Archive for June, 2008

Le vacanze segrete in cerca di un figlio

Monday, June 30th, 2008

E’ l’altra «vacanza» del 2008. Turismo procreativo, metafora amara per migliaia di coppie in difficoltà. Mariti e mogli, coppie di fatto, non alla ricerca di una spiaggia da sogno o di puro relax. E neppure turismo dei più giovani sull’onda di notti brave nelle località festaiole. Sono i viaggi dell’angoscia per chi insegue - più o meno disperatamente - il desiderio di un figlio ad ogni costo: pronte a partire, a cercare cliniche oltre frontiera, sono sempre più numerose le coppie che puntano all’estero pur di superare il divieto italiano all’utilizzo di più ovociti. Con l’introduzione della legge 40 «non solo diminuiscono i figli, ma è quadruplicato e continua a crescere il numero di chi che cerca soluzioni altrove» denuncia il dottor Alessandro Di Gregorio, direttore del centro Artes di Torino, una delle più note strutture private specializzate nella diagnosi e nel trattamento della sterilità di coppia. Chi ricorre alla fecondazione artificiale in genere non ne parla volentieri, a volte lo nasconde persino ai familiari. Oltre all’imbarazzo della situazione, per chi punta all’estero si aggiunge a volte anche una sorta di senso di colpa, sensazione di «sfuggire» a una procedura legale per imboccare una strada proibita. E allora ecco che il periodo estivo può aiutare a «mascherare». Figli di un escamotage.

Meta preferita è la Spagna dove si è registrato un vero e proprio boom di italiani. Boom alimenta business: le coppie che hanno scelto in Spagna una struttura per provare a diventare genitori sono passate da 60 a quasi 1400, dopo la Legge 40. Pare ci siano tariffe a seconda della provenienza. Nizza è l’altra meta tipica degli italiani, soprattutto liguri. Chilometri e lingua comune spingono poi il 32 per cento di chi vive nel nostro Paese verso la Svizzera. E mentre la Gran Bretagna - a causa del cambio sfavorevole con la sterlina - è stabile nell’ordine delle preferenze, conquistano prenotazioni gli Usa e soprattutto i Paesi dell’Est, meta di chi vuole o può spendere meno. Low cost della culla. Basta contare il numero di siti web creati in lingua italiana da Centri esteri per rendersi conto della portata del problema. Fenomeno analogo esiste solo per i trattamenti di odontoiatria in Ungheria. «Le famiglie, provate dalla crisi economica, sono pronte a rinunciare alle vacanze vere, ma per un figlio sono disposte a indebitarsi fino al collo», sostiene Di Gregorio. Ma che ne valga almeno la pena: «Nel mio centro il numero di coppie che hanno chiesto di essere seguite sono drasticamente diminuite, da quando nel 2004 è entrata in vigore la Legge e si è aperta la porta verso l’estero. La prima cosa che molte mi chiedono, appena entrano in studio, è se il mio centro ha una sede fuori Italia. E quando rispondo “no” si alzano e se ne vanno».

Prima dell’approvazione della fatidica legge - calcola l’Osservatorio sul turismo procreativo - il numero di donne che hanno scelto di andare all’estero erano poco più di mille, mentre già nel 2006 erano ben più di 4 mila. «La Legge 40 - incalza Di Gregorio - blocca di fatto lo sviluppo della medicina e impedisce alle coppie che trovano difficoltà nel concepimento di sognare, di sperare ancora. Allora emigrano all’estero, spendendo molti soldi, con il rischio di finire oltretutto in centri poco professionali». Oltre la metà delle coppie che attraversa il confine in cerca di un bebè lo fa d’estate. In particolare a luglio, mese in cui - paradossalmente - si riscontra da sempre una maggior difficoltà a concepire naturalmente, per stress accumulato e caldo.

Fonte: La Stampa

ancora violenze…

Sunday, June 29th, 2008

Studentessa drogata e stuprata
Identificato il violentatore: un coetaneo che le avrebbe fatto bere della scopolamina, un allocinogeno liquido

BENEVENTO - Una studentessa di 20 anni sarebbe stata dapprima drogata e successivamente stuprata da un coetaneo, anche lui studente, giá identificato dalla polizia. È successo quattro giorni fa, nel centro storico di Benevento, dove la vittima con il suo presunto stupratore, che conosceva da tempo, si era recata a bere una birra in un bar-pub situato in piazza Vari. Il ragazzo, gentile, aveva comprato le birre all’interno del locale, poi era uscito per portarne all’amica. Poi, un buco di una decina di ore.

LO STUPRATORE - La studentessa si è svegliata nell’auto del suo presunto stupratore. Dall’ospedale Fatebenefratelli è partita la segnalazione alla Questura che ha subito dato avvio alle indagini. Chiarito che la ragazza sia stata drogata, gli esami clinici dovranno stabilire il tipo di droga ma gli indizi portano ad un tipo di stupefacente terribile molto in voga in alcune discoteche romane: la scopolamina, un allucinogeno, liquido, trasparente, che fa perdere ogni inibizione e la memoria. In certi ambienti questa sostanza viene definita ‘la droga dello stupro’. Agli investigatori la studentessa avrebbe detto di avere subito una violenza carnale da più persone: potrebbe essere vero oppure solo una sensazione, provocata dai ripetuti rapporti sessuali avuti con il 20enne, incensurato, beneventano ma frequentatore di «particolari ambienta romani», come vengono definiti dalla polizia. Il presunto stupratore è stato identificato ma non ancora fermato dalla polizia per essere interrogato e per fare piena luce su questa vicenda che sta scuotendo la tranquilla Benevento.
Fonte: Corriere della Sera

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Questa è colpa nostra e dei nostri falsi valori:

Foto osé per comprare abiti griffati
Dodicenne si immortalava nuda nel bagno della scuola e vendeva mms per poter acquistare vestiti nuovi

TREVISO - Per acquistare abiti griffati si fotografava nuda nei bagni della scuola e vendeva le foto ai compagni. Protagonista della vicenda una dodicenne di Treviso, che scattandosi delle foto osé aveva pensato di aggirare il divieto dei genitori di acquistare vestiti firmati, finendo comunque per essere scoperta. A rendere pubblica la vicenda è stata la direttrice dell’Ufficio Scolastico di Treviso Maria Giuliana Bigardi.

MMS A POCHI EURO - La ragazzina, sorpresa nel bagno della scuola, avrebbe ammesso il traffico di mms, le immagini realizzate con il cellulare, che la riguardavano. Foto vendute per pochi euro, come indicano alcuni quotidiani locali, per dar modo a tutti i compagni di acquistarle. Il nuovo guardaroba frutto della vendita degli mms è entrato così in casa della giovanissima con grande sorpresa dei genitori che hanno allertato la scuola. Ora la ragazzina è in vacanza, cambierà scuola e avrà più di un colloquio con una psicologa.

