono. E proteggono.

Vergogna, sensi di colpa, un «silenzio assordante» — come scrive la psicologa Patrizia Romito — circondano questi reati: secondo l’Istat solo il 7% viene denunciato. Quando i lividi non si possono nascondere, è «la donna che sbatteva nelle porte», come racconta lo scrittore inglese Roddy Doyle nel testo portato in scena da Marina Massironi.

«Mi picchiava e io lo scambiavo per un gesto d’affetto: credevo che lo facesse perché mi amava. Pensavo di meritarlo», racconta Sara, 50 anni, romana, che dopo dieci anni di sevizie e referti in ospedale si è ritirata all’ultimo dal processo per maltrattamenti contro il marito.

Un passato lontano, un’eredità difficile che si pensava alle spalle? O in via di naturale superamento collettivo? E’ vero il contrario. Non è un caso se un omicidio su due avviene nelle tre maggiori regioni del Nord – Piemonte, Lombardia e Veneto – dove il lavoro femminile è più diffuso e più forte è l’aspirazione delle donne all’autonomia. Non è un caso se il momento più a rischio si rivela quello della separazione o della chiusura del rapporto: «L’odio tira fuori il suo muso di assassino quando, per una ragione qualsiasi, lei non sta più dentro il quadro in cui lui l’ha messa e pretende che rimanga: il quadro disegnato da un misto di oscure aspettative e di ovvie comodità», sintetizza la filosofa Luisa Muraro.

La psichiatra francese Marie France Hirigoyen, nel suo libro Molestie morali, dimostra che c’è sempre un momento preciso in cui tutto parte: un evento, anche solo una frase che punta ad abbattere consapevolezza e desideri. Sono le spie di un’ossessione malata, destinata a crescere. Se si avessero le chiavi per decodificare i segnali, imboccare il tunnel che porta a diventare vittime di violenza sarebbe meno semplice. Capire significa salvarsi. Ed è importante che capiscano l’entità del rischio le persone che per prime incontrano le donne: medici di base, vigili, poliziotti. Formazione, protezione, sostegno legale, psicologico e materiale: i centri antiviolenza oggi sono i luoghi dove trovare tutto questo.

I centri, però, sono a rischio: dei 60 che fanno parte della rete (14 mila donne ogni anno chiedono il loro aiuto), 5 sono già chiusi e 20 soffrono per una costante diminuzione di fondi. Anche le altre realtà che operano sul territorio affrontano le stesse difficoltà. E non esiste una legge nazionale che garantisca la continuità e l’omogeneità degli interventi.

Esiste — per ogni problema che colpisce un gruppo sociale, piccolo o grande che sia — una «fase A» in cui solo chi è coinvolto direttamente, chi ne sente il peso in prima persona, avverte il dovere di parlarne e cercare soluzioni. Ed esiste una «fase B» in cui il dibattito si approfondisce, coinvolgendo parti più estese della comunità. Il tema della violenza sulle donne nel nostro Paese sembra ancora relegato in quella prima fase, la «pre-maturità». Una faccenda di donne per le donne. Oggi la chiamata alla responsabilità da parte degli uomini è sostenuta da poche voci. Ma è tempo che gli alibi e gli steccati cadano, che vengano svuotati gli stereotipi che determinano poi certi comportamenti maschili, perché quello che Lea Melandri chiama «il fattore molesto della civiltà» — quel groviglio fra amore e violenza che inchioda le donne nel ruolo delle perdenti — venga sezionato e dipanato, filo dopo filo. C’è una cultura da cambiare. Intanto, proteggiamo quel poco che abbiamo: i centri antiviolenza.

Dei centri, delle donne, degli uomini, parleremo in un’inchiesta che cercherà di raccontare le storie e le contraddizioni degli equilibri di potere fra i sessi, aprendo uno spazio di riflessione. Alla ricerca di soluzioni possibili.

Fonte: Corriere della Sera

Marchiate a fuoco e rivendute, l’odissea di decine di giovani schiave

May 16th, 2012

Attirate con la promessa di un lavoro, una volta in Italia venivano private dei documenti, intimidite con minacce di morte e poi rivendute a connazionali o messe in palio come premi nei giochi d’azzardo. Per una ragazza i segni rimarranno indelebili: tre anni fa è stata marchiata a fuoco con l’iniziale del nome del suo sfruttatore.

