Archive for February, 2008

Aborto: blitz degli agenti in corsia, il pm: “Atto dovuto”

Thursday, February 14th, 2008

BLITZ DELLA POLIZIA al policlinico Federico II di Napoli per presunto feticidio. Un caso di aborto fuorilegge: questa è l’ipotesi formulata, sulla base di una denuncia anonima, dalla procura che ha aperto un’inchiesta, sequestrando cartella clinica e feto, del peso di 460 grammi.Ma i sanitari e la donna negano ogni addebito, sostenendo che si è trattato di un aborto regolare, praticato alla ventunesima settimana di gravidanza, perché c’era il rischio concreto che il bambino nascesse con gravi malformazioni. Gli agenti hanno fatto irruzione in ospedale, lunedì pomeriggio, appena eseguito l’intervento. S. S., di 39 anni è stata interrogata a lungo: “Si è trattato di un aborto terapeutico — ha detto —, una decisione difficile e sofferta. Mi hanno chiesto se per abortire avevo pagrato, ma non è stato così”. Sentiti anche medici e infermieri.
Sull’episodio sono subito divampate le polemiche, tanto da suscitare nel ministro Livia Turco la preoccupazione di una “caccia alle streghe”. Poi ha aggiunto: “Sono profondamente turbata da quanto accaduto. È un episodio che deve farci riflettere tutti perché rispecchia un clima di tensione inaccettabile”.  

Il feto abortito era comunque morto già da due giorni nel ventre della madre. La donna ha 39 anni, è stata dimessa ieri mattina “ora è addolorata, ha chiesto di essere lasciata in pace, è delusa e si sente ferita una seconda volta, perchè ha dovuto abortire un figlio che voleva e per quello che è successo dopo”, ha raccontato Stefania Cantatore dell’Udi (Unione donne di’Italia) di Napoli che ha ricevuto la denuncia del blitz dal medico che ha eseguito l’aborto e ha raccolto la testimonianza della donna.
“Il giudice Russo della procura di Napoli - denuncia Cantatore - ha avuto l’input da non sappiamo chi. Qualcuno all’interno dell’ospedale ha raccolto il messaggio dei medici di Roma sull’obbligatorietà di intervenire per salvare il feto”. Gli agenti sono intervenuti appena 20 minuti dopo l’aborto, “probabilmente pensavamo di riuscire ad intervenire addirittura mentre l’aborto era in corso, forse per imputare i medici di non aver rianimato il feto, che in realtà è nato già morto”.
Il medico che ha operato l’interruzione di gravidanza, il dottor Francesco Leone, che ha denunciato all’Udi l’accaduto, spiega che l’aborto era terapeutico, praticato seguendo tutte le procedure della legge 194. Il feto era la 21esima settimana, ma aveva rivelato una grave malformazione cromosomica e c’era il 40% di possibilità di un deficit mentale grave.
Poco dopo l’intervento il medico, che si era allontanato, è stato avvertito dell’arrivo della polizia: “Quando sono tornato in ospedale ho visto quattro agenti che interrogavano i medici di guardia, e tre che interrogavano la vicina di letto della paziente e un infermiera. Sei uomini e due erano anche in divisa. La mia paziente è stata interrogata che era ancora frastornata dall’operazione”.
Gli agenti non avevano un mandato, ma dopo una telefonata al procuratore hanno sequestrato la cartella clinica della paziente e il feto abortito, ha raccontato il medico, che però non crede alla caccia alle streghe legata alle polemiche sulla 194 o sul pronunciamento di alcuni medici sulla obbligatoria rianimazione dei feti. “Al Policlinico - ha spiegato - c’è un’atmosfera serena, si è sempre applicato la 194 in modo rigoroso ma senza polemiche. Abbiamo fatto 270 aborti al secondo trimestre l’anno scorso. Forse adare il falso allarme è stata una paziente spaventata che non capiva cosa stesse succedendo”.
Intanto l’Udi, che ha espresso la sua solidarietà alla donna, ha dato appuntamento al 14 febbraio a Piazza Vanvitelli per un presidio a sostegno del diritto sancito dalla 194 contro “l’abuso integralista di questi giorni”.

IL PM: UN ATTO DOVUTO

“Era un atto dovuto. Abbiamo soltanto inteso assicurarci che la legge fosse rispettata, dato che c’era una segnalazione che indicava il contrario. Tant’è vero che non c’è alcun procedimento penale aperto a carico di chicchessia, ma solo un fascicolo per atti”. Così all’Agi il pm Vittorio Russo, che lunedì sera ha autorizzato la polizia agli accertamenti sull’aborto avvenuto al II Policlinico di Napoli.

