Archive for January, 2008

un eroe e ancora violenza

Tuesday, January 29th, 2008

TRENTO, 9 gennaio 2008 - Altro che sperimentazione al via - come aveva annunciato ieri il ministro della Salute Livia Tutco - in Italia c’è chi usa già da due anni la pillola dell’aborto, la Ru 486.
Lo afferma Emilio Arisi, ginecologo dell’ospedale Santa Chiara di Trento, in un’intervista a ‘Il Giornale’, che titola:  “Abbiamo scoperto che un medico di Trento l’ha somministrata a 300 donne”. Che quindi hanno potuto abortire senza subire l’ intervento chirurgico.

Così, mentre impazzava la polemica sulla sperimentazione della Ru486 a Torino, a Trento nel silenzio la pillola funzionava a pieno  regime. Anche perché, come dice Arisi al ‘Giornale’, ”In realtà non c’è nulla da sperimentare sull’Ru 486: è un farmaco utilizzato in tutto il mondo. In Francia, è adottata dal 1982. Milioni di donne hanno già abortito senza andare sotto i ferri”.

Certo, ammette il medico, non è facilissimo procurarsi la pillola, e quando la commercializzazione sarà passata si potranno evitare lungaggini burocratiche inutili e dispendiose: al momento si può infatti acquistare un farmaco all’estero solo se è utile per una certa persona, spiega sempre il medico, e serve l’autorizzazione del ministero della Salute.

La qual cosa non è semplicissima quando si tratta di aborto, visto che spesso i tempi tecnici della trafila cozzano con la necessita di intervenire d’urgenza entro i termini di legge. Comunque ad Arisi servono ‘dai 5 ai 7 giorni’ per procurarsi la Ru486.

Fonte : Il quotidiano .net 

cb0b2ba606eda73ac5027e76ebaf4100141.jpg

- Ha picchiato brutalmente la moglie e le ha sfregiato il viso e le mani con l’acido. Responsabile dell’atto brutale è un immigrato marocchino gia’ noto alle forze dell’ordine.

La donna, dolorante e in stato di choc, e’ stata trovata da un automobilista in una stradina vicina alla statale della Valsugana, a pochi chilometri da Trento.
La donna e’ stata ricoverata all’ospedale S. Chiara in prognosi riservata, ma non sarebbe in pericolo di vita. I carabinieri stanno cercando il marito della donna.

Fonte: Il quotidiano net

cb0b2ba606eda73ac5027e76ebaf4100141.jpg

una storia

Monday, January 28th, 2008

Il mio nome è Dalia. Se fossi nata fiore avrei voluto essere giallo: come il sole, come i campi d’estate davanti a casa mia. Quello che vi chiedo è di ascoltare la mia storia perché potrebbe essere la vostra. Non voglio compassione né pietà né aiuto: non mi servono, non servono a nessuno. Non serve niente dopo, serve prima. Perciò voglio solo chiedervi: avete una figlia di dodici anni? Conoscete una bambina di quell’età? Ricordate i vostri dodici anni? Ecco: quella sono io. Vi porto a casa mia, entrate. È questa: piccola sì, non c’è nemmeno l’acqua corrente e per andare in bagno bisogna uscire. Anche d’inverno quando c’è la neve: fa freddo ma ci si abitua. Anzi: mia nonna che adesso ha quasi novant’anni e una pelle di bambola dice che è il freddo a mantenerci così: lisci, sani. Il mio letto è quello con la stoffa a fiori. A voi che vivete nelle case di città sembrerà una baracca, lo so che le chiamate così le nostre case: baracche. È come quando ci guardate e ci dite: poveretti. Sono parole che non mi piacciono. Anche se sono dette con dispiacere, è proprio quello che non mi piace: la pena nello sguardo degli altri. La mia casa va bene così, è la mia casa. Quando ero molto piccola mi chiamavano regina. Mia nonna mi diceva: in questo angolo di mondo è nata una regina, sei bella come la prima stella della notte, sarai la nostra ricchezza. Io ero sicura che sarei stata una regina davvero prima o poi. Che sarebbe arrivato un re a portarmi via e che poi sarei tornata con una macchina bianca a prendere mia nonna e mia madre, i miei fratelli piccoli: li avrei portati tutti a palazzo.

Mio padre non lo so chi è, non c’è mai stato un uomo a casa nostra. Mia madre esce il pomeriggio, la vengono a prendere, va a lavorare nel paese vicino: torna la notte. È molto stanca, di mattina dorme. Aspetta un altro figlio, ne ha sette. I miei fratelli grandi sono partiti, in casa adesso siamo quattro. Sarai la nostra ricchezza. Era una frase bella ma non sapevo perché: pensavo che sarei stata ricca con la bellezza, con il re che sarebbe venuto a prendermi di certo. Poi ho compiuto dodici anni, l’età in cui si trova marito. Non avevo ancora il seno grande, non ero diventata una ragazza ma aspettavo: da un giorno all’altro succederà, mi diceva mia nonna. Per il mio compleanno abbiamo raccolto dei fiori, coi miei fratelli, e abbiamo cucinato una zuppa con la farina scura, buonissima. Io mi ero pizzicata le guance per farle diventare rosse come quelle delle bambole, delle signore. La nonna mi aveva intrecciato i capelli biondi in una corona sulla testa.