I FERMI - I carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia di Tivoli hanno fermato 3 donne e 8 uomini, tutti romeni, ritenuti responsabili a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione sulle strade della Capitale, riduzione in schiavitù e alla tratta. Gli sfruttatori esercitavano sulle giovani schiave poteri corrispondenti al diritto di proprietà, approfittando di una situazione di inferiorità psichica, dell’estrema povertà delle famiglie d’origine e privandole della libertà personale, sottoponendole a un grave e insuperabile stato di soggezione psicologica e di vera e propria coercizione fisica.

Redazione Roma Online

Fonte: corriere.it

Alemanno in prima fila alla ‘Marcia contro aborto

May 13th, 2012

Maria Pia Garavaglia (Pd) lo dice senza tanti giri di parole.

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«In linea con quanto ho sempre detto, fatto e sostenuto, avevo dato la mia adesione convinta alla Marcia nazionale per la Vita». Ma «di fronte alla evidente strumentalizzazione di questo evento, con forze politiche di estrema destra che, con la loro partecipazione, hanno finito per strumentalizzarlo dando un evidente segno politico alla Marcia, ritiro la mia adesione nella speranza che temi così importanti vengano considerati con la serietà che gli spetta». Il sindaco della Capitale, Gianni Alemanno, invece era in prima fila con tanto di fascia Tricolore alla Marcia anti-aborto.

Protestano le femministe GALLERY

SLOGAN VIOLENTI CONTRO LE DONNE
Si urlava «Più nascite meno aborti», «Ogni aborto è un bambino morto», «Non uccidiamo il futuro», «La vita inizia col concepiment» e «Legge 194: sterminio di Stato». Ad urlare slogan pesanti contro le donne che hanno abortito e brandire cartelli violenti, persone arrivate da tutt’Italia.

SENZA VERGOGNA
Ma a chi ha fatto notare al sindaco che molti degli slogan portati in piazza definiscono le donne che hanno abortito delle ‘assassine’ Alemanno ha semplicemente risposto: «Queste sono affermazioni che appartengono agli organizzatori. Io sono qui soltanto a dire che noi siamo per i valori della vita. Questa manifestazione è nata dal basso, senza nessuna sponsorizzazione politica, è veramente l’espressione di una domanda di vita».

Infine a chi gli ha chiesto se presenterà il ‘conto’ agli organizzatori della marcia, così come ha fatto con i sindacati per il Primo Maggio, Alemanno ha risposto: «Faremo tutte quelle che sono le necessità reali dal punto di vista del servizio».

LA PROTESTA DELLE FEMMINISTE

«Aborto clandestino profitto di milioni, è questa la morale di preti e padroni». È il testo di uno degli striscioni di protesta esposti da militanti di associazioni femministe lungo il percorso della Marcia per la vita. Un altro striscione è stato srotolato da una terrazza di Castel Sant’Angelo, luogo d’arrivo della manifestazione antiabortista, che era partita dal Colosseo e a cui hanno partecipato migliaia di persone.

Fonte: L’Unità

NoMos – Not Mothers

May 9th, 2012

Senza figli, felici di non averne, appagate, libere di  leggere in pace, di concedersi vacanze alternative ed esotiche, di seguire la carriera senza doversi preoccupare dell’organizzazione domestica.

Si tratta di un gruppo di donne sempre più numeroso – in Gran Bretagna il 20% delle ultraquarantenni è privo di prole, negli Usa il 35% delle ultra 37enni – e sempre più influente, se è vero, come indica una ricerca, che le donne senza figli sono in media più istruite e più lanciate professionalmente delle mamme.

A puntare i riflettori sul tema sono state le dichiarazioni della professoressa Lucy Worsley, curatrice delle collezioni dei palazzi reali e presentatrice di programmi televisivi a sfondo storico, che nel corso di un’intervista ha sottolineato di

non avere figli, di non sentirne la mancanza e di apprezzare la libertà che il suo status di non-mamma le ha garantito.

