Archive for November, 2008

“Giustizia per mio marito, morto di lavoro”

Sunday, November 30th, 2008

 Campello sul Clitumno in Umbria il sindaco Paolo Pacifici ha voluto ricordare i 4 operai che morirono travolti dallo scoppio di un silos alla Umbria Olii. I familiari stanno ancora aspettando il processo. Il cosiddetto imprenditore ha persino cercato di farsi dare da loro un risarcimento di 35 milioni di euro. La magistratura ha archiviato. In sala c’erano familiari, tanti sindaci, cittadini, sindacalisti, giornalisti, tutti uniti dalla comune volontà di impedire che all’estremo oltraggio della morte si aggiunga la cancellazione della memoria su questi temi: Fiorenza Grasselli, moglie di una delle vittime, ha scritto e letto un lettera che merita di essere pubblicata, perché potrebbe diventare un vero e proprio manifesto da sottoscrivere, da far circolare, da sbattere sotto il naso a quanti continuano a blaterare di tragica fatalità.

Sono trascorsi due anni da quella tragica giornata del 25 novembre 2006, ma per me è come se fosse successo ieri. Quando salutai Giuseppe la mattina lui mi disse: “torno alle 14,30″. Non sapevamo che non ci saremmo più rivisti.
Non mi andava che lavorasse anche di sabato e glielo dicevo spesso, ma lui era troppo affezionato al proprio lavoro!
Quando chiudo la porta di casa ora sono sola, intorno a me c’è un gran senso di vuoto. E so che lo stesso accade nelle altre famiglie dei colleghi di mio marito che quel giorno stavano con lui su quei maledetti silos. Oggi ho trovato la forza per venire qui, a parlare, e sono sicura che c’è lui vicino a me.
Ho trovato la forza, come sono riuscita a fare anche lo scorso anno, perché voglio sapere la verità.
Per impedire anche che qualcuno dica che queste sono cose che possono capitare tutti i giorni. Voglio che quello che è successo a Campello due anni fa non venga dimenticato e desidero che venga fatta giustizia.
Ho tanta paura che ci si dimentichi di noi e di quello che è successo.
Dopo due anni il processo ancora non è incominciato. Ma io penso che giustizia sia anche che il processo si faccia presto e che si scopra cosa è successo davvero e chi ha le colpe di quel fatto.
Se passano anni senza verità e senza risposte come si può onorare la memoria di chi è morto quel giorno?
Che giustizia c’è in un mondo dove celebrare il processo devono passare tanti anni?
Quando mio marito andava al lavoro lo faceva per la sua famiglia, per fare la sua parte nell’impresa in cui lavorava e nella comunità in cui viveva. E poi lui lavorava in questo ambiente e con queste mansioni da oltre 20 anni e mi diceva sempre che se un lavoro non era più che sicuro non lo avrebbe mai fatto.
E invece lo hanno anche accusato di essere stato lui ed i suoi colleghi a causare quel disastro.
Lo hanno anche accusato di essere stato lui ed i suoi colleghi a causare la loro morte.
Perché invece qualcuno non ha detto cosa c’era dove stavano lavorando e cosa potevano e non potevano fare lì sopra?
Per questo io sono sicura che non possono aver sbagliato loro.
Nessuno si alza la mattina per andare a morire.
Giustizia significa che la nostra storia, quella di mio marito e quella di tante altre famiglie come la mia, non cada nel dimenticatoio e che non si dica che si è trattato di una fatalità.

Fiorenza Grasselli
* vedova di Giuseppe Coletti, morto con altri tre operai (Maurizio Manili,Tullio Montini e Vladimir Toder) nell’esplosione dei serbatoi della Umbra Olii, a Campello sul Clitunno (PG), il 25 novembre 2006. Intervento letto il 25 novembre 2008 nel consiglio comunale di Campello sul Clitunno, nel ricordo dei 4 operai morti due anni fa, nella richiesta di giustizia e di memoria, incontro organizzato dalla municipalità e dalla “Carovana per il lavoro sicuro”.

