Archive for March, 2009

Le domestiche schiave

Tuesday, March 31st, 2009

Molto spesso arrivano richieste che sembrano strambe ma poi nascondono gravi pregiudizi. Ne vuol sapere qualcuna? Una volta hanno chiamato per una domestica. “Ma mi raccomando, magra”. Dico: “In che senso?”. “No, perché sa, noi andiamo in vacanza in Sardegna, abbiamo una barca, se ce la manda grassa ce la sbilancia”. Un’altra la voleva “che avesse superato l’età della fragilità emotiva”. Intendeva senza compagno o marito, preferibilmente asessuata in modo che non corresse il rischio d’invaghirsi e magari, non sia mai, rimanere incinta. Altre le vorrebbero solo che prendono la pillola. Per altre ancora è il colore della pelle, il problema: “Ma è una marocchina di quelle chiare o di quelle scure? Perché sa, mia madre è anziana…”. Bisogna fornire loro le varie sfumature. Senza contare gli orari: alcune vorrebbero una domestica o una badante per tutti i giorni, domeniche comprese, per 600 euro al mese».
Al Mondo di Joele, associazione nata nel giugno del 2002 che aiuta le donne straniere a integrarsi nella Torino sabauda, di richieste come queste ne arrivano tutti i giorni. Le più provengono da famiglie altolocate perché negli anni l’associazione si è guadagnata la fama di trovare personale di ottimo livello.

Alcune sono storie divertenti, altre per niente. Come quella di Virginia (nome di fantasia), ragazza africana. Faceva la segretaria nel suo Paese, è stata chiamata da una coppia torinese per farlo per una società italiana. Ma quando è arrivata nell’enorme villa sulla collina di Torino, ha capito che l’avevano chiamata per altro. «Il mattino mi sveglia una signora alle 6 e mi fa fare un giro della casa spiegandomi cosa dovevo fare: lavare, stirare, pulire, fare da baby sitter ai bambini. Io dico subito che c’è un equivoco. Nessun equivoco, mi dice la coppia. Non avevo soldi, come facevo a tornare in Africa? Ho deciso di rimanere fino al primo stipendio».

Stipendio che non arriva mai. Il primo, 400 euro per cinque mesi, viene spedito direttamente alla sorella in Africa. «Ho capito che ero prigioniera», dice Virginia. Deve alzarsi alle 6 del mattino e coricarsi alle 2, quando la coppia (lui oculista, lei commercialista) rientra dalle serate mondane. Non può lasciare la villa. Non può vedere programmi che non siano in inglese per non imparare l’italiano. «Mi tenevano completamente isolata - racconta Virginia - Ho finto di essere profondamente religiosa per avere un contatto esterno. Ogni tanto mi portavano alla chiesa Valdese».

È così che Virginia è riuscita a scappare. «Una mattina, mentre loro dormivano, sono uscita. Ho preso il 60, il pullman che passava davanti alla villa, senza biglietto. Sono scesa al capolinea perché non sapevo dove mi trovavo e di lì ho chiamato un professore che avevo conosciuto in Chiesa. Lui mi è venuto a prendere». Mesi dopo Virginia ha vinto una causa di lavoro.

Ma non c’è solo la collina, anche in Crocetta pare che i diritti siano cancellati, per alcune categorie. Adriana è una ragazza romena. Il suo primo impiego è stato presso una famiglia di commercialisti. «La signora era piena di animali: cani, conigli, uccelli - racconta -. A me gli animali piacciono, ma ci sono dei limiti». La signora pretendeva che Adriana dormisse nel letto con i cani. «Mi è venuta un’allergia - racconta Adriana - Avevo tutte le mani nere, il medico ha detto probabilmente qualcosa preso dai conigli». Nonostante questo, però, Adriana è costretta a lavare i panni a mano. «Usava la lavatrice pochissimo - racconta - mi chiamava il sabato, la domenica. Ero arrivata a non riuscire a pagare le bollette perché fisicamente non avevo tempo di andare in posta. E quei giorni festivi non me l’ha mai pagati».