I commenti in Gran Bretagna hanno innescato un dibattito vivace:

da una parte le mamme militanti, secondo le quali Worsley non sa cosa si perde,

dall’altra donne che come la prof non hanno figli e sono stufe di sentirsi chiedere quand’è che si decideranno ad avere un bambino.

‘’Non ho bisogno di un figlio per sentirmi appagata’’, ha scritto sul Sunday Times la giornalista Sally Howard. ‘

’Nel corso degli anni ho assistito alle battaglie delle mie amiche con figli, alla fatica che hanno fatto per lavorare, alla difficoltà di inserirsi in una società che non dà importanza al loro ruolo, all’incrinatura del rapporto con marito o partner’’. Eppure la Gran Bretagna è indietro in fatto di NoMos – Not Mothers, questo l’acronimo utilizzato per le donne che non hanno figli per scelta – . Negli Usa non mancano portabandiera: Oprah Winfrey e Condollezza Rice, l’attrice Jennifer Westfeldt.

E in Italia, dove sono le donne che difendono pubblicamente la loro scelta di non-maternità?

Fonte: corriere.it

La violenza sulle donne: un eccidio Perché non turba quanto dovrebbe?

May 8th, 2012

Non vorrei che per decidere se si tratti di femminicidio o meno, ci si perda in discussioni inutili, dividendoci come facciamo sempre, ciascuna arroccata nelle sue sicurezze.

Non ha importanza che nome diamo a questo eccidio. L’importante è trovarsi d’accordo che si tratta di un massacro. E che cerchiamo di capire perché la coscienza sociale non ne sia turbata quanto dovrebbe.

E perché si tenda a considerarlo un evento che riguarda solo il carnefice e la vittima, come se l’intero tessuto sociale non fosse ferito e colpito gravemente da questa carneficina.

Apriamo il giornale con trepidazione ogni mattina, sapendo purtroppo che a giorni alterni, saremo messi di fronte alla notizia di una giovane donna che avendo detto no a suo marito, al suo fidanzato, al suo amante, è stata trucidata. Ieri, oggi, domani. Troppe mani maschili si accaniscono contro le donne «amate», pronte a cacciare loro in corpo decine di coltellate o a strangolarle o a prenderle a forbiciate, per poi gettarle giù da un ponte, dentro un fosso, convinti che nessuno li scoprirà mai.

Alla faccia dell’amore!

Sono bravissimi questi «amanti» poi a recitare la commedia: mostrano ai fotografi una faccia coperta di lacrime, si mettono a disposizione della polizia per cercare la donna sparita, abbracciano mamma e papà per consolarli della grave perdita. Spesso vengono creduti.

Perché a recitare sono bravissimi. Dispongono di una doppia personalità. Si accaniscono sul povero corpo e poi lo piangono con un tale dolore che tutti proviamo pietà.

Come è possibile, ci chiediamo, che menta con tanta spudoratezza?

Ma ormai i casi sono talmente frequenti che la polizia va subito a vedere gli alibi dei mariti e dei fidanzati perché quasi sempre è lì che si nasconde il colpevole. Poi vengono fuori le intercettazioni (esecrate dai maneggioni di ogni specie, ma benedette dal cittadino perché si tratta di prove concrete e immediate contro processi che durano lustri), vengono fuori gli esami del sangue, le immagini di qualche video di sorveglianza e scopriamo che sì, è proprio lui l’assassino. Quello che abbiamo visto in un’altra immagine, sorridente accanto all’amata, che ritroviamo fra i parenti, a volte con un bambino in braccio «che gli somiglia come una goccia d’acqua».

Ormai sappiamo che, accanto ai tanti casi certi, perché finiti con la morte di lei, ci sono migliaia di casi che non vengono alla luce, di uomini che perseguitano ossessivamente le donne che dicono di amare, con minacce, inseguimenti, intimidazioni.

Nonostante la rabbia, faccio fatica a pensare che il mondo si sia popolato improvvisamente di assassini che anelano al sangue delle loro donne.