Fonte: Corriere della Sera

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Cremona: giovane ivoriana trovata strangolata dentro la Casa Famiglia
Il corpo era nudo. La donna, 22 anni, sarebbe stata strangolata con il caricabatterie di un cellulare

CREMONA - Una donna di nazionalità ivoriana, Patricia Kakou Agha, di 22 anni, è stata trovata morta, strangolata con il cavo di un caricabatteria di un cellulare, nella stanza che occupava presso il centro d’accoglienza Casa Famiglia Sant’Omobono, in via XI Febbraio a Cremona. Il corpo della giovane, madre di una bimbo di due anni, era nudo. A scoprire il delitto è stata una pattuglia della polizia, chiamata dai responsabili della struttura che ha in affido Samuel, il figlio della straniera. La donna non si era infatti recata nel pomeriggio a trovare il piccolo, come faceva tutti i giorni.

LE INDAGINI - Dalle primi indagini è emerso che l’omicida potrebbe essere un amico e forse connazionale della vittima. Gli inquirenti hanno accertato che i due si frequentavano da tempo e alcuni testimoni li hanno visti litigare mercoledì per strada, davanti l’ingresso della casa famiglia.

Fonte: Corriere della Sera

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Papà picchia la mamma, io piango” Arrestato per l’Sos fuori dalla porta

Thursday, June 26th, 2008

“Papà picchia sempre la mamma e io piango per lei”. È la drammatica richiesta d’aiuto, scritta in stampatello vicino alla porta di casa dalla figlia della giovane tunisina che veniva percossa e violentata dal convivente, spesso anche davanti ai due figlioletti.Per il connazionale della donna è così scattato l’arresto da parte degli agenti della Squadra mobile di Trapani che hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip Piero Grillo per i reati di maltrattamenti in famiglia, lesioni, violenza privata e sessuale.

Il nuovo provvedimento restrittivo è stato emesso dal Giudice per le indagini preliminari in considerazione delle reiterate violazioni del divieto di dimora nella città di Trapani cui il tunisino era stato sottoposto lo scorso mese di aprile. La Sezione specializzata sulle violenze sui minori aveva rilevato uno scenario familiare drammatico, caratterizzato da continue prevaricazioni e violenze, cui erano costretti a assistere i due minori. Peraltro, l’uomo sottraeva alla convivente somme di danaro per comprare alcolici.

Adesso si trova rinchiuso nella casa circondariale di Trapani.

Fonte: Il quotidiano net

SONO UN’INFIBULATRICE PENTITA

Wednesday, June 25th, 2008

Ho deciso di pubblicare questo articolo anche se risale ad un paio di anni fa. Credo nella sua attualità .

Era molto tempo che mi sognavo di notte le urla di quelle bambine. Mi sembrava sempre più una tortura, pensavo alle mie nipotine. E oggi, sono davvero contenta di aver deposto il coltello e rinunciato a quel mestiere orribile”. Mariam Omar Issak fa la sua confessione con un mezzo sorriso. Dice di avere 50 anni, anche se a guardarla sembra molto più anziana. Ma, qualunque sia la sua età, è un fatto che per 25 anni, forse di più, questa donna in abiti tradizionali con telefonino e occhiali da sole è stata una “infibulatrice professionista”. Ovvero: ha eseguito sulle bambine mutilazioni genitali più o meno gravi (”Mgf” come le chiamano gli addetti ai lavori). Prima nella brousse della Somalia dov’è nata, poi nella vicina città di Gibuti dove oggi vive. Mariam, in altre parole, faceva parte del grande esercito di donne senza preparazione medica né strumenti, delegate dalle società africane tradizionaliste e maschiliste a “garantire la moralità” di figlie e mogli in nome dell’Islam. Ma la pratica era e resta diffusa anche in molte comunità cristiane del Continente Nero. In un recente passato lo è stata tra quelle ebraiche in Etiopia e in Egitto: ennesima prova che le grandi religioni nulla hanno a che vedere con l’infibulazione, diffusa solo in Africa per tradizioni millenarie più forti di ogni credo. Tanto che il numero totale delle donne africane che oggi vivono mutilate (o “circoncise”) forma un altro, ancor più sommerso esercito: 120 milioni, si stima, con almeno due milioni di ragazze e bambine che ogni anno si aggiungono alla triste lista. “Oggi qualcosa sta però iniziando a cambiare” dice Mariam. Lei, per esempio, da otto mesi ha deciso di “deporre il coltello”. Insieme ad altre cento colleghe di Gibuti, dove si è svolta recentemente una conferenza internazionale su questo tema e dove l’abbiamo incontrata, ha rinunciato a una professione ben remunerata e finora rispettata dalla comunità. “L’incubo di quelle urla” è dietro la sua scelta. Ma c’entra, soprattutto, l’incoraggiamento ricevuto dal governo della piccola ex colonia francese affacciata sul Mar Rosso e da alcune organizzazioni non governative, locali e internazionali, coordinate dalla campagna StopFgm, alla cui guida c’è anche l’europarlamentare italiana Emma Bonino, schierata da tempo contro questo orrore. Un orrore che solo un’infibulatrice (o un’ex infibulatrice) può davvero raccontare.

Mariam, in che cosa consisteva quel suo orribile mestiere?“Io sono stata e sono tuttora levatrice, faccio nascere i bambini. E questo è bene. Ma fino a pochi mesi fa eseguivo soprattutto la circoncisione delle ragazzine,mutilavo i loro organi sessuali, li tagliavo. Fino a poco tempo fa questa era una pratica obbligatoria per qualsiasi bambina in questa regione, nessuno la metteva in dubbio. Si era sempre fatto così, perfino parlarne era tabù”.

A che età viene compiuta la circoncisione femminile?“In questa regione tra i sei e i dodici o al massimo tredici anni. In altre regioni invece, come in Etiopia, viene fatta più tardi, ma qui da noi si tende a farla prima delle mestruazioni”.

Lavorava molto?“Sì, c’è sempre stata tantissima richiesta. Soprattutto durante le vacanze facevo cinque o sei circoncisioni al giorno. E guadagnavo decisamente bene: le famiglie mi pagavano a seconda delle loro possibilità, tra i mille e i 4 mila (tra quattro e 16 euro circa). Il compenso dipendeva anche da tipo di intervento, a seconda - cioè - se la mutilazione era totale, e quindi dovevo tagliare clitoride, piccole e grandi labbra, oppure se era limitata, con il taglio parziale o totale della sola clitoride. Erano “operazioni” di diversa difficoltà”.

Chi decideva il tipo di mutilazione?“Erano le madri a decidere che cosa era meglio per le loro bambine, ma anche le nonne avevano voce in capitolo. In passato tutte o quasi sceglievano le mutilazioni totali, le “circoncisioni faraoniche” le chiamiamo noi. Ora stanno diminuendo a favore di quelle parziali, che vengono chiamate sunna: solo il taglio di parte della clitoride. Sono meno pericolose e meno dolorose”.

Mai capitato qualche incidente?“Ci sono spesso complicazioni dopo l’escissione, alcune bambine muoiono. Ma a me, no, nessun incidente. Sono stata fortunata forse, ma di sicuro sono sempre stata molto attenta a far le cose per bene, io”.