Di contratti, d’altra parte, nemmeno l’ombra. Il ricatto? Sei straniera. È peggio quando sei clandestina. Come Olga, albanese. Nell’ultimo lavoro la sua datrice le ha praticamente offerto di andare con degli uomini dietro pagamento. «L’abbiamo subito fatta rientrare - dicono dall’associazione -. Ma non è l’unica: una volta ci hanno richiesto una domestica “disponibile” per un uomo che aveva problemi con le donne. In un’altra un’imprenditrice 60enne ha richiesto espressamente un badante uomo per il marito in sedia a rotelle. Abbiamo scoperto il mese dopo il perché di questa richiesta: la signora si era fatta trovare nuda nella camera da letto del badante».

Fonte: La Stampa

diversità

Monday, March 30th, 2009

A Londra pare che un discreto manipolo di genitori abbia protestato con la
Bbc, famosa rete televisiva, perché ha fatto condurre una trasmissione per
bambini ad una tale Cerrie Burnell. Cos’ha che non va questa Cerrie? È una
famosa pornodiva che si presenta vestita sadomaso col frustino? È stata in
galera perché ha sciolto gli zii nell’acido muriatico? Picchia i cani?
Strappa i baffi ai gatti? No, niente di tutto questo. È carina, simpatica,
competente e amabile. Però. C’è un però. Le manca un braccio. È nata così,
con un braccio solo, e tra l’altro se la cava benissimo, tant’è che non ha
mai usato protesi. Certo, ci sono delle cose nella vita che lei non potrà
mai sperimentare, che so… battere le mani quando passa la regina, per dire.
Ma chisseneimporta. È una brava attrice, diplomata, sposata e ha una figlia
di quattro mesi. Una donna normale con un braccio solo. Per i genitori dei
bambini a casa, invece, una tragedia. «I bambini si spaventano, si
impressionano, è un’immagine che non dovrebbe comparire in televisione». Io
ho visto la foto e non c’è niente di mostruoso, non è che ha appena avuto un
incidente ed è dilaniata. Peccato perché poteva essere una bella occasione
per cominciare a educare i bambini ad accettare la diversità con
naturalezza, a capire che gli esseri umani sono fatti in tanti modi, e vanno
bene tutti, anche quelli che a prima vista sembrano un po’ più complicati. E
invece no.
«I bambini sono troppo piccoli per affrontare il discorso dell’handicap».
Palle. Più sono piccoli, credo, più è facile fargli capire le cose con
naturalezza. È tanto difficile, dire: «È nata così, può capitare, ma come
vedi va bene lo stesso, guarda come è carina». Niente. I genitori non la
vogliono. Ma per fare la televisione bisogna avere per forza due braccia? Se
mai è se la vuoi spostare, che ti servono, ma se la fai?! Giurato per
esempio ha tutto, eppure… Tante parole, e poi: i presentatori con l’handicap
non vanno bene, se ha troppi stranieri in classe gli cambio scuola, la baby
sitter meglio italiana se no non capisce la lingua, e africana no perché è
piccolo tutto quel nero e gli occhi bianchi gli fan paura, il compagno down
è tanto carino ma alla festa di compleanno meglio non invitarlo, si
sentirebbe a disagio, la domestica sì ma se è romena magari anche no, quello
lì è gay ma è tanto una brava persona. E poi qualcuno mi deve spiegare
perché le tette grandi come la cupola di San Pietro rientrano nel concetto
di normalità e un braccio solo no. Una deforme volontaria che deve andare in
giro coi pesi nelle tasche dietro dei jeans se no casca in avanti, in tv va
bene. È normale. Come glielo spieghi a tuo figlio mamma inglese? «Vedi
Jason, quella signorina che si è fatta aprire come una simmenthal poi si è
fatta infilare della gomma sotto la pelle così i maschietti han tanto spazio
per giocare e lei è contenta». E lui penserà che le donne con le tette
piccole hanno il parco giochi consumato.
Allora english mother già che ci sei spiegagli anche perché quell’altra ha
un braccio solo, un signore sta in carrozzella, uno ha le mani che tremano
forte, perché un bambino non parla e un altro ogni tanto tira i libri alla
maestra e urla. Altrimenti, se gli facciamo credere che il mondo è quello
degli spot dei biscotti, poi non ci stupiamo se quando vede per strada uno
sporco e ubriaco gli dà fuoco. I fiammiferi glieli abbiamo dati noi.