Gli uomini che venivano a prendere mia madre mi hanno vista così, ero proprio una regina. Hanno parlato tra loro e con mia nonna, mi guardavano e ridevano, poi sono andati via.

La mattina dopo la mamma piangeva. Mi ha detto solo: «È venuto il momento di partire, regina. Poi quando avrai abbastanza soldi ti potrai sposare». Così ero felice: avrei avuto i soldi per sposarmi. Dovevo solo trovare il re. La nonna mi ha venduta per ottocento dollari. Moltissimi, li ho visti: so quanti erano perché li hanno contati. Sono venuti quegli uomini e da una sacca scura hanno tirato fuori tanti soldi come non ne avevo visti mai. Hanno contato per un sacco di tempo, i miei fratelli sono venuti vicino e battevano le mani, sembrava una festa. Cosa avremmo fatto con tutti quei soldi, quelle banconote colorate? Saremmo partiti, avremmo comprato una casa in città, una macchina e una tv? Avremmo avuto una casa con l’ascensore? Però no, non volevo andare via da casa mia, non volevo una casa in città, ho chiesto nonna a cosa servono tutti questi soldi e lei mi ha detto: a vivere, a mangiare, li terrò io nascosti e una parte quando tornerai saranno per te. Perché, dove vado? Vai a lavorare, mi ha detto. Vai con questi uomini che ti daranno una casa più calda e un lavoro, non avere paura. Però io avevo paura, tanta. Ma la nonna era la nonna, la nonna decideva sempre per noi e io ero la sua regina. La sua ricchezza, ecco perché. Era per me che pagavano tanto. Così sono andata. Avevo dodici anni. Come vostra figlia a dodici anni, come voi al tempo della scuola. Il viaggio è stato lunghissimo. Nel posto dove siamo arrivati parlavano una lingua che non capivo. Non conoscevo nessuno. Mi hanno dato un letto in una stanza: la casa era più calda, sì, ma non era la mia. Entravano uomini a vedermi, parlavano di me con altri uomini. Sono passati i giorni. Dormivo, aspettavo. Alla fine quello coi baffi sottili mi ha detto alzati, partiamo. Sono partita in macchina con due sconosciuti, abbiamo attraversato una città e siamo arrivati al mare. Sono salita su una nave, sono arrivata in un altro posto, un’altra stanza, un altro letto. Non avevo niente con me, solo le mie scarpe e i miei vestiti: una borsa piccola. Anche un fiore secco, uno di quelli del mio compleanno.

Un giorno uno degli uomini che veniva mi ha picchiata, era ubriaco, rideva, mi ha tagliato dappertutto con un piccolo coltello, rideva, alla fine mi ha aperto la faccia. Sentivo il sangue ma non dolore. Mi ha curata una donna che non parlava mai. Con il segno sulla faccia valevo di meno, non mi volevano più. È una cicatrice che sembra una corda in rilievo, arriva fino alla bocca. L’ho vista un giorno in un pezzo di specchio. Non sono più bella come la prima stella della notte, ho pensato solo. Non ho pianto. Ho pensato che forse sarei tornata a casa, se ero brutta. Così ho cominciato a tagliarmi da sola. Sulle braccia, sul petto, sulla pancia. Ho segni dappertutto adesso. Ma ho fatto bene, lo sapevo che dovevo fare così: diventare brutta e farmi buttare via. Mi hanno buttata via infatti. Un giorno mi hanno portata in un campo, pensavo che mi volessero ammazzare invece mi hanno solo fatta scendere. Vai, hanno detto. Era notte, c’era una strada senza luci. Ho sentito la macchina andare via, poi solo il rumore del mio cuore. Non so come, mi sono addormentata.