Che strumenti usava? Come faceva l’anestesia?“Non facevo nessuno anestesia, nessuno lo fa. Io usavo lamette da barba che sono molto meglio di coltelli o altri strumenti, più precise. Poi per frenare le emorragie usavo una resina vegetale mischiata a caldo con lo zucchero, faceva una specie di colla che andava tenuta sulla parte per almeno una settimana. La bambina veniva legata con le gambe strette. Quando ero nella boscaglia, in Somalia, usavo il metodo tradizionale con le spine, per cucirle. Ma in città non ci sono spine e al loro posto ho iniziato a usare la colla. Mi sono trovata bene, non ho mai avuto problemi particolari”.

Ma perché ha deciso di smettere?“E’ stato l’8 marzo dell’anno scorso, il giorno della festa della donna. Dopo la campagna lanciata dal governo di Gibuti e dall’associazione delle donne locali ho capito che le circoncisioni non erano obbligatorie, che la religione non le imponeva, anzi. Ma, in realtà, era da molto tempo che mi faceva orrore eseguirle. Mi sognavo di notte quelle scene terribili, le urla delle bambine, mi sentivo sempre più una torturatrice. Era un mestiere orribile ma lo facevo fin da molto giovane, l’avevo imparato da altre donne quando abitavo nella brousse dove nessuno metteva in dubbio l’infibulazione”.

Alcuni religiosi islamici difendono ancora questa pratica.“In realtà i religiosi non c’entrano. Parlano tanto, è vero, ma questa è una cosa di donne. Nella nostra società le nonne e le suocere hanno molto potere, io stessa ho impedito che le mie nipotine venissero toccate. Sto facendo campagna presso tutte le donne che conosco. Il presidente di Gibuti mi ha perfino nominato “capo quartiere”, incontro molta gente. Ma che anche un aspetto economico”.

In che senso?“Quando le infibulatrici avranno un altro lavoro, sempre meno bambine saranno tagliate. E gli uomini inizieranno a capire che è meglio avere figlie e mogli “intere”. Ma per cambiare lavoro ci vuole un aiuto: io aspetto un microcredito per iniziare un piccolo commercio, altre faranno lo stesso. Il governo me l’ha promesso. Spero sia di parola”.

…un tema caldo, anche in Italia.Punire, e come, chi pratica l’infibulazione in Italia? Nel maggio scorso il disegno di legge che la considera reato con condanne da sei a dodici anni (primo firmatario il parlamentare di An Giuseppe Consolo e un forte appoggio della Lega) era arrivato a Palazzo Madama dopo essere stato approvato alla Camera. Vari i passaggi in commissione, ma ora è tutto arenato. Si è persa nel nulla anche la proposta-shock del medico somalo Omar Abdulkadir, il ginecologo dell’ospedale fiorentino di Careggi che suggeriva un’infibulazione dolce e simbolica: una puntura di spillo sulla clitoride anestetizzata. Intanto il vasto fronte internazionale che si batte contro le mutilazioni genitali femminili (Mgf) si è dato un nuovo appuntamento in Mali. Nella repubblica africana, dove il 94 per cento della popolazione femminile è “circoncisa”, si terrà in luglio una conferenza organizzata da Non c’è Pace Senza Giustizia (l’Ong di Emma Bonino) e da altri gruppi per i diritti umani, africani e europei. E’ dal 2003 che i loro sforzi sono coordinati in un’unica campagna. 

Fonte: http://web.radicalparty.org/pressreview/print_right.php?func=detail&par=12769

E intanto Mara sta a guardare

Tuesday, June 24th, 2008

“non resta che continuare a testa bassa e in silenzio il nostro lavoro, in nome di convinzioni e diritti oggi più che mai offesi”
Nina Rosselli

Riceviamo e pubblichiamo una lettera di Nina Rosselli.

Ma come, un manipolo di eroi sconfigge la sinistra, responsabile dell’insicurezza che dilania le città italiane, cavalcando sul bianco destriero dell’ignominioso omicidio Reggiani, e poi a poco più di un mese dall’incoronazione del deus ex-machina del Belpaese, si rimangia tutto tagliando i finanziamenti ai centri anti-violenza? Forse perché c’è violenza e violenza?
Eh, già, perché una cosa è essere ammazzate da un extra-comunitario, un’altra è essere fatte fuori da un italiano. O forse la differenza sta nel fatto che Francesca l’ha trucidata uno sconosciuto, mentre le altre le fanno fuori i legittimi mariti… Misteriose sono le vie del risanamento berlusconiano!
E intanto Mara sta a guardare.
Girovagando su internet, si può con una breve ricerca notare che non risulta dichiarazione alcuna da parte del Ministro alle Pari Opportunità Mara Carfagna riguardo al taglio di 20 milioni di euro ai fondi destinati alla lotta alla violenza contro le donne. Beh, è vero, diamole tempo: al Ministero non l’avranno ancora informata che il 25 novembre 2007 in tutte le piazze italiane si è celebrata, tra lutti, rivendicazioni e proposte costruttive, la Giornata mondiale contro la violenza alle donne…ah, i fannulloni della Pubblica Amministrazione!
Certo un po’ di confusione c’è.
Per Commissione e Parlamento Europeo il 2008 è l’anno europero del dialogo interculturale “a seguito degli ampliamenti successivi dell’Unione Europea e dell’accresciuta mobilità dei cittadini” (http://europa.eu/scadplus/leg/it/lvb/l29017.htm) e, ça va sans dire, anche l’anno europeo delle lingue.
Per l’ONU il 2008 è l’Anno Internazionale per l’Igiene (http://www.unicef.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/3358).
Sul sito della Città di Torino il 2008 è salutato come “Anno della sicurezza nei luoghi di lavoro”.
Preceduto dal 2007, Anno Europeo delle Pari Opportunità per tutti, il 2008 in Italia pare già nei primi mesi di vita aver rapidamente voltato le spalle ai buoni propositi della vigilia: ronde, roghi e pestaggi anti-immigrati faranno scontente la Commissione Europea ed il Parlamento Europeo, mentre gli Italiani continueranno a masticare a malapena la propria lingua senza sapere nel frattempo il reale significato delle parole inglesi che utilizzano (è noto e diffuso nel Belpaese l’uso della parola “stage” - che si pronuncia in verità alla francese, come… “à la page”, tanto per fare un esempio a caso -, con improbabile accento anglosassone, col risultato di parlare di “palcoscenico” formativo anziché di una particolare modalità e fase dell’apprendimento professionale); la vergogna nazionale dei rifiuti abbandonati ovunque (anche lungo i torrenti del profondo Nord, e non solo là dove pascolano le bufale), dell’assenza o dell’inefficacia dei piani di differenziazione e riciclaggio della spazzatura domestica persino in comuni di grandi dimensioni, non possono che scoraggiare la buona volontà dell’ONU; infine la sola Torino, dall’inizio dell’anno ha già pianto ben più di un morto sul lavoro.
Non c’è da stupirsi, in questo delirio di buone intenzioni, che la Ministra appena insediatasi non abbia ancora le idee chiare. A noi, donne, a noi che stiamo fuori dall’agone politico, a noi che ci battiamo nell’ombra tra centri anti-violenza e case di accoglienza per le donne maltrattate, non resta che continuare a testa bassa e in silenzio il nostro lavoro, in nome di convinzioni e diritti oggi più che mai offesi – anche quello di spogliarsi per un calendario, senza per questo non poter ambire a fare buone leggi. Auguri, Mara.