(Il pensiero debole, 13/3/2009)
Luciana Littizzetto

In 5 giorni Debora S. è già la star del Pd

Saturday, March 28th, 2009

E se fosse cattivissima, Debora Serracchiani? Se dietro quella faccia da Amélie, quell’argomentare chiaro, quel proporsi da simpatica imbranata che ne ha «una per tutti», ci fosse una peste? Capace di tramare, pugnalare, intrappolare, e di cogliere ogni occasione, perfino una triste assemblea di delegati, per arrivare? Bè, se lo fosse (se fosse anche questo) complimenti, il Pd avrebbe trovato una leader decente. E, in caso volesse sopravvivere (il Pd), dovrebbe lanciarla.

Fino a venerdì era solo una graziosa trentottenne, avvocato a Udine, consigliere provinciale, cliente di parrucchieri friulani che praticano il taglio a scodella. Da quando è intervenuta davanti a tremila altri delegati e a un Dario Franceschini che masticava gomma, è la consolazione di grandi e piccini del fu centrosinistra che la guardano e la riguardano sul Web. I 12 minuti del suo intervento sono ovunque tra blog e Facebook. Su Fb aderiscono a migliaia ai suoi fan club; «Quelli che avrebbero detto proprio le stesse cose di Debora Serracchiani», ieri sera era intorno ai duemila iscritti. Perché Serracchiani, instant celebrity già finita anche sul El País, è il primo caso di piddina che si è auto-cooptata.

È salita sul palco, ha fatto la spiritosa e poi ha detto «vengo dalla città che ha accolto Eluana Englaro». Ha poi comunicato a Franceschini che aveva due-tre cose da dirgli. Ha poi zittito i delegati distratti. Ha preso a sberle i dirigenti del Pd «incapaci di avere una linea unica». Li ha criticati per aver lasciato a Di Pietro «temi che ci appartengono come il conflitto di interessi e la questione morale». Ha ripreso a pedate i vertici Pd («segretario, te lo dico con grande semplicità») per aver sostituito Ignazio Marino con la teodem Dorina Bianchi. Ha proposto referendum consultivi sulle questioni importanti («a maggioranza, se necessario lasciando a casa qualcuno»), e indicazioni dalla base sui candidati. Ha rischiato la standing ovation con il suo «non ci possiamo riconoscere in un Paese dove la sicurezza è affidata a politicizzati che fanno gli sceriffi, gli immigrati sono trattati da criminali, non si investe nella scuola nell’università e nella ricerca, si invita a superare la crisi economica prendendola con allegria».

Ora si attendono idee dei vertici Pd per valorizzare Debora S. (e ci si augura che sia un po’ cattiva, se è buona e simpatica come sembra nel video potrebbe soccombere, è evidente).

Maria Laura Rodotà
Fonte: Corriere della Sera

storia di ordinaria violenza…

Friday, March 27th, 2009

Una storia di abusi e incesti lunga 25 anni di cui sono state vittime 6 ragazze e bambine di una famiglia torinese: è quanto hanno scoperto la Procura di Torino e gli agenti del commissariato Barriera di Milano che hanno raccolto la denuncia di una ragazza, Laura (il nome è di fantasia), 34 anni, che da quando ne ha 9 è stata costretta a subire le violenze sessuali del padre e poi anche del fratello, a sua volta padre di 4 figlie anch’esse vittime dei suoi abusi.
Un storia che ha inizio quando Laura, con i genitori, si reca dalla Polizia a denunciare il fratello,sostenendo che questi l’aveva violentata per due volte quando la donna le aveva chiesto ospitalità dopo essere scappata dalla casa del padre.

Sono scattati gli accertamenti della polizia che,dalle intercettazioni telefoniche e ambientali, ha scoperto che il fratello di Laura abusava delle sue 4 figlie (di 6,8, 12 e 20 anni), e che il padre di Laura, 63 anni,venditore ambulante, abusava della figlia, che era ’succube e passiva del genitore’.
E’ così venuta alla luce l’intera verità: Laura, quando finalmente è riuscita a raccontare la sua vicenda agli inquirenti, ha spiegato di come non abbia mai avuto una vita autonoma; costretta a lasciare la scuola in seconda media, ha vissuto in una camera senza luce elettrica, costretta a subire gli abusi del padre, dal quale ha provato alcune volte a scappare. Una prima volta accadde nel 1994,quando la ragazza si rifugiò a casa di uno zio. Il padre andò a riprenderla e la costrinse a denunciare lo zio per abusi sessuali. Già allora, lo zio dichiarò che la realtà era che la giovane subiva invece le violenze del padre, ma la vicenda venne archiviata perchè un consulente della Procura giudicò inattendibile il racconto di Laura.