La mattina ho cominciato a camminare lungo la strada, è passato un camion, mi ha fatto salire. L’uomo mi ha portato a casa sua e mi ha tenuto lì molti giorni, pensavo che volesse tenermi come moglie ma non mi parlava mai. Veniva la sera, ripartiva la mattina. Ero sua moglie, ho pensato. Va bene, resto qui. Poi invece si è stancato. Mi ha detto vai. Mi ha dato la borsa coi miei vestiti e mi ha portato davanti a una chiesa. Così sono tornata a casa. Un prete, poi della gente in un ufficio, poi dei soldati, poi un ospedale, poi uno che parlava la mia lingua, poi - molto tempo dopo - un aereo enorme. A casa ci sono arrivata a piedi. Mi hanno lasciata al villaggio vicino ma io la strada me la ricordavo benissimo. L’ho vista subito, da lontano. Mio fratello quello più piccolo stava giocando fuori. Io l’ho riconosciuto, lui no. La nonna è morta. La mamma non torna da molte settimane, mi ha detto Eric che adesso è lui il capofamiglia: ha quattordici anni, il fratello nato quando io non c’ero ne ha dieci. Cos’hai fatto in faccia, mi ha chiesto. Niente, si è rotto un vetro. E sulle braccia? Niente, una malattia ma sono guarita. Mi sono stesa sul mio letto, la stoffa a fiori era la stessa. Eric mi ha detto che un giorno spostando delle pietre hanno trovato dei soldi: il tesoro della nonna. Così non abbiamo problemi a vivere, abbiamo i soldi per mangiare e poi lui lavora, adesso, per certi che costruiscono case. Quello che c’è ci basta, se vuoi restare, mi ha detto. Io sì che voglio restare. Non voglio parlare con nessuno di quello che è successo, voglio solo stare qui. Diventare vecchia come mia nonna, cucinare la zuppa quando c’è la farina.

Non verrà un re, lo so. Per fortuna non verrà più nessuno. Mi chiamo Dalia, come un fiore. Ho ventitré anni, sono vecchia. Non avrò marito. Non ricordo più niente di prima. Non so. Non ho memoria di nulla. Non ho sorelle, solo maschi. Non ci sarà nessuno che verrà a portarli via. È una fortuna non avere figlie femmine. Le femmine sono una ricchezza, ma per poco. Vivono solo dodici anni.

di Concita De Gregorio

http://dweb.repubblica.it/dettaglio/Fuga-da-Est/35186?page=4

Allarme stupri a Milano, quattro episodi in sei giorni

Friday, January 25th, 2008

A Milano è allarme stupri: negli ultimi sei giorni sono state quattro le donne violentate, e un’altra è riuscita a salvarsi dai suoi aguzzini. E queste sono le violenze di cui si ha notizia, a cui bisogna sommare gli stupri consumati, quelli tentati, gli abusi e i palpeggiamenti che non vengono denunciati e che, secondo gli esperti, sono circa dieci volte di più di quelli denunciati. L’ultima vittima di violenza carnale è una donna nata nel 1968.
Dalle prime ricostruzioni sembra che due sere fa, mentre si trovava in un locale in zona Porta Ticinese, la quarantenne abbia conosciuto un uomo che a tarda notte l’ha convinta a seguirla a casa sua in via Pascarella, in zona Quarto Oggiaro. Qui dalle 6 fino al tardo pomeriggio di ieri la donna è stata segregata, massacrata di botte e stuprata ripetutamente dal suo ospite. A salvarla sono stati i vicini di casa del suo aguzzino, che intorno alle 18.45 hanno chiamato la polizia per denunciare le grida e i pianti disperati che provenivano dall’appartamento.
Quando gli agenti del locale Commissariato hanno bussato alla porta, l’uomo ha tergiversato facendo finta di nulla poi, messo alle strette, ha aperto lasciando entrare in casa i poliziotti che hanno liberato la donna, trasportata immediatamente alla clinica Mangiagalli, e fermato l’uomo. Lo stupratore è un italiano che ha alle spalle diversi precedenti per violenza privata e violenza sessuale, che la polizia afferma essere “conosciuto nel quartiere come un tipo violento”.
Qualche giorno fa era toccato a una 24enne studentessa polacca, stuprata da un uomo conosciuto in un bar e che le aveva messo, a sua insaputa, nel drink un po’ di Ghb, una droga anestitizzante e paralizzante.

Venerdì scorso, 18 gennaio, due badanti ucraine erano state violentate su un vagone fermo per manutenzione della della Stazione Centrale.

Tra domenica e lunedì scorso, sempre alla Centrale una 54enne polacca era sfuggita per miracolo allo stupro dopo essere stata aggredita da due giovanissimi cittadini rumeni.
Secondo stime dell’Istat diffuse l’anno scorso, nel nostro Paese sono quasi 6,8 milioni le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito violenze, di cui un milione e 150 mila nel solo 2006. Il 69% degli stupri sono opera di partner, mariti o fidanzati e solo nel 6% dei casi opera di sconosciuti. La percentuale di violenze attribuibili a cittadini stranieri si aggira intorno al 10%.