Russo aggiunge che ha disposto l’accertamento autoptico sul feto, dandone incarico ad un perito che da anni collabora con la procura “proprio per accertare che tutto sia stato fatto nel rispetto della normativa vigente”.

I MEDICI CATTOLICI: BLITZ FUORI LUOGO

“Di fronte ad un esposto anonimo poteva essere inviata eventualmente un’ispezione del ministero della Salute, ma mandare la polizia ad interrogare una donna appena uscita da una sala operatoria, appena sottoposta ad un interruzione di gravidanza, comunque drammatica, mi e’ sembrato fuori luogo”. Cosi’ Enzo Saraceni, presidente dell’Associazione italiana dei medici cattolici (Amci), interviene in merito a al blitz della polizia al Nuovo policlinico di Napoli con il sequestro del feto in sala parto.
“Questo episodio- conclude il docente universitario- non aiuta neanche a creare quel clima necessario per un dibattito sereno e pacato sul tema della difesa della vita”.
LA DONNA: QUEL FIGLIO LO VOLEVO…

 ”Mi hanno trattata in un modo assurdo. Interrogata come se avessi fatto chissà che. E invece io soffrivo, quel figlio lo volevo a tutti i costi. Mai avrei abortito se non avessi avuto quel terribile verdetto”. Così racconta , in una intervista a Repubblica, Silvana, la napoletana che pochi giorni fa, dopo aver compiuto una regolare interruzione di gravidanza ha dovuto sopportare un duro interrogatorio. “Ero appena rientrata dalla sala operatoria”.
Come e quando ha saputo che il bimbo aveva una grave malattia? “Ho 39 anni e mi era sembrato indispensabile sottopormi all’amniocentesi. L’ho fatto alla sedicesima settimana nell’ospedale di Frattamaggiore, non lontano da dove abito. Era il 18 gennaio e il referto con la diagnosi me l’hanno consegnato il 31. Sul foglio c’era scritto “Sindrome di Klinefelter”. Poi mi hanno tradotto il significato, una cosa terribile”.
Una brutta malattia? “Sì, un difetto dei cromosomi che poteva comportare ritardo mentale, problemi al cuore, diabete e l’assenza di alcuni ormoni”. Ed è così che ha deciso di abortire? “Non c’era altra scelta. Appena mi hanno comunicato che mio figlio sarebbe stato un malato per tutta la sua vita, non ho avuto dubbi. Ho deciso al momento, d’istinto: abortisco. Anche se sapevo che per me rappresentava una scelta particolarmente dolorosa”.
Tutto è avvenuto nei termini di legge. “Certo. Mi avevano comunicato che si poteva fare entro la 23esima settimana. Per tre giorni mi hanno somministrato i farmaci per stimolare le contrazioni dell’utero. Ma lunedì alle 11 il medico mi ha rifatto l’ecografia e si è accorto che il feto era morto”. Dopo l’intervento però arriva la polizia. Cosa le ha chiesto? “Mi ha bombardato di domande. Mi ha fatto terzo grado: come era successo, perché avevo abortito, chi era il padre. Addirittura se avevo pagato”.

Pagato chi? “Sospettavano che avessi dato soldi ai medici per abortire. Insistevano. E poi sono passati anche a Veronica, la compagna di stanza ricoverata per gravidanza a rischio. Mi sono trovata in una situazione assurda appena fuori dalla sala operatoria”.
LIVIA TURCO: PROFONDAMENTE TURBATA

“Sono profondamente turbata da quanto e’ accaduto al Nuovo Policlinico di Napoli. E’ un episodio che penso debba farci riflettere tutti perche’ rispecchia il clima di tensione inaccettabile che si e’ venuto a creare attorno ad una delle scelte piu’ drammatiche per una donna come quella di rinunciare ad una maternita’”, ha dichiarato Livia Turco, ministro della Salute, secondo cui “siamo arrivati al punto di fare ed usare denunce anonime, con il risultato di porre sul banco degli accusati una donna che aveva appena effettuato un’interruzione di gravidanza nell’ambito della legge 194 in un ospedale pubblico e i sanitari che l’hanno assistita”.
“Non ho mai rifiutato il confronto sul tema dell’aborto- prosegue- ma rifiuto categoricamente l’apertura di quella che non esito a definire come una nuova caccia alle streghe. Esprimo la mia piena solidarieta’ e vicinanza alla signora- chiude- e l’apprezzamento ai medici e agli altri operatori sanitari che, al di la’ delle loro convinzioni personali, applicano correttamente la legge 194″.