La seconda volta che Laura scappò di casa, si rifugiò a casa del fratello e, di nuovo, il padre, forse temendo di essere denunciato,decise di costringere la figlia a sporgere denuncia contro il fratello. Da qui è partita la nuova indagine che ha portato in carcere il padre e il fratello di Laura, accusati di violenza sessuale, maltrattamenti in famiglia e atti osceni in luogo pubblico, dal momento che alcuni abusi sarebbero stati consumati in macchina, per strada.
Vittima degli abusi del padre di Laura anche una cugina che, giunta a Torino per lavoro e ospitata dagli zii, è stata poi violentata. Laura e le sue cugine sono state affidate a delle comunità di recupero. La perizia medica sulla donna ha evidenziato un ‘disturbo di personalita’ dipendentè.

Fonte: La Repubblica

La tragedia delle donne irachene

Wednesday, March 25th, 2009

Secondo un rapporto diffuso da Oxfam in occasione dell’8 marzo, la metà delle donne irachene hanno subito violenze. Per quanto riguarda le vedove (circa un milione di donne), il 20 per cento ha subito violenze domestiche. Oltre a soffrire per la mancanza di sicurezza le irachene non possono nemmeno usufruire dei servizi più basilari: un quarto delle donne non ha accesso quotidianamente all’acqua, oltre il 75 per cento non ha diritto alla pensione. La situazione sanitaria è in continuo peggioramento.
Si tratta di una tragedia vissuta in silenzio, sebbene la violenza sia diminuita nel paese non è diminuita quella nei confronti delle donne. Le più penalizzate sono le vedove che non hanno mezzi di sopravvivenza e se lavorano presso qualcuno spesso subiscono le violenze sia sessuali che fisiche da parte dei loro datori di lavoro.
A sei anni dall’occupazione del paese la condizione delle donne è terribilmente peggiorata. Ai tempi di Saddam dovevano sopportare una dittatura sanguinaria ma il regime era laico e garantiva alle donne maggiore libertà e diritti che negli altri paesi musulmani, ma ora il paese è in mano a partiti e milizie religiose che hanno cancellato questi diritti. Lo scorso mese la ministra per gli affari delle donne irachena si è dimessa di fronte all’indifferenza rispetto ai problemi delle donne.
Quando si fanno i bilanci delle guerre purtroppo non si tiene mai conto degli effetti sul deterioramento delle condizioni delle donne, un indice fondamentale per misurare il livello di progresso e di democrazia di un paese.

di giuliana Sgrena
pubblicato il 8 marzo 2009
Fonte:http://mir.it/servizi/ilmanifesto/islamismo/?p=57
il manifesto

Se un discorso ti cambia la vita: tutti pazzi nel Pd per Debora Serracchiani

Tuesday, March 24th, 2009

Il suo è stato l’intervento più applaudito all’assemblea dei circoli del Pd. Il video con le sue parole è stato visto migliaia di volte su internet e su Youdem è dopo soli due giorni il video più visto di tutto il mese di marzo. Non parliamo di Dario Franceschini o di un altro dirigente nazionale del partito bensì di Debora Serracchiani, avvocato 38enne, consigliere provinciale del Pd a Udine e dirigente locale del partito. Ha preso la parola poco prima delle conclusioni del segretario e sicuramente nessuno si aspettava che il suo intervento potesse trascinare in questo modo la platea, riuscendo a dare una rappresentazione appassionata e fedele  delll’umore della base del partito dopo le polemiche e la crisi di consensi che hanno portato alle dimissioni di Walter Veltroni. Un intervento concreto che è riuscito a riscaldare il pubblico senza cedere alle facili tentazioni della demagogia e della retorica anti-dirigenza: un elenco puntuale di critiche e osservazioni che ha toccato in modo semplice ed efficace tutti i tasti dolenti del partito – dalle indecisioni sul testamento biologico alla ricerca sfrenata di visibilità mediatica, dalla linea politica ondivaga al rapporto col partito di Di Pietro – per arrivare poi al passaggio centrale e più applaudito. «La verità è che in questi pochi mesi di vita del Partito Democratico ho avuto la netta impressione che l’appartenenza al nuovo partito fosse sentita molto di più dalla base che dai dirigenti». Applausi a spellarsi le mani, ampi sorrisi da parte del segretario, urla di incoraggiamento di un pubblico formato esclusivamente da dirigenti locali come lei: coordinatori cittadini e di circolo, membri degli esecutivi regionali, provinciali e comunali. Persone che durante questi mesi hanno faticato per tenere in piedi il partito e che oggi guardano rinfrancate alla gestione del nuovo segretario: «Franceschini ha il compito di dare una credibilità nuova a questo partito e ci sta riuscendo alla grande».