Fonte: http://www.noidonne.org/?op=articolo&art=2014

Onu, il Consiglio di Sicurezza:lo stupro è come arma di guerra

Sunday, June 22nd, 2008

Quindici hanno approvato all’unanimità la risoluzione che prevede
azioni repressive contro i responsabili delle violenze contro le donne

NEW YORK - Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato oggi nei termini più forti l’uso dello stupro come arma di guerra, minacciando azioni repressive contro i responsabili delle violenze contro le donne. I Quindici, raccogliendo la proposta degli Stati Uniti, hanno approvato all’unanimità la risoluzione 1820, sponsorizzata da oltre 30 paesi tra cui l’Italia. I lavori del Consiglio sono stati presieduti dal segretario di Stato Usa Condoleezza Rice.

Il testo, minacciando indirettamente di portare i colpevoli di fronte alla Corte penale internazionale de L’Aja (Cpi), chiede “a tutte le parti coinvolte nei conflitti armati la cessazione completa e immediata della violenza sessuale contro i civili, con effetto immediato”.
Fonte: La Repubblica

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Iran, in carcere la femminista
“Complotta contro lo Stato”

Organizzare cortei, incontri, anche volantinare in nome dei diritti delle donne significa “complottare contro la sicurezza dello Stato”. In termini di pena significa anni di carcere. Avviene in Iran, a Teheran, oggi ma anche altre tre volte nell’ultimo mese e sempre più spesso nell’ultimo anno.

Una femminista iraniana di 21 anni, Hana Abdi, è stata condannata a cinque anni di reclusione da scontare in una sperduta località di frontiera, Gharmeh,
provincia dell’Azerbadjan orientale. La sua colpa, secondo il Tribunale rivoluzionario iraniano, è appunto quella di aver organizzato raduni e incontri per riformare le leggi islamiche che limitano fortemente i diritti delle donne.

La notizia è stata data oggi dal quotidiano di area moderata Kargozaran. La Abdi, ha raccontato il suo avvocato Mohammad Sharif, è stata riconosciuta colpevole di “complotto contro la sicurezza dello Stato”. Ci sarà il ricorso in appello. Ma con poche speranze di veder corretta la pena. A meno che la pressione dell’opinione pubblica internazionale…

Hana Abdi era stata arrestata nell’ottobre dell’anno scorso a Sanandaj, nel Kurdistan iraniano, per aver preso parte a partire dal 2006 alla campagna “un milione di firme”, le adesioni che le femministe iraniane intendono raccogliere per chiedere l’abolizione delle norme di legge discriminatorie contro le donne e avere gli stessi diritti degli uomini per quello che riguarda il matrimonio, il divorzio, l’eredità e la custodia dei figli.

Tempi durissimi in Iran per chi combatte in nome dei diritti civili. Nel 2002 Teheran aveva ufficilamente annunciato la moratoria per sette donne condannate a morte tramite lapidazione per adulterio. Ma i dossier di Amnesty raccontano un’altra verità e due donne sarebbero state lapidate nel maggio 2006. Per la sharia (legge islamica), il prigioniero viene sotterrato fino al petto, le mani bloccate. La legge specifica persino la dimensione delle pietre da lanciare, così che la morte sia dolorosa e più lenta. Possono essere condannati alla lapidazione sia le donne che gli uomini ma, in pratica, sono soprattutto le donne a scontare questa pena.


In questa situazione è molto difficile far filtrare notizie e avere informazioni. Negli ultimi mesi quattro militanti femministe - Rezvan Moghadam, Nahid Jafari, Nasrin Afzali e Marzieh Mortazi Langueroudi - sono state condannate a pene di sei mesi di prigione e dieci frustate per aver recato disturbo all’ordine pubblico. Un uomo, Amir Yaqoubali, anche lui impegnato per la difesa dei diritti femminili è stato condannato in maggio a un anno di reclusione. Molte altre militanti femministe coinvolte nella campagna “Un milione di firme” sono state arrestate negli ultimi due anni e condannate a periodi di reclusione e frustate, con la sospensione condizionale della pena. Abdi è una leader. Per lei non è stata prevista alcuna sospensione.

fonte : La Repubblica

Le preoccupanti scelte del Governo sul tema della violenza

Friday, June 20th, 2008

Il commento della Rete Nazionale dei Centri Antiviolenza alle dichiarazioni della Ministra alle Pari Opportunità

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa della Rete Nazionale dei Centri Antiviolenza e delle Case delle Donne.

La Rete Nazionale dei Centri Antiviolenza e delle Case delle Donne, che accoglie al proprio interno la maggior parte delle associazioni di donne e dei servizi italiani rivolti alle donne vittime di violenza, esprime sconcerto e preoccupazione per le scelte operate dal Governo in tema di violenza di genere verso le donne.

La Rete dei Centri aveva sollecitato in più occasioni la definizione di un Piano di azione nazionale contro la violenza sulle donne quale strumento principale per mettere a punto azioni di sistema per garantire un efficace intervento di prevenzione e contrasto in area culturale, sanitaria, sociale e di protezione, e per sostenere le attività svolte dai centri stessi.

Avevamo plaudito la decisione di creare, da parte del Dipartimento per i Diritti e le Pari Opportunità, un fondo nazionale per l’anno 2008 così da avviare la sperimentazione di un Piano di azione contro la violenza, uniformando così l’Italia agli standard attuati negli altri stati europei.

Leggiamo con preoccupazione le affermazioni del nuovo Ministro in tema di analisi del fenomeno (lettera a La Repubblica), e rileviamo che in quella stessa lettera si esprime la volontà di rivedere, ripensare e rafforzare i centri antiviolenza. I dati e la lettura del fenomeno che emerge in qualsiasi indagine e documento internazionale contrastano con l’interpretazione del nuovo Ministro. La violenza verso le donne avviene (come rilevato in tutte le indagini nazionali ed internazionali) nelle relazioni di intimità, nelle famiglie, e l’imposizione dell’affido condiviso nei casi di violenza domestica serve solo ad innalzare il rischio di pericolosità per le madri e per i figli. Pur condividendo con il Ministro il diritto dei figli di mantenere un rapporto continuativo con entrambi i genitori durante e dopo la loro separazione, l’attuale legge sull’affido condiviso ci appare caratterizzata da una pericolosa semplificazione in quanto impone un unico modello di affidamento per tutte le separazioni. Vorremmo anche precisare che non sono le separazioni che causano la violenza, bensì avviene esattamente il contrario. L’affermazione di libertà femminile acuisce la violenza, ma non si può certo chiedere alle donne di rinunciare alla propria affermazione per evitare la violenza, sarebbe certo una richiesta impropria, che carica la “vittima” della responsabilità dell’aggressione e che non va verso relazioni tra sessi improntate alla reciprocità ed alle pari opportunità di genere.