POLLASTRINI: DOBBIAMO DIRE BASTA

Il ministro per i Diritti e le pari opportunità, Barbara Pollastrini, interviene in merito al blitz della polizia al Policlinico di Napoli nel reparto dove si praticano le interruzioni di gravidanza. “Si sta cercando di creare un clima anti 194″, dice il ministro.
“In tante - aggiunge - dobbiamo dire ‘basta’. La legge 194 va applicata in tutte le sue parti, così come ieri si è fatto al Policlinico di Napoli. E’ una legge buona e saggia per l’equilibrio tra responsabilità della donna, diritti del nascituro e deontologia medica”. Per questo, paragonare la moratoria contro la pena di morte al dramma di una sala operatoria, conclude Barbara Pollastrini, è “offensivo e irrispettoso”.

Fonte:Il quotidiano.net

Violenza sessuale su una dodicenne, fermati due adolescenti

Wednesday, February 13th, 2008

 Due sedicenni sono stati arrestati dalla polizia a Palma di Montechiaro (Agrigento) con l’accusa di aver violentato una ragazzina di 12 anni. Gli indagati, uno studente e un bracciante agricolo, sono stati raggiunti da un ordine di custodia emesso dal gip del Tribunale dei minori di Palermo a conclusione di un paio di mesi di indagini. La violenza sessuale sarebbe avvenuta prima di Natale. La dodicenne tornata a casa era subito apparsa scolvolta alla madre che l’aveva convinta a raccontare l’accaduto e l’aveva accompagnata prima all’ospedale di Licata, dove sono stati riscontrati i segni della violenza, e quindi al comissariato di polizia per la denuncia.

Fonte: Il Quotidiano  net.

Poco pagate e carriere difficili Donne e lavoro: penultimi in Europa

Tuesday, February 12th, 2008

Penultimi in Europa. Negli ultimi mesi ci ha superato anche la Grecia e dopo di noi resta solo Malta. In Italia riesce a lavorare solo il 46,3 per cento delle donne; sette milioni in età lavorativa sono fuori dal mercato del lavoro; al sud il tasso di occupazione crolla al 34, 7 per cento. C’è poi “il tetto di cristallo”, quella sottile, trasparente ma robustissima pellicola che divide le donne dai posti che contano, li possono sfiorare ma mai afferrare: lo chiamavano così dieci, quindici, venti anni fa; è sempre lì, cristallo puro, infrangibile, beffardo.

Numeri e percentuali che non raccontano la “solita” questione di donne. E’ invece una questione di produttività e di crescita economica. Più semplicemente: una faccenda di soldi e di ricchezza, delle famiglie e del paese. Bisogna partire da qui, dal fatto - dimostrato da economisti e specialisti di tutto il mondo - che se le donne lavorassero ci guadagnerebbero gli indici economici del paese, per trovare il giusto punto di vista, non retorico, non stereotipato, per parlare di donne e lavoro.

Il governo Prodi aveva cominciato a metterlo tra le priorità e con la Finanziaria sono stati approvati alcuni articoli, dal sostegno all’imprenditoria femminile ai congedi ad altri interventi per le cosiddette politiche di genere. Una via che rischia di essere abbandonata molto presto nonostante in queste ore di formazione di liste e limature di candidature, l’onda rosa arrivare da tutti i poli in campo con proclami, promesse e codici di autoregolamentazione. Stamani all’università di Catania Emma Bonino, ministro radicale del Commercio Internazionale e per le Politiche europee, convoca esperti di economia e di welfare per tracciare i contorni di una realtà che è sotto gli occhi di tutti ma non riesce ad avere voce. E quando la trova, non ha risposta. Nell’aula magna del rettorato dell’università che ospita il convegno “Donne, Innovazione e crescita: un problema italiano”, intervengono anche il ministro per la Famiglia Rosy Bindi e Barbara Pollastrini (Pari Opportunità). Era un appuntamento già preso, precedente alla crisi di governo. Bonino smentisce, ma il lavoro femminile può diventare il jolly da calare in campagna elettorale. D’altra parte hanno diritto al voto 26 milioni di donne e 24 milioni di uomini.