(guarda il video dell’intervento)

La storia della politica recente ha visto diversi personaggi emergere dall’anonimato e lanciarsi verso brillanti carriere politiche grazie a discorsi particolarmente riusciti. L’esempio più noto è quello di Barack Obama, poco più che sconosciuto quando nel 2004 prese la parola durante la convention democratica e impressionò i presenti con la sua storia e la sua abilità retorica. Un simile percorso è stato seguito da David Cameron, giovane leader dei conservatori inglesi e probabile prossimo primo ministro britannico, e da Maurizio Martina, 30enne segretario del Pd lombardo e membro dell’esecutivo di Dario Franceschini. E’ troppo presto per dire se il discorso di Debora Serracchiani rappresenterà il suo primo passo verso una carriera politica di livello nazionale. Quello che sappiamo già è che su internet il suo discorso sta girando parecchio, incontrando un gradimento praticamente unanime: decine di link e citazioni da parte di blog e gruppi di discussione, diversi gruppi su Facebook la vogliono segretaria del Pd se non addirittura presidente del consiglio. I più numerosi oggi sono «quelli che avrebbero detto proprio le stesse cose di Debora Serracchiani». Sono tanti, e sabato nelle parole di un dirigente locale del partito si sono uniti rivolgendo alla dirigenza del partito speranze e richieste. Che si sappia: quando si parla di «radicamento sul territorio», si parla di loro.
Fonte : L’Unità

..il buon senso delle donne!

Lettera di una maestra non unica a dei bambini unici

Monday, March 23rd, 2009

Cari bambini,

stamattina vi guardavo mentre facevamo la nostra solita discussione in classe appena arrivati. Si parlava delle paure. Ognuno di voi aveva l’urgenza di farsi sentire e ho dovuto richiamarvi più volte per farvi rispettare il turno. Poi Clara è venuta alla cattedra e sottovoce mi ha chiesto: “Maestra, quali sono le tue paure?”, le ho risposto che anche la maestra ha tante paure e che, se avevate voglia di sentirle, ve le avrei raccontate più tardi. Avete iniziato a scrivere e mentre vi guardavo ho cominciato a generare un mostro nella mia mente…

Questo mostro ha la voce potente, non ascolta e non riflette, parla di noi e non ci conosce, vuole dettare legge senza discutere. Fa delle cose tutte al rovescio da quelle che noi vi insegniamo con pazienza ogni giorno. È un mostro che vuole entrare nella nostra classe e buttare dalla finestra o me o la maestra Patrizia, e se non ci riesce vuole che una di noi due stia molto meno con voi, vuol fare insegnare tutte le materie a me o a lei, vuole farvi stare meno tempo a scuola.

Vuole far stare di meno nella nostra classe anche la maestra Marisa che ci sostiene nelle situazioni difficili. Vuole che io impari l’inglese così potrò insegnarvi a parlare male una lingua che non mi è simpatica. Vuole che io vi dica poche cose, quelle necessarie e basta, senza perdere tempo a fare cartelloni, collage, progetti, danze e musica. Vuole che la nostra classe diventi sempre più numerosa, magari con dei bambini che hanno problemi, come Tiziano l’anno scorso che scappava dalla classe e tirava gli oggetti e che a questi bambini io mi dedichi poco perché non avrò il tempo di trasmettere tutto quello che so e che posso.