Rileviamo che nei giorni scorsi sono stati “tagliati” i fondi destinati al Piano di azione Nazionale. Chiediamo che venga rivista tale decisione affinché le parole di indignazione espresse dai politici in occasione delle morti delle donne a causa di violenza non siano parole vuote.

La violenza verso le donne è un fenomeno che non si può cancellare con le dichiarazioni, ma con azioni concrete ed adeguate. Per farlo serve un finanziamento nazionale altrettanto concreto ed adeguato, che permetta lo sviluppo di azioni di sistema e il rafforzamento dei luoghi di accoglienza delle vittime.

Vorremo un confronto aperto sul tema e chiediamo che venga ripristinato il fondo, così da avviare il piano di azione nazionale, sul quale chiediamo di essere coinvolte per un reale processo di concertazione sugli obiettivi da raggiungere per il 2008.

La Rete Nazionale dei Centri Antiviolenza e delle Case delle Donne

Fonte: http://www.noidonne.org/?op=articolo&art=2013

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Verona, abusa della figlia per 18 anni
Arrestato un operaio. La figlia ha trovato il coraggio di ribellarsi solo a 29 anni
VERONA
Per avere abusato sessualmente della figlia per 18 anni consecutivi, un operaio veronese di 53 anni è stato arrestato dalla squadra mobile di Verona. Il Gip scaligero Enrico Sandrino, su richiesta del Pm Elvira Di Tulli, ha emesso un provvedimento di custodia cautelare in carcere al termine di 6 mesi di indagine che la polizia veronese ha avviato dopo la denuncia della vittima, che oggi ha quasi 29 anni.

La donna, ora, si trova in una struttura protetta aiutata da uno staff di psicologi. Secondo quanto accertato dalla squadra mobile di Verona la 29/enne, all’età di 10 anni, ha subito la prima violenza sessuale dal padre che ha abusato di lei per altri 18 anni, 3-4 volte la settimana. Solo a gennaio scorso la vittima ha trovato il coraggio di lasciare la casa dei genitori e, su suggerimento di alcune amiche con cui si era confidata, è riuscita a denunciare le violenze subite alla questura di Verona.

Il pm veronese Elvira Vitulli, che coordina le indagini, ha contestato all’uomo anche l’abuso in condizioni di inferiorità psichica. Nel corso della perquisizione nell’abitazione dell’arrestato, di professione operaio, è stato però trovato diverso materiale informatico a contenuto pornografico, ora al vaglio degli investigatori. Le indagini sono svolte dalla Sezione reati sessuali della Squadra mobile della Questura di Verona. La giovane ha trovato il coraggio di denunciare il genitore dopo aver parlato con alcune amiche e dopo essersi allontanata da casa nel gennaio scorso.

Fonte: La Stampa

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Aggredita dodicenne rom,
aveva vinto il premio Unicef

Rebecca Covaciu, dodicenne rom vincitrice del Premio Unicef - Caffè Shakerato 2008 e figlia di un pastore della Chiesa Pentecostale, è stata aggredita a Milano con la sua famiglia da due italiani di età compresa fra i 35 e i 40 anni. E’ quanto scrive in una nota il Gruppo EveryOne, associazione che si batte per la cooperazione internazionale nel campo dei diritti umani. L’aggressione è avvenuta nei pressi di un microinsediamento in zona Gianbellino in cui la famiglia si era stabilita da diversi giorni dopo continue peregrinazioni per l’Italia.

Secondo la ricostruzione di EveryOne la ragazzina è stata spintonata e picchiata insieme al fratello 14enne Ioni. A quel punto i genitori, intervenuti per difendere i figli, sono stati insultati, minacciati e percossi. I Covaciu sono fuggiti verso la stazione di San Cristoforo, in piazza Tirana, e accorgendosi di essere ancora seguiti hanno chiesto inutilmente aiuto ai passanti. Mentre la famiglia si stava avviando verso il parco davanti alla stazione, la signora Covaciu, cardiopatica, è stata colta da un malore. L’uomo ha quindi telefonato a EveryOne che ha dato l’allarme e fatto inviare sul posto una volante della polizia e un’ambulanza. Solo a quel punto gli aggressori si sono dileguati.

“Questa nuova violenza contro le famiglie rom è spaventosa e deve sollevare la protesta della società civile”, commentano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, rappresentanti di EveryOne. “Quello che è avvenuto a Rebecca e alla sua famiglia è sintomatico del clima, ormai fuori controllo nel nostro Paese, di odio e intolleranza nei confronti del popolo rom. Purtroppo non si tratta affatto di un caso isolato, ma dell’ennesimo gravissimo episodio di violenza, ai danni di una famiglia innocente, che rimarrà impunito e annuncia tempi davvero oscuri per l’Italia”.

Il Gruppo EveryOne ricorda di avere recentemente denunciato altri episodi come l’aggressione a Rimini, avvenuta nell’indifferenza generale, di una ragazzina rom incinta, presa a calci da un italiano mentre chiedeva l’elemosina. A Pesaro, qualche giorno fa, Thoma, il membro più anziano della locale comunità rom, sofferente di un handicap a una gamba e cardiopatico, è stato colpito al capo e umiliato in pieno centro storico. Nella stessa città, i parroci hanno recentemente vietato ai rom di chiedere l’elemosina davanti alle chiese. Nei giorni precedenti all’aggressione della famiglia Covaciu, EveryOne ha ricevuto segnalazioni di numerosi episodi di violenza da parte di italiani nei confronti di persone di etnia rom, soprattutto bambini e donne.

“E’ necessaria una condanna unanime del mondo politico italiano e delle Istituzioni europee - concludono i leader del Gruppo - e sono ormai indispensabili provvedimenti seri contro chi viola i diritti umani e si fa portatore di violenze e discriminazioni di matrice xenofoba e razzista”.

  Fonte:Il quotidiano .net

La Rete Nazionale Femminista e Lesbica scrive alla Ministra Carfagna

Tuesday, June 17th, 2008

Pubblichiamo la lettera che la Rete Nazionale Femminista e Lesbica ha scritto alla Ministra delle Pari Opportunità, Mara Carfagna. indirizzata che “

“Egregia Ministra Carfagna, abbiamo letto con attenzione la Sua “lettera al direttore” di Repubblica nella quale descriveva le Sue considerazioni sulla questione della violenza alle donne. Di queste considerazioni non condividiamo quasi nulla. Il contenuto della lettera ci ha invece indotto a scriverLe per introdurLa ad una differente lettura dei dati statistici sulle violenze contro le donne che certamente Le sono noti.