Sempre più lontani dall’Europa. Nel marzo 2000 a Lisbona i paesi europei decisero un piano sull’occupazione femminile intesa, appunto, non solo come una questione di genere ma come volano per l’economia nazionale. I paesi partirono da poche ma precise considerazioni: se la donna lavora entra più ricchezza in famiglia - a patto che ci sia un sistema di servizi sociali adeguato - aumenta il reddito e nascono più bambini. Fu deciso, era il Duemila, che l’obiettivo era raggiungere - dieci anni dopo, nel 2010 - quota 60 per cento: cioè il sessanta per cento delle donne devono per quella data risultare impiegate, con un lavoro autonomo o dipendente. La situazione, a due anni da quella scadenza, è che la media europea si aggira sul 57, 4 per cento e quella italiana è fissa sul 46,3 per cento. Penultimi, appunto, nell’Europa dei 27 paesi membri, a dieci lunghezze dall’isola di Malta. In nostra compagnia, sotto il 50%, ci sono Polonia e Grecia. Slovacchia, Romania, Bulgaria viaggiano ben sopra il 50 per cento. Cipro è già al 60%. La Slovenia, appena entrata nella Ue, è al 61,8 per cento. La Danimarca guida la classifica con una percentuale del 73,4%.

La forbice nord-sud. Il nostro sud è il luogo europeo dove le donne lavorano meno in assoluto. Ecco i numeri della disfatta: le percentuali sono bloccate al 34,7 per cento (circa il 70 al nord); dal 1993 al 2006 le occupate sono cresciute di 1.469 mila unità nel centro nord e solo di 215 mila nel sud; molte anche giovanissime smettono di cercare lavoro, le chiamano “inattive” e sono 110 mila tra 2006 e primo semestre 2007. Tra i 35 e i 44 anni, la fascia di età in cui si lavora di più, al nord lavorano 75 donne su 100; al centro 68 e al sud 42.

Pagate un quarto meno degli uomini. Anche quando arrivano, ce la fanno e sfondano quel benedetto “tetto di cristallo”, alle donne è comunque destinato uno stipendio inferiore di un quarto di quello del collega maschio. I dati della Presidenza del Consiglio dicono che una dirigente guadagna il 26,3 per cento in meno di un collega maschio. Lo chiamano “differenziale retributivo di genere”, è pari al 23,3 per cento: una donna percepisce, a parità di posizione professionale, tre quarti di uno stipendio di un uomo. E questo nel pubblico. Nel privato la situazione peggiora. Si legge in “Iniziative per l’occupazione e la qualità del lavoro femminile nel quadro degli obiettivi europei di Lisbona”, sintesi delle cose da fare e su cui si era impegnato il governo: “I dati mostrano che il differenziale di reddito tra uomini e donne è maggiore nelle professioni più qualificate e meglio retribuite e nelle aree geografiche dove il reddito medio è più elevato che sono anche quelle in cui il tasso di attività femminile è già a livello degli obiettivi di Lisbona 2010. In conclusione non sembra che il mercato del lavoro, sia nel pubblico che nel privato, offra alle donne un ambiente che garantisce criteri meritocratici né un’adeguata motivazione. Sicuramente non offre pari opportunità”.

Solo il 5% nei board delle aziende. Trovare una donna nei consigli di amministrazione e nei board delle aziende è impresa per persone molto determinate. Nel testo messo a disposizione dalla Presidenza del Consiglio si legge che “nel 63,1 per cento delle aziende quotate, escluse banche e assicurazioni, non c’è una donna nel consiglio di amministrazione”. Su 2.217 consiglieri solo 110 sono donne, il 5%. Va ancora peggio nelle banche dove su un campione di 133 istituti di credito, il 72,2 per cento dei consigli di amministrazione non conta neppure una donna. Benché il 40 per cento dei dipendenti delle banche siano donne, solo lo 0,36 per cento ha la qualifica di dirigente contro il 3,11% degli uomini. C’è qualcosa che non torna visto che a scuola, all’università e nei concorsi le votazioni migliori sono quasi sempre delle studentesse.

Le percentuali crescono nelle aziende sanitarie nazionali dove sono donne l’8 per cento dei direttori generali, il 9% dei direttori amministrativi e il 20 per cento dei direttori sanitari. In politica la situazione è nota: ministre e sottosegretarie solo il 20 per cento; le deputate solo il 17 per cento. “Lo sbilanciamento di genere riscontrato in quasi tutte le aziende italiane - si legge nella Nota della Presidenza del Consiglio - può essere un indicatore di scarsa meritocrazia e di processi di valutazione e promozione poco trasparenti. Le pari opportunità sono in Italia un problema evidente come denunciano le statistiche”.

Le più sgobbone d’Europa. Buffa storia, questa: l’Italia ha il tasso di occupazione femminile più basso d’Europa ma quelle che lavorano lo fanno più di tutte le altre. Ogni giorno, compresa la domenica, una donna italiana lavora, tra casa e ufficio, 7 ore e 26 minuti, un tempo superiore, appunto, a molti paesi europei (un’ora e 10 minuti in più, ad esempio, rispetto ad una donna tedesca). Facile da spiegare: il 77, 7 per cento del lavoro domestico - spesa, lavare, stirare, rigovernare, accompagnare etc. etc - è sulle spalle delle donne.