Fiorenza non vuole vendetta, ma giustizia, vuole impedire che altre donne possano provare lo stesso dolore. Quando il processo finalmente sarà celebrato,questo blog e il sito di Articolo 21 lo seguiranno. Essi si metteranno a disposizione delle famiglie e dei loro avvocati, affinché non si sentano mai soli e mai imbavagliati e zittiti. Facciamo nostra, infine, una proposta semplice e civile che Samantha Di Persia, autrice di un libro su queste stragi rimosse, ha rivolto a tutti noi: “Non chiamatele morti bianche, sembra quasi un nome dolce,queste sono morti sporche, anzi sporchissime…” . Questa richiesta la giriamo a tutti i giornalisti, a tutte le testate, alle agenzie, nella speranza che qualcuno voglia raccogliere l’appello e tradurlo in pratica quotidiana.

Giuseppe Giulietti

Micromega

Milano, la violenta per otto mesi “L’avevo comprata per 1.000 euro”

Saturday, November 29th, 2008

MILANO - Ha comparato una donna per mille euro, così come si compra un televisore o un motorino di seconda mano. La considerava di sua proprietà, tanto che è corso a denunciare la sua scomparsa quando lei ha trovato il coraggio di ribellarsi ed è scappata dalla casa-prigione in cui era stata rinchiusa da otto mesi.

E’ stato arrestato a Milano un pensionato di 57 anni accusato di violenza sessuale e sequestro di persona. In Mozambico, aveva acquistato una donna di trent’anni, l’aveva convinta a seguirlo in Italia con il miraggio di sposarla ma in casa la violentava e, per una manciata di soldi, la vendeva agli amici.

L’aveva comprata dagli zii africani che aveva conosciuto durante una delle sue consuete vacanze in Mozambico. Ne aveva carpito la fiducia offrendo loro piccoli regali e convincendoli che amava la nipote ed era pronto a sposarla se l’avesse seguita a Milano.

“E’ un uomo asservito totalmente alle pulsioni sessuali”, ha scritto di lui il giudice Mariolina Panasiti che ha convalidato il fermo. “Aveva realizzato il sostanziale acquisto della parte offesa dai parenti rivendicandone una condizione di possesso”. Cento euro al mese ha versato il pensionato alla famiglia d’origine da quando la donna ha raggiunto Milano nel febbraio scorso, le rate per saldare il prezzo d’acquisto.

“Io l’amo - ha detto ai carabinieri che gli mettevano le manette - e lei era consenziente. Nonostante tutto, sono disposto a riprenderla”, ha detto per nulla sfiorato dall’idea che quelle pratiche sessuali che infliggeva alla sua “amata” erano vere e proprie torture. Di questo la donna africana si lamentava con due amiche, ma non trovava mai il coraggio di denunciare il suo aguzzino. “Con le botte e la paura di altri orrori - scrive il giudice - l’imputato era riuscito a soggiogarla”.

Spesso i vicini sentivano le sue urla superare il chiasso della televisione accesa a volume alto. Finché il 9 ottobre scorso, la giovane donna africana è riuscita a rompere le catene della schiavitù e a denunciare tutto ai carabinieri. Ora lei è ospite di una comunità protetta mentre, dopo una breve indagine che ha confermato il racconto di brutalità e violenze fatto ai carabinieri, il pensionato è stato arrestato.

Fonte : La Repubblica

Stop al femminicidio

Friday, November 28th, 2008

“Femminicidio” e “violenza sessuata” sono strumenti per controllare i comportamenti femminili e garantire il potere maschile: non è violenza comune ma violenza che mina all’identità del soggetto in quanto donna