È un mostro che dovrebbe spendere dei soldi in ugual misura per tutti, come una brava mamma e un bravo papà che hanno tanti figli e invece li vuole togliere alla nostra scuola che già ne ha pochi, tanto che ci dobbiamo comprare la carta per le fotocopie o il sapone da soli. È un mostro che dice che tutte noi maestre chiacchieriamo nei corridoi quando invece, voi lo sapete, se siamo in due per quattro ore a settimana, quando non facciamo le supplenze, una può prendere Tsion, Magdalena, Alessia e Jian e fare delle lezioni solo per loro perché imparino meglio l’italiano o la matematica.

Ha tante idee questo mostro, come quella di fare delle classi diverse dalla nostra per i bambini che non parlano l’italiano e mi chiedo come avremmo fatto l’anno scorso senza Jian che non capiva una parola e che tutti abbiamo aiutato con i disegni e i giochi e senza la mediatrice Irene che parlava anche il cinese e veniva una volta a settimana per lui. Quanto ci siamo sforzati, tutti insieme, per capirlo e farci capire e ora siamo contenti perché ci siamo riusciti! Chissà per quanto tempo sarebbe rimasto in una classe a parte con bambini che come lui non conoscevano l’italiano… Quanto ci sarebbe voluto per farlo sentire a casa? E noi, dopo quanto tempo l’avremmo sentito amico?

Il mio mostro non ce l’ha solo con noi, ma anche con i bambini che vivono nei piccoli paesi e che magari sono pochi, due o tre classi. Sapete che vuole chiudere le scuole di quei paesini e mandarli in scuole più lontane in autobus? A voi piace un paese senza scuola? Sarebbe come un paese senza chiesa o senza una piazza…

Il mostro dice anche che non manderà via nessuna maestra, ma questo non è vero perché le maestre che andranno in pensione perché anziane, non saranno sostituite da quelle giovani. E’ come far uscire qualcuno da una stanza e chiudere la porta subito dopo per non far entrare più nessuno. La maestra Marisa probabilmente non tornerà perché è ancora una supplente ed è giovane, non conta nulla il fatto che è molto brava.

Il mostro dice anche le bugie perché ha detto a tutti che la scuola italiana non è come quella delle altre nazioni d’Europa e che voi siete tra i più asini del mondo! Invece tutti dovete sapere che la scuola elementare italiana è tra le prime in Europa e nel mondo e che il 70% dei genitori sono molto soddisfatti della qualità dell’insegnamento. E questo perché noi italiani abbiamo riflettuto molto, per molto tempo, prima di cambiare la scuola che c’era quando io ero piccola.

Sapete bambini, io avevo una sola maestra e andavo a scuola per 24 ore a settimana, non 40 come voi. I miei quaderni erano piccoli e in un anno ne finivo due per l’italiano e due per la matematica. I vostri sono grandi e ne finite uno ogni due mesi. E poi io non parlavo mai in classe su argomenti che proponeva la maestra o altre compagne, voi invece imparate a parlare davanti a tutti, a esprimere le vostre idee, a criticare, a votare le cose che tutti devono fare o non fare. Nella mia classe invece c’era Loretta che stava sempre all’ultimo banco perché non riusciva a fare niente e non aveva una maestra in più che poteva aiutarla. Così in terza è stata bocciata perché nessuno ha avuto il tempo e la voglia di farla migliorare. Chissà che cosa fa oggi Loretta. Con la mia maestra non ho mai fatto un’uscita, non sono mai andata al Colosseo o in un museo, non ho mai fatto un campo scuola, mai al cinema.

La mia maestra non sapeva niente di me, né ha mai letto le mie poesie. Noi invece le facciamo in classe le poesie e giochiamo con le parole e con i colori. Voi ci raccontate tante cose, ci regalate i vostri genitori, i vostri amori, le vostre preoccupazioni e i vostri desideri perché stiamo molto tempo insieme. La mia maestra purtroppo era unica e io sarei stata molto felice di averne anche un’altra o altre due.

Il mostro fa finta anche di inventarsi cose nuove, ha detto che da domani impareremo la Costituzione e ad essere cittadini… ma noi studiamo già la Costituzione e conosciamo i diritti e i doveri fondamentali di un cittadino della Repubblica Italiana. Fra due anni faremo il nostro Parlamento della classe, con tanto di Presidente e Partiti politici. E in classe impareremo a proporre una legge, a discuterla e a votarla. Andremo in visita a Montecitorio e prenderemo esempio dal Parlamento vero, quello in cui quando si fanno le riforme importanti prima si ascoltano tutte le opinioni e poi si prendono le decisioni per il bene collettivo.