La conferenza di oggi affronterà altri temi delicati come “il permanere di una cultura di discriminazione”, il lavoro cosiddetto “di cura” - figli, anziani, la casa, la spesa eccetera - che “non solo non è riconosciuto ma neppure è sostenuto da politiche efficaci”. Il bilancio finale è un disastro . “Un’emergenza” dice Emma Bonino, ” a prescindere da chi vincerà le elezioni, il problema della donna e del lavoro deve essere la priorità della politica”. Certo, ci sarà da capire anche perché e da intervenire, ad esempio, sui media che danno una rappresentazione della donna parziale, sbagliata, non reale. Secondo uno studio del Censis (Women and media in Europe, 2006) )del 2006 in tivù trionfa il seguente modello di donna: moda o spettacolo (31,5%), vittima di violenza (14,2%), criminalità o devianze (8,2). A parte la politica (4,8%) e l’arte (0,9%) le altre voci riguardano disagi e sciagure, la cronaca nera prima di tutto. La donna del varietà, la bad girl o la donna del dolore. E tutte le altre, quelle che lavorano appunto? Potrebbe consolare il fatto che in tivù vanno molte esperte donne. Peccato che siano astrologhe (20,7%), esperte di artigianato locale (13,8%), di letteratura (10,3%), giornalismo (6,9%) e politica (4%).

Ma la prima cosa da far capire sarà che l’occupazione femminile deve diventare il terzo ingrediente, insieme a produttività e retribuzioni, di una strategia nazionale che voglia davvero contrastare declino e disagio.

la repubblica

Milano, uomo getta donna nel Naviglio, poi la affoga

Monday, February 11th, 2008

Un uomo, un macedone di una quarantina d’anni, ha affogato ieri sera una donna nel Naviglio Pavese a Milano. Secondo alcuni testimoni,  l’assassino e la vittima, una italiana con la quale conviveva, erano arrivati insieme, forse in auto o più probabilmente a piedi, all’altezza del numero 280 di via Chiesa Rossa, alla periferia
della città. Qui lui è stato visto mentre la buttava nel Naviglio, che scorre a lato della strada.

Dopo averla gettata in acqua, secondo diverse testimonianze, l’uomo ha raggiunto la donna per affogarla. Uscito dal Naviglio in stato di evidente agitazione e con un principio di ipotermia, e’ stato aggredito da testimoni e passanti, ed e’ stato salvato dall’intervento dei carabinieri.
Fonte: Ansa.it

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Turchia, dal Parlamento sì al velo per le studentesse universitarie

Sunday, February 10th, 2008

Sì alla liberalizzazione del velo all’università. Il Parlamento turco ha approvato in via definitiva i due emendamenti costituzionali che stabiliscono la libertà di indossarlo per le studentesse, con 441 voti a favore e 103 contrari e al termine di un dibattito prolungato e a tratti teso, trasmesso in diretta televisiva.

Il risultato era ampiamente atteso, dopo la pronuncia analoga del Parlamento di giovedì, che aveva approvato un primo emendamento costituzionale che abrogava il divieto di portare il velo. Oggi è arrivato il sì finale, che rompe il tabù laicista che lo aveva bandito di fatto e poi per legge praticamente per oltre 80 anni dalla nascita della repubblica turca nel 1923.

I due emendamenti per liberalizzare il “turban” erano stati presentati dal governo e dal partito filoislamico di Tayyip Erdogan ed avevano anche l’appoggio di 70 deputati del partito nazionalista turco. Il velo rimarrà comunque vietato negli edifici pubblici, ed in particolare nelle scuole medie e nei licei.

Sul provvedimento il paese si è spaccato e nel centro di Ankara, a pochi chilometri dal Parlamento, migliaia di giovani, con le bandiere turche e inneggianti slogan laici, hanno dato vita anche oggi ad una manifestazione di protesta, la seconda nel giro di pochi giorni.

Gli emendamenti consentiranno di aggiungere alla Costituzione turca le seguenti frasi: “lo Stato agisce secondo il principio di uguaglianza nell’offerta dei servizi pubblici” e “nessuno può essere privato del suo diritto all’educazione per nessuna ragione”. La prima, che verrà inserita nell’articolo 10 della Magna Charta, è relativa all’uguaglianza nelle amministrazioni pubbliche; la seconda all’articolo 42, che stabilisce il diritto inalienabile all’educazione.