Fonte: Il quotidiano.net

Quindicenne stuprata dal compagno di scuola

Thursday, January 24th, 2008

 Sara (nome di fantasia) ha 15 anni e frequenta la prima superiore, in un istituto non troppo distante da casa sua, nel quartiere San Donato. Ha un fidanzatino da qualche mese; un compagno di classe. La sua vita scorre serena, circondata dall’affetto dei suoi genitori e degli amici. E’ brava, studia con passione, i risultati scolastici sono buoni. Libri, quaderni e diari pieni di adesivi e di pensieri, cuori spezzati e testi di canzoni.L’incubo, la sua vita che non sarà mai più la stessa, e nemmeno quella dei suoi genitori, inizia un pomeriggio qualsiasi. E’ giovedì, le lezioni sono finite da qualche ora. Già fa scuro, c’è la nebbia, fuori. E’ sola in casa; i genitori sono al lavoro. Nella sua cameretta, lo stereo acceso, la tv, i libri aperti sulla scrivania. Suona il citofono; va a rispondere. E’ Marco (altro nome di fantasia). Ha la sua stessa età, una famiglia normale alle spalle. Lo conosce bene, le è simpatico. «Aprimi, che ti porto un libro…». Sara non ha sospetti. Lui la raggiunge in pochi istanti. Il tempo di aprire la porta e le vola addosso. Deciso. Un bacio e poi la sospinge con violenza verso la camera da letto.Quello che accade tra i due adolescenti è scritto nei certificati firmati dai medici del Sant’Anna. Un vero e proprio stupro, imposto dal ragazzo alla studentessa che tenta invano di difendersi. Lui è robusto. Sicuro del fatto suo. Dopo un’ora, si riveste e se ne va. Poi cerca di rassicurarla con una serie di sms dal tono mieloso. La invita a non raccontare niente. Forse ha capito di aver commesso un gesto orribile. Lei corre in bagno a lavarsi. Perde sangue. Tracce sui vestiti, sulle lenzuola, sul pavimento. Sotto choc, incapace di reagire. Si confida solo con un’amica perchè teme che i genitori non credano alla sua versione, visto che ha fatto entrare in casa il suo aggressore.

Ma, al ritorno a casa, i genitori si accorgono che è accaduto qualcosa di grave. Scoprono le lenzuola macchiate. Guardano la figlia negli occhi. Che scoppia a piangere e racconta tutto. Il resto è una sequenza da dimenticare per sempre. Le domande e le risposte, il nome del violentatore, gli esiti dalla prima visita ginecologica. Bisognava decidere che fare, come comportarsi. Nessuna esitazione. La famiglia non vuole che quel ragazzo resti impunito. Lo denunciano alla Procura dei minori, che ora sta valutando la sua posizione. Il caso è delicatissimo, va approfondito, per individuare anche ulteriori responsabilità. Potrebbero aggiungersi altro. Se sono state scattate foto della violenza, con il solito, immancabile, cellulare; se lui è andato a raccontare ai coetanei, ai compagni di scuola e di classe, la sua impresa. Se i genitori di Marco, ora, sono al corrente di quanto è accaduto. Sara è sotto cho e ha ammesso di non avere subito respinto le avances del coetaneo. Pensava che si sarebbe fermato lì, a un contatto superficiale, quasi un gesto di affetto, di complicità.

Ma la violenza sembra nascere da un piano premeditato. Prima, Marco si era accertato che la sua preda fosse sola in casa; poi s’è inventato una scusa credibile per farsi aprire il portone; infine non le ha dato tempo di reagire e neppure di chiedere aiuto. Certo di farla franca. Pronto a difendersi nel solito modo: «Lei ci stava, era d’accordo».
Fonte: La Stampa.it

 zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz.jpg

In Lombardia passa la legge:aborto vietato dopo le 22 settimane

DETTO, fatto. Il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, l’aveva annunciato, suscitando un mare di polemiche. Ma ora gli indirizzi per l’attuazione della legge 194 in Lombardia sono una realtà: l’aborto terapeutico non sarà più possibile dopo la 22ª settimana e tre giorni, a meno che le condizioni del feto siano incompatibili con la vita. Così, si riduce di undici giorni la possibilità di decidere. Normalmente viene considerata la 24ª settimana come tempo limite per l’aborto terapeutico.
Una scelta che non «va contro le donne», che «non tradisce lo spirito della legge», ma che tiene presente i progressi scientifici e le «esperienze mediche di eccellenza maturate nei tempi recenti in due grandi ospedali lombardi, Mangiagalli e San Paolo.
Contestualmente, la giunta ha stanziato 8 milioni di euro per potenziare i consultori e sostenere la donna. «Un atto di indirizzo per tutti gli ospedali lombardi», sottolinea Formigoni, che prende atto del progresso scientifico per cui «dopo la 22ª settimana e tre giorni dal concepimento il feto ha un’altissima probabilità di sopravvivere». Un lavoro che è stato svolto in sintonia con la comunità medica e scientifica, ad esempio con Alessandra Kustermann, storica ginecologa della Mangiagalli e veltroniana doc: «È stato compiuto un passo avanti verso la piena attuazione della legge 194, in particolare dell’articolo 1 dove si dice che la vita va tutelata sin dal suo inizio».