Parte il 25 novembre da Niscemi, luogo in cui Lorena Cultraro, 14 anni, è stata uccisa da tre suoi “amici”, e si concluderà a Brescia dove Hiina Saleem è stata assassinata dal padre perché “colpevole” di non essere una buona musulmana, la “Staffetta di donne contro la violenza”, organizzata dalle donne dell’Udi per prendere pubblicamente parola contro il “femminicidio”. L’iniziativa che durerà un anno intero e attraverserà l’Italia sarà accompagnata dal Calendario UDI 2009 che raccoglie “le parole che abbiamo detto in questi anni, parole che si possono rintracciare nei documenti nazionali, ma anche nei comunicati delle realtà territoriali o nelle lettere di singole donne”. Il testo, curato da Ingrid Colanicchia, e tradotto in italiano, arabo inglese, francese e rumeno ripercorre le esperienze dell’UDI degli ultimi anni e sottolinea con forza le parole che non si vogliono pronunciare: “femminicidio”, “violenza sessuata”. Una violenza che “eletta a strumento col quale moderare e controllare i comportamenti femminili per garantire il mantenimento dell’ordine patriarcale e dunque del potere, non è violenza comune ma violenza che mina all’identità del soggetto in quanto donna”.
La parte grafica del Calendario, in armonia con lo scritto, è tutta incentrata sul corpo femminile. Le rappresentazioni metafisiche, realizzate da Carla Cantatore, emozionano nella loro glacialità; sono corpi femminili raffigurati come manichini che “rappresentano guscio e armatura piuttosto che sostituzione della carne, sono a difesa della fragilità del nostro corpo.(…) quel collo è una sorta di cornucopia e da quella si eroga, si distribuisce, si dona la grande energia che può essere materiale o spirituale ma è quella che specialmente viene dalle donne”. “Hina e Lorena siamo noi”. Le tragiche vicende delle due donne diventano la parola d’ordine che definisce il paradigma della violenza sulle donne ma le ragioni del femminicidio che avvelena il nostro pianeta si ravvisano nella dichiarazione di F. Pala alla Scuola Politica dell’UDI 2008: “Le antiche domande, amore e bellezza, risultano così dolorosamente in – castrate dentro strutture sociali e culturali dominanti che le donne vivono con fatica. Il corpo di donna si trova a muoversi, crescere e agire in un ambiente che è chiaramente ‘informato’ allo sguardo maschile”.

Fonte: Noi donne

http://www.noidonne.org/?op=articolo&art=2321

Sesso sui minori, lo fanno i 30enni, Italia quinta tra i paesi “carnefici”

Thursday, November 27th, 2008

I numeri che illustrano il fenomeno dello sfruttamento sessuale di bambine, bambini e adolescenti in tutto il mondo fanno davvero paura. E ci presentano un pianeta popolato da mostri, spesso senza volto, nascosti nei computer dei ragazzini, o con la faccia insospettabile di un parente, un amico di famiglia, un vicino di casa abbronzato, di ritorno da un viaggio esotico. Sono 150 milioni le bambine e circa 75 milioni i minorenni sotto i 18 anni che hanno avuto rapporti sessuali forzati o subito violenze sessuali, con o senza sfruttamento commerciale. Ann M. Veneman, direttrice generale dell’Unicef, prima dell’inaugurazione del terzo congresso mondiale contro gli abusi sui minori, ieri ha detto: “Nessun Paese è immune, non esistono spettatori innocenti di fronte a questa tragedia globale del nostro tempo”.

Fortemente voluto dal presidente brasiliano Luiz Inacio Lula Da Silva, questo terzo meeting mondiale sullo sfruttamento sessuale dei minori - dopo quelli di Stoccolma e di Yokohama - sembra avere l’ambizione di ripartire dai dati agghiaccianti sulle proporzioni del fenomeno della pedofilia e della pedopornografia nel mondo (un volume d’affari, secondo l’ONU, di 32 miilardi di dollari) per andare oltre e proporre soluzioni ai governi e al mondo in termini di prevensione. Al meeting partecipano circa 3000 persone e sono rappresentati 125 stati (per l’Italia c’è il ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna) ed avrà come ospiti d’onore il presidente russo Dmitri Medvedev e la regina Silvia di Svezia.


Ecco, dunque, il profilo del fenomeno che emerge dal congresso. Dal punto di vista dello sfruttamento sessuale dei minori, il mondo si divide tra “donatori di vittime” ed “esportatori di carnefici”. Tra i primi vanno annoverati, in ordine sparso, Thailandia, Brasile, Kenia, Venezuela, S. Domingo, Guatemala, Cambogia e diversi altri stati africani, del sud est asiatico e dell’Amerca Latina. Tra i secondi, un ruolo importante è riservato all’Italia, che occupa il quinto posto nella poco onorevole classifica dei paesi “cacciatori di bambini”, dopo Usa, Germania, Francia, Australia. Un esercito di centinaia di migliaia di persone, con un’età drammaticamente in calo rispetto a 10-15 anni fa, che oggi si attesta tra i 25 e i 30 anni, che parte verso “i paradisi del sesso pedofilo” molti dei quali evidentemente ignari del fatto che ormai il reato di abuso sessuale sui minori è punibile dalla legge italiana, anche quando l’buso avviene all’estero.