Le modifiche costituzionali erano state proposte dal partito al governo, Giustizia e Sviluppo (di ispirazione islamica moderata) e dal Partito di Azione Nazionalista; e hanno raccolto l’appoggio anche del gruppo parlamentare curdo. Fermamente contrari invece la principale forza all’opposizione, il Partito Repubblicano del Popolo e gli ambienti laici della società (militari, magistrati, rettori). L’esercito finora non si è pronunciato, ma numerosi giudici e rettori universitari universitari nei giorni scorsi avevano definito la modifica “incostituzionale”, sostanzialmente un passo in avanti verso l’erosione dei principi secolari nel paese.

Prima che entri in vigore, la riforma costituzionale dovrà essere promulgata dal presidente della Repubblica, Abdullah Gul, che comunque difficilmente farà opposizione, considerato che la moglie indossa sempre il velo nei luoghi pubblici e, da ragazza, non potè frequentare l’università proprio per questa proibizione.

Fonte: La Repubblica

Palermo, stupro di gruppo filmato con i telefoni cellulari

Thursday, February 7th, 2008

 Ha avuto il coraggio di denunciare il “branco” che l’aveva violentata e aveva filmato lo stupro di gruppo con i telefoni cellulari. Grazie alla sua denuncia, sono finiti in manette tre giovani disoccupati di Altofonte, in provincia di Palermo: Benedetto Lo Nigro, 28 anni, Giuseppe Lipari, 26 anni, e Giuseppe Di Carlo, 21 anni (a quest’ultimo sono stati concessi i domiciliari).

Secondo la ricostruzione fatta dai carabinieri di Altofonte e Monreale, alla fine dello scorso agosto la giovane era stata invitata a un appuntamento da Lo Nigro, suo ex fidanzato. La ragazza sperava di riprendere la relazione sentimentale, e dopo aver accettato l’invito si era fatta accompagnare da Di Carlo, amico del suo ex, in Contrada Rebuttone, una zona isolata alla periferia di Altofonte.

Arrivati sul posto, Di Carlo aveva lasciato la ragazza da sola con Lo Nigro, ma a un certo punto era sbucato anche il terzo complice, Lipari. A quel punto erano iniziate le violenze, mentre i due,a lternandosi, riprendevano tutto con i telefoni cellulari. Consumata la violenza, i due giovani avevano chimato il complice “autista” che aveva riaccompagnato la ragazza in paese.

La giovane ha conservato il segreto per oltre quattro mesi, senza mai confessare a nessuno quello che aveva subito. Fino al dicembre del 2007. Venuta a conoscenza dell’esistenza dei filmati, che circolavano sui telefonini di alcuni ragazzi del paese, ha deciso di denunciare tutto ai carabinieri. I militari, coordinati dal sostituto procuratore del Tribunale di Palermo, Marcello Viola, hanno ricostruito la vicenda e individuato le responsabilità dei giovani.

L’autorità giudiziaria, a seguito dell’informativa di reato prodotta dai carabinieri, ha quindi emesso ieri le misure cautelari che nelle prime ore del giorno sono state eseguite. Lo Nigro e Lipari sono stati rinchiusi nel carcere dell’Ucciardone di Palermo, mentre il terzo è stato accompagnato a casa da dove non potrà allontanarsi, né potrà incontrare altre persone fuori dal nucleo familiare, rimanendo sotto il controllo dei militari dell’Arma.

Fonte: La Repubblica

Messaggini, email, minacce l’amore ossessione è un’emergenza

Wednesday, February 6th, 2008

In Italia nascono i primi corsi per aiutare le vittime delle molestie
Perseguitare qualcuno a scopo “sentimentale” può costare una pena di 4 anni

“Stavo con lui da alcuni mesi, fin dall’inizio però si era dimostrato ossessivo, possessivo, non potevo uscire con i miei amici, non potevo fare nulla. Allora decido di lasciarlo e da quel momento precipito dentro un incubo”. Francesca, 21 anni ancora da compiere, è tesa, preoccupata ma decisa. A Roma frequentava l’università, usciva con gli amici, una vita serena e qualunque fino a quando il sogno si è spezzato. Così un giorno che non dimentica è andata all’aeroporto accompagnata dalla madre e senza dirlo a nessuno è fuggita. “Accadde dopo che lui mi aveva bruciato casa, non avevo scampo, mi minacciava, aveva bloccato anche la scheda del mio cellulare, si era impossessato della password della e-mail e si spacciava per me nelle chat”. Oggi Francesca vive “in clandestinità” in una capitale europea, si arrangia a fare la cameriera. E aspetta. Attende che la follia di lui si acquieti, che l’ossessione passi.