Le spiegazioni sono tante, ma certo hanno a che vedere con il modo in cui la cultura di massa tratta le donne. Con l’incapacità di insegnare ai bambini ad avere rispetto per l’altro. L’idea arcaica che Io ti amo e quindi ti posseggo è ancora moneta corrente e costituisce la base di molti, troppi rapporti sentimentali. L’amore-possesso, quando è posto in discussione dal pensiero autonomo dell’amata,   mette in crisi l’identità stessa dell’amante che per paura, si trasforma in mostro.

Mi rimane la domanda: Perché la coscienza sociale, le nostre coscienze, non sono turbate quanto dovrebbero?

Fonte: corriere.it

Petizione MAI PIU’ COMPLICI

May 7th, 2012

A:Società civile, Parlamento, Consiglio dei Ministri

Mai più complici

Cinquantaquattro. L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace di accettare la loro libertà.

E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore. Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà.

Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla.

Comitato promotore nazionale Senonoraquando, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo-Il Corpo delle Donne

Per firmare la petizione: http://www.petizionepubblica.it/?pi=P2012N24060&ref=HREC1-12

 

A lavoro le donne sono le più gelose e invidiose

May 5th, 2012
(Ansa)(Ansa)

 Negli ambienti di lavoro la competizione sessuale colpisce molto più le donne che gli uomini. Lo dimostra uno studio internazionale pubblicato sulla Revista de Psicologia Social. Allo studio hanno partecipato i ricercatori delle Università di Valencia, Groningen (Paesi Bassi) e Palermo (Argentina), che hanno analizzato le differenze tra uomini e donne nel loro modo di vivere la gelosia e l’invidia sul posto di lavoro.

 

«CONCORRENZA» - «Le donne ha affermato Rosario Zurriaga, ricercatore presso l’Università di Valencia e uno degli autori dello studio hanno mostrato un elevato livello di concorrenza intrasessuale, nutrendo una spiccata gelosia nei confronti di una eventuale rivale più attraente e seducente. Questo tipo di reazione non c’è stata negli uomini, che invece hanno dimostrato una competizione intrasessuale meno spiccata». «La nostra ricerca ha continuato lo psicologo si è proposta di chiarire il ruolo di emozioni come l’invidia e la gelosia sul posto di lavoro. Sebbene molto citati nella letteratura scientifica, questi sentimenti non sono stati studiati in contesti di lavoro, mentre molto spesso sono proprio essi alla base di stress, influendo negativamente sulla qualità della vita lavorativa».

(fonte: Agi)

… nonostante la crudezza di questo articolo , la redazione , dopo una lunga riflessione , ne riconosce la veridicità.  Spesso abbiamo parlato di mancanza di  un modello per una gestione “al femminile “del lavoro , dei rapporti interpersonali , del rapporto col potere e col sesso . Un ventennio di “machismo”  ci ha indotte a vederci solo attraverso gli occhi dell’uomo. A misurarci con un modello maschile di società.

La solidarietà “al femminile “  è stata spazzata via .

Siamo ridotte a scimmiottare i maschi o ad assecondarli.

Dobbiamo trovare altre vie.  Dobbiamo ritrovare la nostra identità.

Dobbiamo inventarci nuovi modelli.  Nostri.

Su misura per noi.

lo dobbiamo a noi stesse e alla società .

a bientot

Un nuovo modello è possibile , vi mostro un piccolo esempio:

http://www.corriere.it/cronache/12_maggio_05/azienda-biodinamica-lamaliosa-saturnia_68d0f238-96c2-11e1-a8a2-11f8cf758d5e.shtml

IV giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia

May 4th, 2012
Ansa)

(Credits: Ansa)

Un po’ vademecum, un po’ pubblicazione scientifica Telefono Azzurro Onlus in occasione della IV Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia che ricorre oggi, pubblica l’ultimo dei suoi ‘Quaderni’ dal titolo: “Pedofilia: Cos’è e come ci si può proteggere. Per genitori ed insegnanti” e Panorama.it vi dà in anteprima la possibilità di scaricarlo cliccando sul link.
Una sorta di manuale che nasce con la voglia di tratteggiare la natura scientifica di un fenomeno, quello della pedofilia, di cui molto si parla ma con frequente inesattezza. Una pubblicazione che vuol essere strumento di conoscenza e, quindi, di prevenzione e contrasto al fenomeno.
Una guida che offre informazioni concrete a insegnanti, educatori, famiglie per capire quando ci si trova in una situazione a rischio e capire come intervenire, come difendere i ragazzi e spiegare loro come difendersi.