donne…

Monday, January 21st, 2008

Sorelle d’Italia, le ragazze che non vogliono più perdere

DONNE vincenti. Senza quote rosa. Professioniste dello sport. Brave e cattive. Sciolte, sicure, un po’ narcise. Un made in Italy che funziona. Addio Barbie. Ragazze, mamme, signore. Non più figlie, fidanzate, mogli. Né bamboline, né bambolotte, né bamboccione. Corpi tatuati, come la volontà. Muscoli da prestazione, ma anche da copertina. Piercing e iPod, vezzi della modernità. Pochi lamenti e rimorsi, perché il segreto per vincere è quello di imparare a perdere. Gente che fila, schiaccia, vola, nuota, segna, infilza, stende, mira.

E spesso colpisce l’oro. Goldengirls, appunto. Senza tabù. Meglio prendere nota: la ragazza italiana nello sport è cambiata, vuole e pretende, non si accontenta. È femminile, ma aggressiva, è bambina, ma decisa. Sa aspettare, programmare, uccidere. Inchiodare avversarie e stress non è più un problema. Poi torna a casa, ad occuparsi di sé, della sua vita, e magari anche a divertirsi. Qualcuna anche a fare calendari e sfilate: sarà mica un problema?

Lo sport al femminile è sempre più visibile, soprattutto perché è il primo a tagliare il traguardo. Nord, centro, sud, non è più questione di regioni. Ogni città, paese, provincia ha la sua tradizione: il resto lo fa la mentalità e la struttura tecnica. Ogni ragazza è diversa, ma uguale nel cercare soddisfazione. Gloria, soldi, futuro. E capacità di rimonta, come Denise Karbon, altoatesina, nuova valanga rosa, nata, cresciuta e caduta sulla neve almeno una decina di volte, con fratture serie. Però capace di riprendersi il tempo e i successi perduti. Per arrivare da sole ci vuole talento, per farlo insieme organizzazione.


L’esempio viene dalle ragazze della pallavolo, che l’anno scorso si sono prese l’Europa e che non perdono da ventidue partite (era l’8 settembre). Sono lo stesse che nel 2006 costrinsero il ct Marco Bonitta, con cui avevano vinto un mondiale, all’esonero per “incapacità di gestione”. Gesto forte, netto, quasi freudiano: lo strappo violento con il padre padrone. Per dire no a certi metodi da caserma. In un paese che fa a gara a non decidere, le ragazze (tutte) scelsero.

Disobbedirono, pagarono, ma rinacquero. E ora sono tra le favorite dei Giochi di Pechino. Tra la più giovane, Serena Ortolani, e la più vecchia, Manuela Secolo, ci sono dieci anni (’87-’77). Però sul campo non si vedono, perché il gruppo riesce a dare ad ognuna freschezza ed esperienza. Anche se le azzurre ogni stagione giocano quaranta-quarantacinque partite, per un impegno totale di centoquaranta giorni tra ritiri, viaggi e gare. Significa stare fuori casa cinque mesi l’anno, solo per la nazionale, che per il titolo europeo ha pagato un premio di cinquantamila euro a testa.

Essere una famiglia aperta, a esigenze e dolori diversi, saper condividere esperienze. Perché in squadra c’è la cubana Tai Aguero, naturalizzata italiana, che per punizione non è più potuta tornare nel suo paese, nemmeno per il funerale del padre, e Francesca Piccinini, la prima a emigrare all’estero, in Brasile, tanti calendari fa.

Come spiega Eleonora Lo Bianco, ventisette anni, capitana: “Ho cominciato a giocare a otto anni. Vivevo a Omegna, accanto a Verbania, in provincia. Famiglia normale la mia, papà assicuratore, mamma casalinga, io con la passione dello sci, che ho dovuto lasciar perdere. A diciassette anni sono andata via di casa, il distacco da giovane è difficile, l’indipendenza è bella, ma ha i suoi costi. Se giochi a pallavolo, non torni ogni sera a mangiare a casa. Ti devi arrangiare. E soprattutto devi migliorarti. Il nuovo ct Massimo Barbolini ci ha dato serenità e ci ha insegnato a non avere fretta, a non sprecare, a saper ripartire. Siamo migliorate. È cambiato il rapporto muro e difesa, siamo più ordinate, usiamo il contrattacco, abbiamo studiato battuta e ricezione. Il livello è cresciuto, non ci sono più partite facili, e il volley non è più quello della scuola”.

Anche se è proprio a scuola che cominci a giocare: duecentoventimila tesserate, tanta provincia, oggi come ieri, Bergamo, Perugia, Ravenna, Matera.
Salde e muscolose. Pure nella testa. Macché fidanzato, meglio lo sport, meglio trenta ore di palestra a settimana, meglio il sogno di volare sull’oro di Pechino. Amore sì. Tre metri sopra il cielo, ma per la ginnastica.