Francesca è una vittima dello stalking (da “to stalk”, “fare la posta”), sono le molestie assillanti che si possono declinare in molti modi: telefonate, pedinamenti, minacce, fino alla violenza sessuale e fisica. Comincia con un fastidio diventa una paura che provoca impotenza, isolamento. Un comportamento che è cresciuto negli ultimi quindici anni, di cui si sono occupati magistrati, psichiatri, criminologi. Un nuovo reato, una “patologia della relazione” che viene analizzata in modo puntuale e scientifico in un libro in uscita questo mese, si chiama “Percorsi di aiuto per vittime di stalking”, edito dalla Franco Angeli, curato dal “Modena Group on stalking”, un gruppo europeo di studiosi impegnati in diversi progetti di ricerca.

“È difficile dire quanto questo comportamento sia aumentato o se ci sia una maggiore sensibilità, sicuramente si avvale di nuovi strumenti, come gli sms, le e-mail, che lo rendono più invasivo”, dice Laura De Fazio, docente di criminologia, tra gli autori del libro. “In Italia nel 2006 circa 2 milioni e 77 mila donne sono state vittima di stalking, il 18% ma questo dato riguarda solo le vittime di ex partner”. Chi sono gli stalker? Spesso uomini, ex mariti, amanti, ma anche colleghi, amici, vicini di casa, l’età media, secondo un questionario diffuso tra un campione di vittime, è di circa 34 anni. Ma tra i persecutori non ci sono solo quelli che non riescono a dire addio. Vittime infatti possono essere anche uomini e donne che lavorano nelle “helping profession”, dagli avvocati agli psicologi, che si trovano molestati dai loro ex clienti, frustrati, insoddisfatti.

“Oggi per la prima volta si stanno facendo corsi di formazione per operatori che diano sostegno alle vittime, in Italia un corso è iniziato a Modena, contemporaneamente, con la stessa metodologia, sono iniziati in Germania, Belgio e Slovenia”, dice Laura De Fazio. Ma come si può fermare uno stalker? Di recente si è corsi ai ripari con un disegno di legge licenziato dalla Commissione giustizia che per la prima volta prevede il reato e la condanna fino a 4 anni. Ma il provvedimento è incagliato nelle aule parlamentari e lo stalking continua. Ecco cosa racconta Francesca: “Nessuno ti aiuta, è questa la sensazione peggiore, lo Stato, la polizia che dovrebbe difenderti è impotente, non ti garantisce l’incolumità. Al commissariato mi hanno detto di continuare a fare denunce, se il fascicolo è molto ampio forse un magistrato lo prende in considerazione. O forse no. Eppure nel mio caso altre due ragazze lo avevano denunciato. Quante vittime ci devono essere, mi chiedo, prima che lo fermino?”.

Fonte: La Repubblica

“Crudeltà insensata la rianimazione contro la volontà della madre”

Tuesday, February 5th, 2008

 Livia Turco, anche se ministro della Salute di un governo sconfitto, è ancora molto determinata. “Sfido”, dice in modo netto e scandendo le parole, “sfido chi vuole mettere in discussione la 194, una legge molto saggia e lungimirante”. Anche se è dispiaciuta e stanca per i toni di un dibattito che appare a tratti “surreale”, per la “bagarre politica”, per affermazioni che “non aiutano la maternità e ad accogliere una vita”, Livia Turco non si sente vinta. E sa che non è il momento dei giri di parole: “É una crudeltà insensata voler rianimare un feto contro la volontà della madre”.

Ministro, perché è tornato lo scontro sull’aborto?

“Non lo so, so però che non è un dibattito sereno, non so quanto queste prese di posizione saranno efficaci per promuovere la capacità di accoglienza della maternità. Questo è invece importante: che chi vuole un figlio possa farlo con un sostegno, un’accoglienza. Occorre fare un dibattito serio su questo, bisognerebbe ragionare di più sulle persone e meno sui principi, sarebbe necessario mettere in campo dialogo e reciproco ascolto. Il dibattito che c’è ora non promuove una maggiore accoglienza di una vita umana, invece si allontana sempre di più dalle persone reali”.

Eppure posizioni come quelle dei ginecologi delle università romane sembrano voler dare più attenzione alla vita. Cosa ne pensa di quello che hanno detto che può essere necessario rianimare il feto anche contro la volontà della madre?