Una lettura che trova d’accordo le 150 mila donne, femministe e lesbiche che hanno partecipato al corteo contro la violenza maschile dello scorso 24 novembre.
La causa delle violenze degli uomini non risiede nella presunta fragilità delle donne e di sicuro non va ricercata nel minore interesse a realizzare “la famiglia, quale cellula primaria della società italiana”.
Noi sappiamo che la famiglia è effettivamente il luogo all’interno del quale si realizzano le più atroci violenze. Sembra invece più credibile quanto Lei afferma circa il fatto che la famiglia, in quanto “ammortizzatore sociale” necessiterebbe di tutela. E’ infatti noto che il welfare italiano chiede alla famiglia di supplire alle carenze di uno Stato che non provvede alla risoluzione della precarietà di tante persone non in grado emanciparsi dal bisogno ed essere autosufficienti.

Il fatto che la famiglia sia eletta ufficialmente al ruolo di “ammortizzatore sociale” ci rende molto chiaro quale sia il ruolo che viene attribuito alle donne in un contesto che richiede surrogati di servizi, figure palliative obbligate ad assolvere ai ruoli di cura che altrimenti nessuno svolgerebbe.
Sappiamo che le scelte economiche del nostro paese in relazione al “lavoro” hanno come immediata conseguenza quella di riportare a casa le donne obbligandole ad una dipendenza che di sicuro non le aiuta a sottrarsi da situazioni di violenza. Invece crediamo che la famiglia, qualunque essa sia e da chiunque sia composta, debba essere una “scelta” e non un obbligo. Di sicuro non riteniamo che la famiglia sia “un luogo di realizzazione”.
Lei non può negare che la famiglia sia il luogo per eccellenza, a parte poche eccezioni, in cui le donne subiscono violenze. Ciò è possibile per una distorsione di quella stessa cultura della quale Lei si fa portatrice.

Promuovere una politica familista all’interno della quale è ammesso un unico modello di sessualità - secondo quanto da millenni qui in Occidente la Chiesa cattolica impone, e altrove analogamente fanno altre religioni - è il modo migliore per legittimare una mentalità discriminatoria e sessista di per se’ veicolo di violenza.
E’ poi estremamente pericoloso che Lei assegni alle separazioni, ai divorzi e all’affidamento dei figli e delle figlie la causa delle tensioni che determinano gravissime tragedie all’interno dei nuclei familiari.
Una simile considerazione non tiene conto dei dati storici che dimostrano proprio che la maggior parte delle violenze da ex coniugi avviene in occasione degli incontri tra padre e madre per lo scambio del figlio. Stiamo parlando di quei tanti casi in cui l’affido condiviso è stato concesso nonostante la presenza di denunce per violenze e maltrattamenti nei confronti del coniuge e si permette così all’ex di avere la opportunità di continuare a fare del male a moglie e figlio.

Lei evidentemente non sa che se è vero che l’umore degli uomini violenti si appesantisce in presenza di fattori di stress è anche vero che questi non derivano di sicuro soltanto dalle separazioni e dagli affidi di figli e figlie. Ha Lei forse intenzione di semplificare la vita di queste persone in ogni aspetto?
Gli uomini non picchiano perché fremono dal desiderio di vedersi affidato il figlio dopo una separazione. Saprà certamente che il padre troppo spesso non versa gli alimenti ne’ adempie al proprio ruolo di genitore nonostante vi sia ampia disponibilità da parte delle madri.
Capita anzi che i bambini e le bambine vengano uccisi assieme alle loro mamme proprio da quei padri che intendono l’intera famiglia quale proprietà. Ed è questo l’aspetto fondamentale sul quale la cultura non interviene: il possesso.

Non sono passati molti anni da quando è stata eliminata la figura del capofamiglia. Non è trascorso molto tempo neppure dal momento in cui il padre è stato privato dello ius corrigendi, il diritto di correzione di ogni membro della famiglia.
E’ di quella modalità che stiamo parlando, prima legalizzata e ora culturalmente legittimata.
Bisogna intervenire sulla cultura. Bisogna impedire che vi sia una attribuzione di ruoli alle donne che devono poter autodeterminare le proprie esistenze. Ed è a questo punto che siamo obbligate a ricordarLe che è Lei per prima a dare un messaggio distorto sul ruolo e le funzioni delle donne.
Siamo certe che è in grado di capire che sostenere la Sua posizione contraria all’interruzione di gravidanza equivale a dire che le donne non possiedono il proprio corpo e non hanno il diritto di autodeterminarsi. Delegittimare le donne nelle proprie scelte rafforza quella visione che le immagina bisognose di tutori che decidano per loro quasi non fossero in grado di intendere e volere.

Il messaggio che Lei trasmette è che le uniche donne che non meritano di essere picchiate o, peggio, uccise, sono quelle che si dedicano alla famiglia come luogo primario di realizzazione e che accettano supinamente di fare dei figli. Secondo questi parametri è facile che gli uomini si sentano in diritto di dover esercitare su di noi una sorta di controllo sociale, come fossero aguzzini che ci tengono a bada mentre adempiamo ai nostri ruoli, o che si sentano autorizzati a dover reintrodurre il loro sistema di correzione per insegnarci ad essere ben educate, protese alla cura delle esigenze familiari e mai in contraddizione con i ruoli che proprio questa cultura patriarcale ci assegna.

Bisogna anche intervenire praticamente, siamo d’accordo, ma non nel modo che intende Lei. Di sicuro non ci sembra un gran segno di “concretezza” il fatto che il governo tagli il fondo di 20 milioni di euro per la prevenzione e il sostegno alle vittime della violenza sessuale. Anzi questo ci dimostra che avevamo ragione: il governo usa i nostri corpi per legittimare la propria politica razzista e poi ci sottrae fondi indispensabili per attuare una politica contro la violenza.

Ecco invece quanto noi intendiamo per “concretezza:
- E’ necessario puntare su una politica che rafforzi le possibilità di autodeterminazione delle donne. Non serve un sistema di leggi che rafforzino il modello securitario. Dentro le nostre case serve che noi siamo in grado di difenderci, di individuare i pericoli per prevenirli, di avere luoghi ai quali poter fare riferimento per andare via prima che si possano verificare mille tragedie, di avere diritto ad una abitazione e ad un lavoro che ci permettano di vivere autonomamente senza dover restare piegate alla dipendenza economica dai mariti.
- Abbiamo bisogno che i centri antiviolenza non dipendano dagli umori degli amministratori locali ma che vengano stanziati fondi nazionali che ne garantiscano l’operatività.
- Abbiamo bisogno di interventi strutturali che stabiliscano delle priorità difficili, certamente non plateali come l’adozione di eserciti o centinaia di poliziotti che in ogni caso non saranno mai in grado ne avranno mai il diritto di pattugliare le nostre case.
- Abbiamo bisogno che i genitori non siano prescrittivi nei confronti delle preferenze sessuali delle proprie figlie e dei propri figli. Non ci deve essere nessun genitore autorizzato ad accoltellare una figlia perché è lesbica.