Vanessa Ferrari, diciotto anni, prima azzurra a vincere un mondiale, è grande anche se piccola nelle misure, 1,43 di altezza per 36 chili, taglia 34, anche perché se mangia pasta, ha diritto a ventuno penne, né una di più, né una di meno. Vive a Genivolta, Cremona, ha due fratelli, sua madre Galia è bulgara. E ha un ct, Enrico Casella, cinquant’anni, ex giocatore di rugby, ingegnere nucleare che all’atomo ha sostituito la ginnastica. “Abbiamo studiato russe e rumene, le grandi scuole, anche perché oggi questo sport è cambiato, non servono più peluche, ma fisici asciutti e potenti, con grande mobilità articolare”. Nessuna idea di femminilità da tutelare, nessun corpo da bambina da proteggere. Solo doti e qualità da esaltare. E così Vanessa, che odia i giornalisti perché le fanno perdere tempo, è riuscita a farsi costruire una palestra. Aveva iniziato in una piscina dismessa vicina al casello di Brescia Ovest, un posto dove riempivano le vasche con la gommapiuma. Miracolo da artigiani.

Federica Pellegrini è zuppa d’acqua sin da bambina. Ha vent’anni, è di Mirano, Venezia, gareggia per il circolo Canottieri Aniene di Roma, ma si allena con il ct Castagnetti al centro federale di Verona dove c’è anche Marin, ex fidanzato di Laure Manadou. A quattro anni era già in piscina. Precoce. A sedici, minorenne e esordiente, nel 2004 ad Atene vinse l’argento nei 200 stile libero e riportò l’Italia sul podio del nuoto femminile dopo trentadue anni. Gambe lunghe, spalle larghe, sempre collegata all’iPod, fino al momento del tuffo, ha un tatuaggio con la fenice che risorge.

Federica ostenta, non nasconde voglie e pretese. Se è contenta, batte i pugni in acqua, si mette le mani sul viso. A Pechino l’attende la sfida di gelosia con la francese Manadou. Acque e cuori tempestosi. Non è l’unica azzurra a combattere tra le onde. C’è anche Alessia Filippi, dorsista, ventuno anni, romana e tifosa di Totti. Un’altra cresciuta in piscina, che a forza di guardare sempre in alto, si è convinta che anche a lei spetti un pezzo di cielo. Però le piace anche divertirsi e trova sempre un modo per scappare a ballare.

Di fioretto in fioretto Margherita Granbassi, nata a Trieste, casa a Narni e palestra a Terni, in Umbria, è una duellante cresciuta con il cartoon Lady Oscar e con una canzone: “Tuo padre voleva un maschietto, ahimè sei nata tu, nella culla ti ha messo un fioretto, Lady Oscar sei proprio tu”. Per diventare una tipa alla Kill Bill ha molto lavorato su se stessa, con uno psicologo, anche perché per farsi largo ha dovuto trafiggere due mamme ostinate, Valentina Vezzali e Giovanna Trillini, sue compagne di squadra. E si sa, battersi tra amiche, crea malessere: ognuna conosce i crucci dell’altra.

Margherita era timida, troppo per lo sport. “Ero scarsa di egoismo. In pedana non riuscivo a pensare a me stessa. Le avversarie spaccone mi intimidivano. Se una decisione arbitrale mi danneggiava, subivo la decisione e la stoccata successiva. Se andavo in vantaggio venivo raggiunta, se andavo sotto faticavo a tornare a galla. Pensavo e facevo la cosa sbagliata, ora non più”.

A fare sempre la cosa giusta c’è Valentina Vezzali, una che tiene la vita in punta e zac, appena si muove, colpisce. Infatti di soprannome fa Killer e non D’Artagnan. A trentadue anni ha vinto il suo quinto mondiale dopo una maternità e un infortunio. Sposata con Mimmo Giugliano, calciatore a Campobasso, non fa fatica a tirare giù la maschera. “Siamo brave perché ci applichiamo, da due anni non perdiamo con avversarie straniere. Noi donne siamo un usato sicuro. Tra casa, figli e lavoro, non ci perdiamo d’animo. Ci diamo dentro, se c’è da lavorare e da sacrificarsi. Ci siamo emancipate dalla paura, dall’umiltà, dallo stare sempre nascoste. Forse la società non si muove, ma noi sì. Cerchiamo l’indipendenza, seguiamo le nostre aspirazioni”.

Figurarsi se si perde d’animo Michela Brunelli, trentasei anni, la prima disabile a vincere contro quelle “normali”. A Terni l’anno scorso si è aggiudicata il doppio nel campionato italiano di ping-pong quarta categoria. Lei in carrozzina, le altre in piedi. Michela attacca, schiaccia di rovescio, ha servizi micidiali. Andrà a Pechino alle Paralimpiadi. “Gioco dal ‘94, ma i risultati stanno arrivando ora, perché io non mollo mai”.