“Vogliono rianimare il feto? Va bene, rianimino il feto. Anche nella 194 c’è un riferimento a questo, c’è sempre comunque un medico che decide, di volta in volta, in base ad ogni storia e ad ogni peculiarità. Mi sembra però una crudeltà insensata che certo non aiuta ad accogliere una vita umana farlo contro la volontà della madre. Credo che conti il parere del medico e che la vita vada alimentata ma non contro la volontà della madre ma con quella volontà e il medico non può non tenerne conto. Questo documento delle università romane è solo un documento, lo prendo per quello che è”.


Lei ha chiesto il parere del Consiglio superiore di sanità sulle cure ai nati prematuri. È stato elaborato? Lo diffonderà?

“L’ho avviato ma non è stato ancora deliberato, lo solleciterò nonostante la complessa situazione politica. Credo che ci sia bisogno di punti di riferimento sereni che nascono dalle competenze mediche, il Paese deve avere punti di riferimento equilibrati lontani dalla bagarre e dalle strumentalizzazioni politiche”.

Si attende anche l’entrata in commercio della Ru486, la pillola abortiva. Anche su questo c’è già chi ha dichiarato battaglia. È vero che sarà in vendita a febbraio?

“C’è un procedimento avviato, si deve proseguire una procedura, la Ru486 è utilizzata nei paesi europei, l’Italia si basa su una procedura che non è conclusa, l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, dovrà pronunciarsi, è un passo necessario per consentire un dibattito sereno”.

Ministro, siamo alla vigilia di un nuovo governo, pensa che nella prossima legislatura verrà messa in discussione e cambiata la legge 194?

“L’ho detto e lo ripeto: sfido chi vuole metterla in discussione. Vedendola da vicino l’ho apprezzata ancora di più, ho apprezzato il suo equilibrio e la sua lungimiranza. La legge ha fatto leva su due principi etici fondamentali: la responsabilità femminile e la responsabilità del medico. Io sono serena. Tutti sanno che con questa legge l’aborto è diminuito. Ho fiducia nelle donne e nella loro saggezza”.

Fonte: La Repubblica

Tre su dieci sono vittime, il 95% tra le mura domestiche

Sunday, February 3rd, 2008

Sono i dati allarmanti, di fonte Istat, di cui si è discusso nella sede del Parlamento europeo, a Roma, nel corso della presentazione ‘Aprite quella porta’, campagna contro la violenza domestica e assistita

La violenza sulle donne desta continuo allarme. Tre su dieci sono vittime di abusi, nel 95% dei casi sono maturati tra le mura domestiche. Sono i dati allarmanti, di fonte Istat, di cui si è discusso oggi nella sede del Parlamento europeo, nella capitale, nel corso della presentazione ‘Aprite quella porta’, campagna contro la violenza domestica e assistita.
In particolare, come ha ricordato Roberta Angelilli, capo delegazione di An al Parlamento europeo, siamo in presenza di una “carneficina” sulla quale c’è un “silenzio assordante”. Come infatti dimostrano i dati, solo il 18% delle donne considera reato la violenza subita in famiglia. Per correre ai ripari dalle violenze, dicono ancora i dati, vengono spesi circa 2 miliardi e mezzo di euro l’anno.
Inoltre più di un milione di donne hanno subito comportamenti persecutori (stalking), 780 mila sono le vittime di mobbing. I dati denunciano ancora che le donne che subiscono più violenze dai partner nella vita, in quasi la metà dei casi soffrono di perdita di fiducia e di autostima (48,5%), di sensazione di impotenza (44,5%), di diturbi del sonno (41%), di ansia (36,9%), di depressione (35,1%).

Nel 12% dei casi maturano idee di suicidio e di autolesionismo. Altro dato allarmante è rappresentato dal fatto che nel nostro Paese l’11,2% delle donne in stato di gravidanza ha subito violenze. Inoltre il 61,4% ha dichiarato che i figli hanno assistito ad uno o più episodi di violenza.

Da rilevare ancora che tante violenze sono sfociate in omicidi. Solo nei primi mesi del 2007 si sono verificati 62 omicidi, 141 tentati omicidi (37% in più rispetto al 2006), 10.383 vittime di lesioni (32% in più rispetto al 2006), 1085 casi di abusi sessuali (16% in più rispetto al 2006) denunciati da parte di donne.

Non solo violenza fisiche: più di 7 milioni di donne hanno subito o subiscono violenza psicologica. Le forme più diffuse sono l’isolamento o il tentativo di isolamento (46,7%); il controllo (40,7%); la violenza economica (30,7%); la svalorizzazione di sè (23,8%).

Fonte: Il Quotidiano. net