Le ragioni dell’abbassamento della soglie d’età le spiega Marco Scarpati, presidente di ECPAt Italia, acronino di End Child Prostitution Pornography and Trafficking”, una rete internazionale di organizazioni impegnate nella lotta contro ogni forma di sfruttamento sessuale e commerciale dei minori.”Tutto nasce da un’idea di sessualità costruita su internet - dice Scarpati - dove vige l’esercizio virtuale di una sessualità priva di affetto e rispetto tra persone. Dove, in sostanza, prevale un modello di sesso che non è quasi mai di coppia e spesso ispirato alla violenza, o comunque al puro e semplice soddisfacimento di pulsioni. Ne deriva l’abitudine ad una sessualità irreale, che però quando poi si misura con la realtà, cioè nell’incontro concreto con l’altro sesso, si scontra con l’impossibilità di mettere in pratica i modelli acquisiti nella pratica solo virtuale del sesso. Questo - sostiene Scarpati - spesso induce persone sempre più giovani a scegliere la via del sesso a pagamento con minorenni, più addomesticabili degli adulti, proprio perché piu’deboli e soprattutto poveri”.

Tra i contributi di ECPAT al meeting ci sarà quello di individuare nuove procedure, meno traumatizzanti per i bambini, in occasione di processi a pedofili. “In Italia le leggi per combattere e punire questi reati ci sono e sono anche buone - ha detto ancora Scarpati, autore, tra l’altro, di un saggio sul tema: “Il rumore dell’erba che cresce” - il problema è che si fa fatica ad applcarle. Così come risultano vecchi i metodi di approccio per stabilire la verità durante i dibattimenti nei quali sono coinvolte bambine e bambini, vittime di abusi sessuali”.

L’idea-guida del congresso sembra essere dunque quella di prevenire, oltre che combattere e punire, i responsabili di questo genere di violenza sui minori, capace di lasciare tracce indelebili su chi la subisce, fino ad inibire una normale vita di relazione. I terreni individuati per tentare di arginare il fenomeno sono diversi. In primo luogo - si dirà durante il meeting - nel diffondere nelle scuole, in famiglia, e attraverso i Media un’idea della sessualità legata al rispetto e all’amore tra due persone. Non è educazione sessuale in senso classico, ma qualcosa di più e di diverso, che dovrà accompagnare, con lo sforzo di tutti gli stati, la crescita delle nuove generazioni. C’è poi il versante on line. Qui la prevenzione appare assai più complicata. La rete - dicono i rappresentati del’Unicef - sfugge ad ogni controllo.

Qualche tempo fa, ad esempio, è stato fatto un esperimento per testare la capacità reattiva dei pedofili su internet. Per circa 14 ore è stato messo in circolazione un “filmato-esca” di una bambina di 5 anni sottoposta a inguardabili sevizie sessuali. Bene, solo in quell’arco di tempo, e prima di essere tolto di mezzo, quel film è stato scaricato migliaia di volte. Nel frattempo, qualcosa si sta facendo. ECPAT, assieme all’Università di Tor Vergata e il CNR hanno lanciato un software contro i rischi di adescamento e l’invio-scambio di foto dal contenuto sessuale su Messenger. Si chiama “Virtual parent”, si installa nel pc e fa le veci dei genitori, che possono così controllare la lista dei nuovi contatti e dei file scambiati.
Fonte: La Repubblica

Tutti in pensione alla stessa età?”Per le donne non è una vittoria”

Wednesday, November 26th, 2008

L’età pensionabile di uomini e donne nel pubblico impiego dovrà essere equiparata. Il 13 novembre scorso, la Corte di Giustizia Europea ha infatti condannato l’Italia per la disparità di trattamento tra uomini e donne: la nostra normativa, in base alla quale le donne possono andare in pensione a 60 anni, mentre gli uomini devono aspettare il compimento del 65° anno è stata ritenuta iniqua nei confronti dei maschi.

Wally Ferrante, Avvocato dello Stato, ha rappresentato l’Italia davanti alla Corte del Lussemburgo nella discussione del ricorso che la Commissione ha presentato contro la nostra normativa previdenziale: “Dalla sentenza della Corte di Giustizia - spiega - deriva l’obbligo dello Stato italiano di parificare l’età pensionabile dei pubblici dipendenti tra uomini e donne”. Ma questa parificazione, osserva l’avvocato Ferrante, si tradurrà nell’ennesimo svantaggio a carico delle donne lavoratrici: “Attese le note ristrettezze di bilancio, dubito che l’età sarà abbassata per tutti a 60 anni, essendo più verosimile che venga elevata per tutti a 65 anni. Pertanto il risultato è che le donne, che anche prima ‘potevano’ lavorare, a semplice richiesta, fino a 65 anni (e lo facevano nella maggior parte dei casi), ora ‘dovranno’ lavorare fino a 65 anni. Non mi sembra una grande vittoria”.