Ma tutto questo il mio mostro non lo sa, e pensa che se continua a dire che la nostra scuola sarà migliore di com’è adesso dandoci meno soldi, meno maestre e meno tempo, la gente ci creda. Io non ci credo perché so che tutto quello che riguarda l’istruzione e l’educazione di voi bambini ha un costo e che i soldi devono essere spesi bene, ma ci devono essere, altrimenti staremo tutti male.

Ecco, ritornando alle paure, vorrei dirvi che la mia più grande paura adesso è quella di farvi star male a scuola. E ho paura perché non dipende da me, ma da quello che il mostro deciderà.

Io farò tutto quello che posso per insegnarvi non soltanto a leggere e a scrivere, ma anche per darvi le basi per capire il mondo, per costruire un terreno sul quale ognuno di voi negli anni farà crescere gli alberi del proprio talento. Farò di tutto per non rendervi uguali, ma unicamente diversi. Cercherò di dilatare il tempo in classe in modo che quello della televisione non vi mangi la capacità di leggere e di riflettere.

Cercherò, ma sarà molto difficile, di non essere unica anche se dovessi essere la sola vostra maestra. Cercherò di ascoltare le vostre paure anche quando avrò soltanto il tempo di insegnarvi i pronomi e i participi dei verbi.

Cercherò di farvi costruire gli ziqqurat e le piramidi con la cartapesta anche quando potrò soltanto farvi leggere il sussidiario.

Cercherò di scacciare dalla mente questo mostro che non sa niente di voi, di come siete complicati e fragili e che dà risposte facili a domande difficili.

Vi abbraccio tutti,
la maestra Alessandra

Alessandra Casadio

Fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/lettera-di-una-maestra-non-unica-a-dei-bambini-unici/

Micromega

“Mano morta” punita con 15 mesi carcere

Sunday, March 22nd, 2009

Attenti a fare la “mano morta”: può costarvi anche 15 mesi di carcere, perché il reato è quello di violenza sessuale. La sentenza definitiva è della Cassazione, che ha confermato la condanna a un 44enne di Pisa, Luigi Z., colpevole di avere «fatto toccamenti lascivi sul fondoschiena di una ragazza e cercato di infilare una mano in mezzo alle gambe dell’amica», mentre entrambe si trovavano nell’atrio della stazione di Pisa. Inutile il ricorso dell’uomo in Cassazione, volto a sostituire la condanna per violenza sessuale in quella, più lieve, di molestie sulla base del fatto che la ragazza «indossava un cappotto lungo e non avrebbe potuto percepire la “mano morta”».

La Terza sezione penale (sentenza 12101) ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha sottolineato la legittimità della condanna inflitta lo scorso settembre a Luigi Z. dato che «gli atti posti in essere dall’accusato avevano una chiara connotazione sessuale». Dunque, conclude la Suprema Corte, bene ha fatto la Corte d’appello di Firenze a condannare l’uomo sulla base del fatto che «le modalità di violenza sessuale descritte dalle vittime non sono tali da poter essere commesse “accidentalmente” e, comunque, anche gli agenti della Polfer intervenuti hanno confermato di avere notato le ragazze denuncianti camminare in modo circospetto voltandosi indietro, come se temessero di essere seguite da qualche importuno e, di avere poi, a loro volta, su indicazione delle ragazze, inseguito l’accusato». Luigi Z. è stato anche condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di mille euro. .

Fonte : Corriere della Sera

Mafia e cultura della legalità

Saturday, March 21st, 2009

All’Associazione Donne siciliane per la lotta contro la mafia aderirono da tutta Italia. A oltre trenta anni dalla fondazione del Centro Siciliano di Documentazione intitolato a Giuseppe Impastato parliamo di cultura della legalità. Al femminile.
Tiziana Bartolini