Vive a Bussolengo, alle porte di Verona, ai tornei ci va da sola, guidando la macchina, si allena quattro volte a settimana per un totale di quindici ore. Ha conosciuto lo sport dopo l’incidente. Aveva diciotto anni, andava in motorino, venne investita, ricoverata al Negrar. E scoprì che la vita poteva ricominciare attorno a un tavolo. “La mia metà è il ping-pong, niente fidanzato, i sentimenti prendono tempo e io tempo da sprecare non ce l’ho. Preferisco gli stimoli alla pietà”.

Ragazze terribili come Alessandra Sensini, trentotto anni tra una settimana, che dopo tre medaglie olimpiche, è diventata campionessa del mondo ieri in Nuova Zelanda e ancora va in giro a cavalcare le onde sulla tavola a vela. Da Grosseto verso Pechino, senza problemi e con la voglia di sempre. Quando lo sport è una questione di testa e una pratica quotidiana da highlander. Adrenalina e progetto. Equilibrio e vento.

O come Antonietta Di Martino che a ventinove anni, pure se sbucciata, e donna del sud, solo 169 centimetri tra tante stangone, si è ripresa la vita ed è volata a 2,03, migliorando il record italiano, fermo a Sara Simeoni dal 1977, quando le canzoni di moda erano di Patty Pravo. Antonietta, che a Cava dei Tirreni dorme ancora in stanza con la sorella, non aveva mai potuto giocare con il futuro, a vent’anni si era dovuta fermare: sei stagioni d’infortuni, gessi, radiografie e ospedali. Un’atleta interrotta, con le stampelle, zoppicante. Che si reinventa, si slaccia dalle avversarie e dal vecchio fidanzato che metteva il broncio se lei non stava a casa ad aspettarlo. A Pechino tratterà il mondo alla pari. Lo farà anche Marta Bastianelli, ventuno anni, campionessa del mondo di ciclismo, che vive a Lariano, in provincia di Roma, e viaggia su due ruote già da bambina. Piccola dittatrice dei suoi sogni.

 Come le altre sorelle d’Italia.

Fonte: La Repubblica

e continuiamo a morire

Sunday, January 20th, 2008

Ha massacrato la figlia a coltellate
Poi con la stessa lama si è ucciso

 L’uomo, Antonio bove, 37enne meccanico della Ferrari, ha accoltellato la figlioletta di sette anni, poi si è tolto la vita. A trovarli riversi sul letto esanimi, la moglie, Antonella Ferrone, anche lei dipendente del Cavallino. La donna ha avuto un malore. Ora è ricoverata sotto choc all’ospedale di Sassuolo

un maschio subirà mai tutto questo?

Saturday, January 19th, 2008

Quindicenne denuncia abusi a scuola
E’ stata trasportata di peso in una zona appartata e costretta a subire palpeggiamenti su tutto il corpo

Giunta a scuola come ogni giorno è stata afferrata e trasportata di peso da tre coetanei, due romeni e un italiano, e costretta con la forza, in una zona appartata del plesso scolastico, a subire palpeggiamenti su tutto il corpo comprese le parti intime. Ad assistere alla violenza una compagna di scuola, anch’essa quindicenne. Le sue urla hanno fatto accorre il fratello, studente della scuola, che nonostante le minacce dei tre, anch’essi minori li ha messi in fuga. È accaduto all’interno di una scuola media statale romana il 14 gennaio. La studentessa ha prima denunciato l’accaduto ai responsabili della scuola e poi, accompagnata della madre, agli agenti della polizia municipale dell’VIII Gruppo, comandati da Antonio Di Maggio. Il reato che viene contestato ai tre giovani è di violenza sessuale. Della vicenda si occupa ora la Procura presso il Tribunale dei minori di Roma. Oltre alla violenza subita i tre studenti hanno ripetutamente minacciato la giovane intimandole di non raccontare a nessuno l’accaduto «perchè nel caso avrebbero diffuso in internet le immagini riprese durante il palpeggiamento con un telefonino».

fonte: Corriere della Sera

zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzx.jpg

 Succede anche questo:

Cina: condannato a morte «zio Wu»,
il miliardario che stuprava le vergini
L’ex deputato, premiato come «cittadino modello, ha violentato 37 ragazze