Il volume, presentato stamattina a Roma davanti a tre classi di un Istituto superiore della Capitale, prima di tutto chiarisce come la pedofilia sia una parafilia, ovvero un disturbo della sfera sessuale riconosciuto nel DSM (Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali), messo a punto dall’American Psychiatric Association.

E’ una diagnosi clinica: non si tratta dunque di una categoria giuridica, ma psichiatrica. Una precisazione a questo punto è d’obbligo: il termine “pedofilo” viene spesso utilizzato in modo improprio ad indicare qualsiasi soggetto adulto che ricerchi il coinvolgimento sessuale con un minorenne.
Comunemente, dunque, si tende a sovrapporre la figura di chi abusa sessualmente di un bambino a quella di un pedofilo. In realtà, non tutti coloro che abusano dei bambini sono pedofili, così come non tutti i pedofili abusano dei bambini. Il pedofilo è una persona che mostra una preferenza sessuale verso bambini e, generalmente, non ha interesse sessuale per gli adulti. Non sempre e non necessariamente questa preferenza si traduce in un atto sessuale con un bambino.

LA SINTESI DEL TESTO

Oltre a tratteggiare il profilo più ricorrente del pedofilo, nella maggior parte dei casi di sesso maschile, generalmente adulto tra i 40 e i 70 anni, che molesta principalmente vittime conosciute di entrambi i sessi ricorrendo raramente all’uso della forza o della coercizione, la pubblicazione denuncia come, in Italia, ancora non si abbia un quadro preciso del fenomeno, neanche in base alle denunce raccolte.

I dati a disposizione riguardano infatti gli abusi sessuali in danno di minori, che al loro interno includono anche i fenomeni di pedofilia: in Italia, secondo l’ISTAT, 574 atti sessuali con minorenni sono stati segnalati nel 2010 dalle Forze di Polizia all’Autorità Giudiziaria, a fronte dei 2815 e dei 2200 casi segnalati nel 2009 rispettivamente in Francia e nel Regno Unito.

Si potrebbe ipotizzare che in Italia questo fenomeno sia meno diffuso che in altri paesi; è però più ragionevole sostenere che nel nostro Paese sia più difficile parlarne e che dati così esigui riflettano in realtà una elevata percentuale di “sommerso”: in Italia è presumibilmente molto alto il numero di casi di abuso sessuale e pedofilia che non vengono denunciati.

In assenza di una banca dati a livello nazionale che permetta una rilevazione omogenea e un sistematico monitoraggio della casistica – questione che Telefono Azzurro da anni segnala - i dati disponibili sono pochi e non esaustivi.
Mancando un monitoraggio ufficiale del fenomeno da parte delle Istituzioni, l’attività di consulenza telefonica offerta da Telefono Azzurro può rappresentare un utile strumento di rilevazione e analisi per leggere ed interpretare in maniera più approfondita l’abuso all’infanzia nel panorama italiano.

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Telefono Azzurro interviene in queste situazioni attraverso due linee dedicate: la Linea Gratuita 1.96.96 rivolta ai bambini e agli adolescenti (fino ai 18 anni) e la Linea Istituzionale 199.15.15.15 riservata agli adulti e agli operatori dei servizi.
Nell’arco temporale compreso tra il 1° aprile 2010 e il 30 settembre 2011, il Centro Nazionale di Ascolto di Telefono Azzurro, attraverso le due linee telefoniche, è intervenuto complessivamente su 3.956 casi segnalati dall’intero territorio nazionale che hanno richiesto una consulenza su problematiche rilevanti: i casi che hanno riferito situazioni di abuso sessuale, nel periodo considerato, sono stati 158 (ovvero il 4% sul totale delle consulenze gestite).

Se si considerano le diverse tipologie segnalate al Telefono Azzurro emerge come la maggior parte degli abusi sessuali subiti da bambini e adolescenti rientri nella categoria dei toccamenti (81 casi). E’ comunque elevato il numero di vittime che hanno subìto atti di penetrazione (24 casi) e fellatio (11 casi). In 29 casi il minore è stato esposto ad episodi di esibizionismo o a materiale pornografico; in 21 casi ha ricevuto proposte sessuali di tipo verbale.

