Fœmina sapiens la nuova frontiera

John Stuart Mill profeta del femminismo

GIULIO GIORELLO

Se un contadino irlandese gravemente in debito con il suo proprietario terriero non è industrioso, alcuni concludono senz’altro che gli irlandesi sono pigri per natura». Ma queste sono generalizzazioni piuttosto malferme. In campi così delicati come quelli dell’indole o carattere si può sempre «ragionevolmente dubitare che l’esperienza abbia fornito basi sufficienti per operare un’induzione». Così scriveva John Stuart Mill nel saggio Sull’asservimento delle donne, 1869. E lui di logica (deduttiva e induttiva) se ne intendeva, visto che nel 1843 aveva pubblicato il suo grande Sistema. Il parallelo con le «servitù» dell’isola vicina per il filosofo britannico era sostanziale. Il pregiudizio circa l’inferiorità femminile nelle scienze e nelle arti forniva la giustificazione alla consuetudine di relegare la donna nella prigione domestica della famiglia patriarcale escludendola dalla vita pubblica, a meno di condannare le femmine più riottose all’emarginazione sociale – proprio come il mito del «cattivo» carattere irlandese era stato utilizzato per giustificare una spietata conquista di natura coloniale.

Ma è indebito far passare le cattive abitudini per leggi dello Stato o addirittura di natura. Qualsiasi corpo politico che pretenda di legalizzare una qualche forma di discriminazione è per ciò stesso oppressivo: proprio come qualunque società che tolleri la schiavitù dei Neri – si pensi alle vicende di non pochi paesi dell’America Latina, per non dire degli Usa! – o lo sfruttamento della manodopera o la sottomissione di qualche altro popolo. La difesa di Mill dei diritti della donna – e in particolare del movimento per la franchigia elettorale – si basa inoltre sullo smantellamento dell’ideologia per cui la disuguaglianza tra uomini e donne si fonderebbe su un qualsiasi «decreto» della natura.

Per esempio, in una celebre pagina, Mill esamina il trito argomento stando al quale innegabili «differenze di costituzione corporea» dovrebbero farci congetturare anche «diversità mentali»: dovremmo allora misurare attentamente la scatola cranica di maschi e femmine per evidenziare che la massa cerebrale dell’uomo è in media maggiore di quella della donna, e dunque ciò comporta maggiore talento, poniamo, nella matematica, nello studio del mondo fisico o magari nelle belle arti? Qualcuno potrebbe obiettare che «è facile conoscere donne stupide». La risposta di Mill è secca: «La stupidità è uguale dappertutto». Insomma, «per quanto grandi e apparentemente non sradicabili possano essere le differenze morali e intellettuali tra gli uomini e le donne, la prova del loro essere differenze naturali non potrà che essere negativa. Si potrà dedurre che siano naturali solo quelle che non possono essere artificiali, e cioè quelle che rimangono una volta eliminate tutte le caratteristiche di entrambi i sessi, suscettibili di essere spiegate in base all’educazione o a circostanze esterne»”.

Questo rasoio di Mill (come lo potremmo chiamare) si è rivelato piuttosto tagliente. In tal senso, non c’è conquista del movimento femminista del nostro Novecento che Mill non abbia anticipato o a cui non abbia fornito intelligenti motivazioni. Per una qualche ironia della sorte, non poche protagoniste del «pensiero femminile» hanno finito per rinfacciare al filosofo britannico di aver trascurato «la differenza di genere», perseguendo solo un ideale di astratta eguaglianza! A mio parere, però, coglie nel segno Nadia Urbinati, studiosa di Mill di livello internazionale, quando osserva che nel saggio Sull’asservimento delle donne l’eguaglianza non annulla la differenza, ma le consente «di esprimersi senza essere trasformata in ragione di discriminazione». Per Mill «l’opposto dell’eguaglianza erano dunque la gerarchia e il privilegio, non la differenza». Di qui il profondo significato libertario di quel suo saggio: difendendo l’idea di uguali opportunità lavorative per il preteso gentil sesso, Mill contrastava la cosiddetta tirannia della maggioranza, ovvero che «la maggioranza debba imporre leggi alle azioni individuali della minoranza». Infatti, sarebbe stata una forma di oppressione anche l’imposizione della volontà di una «maggioranza» di donne che avesse scelto la vita domestica sulla «minoranza» che avesse, invece, preferito una professione lavorativa fuori della famiglia.

A Mill la differenza, in sé, sta a cuore: una società maggiormente diversificata è per lui una società che più si avvicina all’ideale di «piena fioritura umana» – in particolare, in un’ottica libertaria nessuna società può «predeterminare quale sia il lavoro adatto a ciascuna persona». Le differenze fisiche tra i due sessi, sotto questo profilo, però, non sono rilevanti, proprio come non lo sarebbero il colore degli occhi o quello dei capelli. Tuttavia, non è che tali differenze fisiche non contino affatto; essendo ogni essere umano corpo prima ancora che mente, è ovvio come per Mill le prime libertà da garantire siano per così dire fisiche. L’assoggettamento delle donne nella sfera civile è per prima cosa un dominio che padri, mariti, giudici ecc. esercitano sui loro corpi. Per contrapposizione, l’infrangere questo arbitrario sistema di vincoli è la premessa ineliminabile per liquidare l’asservimento di una parte del genere umano all’altra.

Sbaglierebbe chi pensasse che la protesta di Mill fosse dettata da una mera disposizione affettiva nei confronti di qualche esponente dell’altra metà del cielo. La sua idea è invece che una società che tolleri qualunque forma di servitù sia una società malata, il cui prezzo viene pagato, sul lungo periodo, non solo da chi è direttamente asservito, ma anche da chi si sente libero di danneggiare gli altri: «L’abitudine alla sottomissione rende sia gli uomini sia le donne mentalmente servili». E l’esempio di società asiatiche, all’epoca sua giudicate retrive, funziona in Mill da deterrente. «La schiava preferita di un sultano ha al suo servizio delle schiave che può tiranneggiare; ma la cosa desiderabile sarebbe che non avesse schiave, e non fosse a sua volta una schiava».

L’apparentemente più blanda «schiavitù» della donna nel mondo occidentale priva comunque la società di molti talenti e fornisce un paradigma di dominio che frena lo sviluppo delle forze produttive.

Abbiamo visto come Mill avesse smantellato pezzo per pezzo l’idea che qualsiasi forma di asservimento di un essere umano da parte di un altro avesse giustificazione in un preteso ordine naturale. Aveva anche intuito come la liberazione da quel pregiudizio andasse di pari passo con la crescita del patrimonio tecnico-scientifico, che permette alla nostra carne di tramutare la cosa in sé della natura in cosa per noi. Per questo la sua enfasi sulla necessità di aprire al genere femminile le porte della ricerca scientifica ci pare, col senno di poi, tanto importante: tecnica e scienza, infatti, costituiscono un’impresa in cui le idee non restano nel cielo di Platone, ma anch’esse si incarnano, per così dire, nella materia. È proprio ciò che consente i progressi di quella che un tempo si chiamava meccanica applicata, e che oggi si è articolata nei settori più diversi, dalle alte tecnologie ingegneristiche all’informatica, dalle procedure mediche di igiene e profilassi alle biotecnologie. È indubbio che tutte queste discipline dischiudano oggi nuove possibilità al corpo umano. E continuiamo con Mill a pensare che, nel dibattito sul significato di queste innovazioni che riguardano la fisicità di Homo sapiens, tocchi una parte altrettanto rilevante a… Foemina sapiens!

Fonte: La Stampa.it

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