L’autodifesa: «Mi avevano detto che era l’unico modo di scacciare il malocchio»
Il dottor Jekyll e Mister Hyde del Dragone ha rapito e violentato 37 ragazze minorenni. Lo hanno acciuffato all’inizio di novembre non senza creare scandalo e scompiglio visto che andavano ad ammanettare lo «zio Wu» — così si faceva chiamare — l’icona intoccabile del successo nella «piccola Shanghai» della provincia Henan, contea agricola che si è ritagliata uno spazio di notorietà per i commerci dei prodotti della terra. Pochi giorni fa, il tribunale lo ha chiamato in aula per comunicargli la condanna a morte. Lo zio Wu si era specializzato in diverse attività nel corso della sua tormentata vita: l’ultima era una squallida «caccia alla vergine» alla quale sguinzagliava tre dei suoi «bravi». Convinto che nessuno osasse sfidarlo con una denuncia. Tutti sapevano e nessuno parlava: e lui si accaniva. Da un bel po’ di tempo nella «piccola Shanghai » lo zio Wu si era autoinvestito, a leggere i resoconti dei giornali cinesi, del potere assoluto su uomini e donne.

I quotidiani parlavano di lui, dei suoi fatturati: 100 milioni di yuan, oggi 10 milioni di euro. Se la passava piuttosto bene: era il padrone della contea e credeva di essere intoccabile. Aveva assoldato degli energumeni che gli portavano le ragazze. Dottor Jekyll e Mister Hyde. Ne ha sequestrate e stuprate 37. Pensava di passarla liscia. Sfrontato e provocatore. Ai giudici ha detto: «Perché l’ho fatto? Perché un signore mi aveva spiegato che era l’unico modo di scacciare il malocchio ». Due ore dopo gli hanno letto la sentenza: condanna a morte. Ultima parola alla Corte Suprema.

Fonte: Corriere della Sera

una buona notizia

Friday, January 18th, 2008

COSTRINGERE LA MOGLIE A FARE L’AMORE
E’ VIOLENZA SESSUALE
Denunciato dalla moglie per violenza sessuale, un uomo, malgrado la richiesta della pubblica accusa che aveva sostenuto l’assoluzione in considerazione del rapporto coniugale, si è visto condannare ugualmente a due anni e sei mesi.Il processo si è svolto davanti alla prima corte d’appello di Milano nei confronti di A.L., una guardia giurata che dopo quell’episodio perdette anche il posto di lavoro. Il sostituto procuratore generale Francesco D’Andrea aveva rilevato l’ insussistenza del reato di violenza sessuale a causa del rapporto coniugale dell’uomo con la moglie e aveva chiesto solo quattro mesi per il reato di maltrattamenti. Dopo gli interventi degli avvocati Giuseppe De Lella, patrono di parte civile per la moglie denunciante, e Antonio Macheda, difensore, la Corte ha ribadito la sentenza di primo grado confermando i due anni e sei mesi con obbligo per l’imputato a fare fronte alle spese del secondo grado.zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzdm.jpg

Fonte: Ansa.it

Abusi sesso, arrestati 6 pensionati

Thursday, January 17th, 2008

 Sei pensionati tra 61 e 83 anni sono stati arrestati con l’accusa di aver violentato una minorata psichica di 22 anni di Scigli (Ragusa). Secondo le indagini dei carabinieri, i sei uomini avrebbero abusato piu’ volte della ragazza, singolarmente o in gruppo. Riuscendo a conquistare la fiducia della giovane, l’avrebbero costretta a rapporti sessuali consumati in automobile o in varie abitazioni, legata e bendata, minacciandola poi di ritorsioni se avesse rivelato a qualcuno l’accaduto

Dopo aver aggredito studentessa le disegnano croce celtica sul braccio

Tuesday, January 15th, 2008

Una 18enne trevigiana, coordinatrice dell’Unione degli Studenti, è stata aggredita mentre viaggiava in treno da due sconosciuti che le hanno disegnato a forza su un braccio una croce celtica. Lo rende noto la stessa Unione degli Studenti (UdS), precisando che la ragazza, Ludovica Bragagnolo, ha presentato alla Polfer una denuncia contro ignoti.

Secondo la vittima, gli aggressori sarebbe militanti di Forza Nuova che oltre alla croce celtica le hanno disegnato sul braccio il simbolo dell’organizzazione neofascista.

L’episodio - riferisce l’UdS - è avvenuto mentre la ragazza, coordinatrice dell’associazione studentesca a Castelfranco Veneto (Treviso), stava tornando in treno a casa, dopo aver partecipato ad un’iniziativa a Bassano del Grappa (Vicenza). I due sconosciuti sarebbero stati attirati dal fatto che la giovane canticchiava “Bella Ciao”.

Avvicinata la 18enne i due - sempre stando alla denuncia dell’UdS - l’avrebbero spinta fino a chiuderla dentro ad un bagno del treno. Qui, dopo averla minacciata e picchiata, l’avrebbero costretto a subire su un braccio il disegno a pennarello del simbolo già usato dal nazismo. Un episodio che lasciato in stato di choc la giovane la quale, fortunatamente, non ha riportato danni fisici di rilievo dall’aggressione.
 Fonte: la Repubblica