La sentenza è stata accolta positivamente in Italia da chi, come la vicepresidente del Senato Emma Bonino, ha sempre visto con sfavore il fatto che “in Italia esista una legge che stabilisce che una donna debba avere meno anni di contributi di un uomo, comportando così una discriminazione retributiva a tutti gli effetti”. Ma, obietta l’avvocato Ferrante, di fatto, una volta tanto, la discriminazione si traduceva in un vantaggio a favore delle donne, dal momento che si tratta di “una mera facoltà discrezionale per queste ultime di optare per la cosiddetta ‘uscita anticipata’” al raggiungimento dei 60 anni”.


Una facoltà che si riteneva in qualche modo dovuta alle donne, molto più impegnate nel lavoro familiare e di cura dei figli. Che si tratti di una facoltà, che non si è tradotta negli anni in una coercizione, ricorda Ferrante, lo dimostra anche il fatto “che le donne aventi diritto a tale opzione per aver raggiunto il sessantesimo anno di età, nel 66% dei casi hanno liberamente deciso di proseguire il proprio rapporto di lavoro”.

Ma quella lamentata dalla Commissione Europea, e riconosciuta come tale dalla Corte di Giustizia Europea, è piuttosto la disparità di trattamento “ai danni degli uomini”: “La Commissione deve rilevare - si legge nel ricorso presentato davanti al tribunale del Lussemburgo - che la sola previsione di tale facoltà (il pensionamento a 60 anni, ndr) a favore delle donne costituisce una discriminazione ai sensi dell’art.141 CE dal momento che la medesima facoltà non è concessa agli uomini”.

Tale discriminazione, ricorda l’avvocato Ferrante, ha storicamente una propria ragione d’essere nel fatto che “il sesso ‘debole’ nel mondo lavorativo è tutt’ora quello femminile e che la compensazione di eventuali svantaggi nelle carriere debba essere effettuata nei confronti delle donne e non certo degli uomini”. Il richiamo è alla normativa che stabilisce che “il principio della parità di trattamento non impedisce agli Stati membri di mantenere o di adottare misure che prevedono vantaggi specifici volti a facilitare l’esercizio di un’attività professionale da parte del sesso sottorappresentato oppure a evitare o compensare svantaggi nelle carriere professionali”.

“Ma anche queste considerazioni non sono valse a evitare la condanna”, conclude l’avvocato Ferrante. La Corte, infatti, pur non negando l’esistenza di situazioni negative a carico della donna nel mondo del lavoro, ha sostenuto che la diversa età pensionalbile “non compensa gli svantaggi ai quali sono esposte le carriere dei dipendenti pubblici donne e non le aiuta nella loro vita professionale né pone rimedio ai problemi che possono incontrare nella loro vita professionale”.

L’appello dei pediatri . Un giorno senza TV

Tuesday, November 25th, 2008

Questo è un invito che anche io rivolgo a tutte le mamme:

Staccare la spina, in senso letterale. Riporre il telecomando almeno per un giornata. L’appello arriva dalla Società Italiana di Pediatria, che lancia in collaborazione con Repubblica.it la campagna “un giorno senza televisione”. Per sensibilizzare le famiglie ai rischi nascosti legati a quello che troppo spesso appare come un innocuo passatempo per bambini e ragazzi. E per invitarle a impiegare almeno 24 ore in modo “rivoluzionario”. Qualche idea? Parlare, giocare, leggere, fare una passeggiata con i propri figli, portarli al parco. Le alternative possono essere tante e vi invitiamo a raccontarcele sul nostro forum.

PARTECIPA AL FORUM

Un appello simbolico per un problema più che concreto. Passare pomeriggi e serate davanti alla televisione, troppo spesso usata come babysitter catodica, significa prima di tutto togliere tempo al gioco con i propri coetanei, al movimento fisico - fondamentale perché l’obesità infantile è crescita - allo scambio in famiglia, a stimoli culturali. Ma vuol dire anche un bombardamento eccessivo di pubblicità nella “fascia protetta” e un’esposizione a scene violente inadatte ai più piccoli e ai loro fratelli maggiori. Dagli ultimi rilevamenti della Sip relativi al secondo quadrimestre 2008, su Italia 1 - la rete più vista da bambini ed adolescenti - la media oraria di spot è risultata essere 47,6 ogni ora, con una percentuale di pubblicità pari al 26,29% del tempo totale di trasmissione. Non cambia granché neppure per Canale 5, altra rete molto seguita dai piccoli, con risultati sostanzialmente allineati.