Nella categoria “altro abuso sessuale”, riscontrata in 44 casi e quindi numericamente significativa, rientrano da un lato tutti i casi in cui vi siano dei sospetti a partire da segni fisici o comportamentali, ma il chiamante non riesce e definire uno specifico episodio di abuso; dall’altro, vi rientrano anche toccamenti in zone non genitali avvenuti con modalità equivoche, baci sulla bocca o sul collo. In questa categoria, infine, sono incluse anche segnalazioni relative a casi di adescamento online.

Le bambine e le adolescenti costituiscono le principali vittime di abusi sessuali (il 72% dei casi); è tuttavia degno di nota il fatto che quasi una segnalazione su tre riguardi minorenni maschi (42 casi, ovvero il 27,8%), a conferma che anche bambini e adolescenti maschi sono significativamente coinvolti in atti di abuso sessuale. Le vittime hanno generalmente un’età inferiore agli 11 anni (52,1%).

Per quanto concerne, invece, il presunto abusante, si rileva come nella maggior parte dei casi gli abusi sessuali siano commessi da persone appartenenti al nucleo familiare: padri, madri, nuovi conviventi/coniugi, fratelli/sorelle, nonni e altri parenti. Solo il 5,4% circa riguarda soggetti “estranei”.

Quanto al nuovo Servizio chat per bambini e ragazzi - gestito da Telefono Azzurro a partire dal 6 dicembre 2010 – fino a settembre 2011 sono state gestite 195 consulenze online su diverse problematiche. Il 15,6% di questi casi ha riguardato situazioni di abuso sessuale e in particolare: 3 casi di violenza sessuale, 4 casi di adescamento online e 1 caso di prostituzione. A segnalare questi casi via chat sono state soprattutto femmine di età compresa tra i 14 e i 17 anni.

L’ASCOLTO DI TELEFONO AZZURRO: GLI ABUSI SESSUALI SEGNALATI AL 114 EMERGENZA INFANZIA

Il Servizio 114 Emergenza Infanzia è una linea telefonica di emergenza istituita con il Decreto Interministeriale del 14 ottobre 2002 e gestita sin dal suo avvio, nel marzo del 2003, da Telefono Azzurro.

In base alla casistica relativa al periodo 1° aprile 2010 – 30 settembre 2011, il 114 ha gestito 2.302 situazioni di emergenza che hanno coinvolto bambini e adolescenti in tutto il Paese: 112 i casi di abuso sessuale segnalati al servizio (pari al 4,9% dell’intera casistica), cui si aggiungono le numerose richieste di informazioni sui temi della pedofilia e dell’abuso.

La maggior parte degli abusi rientra nella categoria dei “toccamenti” (43 casi); in 15 casi le vittime hanno subito atti di penetrazione e in 8 casi sono state coinvolte in fellatio; numerose le segnalazioni relative a episodi di esibizionismo, esposizione intenzionale a rapporti sessuali tra adulti e a materiale pornografico (20 casi) e proposte verbali (9 casi). Come nel caso delle linee di ascolto di Telefono Azzurro, la categoria “altro abuso sessuale” raccoglie un numero significativo di casi (46), per lo più sospetti a partire da segni fisici o comportamentali e casi di adescamento online. Questa categoria è particolarmente significativa, perché denota il bisogno di molti adulti di confrontarsi sui possibili campanelli di allarme che possono configurare un’ipotesi di abuso sessuale.

Dall’analisi della casistica emerge come le vittime di abuso sessuale siano principalmente bambini/e fino a 10 anni di età: 69 casi hanno riguardato bambine e adolescenti, a fronte di 37 casi che hanno riguardato minorenni di genere maschile. Nella maggior parte dei casi gli abusi sessuali sono stati commessi da persone appartenenti al nucleo familiare: padri, madri, altri parenti, nonni, nuovi conviventi/coniugi, fratelli/sorelle. Solo il 15% circa riguarda soggetti estranei al/alla bambino/a; negli altri casi si tratta di soggetti esterni alla famiglia, ma comunque conosciuti quali amici di famiglia, figure religiose, insegnanti, educatori, vicini di casa.