Il suo obiettivo come Ministro per le Pari Opportunità è garantire che le opportunità siano veramente “pari” per tutte le donne. Le azioni del Ministero delle Pari Opportunità devono essere improntate a riconoscere e promuovere le nostre reali necessità.Sia garante della concreta promozione dei diritti umani delle donne, primo tra tutti il diritto ad una vita libera dalla violenza, il diritto alla scelta su cosa fare della nostra vita e dei nostri corpi, così come voluto dalle principali convenzioni internazionali”.

Cordiali saluti, Rete Nazionale Femminista e Lesbica

Fonte: http://www.women.it/cms/index.php?option=com_content&task=view&id=453&Itemid=83

Brevi dal mondo

Monday, June 16th, 2008

Selezione di notizie a cura di noidonne: dal Messico all’Asia, dall’Iraq all’Uruguay…

MESSICO
Assassinata la Comandante della Polizia di Ciudad Juarez
Berenice García, Comandante della Polizia e responsabile del Dipartimento che si occupa dei delitti a sfondo sessuale contro le donne, è stata uccisa, la sera del cinque maggio, mentre rientrava a casa. Contro di lei sono stati sparati 60 colpi con fucili AK-47. Aveva 32 anni e da dieci lavorava nella Polizia. Ciudad Juarez, tristemente nota per i crimini di femminicidio (300 donne uccise e 300 scomparse dal 1993) è una zona di frontiera con gli Stati Uniti dove è in corso una guerra tra bande di narcotrafficanti per il controllo del territorio. Dall’inizio dell’anno, nell’area, sono stati uccisi 14 agenti di polizia malgrado il governo abbia inviato, da marzo, 2 500 militari per cercare di fermare la violenza.
ASIA
L’aumento dei prezzi grava sulle donne

La Commissione per le Donne Asiatiche, una Organizzazione Non Governativa, ha lanciato una campagna per aumentare il salario femminile alla quale hanno aderito associazioni di donne di 14 paesi asiatici, tra i quali Bangladesh, Cambogia, Indonesia, Nepal, Sri Lanka e Tailandia. Con l’aumento dei prezzi del riso, del petrolio, e quindi dei trasporti, le lavoratrici stanno vivendo una situazione di vulnerabilità e sono costrette ad assumere carichi lavorativi più forti e a cercare una doppia attività nel settore informale che implica molte ore aggiuntive di lavoro. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) le lavoratrici asiatiche rappresentano il 38,7% (circa 730 milioni di donne) della popolazione attiva (circa 1900 milioni di persone) della regione dell’Asia del Pacifico; il 65% di queste lavora nel settore informale che è il più fragile, senza un reddito regolare e senza benefici sociali.

BRASILE
Assolto il mandante dell’omicidio di Suor Dorothy Stang

Rayfran das Neves Sales, reo confesso dell’omicidio di suor Dorothy Stang, è stato condannato a 28 anni di carcere. Vitalmiro Moura, detto ‘Bida’, mandante dell’omicidio della missionaria americana è stato invece assolto dai magistrati di Belem (cinque voti contro due). Moura, indicato in precedenti processi dall’esecutore dell’omicidio come il suo mandante (sarebbe stato lui a fornire a Neves Sales l’arma con la quale sparò a suor Stang) e già condannato a 30 anni di carcere, è stato assolto dato che nel nuovo processo il reo-confesso ha ritrattato le precedenti versioni, scagionando completamente il proprietario terriero e sostenendo di aver agito per contro proprio perché ‘si sentiva minacciato dalla suora’. Sembrerebbe che Neves Sales abbia discolpato Mouro dato che il proprietario terriero sta pagando i suoi avvocati. Suor Dorothy Stang, eliminata per il suo impegno al fianco dei contadini ‘senza terra’ e contro il saccheggio della selva amazzonica, è stata uccisa il 12 febbraio 2005 ad Anapu mentre si stava recando, insieme a un suo collaboratore, all’insediamento ‘Esperança’, dove dal 1999 lavorava a un ‘Progetto di sviluppo sostenibile’ per consentire a 400 famiglie di contadini indios, meticci e immigrati di vivere in un’area di 1400 chilometri quadrati nel rispetto della natura grazie ad un’agricoltura a bassa intensità e ai prodotti della foresta.
La assoluzione del mandante dell’omicidio ha provocato una forte reazione di condanna da parte della Confederazione Nazionale dei vescovi Brasiliani e di circa 20 organizzazioni che lavorano per la difesa dei diritti umani in Brasile. Per la Confederazione questo fatto non fa che aumentare la preoccupazione per la vita di tutti coloro che sono stati minacciati di morte, più di 300 persone. Secondo la Pastorale della Terra (CPT), in 40 anni, 800 lavoratori, dirigenti sindacali e del movimento dei Sem Terra, religiosi, attivisti per i diritti umani sono stati assassinati nello stato del Parà. Quasi tutti i crimini sono stati commessi da killer al servizio di latifondisti e industriali del legno; appena sei mandanti sono stati giudicati e condannati e nessuno di loro ha scontato la pena. La CPT ha realizzato un’attività di monitoraggio secondo la quale il 73,19% dei casi di assassinio avvenuto nelle zone rurali non è nemmeno investigato dalle autorità, l’8,11% delle attività investigative non si conclude e solo nel 18,68% dei crimini arriva a celebrarsi un processo. La maggioranza dei dibattimenti però cade in prescrizione per i lunghissimi tempi di svolgimento.

AFRICA
Carovita: meno bambini a scuola

In Africa il settore dell’istruzione rischia di subire ripercussioni negative per la crisi alimentare mondiale: Koichiro Matsuura, direttore generale dell’Organizzazione dell’Onu per l’educazione la scienza e la cultura (Unesco) ha lanciato questo l’allarme durante la biennale dell’Associazione per lo sviluppo dell’educazione in Africa che si è tenuta a Maputo (Mozambico). Secondo Matsuura, la scarsità di prodotti alimentari potrebbe portare a una riduzione del numero di alunni che vanno a scuola, privandoli del fondamentale diritto all’istruzione. La settimana passata era stata una portavoce del Fondo Onu per l’Infanzia (Unicef) a formulare un’identica preoccupazione, sottolineando che la riduzione del budget familiare costringerà alcuni genitori a ritirare i figli dalla scuola. Intanto dall’Uganda arriva la notizia che gli istituti secondari aumenteranno le loro rette a partire dal mese prossimo. Una circolare data alle alunne della scuola femminile di Nabisunsa indica che “come ovunque nel paese, il costo dell’elettricità, dell’acqua, del carburante e del cibo è cresciuto in maniera anomala. Diventa difficile affrontare le spese di gestione”. Molte scuole private, scrive la stampa locale, alzeranno le tasse di circa 18.000 shilling, ovvero sette euro, e gli istituti che ancora non hanno adottato tale provvedimento hanno scritto al ministero dell’Educazione per poter ottenere l’autorizzazione a farlo.