L’overdose televisiva influisce in modo negativo non solo sui comportamenti alimentari - si mangia di più e meno bene accoccolati sul divano davanti a cartoni e telefilm - ma anche su quelli sociali per il tipo di messaggi e modelli proposti. Un’indagine sull’adolescenza condotta dalla Sip per il 2007 - i nuovi dati relativi al 2008 verranno presentati il 2 dicembre - indicano con chiarezza che chi guarda di più la tv (oltre 3 ore al giorno) è anche più influenzato dalla pubblicità (92,2% contro l’80,9% di chi la guarda per meno di un’ora al giorno); tende a mangiare più merendine (25,8% contro il 15,2%) e risulta maggiormente predisposto alla violenza (54,9% contro 37,6%).

Il presidente della Sip Pasquale Di Pietro non si fa illusioni: “Sappiamo bene che non è con un giorno di moratoria che si risolvono i problemi, ma il nostro obiettivo è iniziare a sensibilizzare sia i genitori che i ragazzi sul fatto la tv non deve rappresentare una assoluta necessità e che ogni tanto se ne può anche fare a meno. Se poi la giornata senza tv diventasse almeno una abitudine settimanale, tanto meglio”, dice.
Può bastare poco ad innescare un ciclo virtuoso. Almeno, ci si può provare.
Fonte: La repubblica

Violenza degli uomini sulle donne: Ogni 3 giorni c’è una nuova vittima

Sunday, November 23rd, 2008

Ogni tre giorni in Italia una donna muore per le violenze subite da un uomo. È il dato che emerge da uno studio della Casa Internazionale delle Donne di Roma e di Bologna, che ha diffuso le statistiche durante la manifestazione nazionale di femministe e lesbiche contro la violenza degli uomini, che ha visto migliaia di donne (ma anche qualche gruppo di uomini) sfilare per le vie della Capitale. In particolare, nel 2007, sono 126 le donne uccise a causa delle violenze perpetrate dagli uomini. Tra questi, 44 sono i mariti, 11 i fidanzati o i conviventi, nove gli ex mariti e gli ex fidanzati, 10 i figli e 14 gli sconosciuti.

IL CORTEO - Alla manifestazione romana hanno partecipato migliaia di persone (50 mila secondo i gruppi che l’hanno organizzata), soprattutto donne e di ragazze accorse da tutta Italia, che hanno sfilato per il centro della città dietro uno striscione con la scritta: «Indecorose e libere». Ma molti altri striscioni hanno accompagnato il lungo serpentone, che ha visto tra l’altro il ritorno di vecchi slogan del movimento femminista. Il corteo, organizzato dalla Rete nazionale di femministe e lesbiche in vista della giornata mondiale contro la violenza sulle donne del prossimo 25 novembre, è partito da piazza Esedra per arrivare a piazza Navona attraversandoil cuore della Capitale.

CARFAGNA E GELMINI NEL MIRINO - Le manifestanti hanno protestato anche contro il ddl sulla prostituzione promosso dal ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, e contro il progetto di riforma della scuola del ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. In fondo al corteo, composto da femministe, lesbiche, trans e studentesse universitarie, anche gruppi di manifestanti misti di uomini e donne. Tra gli striscioni, le scritte «Cenerentola, Biancaneve e Barbablù c’erano una volta…e adesso non li vogliamo più», «Nella casa del “Mulino” si nasconde l’assassino» e perfino un sarcastico «Ma non lo puoi usare solo per pisciare?».

Fonte: Corriere della Sera

PROSTITUZIONE: 100 NIGERIANE PER 50MILA DLR

Saturday, November 22nd, 2008

TRIESTE - “Comprate” per 50 mila dollari in Nigeria, portate in Italia e costrette, anche con riti voodoo, a prostituirsi per ripagare, con anni di sfruttamento sessuale, il loro ingresso clandestino: è la storia di un centinaio di ragazze nigeriane scoperta dalla Squadra Mobile della Questura di Trieste.