LA PEDOFILIA ON LINE: IL GROOMING

In un’epoca in cui i giovani sono sempre maggiormente “tecnologizzati”, la pubblicazione spiega ad insegnanti, genitori e ragazzi l’ utilizzo sicuro e consapevole della rete internet.

Oltre a tratteggiare il profilo del pedofilo che adescano le sue vittime attraverso la rete ( il grooming), ci si rivolge direttamente a genitori, insegnanti e ragazzi per capire non solo come prevenire il fenomeno, ma come difendersi quando si riconosce un’azione di pericolo.

Il quaderno spiega anche come l’uso del web per veicolare immagini proprie a sfondo sessuale, possa essere l’anticamera di attenzioni in realtà indesiderate da parte di pedofili.

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Fonte: Panorama

http://blog.panorama.it/italia/2012/05/04/panoramait-e-telefono-azzurro-vi-presentano-il-nuovo-quaderno-contro-la-pedofilia/

55 vittime, 55 cartelli contro il femminicidio

May 3rd, 2012
Cartelli con nomi delle vittime e l'età (Jpeg)Cartelli con nomi delle vittime e l’età (Jpeg)

ROMA - Cinquantacinque cartelli. Uno per ogni donna uccisa da un uomo nel 2012 in Italia, con il nome e l’età delle vittime. È l’azione dimostrativa cui Tilt (rete di collettivi e singoli di sinistra, impegnata anche sul tema della violenza di genere) ha dato vita in piazza Montecitorio, a Roma. Gli obiettivi sono, hanno detto gli organizzatori, «denunciare l’ennesimo omicidio nei confronti di una donna e sollecitare la politica ad un impegno effettivo nella prevenzione e nel contrasto di questo fenomeno ancora ignorato.

 

55 cartelli contro il femminicidio 55 cartelli contro il femminicidio    55 cartelli contro il femminicidio    55 cartelli contro il femminicidio    55 cartelli contro il femminicidio    55 cartelli contro il femminicidio

LE CIFRE - Tilt ha reso noto che «sono state 127 nel 2010, 137 nel 2011 e già 55 nei primi mesi del 2012 le donne uccise dai loro compagni, fratelli, mariti. I media li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia - si legge in un comunicato - Si tratta invece di una pratica violenta di matrice non patologica ma culturale. Il nome che la identifica è femminicidio, neologismo in uso già da anni anche in Italia, che indica la distruzione fisica, simbolica, psicologica, economica, istituzionale della donna. Rashida Manjoo, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne in visita nel nostro Paese alla vigilia dell’8 marzo scorso, ha ribadito che in Italia ormai si deve parlare di femminicidio».

«VIOLENZA ISTITUZIONALE» - «La violenza maschile ha molti volti- ha spiegato ancora la rete Tilt- uno dei quali è quello istituzionale: la crisi economica e culturale che stiamo vivendo diventa il pretesto per smantellare lo Stato sociale. L’Italia ha infatti ha già un numero scarso di centri antiviolenza distribuiti sul territorio, che potrebbero veicolare un sistema non solo di sostegno nei confronti delle donne, ma anche di supporto per quegli uomini che vorrebbero uscire dalla trappola della violenza che esercitano. Il femminicidio è un fenomeno che si accanisce sì, contro un genere, ma uccide anche un’intera società, fatta sia di uomini che di donne».

 

«SERVE AZIONE CONCRETA GOVERNO» - E Tilt, anche con questo flash mob, ha voluto chiedere ancora «a gran voce a tutte le istituzioni e alla società civile, di smetterla di limitarsi all’indignazione e alla condanna, ma di avviare una riflessione profonda e trasversale a tutti i generi e tutte le età, la quale potrà raccogliere dei frutti solo se supportata nei fatti da una concreta azione di governo. Si potrebbe cominciare da non tagliare i fondi, ma potenziarli, anche a questo settore, avviare una compagna informativa che vada oltre i pregiudizi e gli stereotipi di genere». (fonte Dire)

Fonte: Corriere della Sera

In piazza (Ansa)In piazza (Ansa)