IRAQ
Bassora: uccisa dal padre a 17 anni

Rand Abdel-Qader una giovane irachena di 17 anni che lavorava come volontaria in un centro d’aiuto per persone traumatizzate dalla guerra è stata uccisa dal proprio padre perché stava frequentando un giovane soldato britannico di stanza in Iraq. I due ragazzi si erano conosciuti proprio nel centro in cui lavorava Rand; gli unici incontri fra i due sono avvenuti in pubblico, ma è proprio questo ad averla condannata a morte: parlare e addirittura sorridere a un uomo e per di più cristiano davanti agli occhi della gente è stato considerato un peccato imperdonabile dal padre, che l’ha ferocemente uccisa. Avvertito da un conoscente che aveva visto i due giovani parlare e ridere assieme l’uomo l’ha soffocata, calpestata e pugnalata. E dopo l’esecuzione, ha gridato ai vicini accorsi che doveva farlo, “per pulire il mio onore”. Gli zii della ragazza hanno persino sputato sul cadavere. Il padre di Rand per questo omicidio non finirà in carcere: i giudici infatti hanno sancito che si è trattato di un ‘delitto d’onore’ e quindi non punibile. Rand, considerata impura, non ha avuto diritto neanche ad un funerale.

URUGUAY
Le uruguayane si riuniscono ogni mese contro la violenza domestica

Da aprile, tutti i primi giovedì del mese, le donne uruguayane si riuniscono davanti alla sede del Comune di Montevideo per manifestare contro la violenza domestica, nell’ambito della campagna ‘I diritti umani sono vigenti anche in casa’. La manifestazione, convocata dal Collettivo delle Donne uruguayane e Amnesty International vuole richiamare l’attenzione su un problema che, nella Repubblica Orientale dell’Uruguay, si stima sia causa di morte per una donna ogni 9 giorni. Nel primo semestre dell’anno passato il numero di denunce di aggressioni ha subito un aumento del 20% in relazione all’anno precedente. Tra gennaio e settembre del 2006 sono stati denunciati 5.038 casi di violenza contro le donne, una media giornaliera di 19 donne.
Secondo i dati di Amnesty International e del Dipartimento di dati, statistiche e analisi del Ministero dell’Interno, dal 2000 al 2006 l’86% delle vittime di violenza domestica erano donne. Di queste il 33% ha tra i 18 e i 29 anni e il 44% tra 30 e 49 anni. Nello stesso periodo le vittime di violenza sessuale sono state donne per l’81% e uomini, minori di età, per il 19%. La situazione è così grave che l’anno passato le denunce per questi casi hanno superato quelle per furto. Le autorità del paese attribuiscono l’aumento delle denunce al miglioramento delle condizioni di assistenza per le vittime.

Fonti, IPS, Adital, Peace Reporter

Fonte: http://www.noidonne.org/?op=articolo&art=1992

storie di ordinaria follia

Sunday, June 15th, 2008

Orribile storia nel Casertano: una donna di 47 anni segregata
per punizione nella sua stanza fin dall’inizio degli anni Novanta
 
Il letto su cui dormiva la donna salvata dall’intervento dei carabinieri
CASERTA - Una donna di 47 anni, segregata in casa dai propri familiari per 18 anni, è stata liberata venerdì verso le 13 dai carabinieri a Santa Maria Capua Vetere. I militari l’hanno trovata in condizioni igienico-sanitarie spaventose che hanno definito «indescrivibili». La donna manifestava inoltre evidenti problemi psichici, è ora ricoverata al Policlinico di Napoli. Secondo il racconto dei carabinieri la sventurata è stata tenuta «prigioniera» in casa da madre, fratello e sorella, all’interno di una stanza fatiscente, nel rione periferico Sant’Andrea.
 
Il «bagno» 
Secondo le prime informazioni raccolte la 47enne sarebbe stata «punita» allorquando i familiari hanno scoperto il suo stato gravidanza a seguito di una relazione amorosa con un concittadino. Relazione contrastata aspramente dalla famiglia. I tre «carcerieri» sono stati arrestati - forse la denuncia è partita da un vicino «pietoso»- e l’accusa che pende nei loro confronti è pesante: maltrattamenti e sequestro di persona. Il figlio della donna «prigioniera» ora ha 17 anni, è studente e vive presso altri parenti. La madre della «reclusa», ottantenne, A. R. G. è agli arresti domiciliari, mentre il fratello P. M., agricoltore di 44 anni, e la sorella M. M., insegnante di scuola materna di 54 anni, sono nel carcere di Santa Maria Capua Vetere per ordine del pm Antonio Ricci. La donna, con i suoi familiari, viveva in un vecchio edificio fatiscente alla periferia di Santa Maria Capua Vetere, lungo la strada che conduce alla statale Appia.
 
L’ingresso del tugurio in cui era tenuta prigioniera la donna
La storia ricorda, seppur in modo meno inquietante, la casa degli orrori di Vienna: in quel caso, il padre-mostro tenne segregata per 19 anni la giovane Kerstin con la quale ebbe anche relazioni incestuose.
 
Fonte: Corriere della Sera

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Uccide la moglie, ferisce l’amante
e poi si uccide con un fucile
Sparatoria nell’ufficio dove lavorava la donna. Il marito prima le ha chiesto spiegazioni, poi ha fatto fuoco

PADOVA - Un uomo ha ucciso la moglie per gelosia e quindi si è tolto la vita a Conselve (Padova). Una terza persona, il presunto amante, è rimasta ferita. Il fatto è accaduto nei pressi dell’ufficio della Spisal (Servizio di prevenzione igiene e sicurezza negli ambienti di lavoro della Ulss locale) dove l’omicida-suicida si è recato, armato di fucile, sapendo che vi avrebbe trovato la moglie al lavoro.

COLPITO ANCHE IL PRESUNTO AMANTE - Ha chiesto alla donna spiegazioni su un presunta relazione con un collega d’ufficio, poi è passato alle vie di fatto. Ha sparato alla moglie, ferendo successivamente quello che riteneva fosse l’amante e infine si è sparato. Il secondo uomo è ricoverato in ospedale. L’uomo ferito ha 44 anni, è stato colpito al basso ventre ma non sarebbe in pericolo di vita.

LA DONNA AVEVA LASCIATO L’UOMO DA QUALCHE GIORNO - La donna uccisa dal compagno per gelosia è Chiara Bernardi, 25 anni, che da alcuni giorni aveva lasciato l’uomo tornando a vivere con i genitori. L’omicida, poi uccisosi, è Alessandro Milan, 24 anni. Secondo una prima ricostruzione dei carabinieri, l’uomo sarebbe entrato a forza nell’ufficio dove lavorava la donna allo Spisal, imbracciando un fucile da tiro calibro 22. Quindi ha sparato al volto alla donna e ha tentato di uccidere il collega che era con lei, M.S., che è stato portato all’ospedale di Monselice dove è attualmente sottoposto ad intervento chirurgico. Infine Milan ha rivolto il fucile contro se stesso, sparandosi in bocca.

Fonte: Corriere della Sera