La Polizia del capoluogo giuliano ha sgominato una presunta organizzazione criminale (composta da undici nigeriani, tutti arrestati in vari momenti dell’inchiesta) che secondo l’accusa aveva realizzato una vasta rete di prostituzione estesa dal Friuli-Venezia Giulia, al Veneto, alla Lombardia, all’Emilia Romagna, alla Puglia. Le ragazze - secondo la ricostruzione fatta dalla Polizia - venivano contattate in Nigeria, comprate da famiglie e parenti, portate in Italia attraverso Bulgaria, Grecia e Austria, e “custodite” in luoghi sicuri per essere poi costrette a prostituirsi.

Fonte: ANSA

Flash mob contro la violenza sulle donne

Friday, November 21st, 2008

Manichini viventi vestiti da sposa sulla scalinata del Campidoglio, ma i volti e gli abiti sono pieni di sangue. Un gruppo di manifestanti ha voluto denunciare così il fenomeno della violenza sulle donne. I dati sulla condizione femminile sono scritti sui corpi stessi dei manichini: “Una donna ogni 3 giorni in Italia muore per le violenze subite dal marito, dall’ex o da un conoscente”, oppure “oltre 14 milioni di donne italiane sono state oggetto di violenza fisica sessuale o psicologica”. L’iniziativa annuncia il corteo che il 22 novembre prossimo, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, partirà da piazza della Repubblica e terminerà a piazza Navona (Foto Franceschi)

Fonte:

Palermo, bambole insaguinate contro l’aborto

Thursday, November 20th, 2008

 Bambole insanguinate spedite ai giornali di Palermo per protestare contro la legge sull’interruzione di gravidanza. L’iniziativa è della sezione siciliana di Forza Nuova contro il “genocidio legalizzato”, come è scritto nel volantino che accompagna il pacco. “Basta con la 194!”

Giuseppe Provenzale, coordinatore regionale della sigla di estrema destra, ammette che è opera sua l’invio di sei pacchi alle redazioni di quotidiani e agenzie del capoluogo siciliano: “E’ un’iniziativa shock, non lo nascondo, ma è l’unico modo per denunciare, nella sua crudezza, quello che avviene nella realtà con un aborto”. Nelle scatole, le bambole sporche di sangue e interiora di animale erano chiuse in un sacchetto trasparente del tipo usato per congelare gli alimenti. In un altro cellophane era protetto il volantino di protesta, simile a quello distribuito nei giorni scorsi davanti agli ospedali della città. La Procura ha aperto un’inchiesta.

Provenzale e Massimiliano Ursino, militante di Forza Nuova, verranno denunciati all’autorità giudiziaria. Il reato che dovrebbe essere contestato ai due potrebbe essere di procurato allarme contro l’autorità. I due sono stati ascoltati per tutto il pomeriggio dai carabinieri di Palermo.

All’iniziativa di Fn è seguita immediata la condanna politica che ha trovato concordi esponenti di centrodestra e centrosinistra. Duro il giudizio espresso da Gianfranco Fini, presidente della Camera, che ha definito l’iniziativa “un’inquietante e intollerabile forma di violenza derivante da un fanatismo che desta allarme nelle istituzioni”. Anche il presidente del Senato Renato Schifani ha espresso parole di solidarietà ai giornalisti palermitani “oggetto di un grave e inqualificabile gesto”.

Uguale preoccupazione per la scelta di Fn è stata pronunciata dal segretario del Partito democratico Walter Veltroni che parla di azione “vile e inquietante” e di “una macabra e minacciosa campagna”. Per il capogruppo dei senatori del Pd Anna Finocchiaro si tratta di “un’intolleranza che nulla ha a che vedere con la nostra democrazia”.


Accuse che respinge il leader di Forza nuova Roberto Fiore, eurodeputato: “Non volevano intimorire i media siciliani, ma lanciare una campagna contro l’aborto. Serve riaprire il dibattito sulla 194, e ottenere misure a favore delle donne”.

Forza nuova a Palermo si era già distinta un paio d’anni fa con i picchetti davanti alle sedi dei giornali per protestare contro i giornalisti colpevoli di dare scarsa visibilità alle proposte del movimento. Recentemente, iscritti a Fn hanno “attaccato” la sede del Banco di Sicilia nel capoluogo distribuendo volantini ai clienti ed esponendo un grosso striscione davanti all’ingresso della banca per invitare i correntisti a prelevare i loro risparmi “prima che sia troppo tardi”.

Fonte: La Repubblica