Con i suoi studi e la sua attività di raccolta di testimonianze di vita, svolta soprattutto attraverso il Centro Siciliano di Documentazione, intitolato a Giuseppe Impastato, ha valorizzato il contributo delle donne nella mobilitazione antimafia”. Questa la motivazione con cui il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito ad Anna Puglisi l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana l’8 marzo 2008, durante una speciale cerimonia al Quirinale dedicata a due ricorrenze simbolicamente molto significative: i 60 anni della Costituzione della Repubblica Italiana e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Il Centro (www.centroimpastato.it) – di cui Anna Puglisi è stata co-fondatrice insieme ad Umberto Santino – nacque nel 1977 allo scopo di raccogliere documentazione e testimonianze riguardanti la lotta contro la mafia, avviare un’attività di studio e ricerca, di collaborazione e sostegno alle iniziative nelle scuole e sul territorio. L’incontro con Anna è occasione per parlare dell’Associazione donne siciliane per la lotta contro la mafia, del ruolo delle donne nell’organizzazione mafiosa e nella mobilitazione antimafia. “L’Associazione nasce nel 1980 e per circa venti anni ha organizzato numerose iniziative di impegno antimafia. La prima fu l’appello al Presidente della Repubblica Sandro Pertini e ai presidenti delle tre regioni meridionali più colpite dalla mafia, Campania, Calabria e Sicilia, per chiedere provvedimenti legislativi e mezzi idonei per combattere efficacemente la mafia. Raccogliemmo più di trenta mila firme di donne, ma soltanto dopo l’uccisione di Dalla Chiesa, nel settembre del 1982, il parlamento si decise a sancire finalmente, con la legge che porta il nome di uno degli estensori, Pio La Torre, il reato di mafia”.
Quali iniziative dell’Associazione delle donne siciliane contro la mafia ricorda in particolare?
Innanzitutto va precisato che avevamo l’adesione non solo di donne siciliane, ma di tutta Italia perchè il problema cominciava a essere considerato come questione nazionale. Abbiamo iniziato un lavoro nelle scuole, in un periodo in cui non era facile convincere i professori e i presidi che era importante parlare di questi temi agli studenti. Tra le nostre attività più significative il sostegno ad alcune donne del popolo palermitano che hanno deciso di costituirsi parte civile nei processi contro i mafiosi responsabili dell’uccisione di loro parenti, andando incontro all’isolamento da parte del loro ambiente e anche delle loro famiglie.
Siete riuscite a convincere qualche donna della mafia a collaborare con la giustizia?
L’unica donna che ha rotto con la famiglia mafiosa è stata Felicia, la mamma di Peppino Impastato, che anche prima della morte del figlio aveva imposto al marito di non portare in casa i mafiosi suoi amici, e dopo il delitto ha aperto la casa a chiunque volesse conoscere Peppino, e si è battuta, assieme al figlio Giovanni, ai compagni rimasti e a noi del Centro per avere giustizia per il figlio. Le donne di mafia che hanno collaborato con la giustizia lo hanno deciso da sole, spinte da diverse ragioni, anche dalla volontà di vendicarsi. Ma in genere le donne di mafia non si ribellano: per cultura (sono cresciute in famiglie mafiose), per interesse (usufruiscono di ricchezze), oppure per paura. Alcune, parenti di collaboratori di giustizia, hanno rifiutato la protezione: un modo per ‘comunicare’ che erano dalla parte della mafia.

Tornando alla vostra associazione, come si è evoluta nel tempo?

Per più di venti anni il lavoro è stato intenso, anche se abbiamo avuto poca attenzione da parte dei media. Voglio ricordare la manifestazione dell’88, assieme alle donne della Calabria e della Campania, a cui partecipò Nilde Jotti, presidente della Camera. E poi, oltre al lavoro nelle scuole che è continuato, convegni, dibattiti, incontri in Italia e all’estero. Voglio ricordare anche un’iniziativa, quelle delle “donne del digiuno”, lanciata da altre associazioni di donne palermitane, tra cui l’Udi e le Donne in Nero, dopo le stragi in cui sono morti Falcone, la moglie, Borsellino e gli agenti delle scorte, e a cui hanno partecipato anche socie della nostra associazione. Presidiarono Piazza Politeama digiunando e chiedendo le dimissioni degli uomini delle istituzioni che ritenevano responsabili dell’isolamento dei magistrati. L’Associazione delle donne siciliane contro la mafia negli anni ha esaurito il suo impegno, anche se non si è sciolta ufficialmente, ma quasi tutte le socie abbiamo continuato un’attività antimafia, chi in altre associazioni, chi nel posto di lavoro. Sono nate altre associazioni in cui le donne sono protagoniste. Ricordo, ad esempio, il lavoro nel quartiere Albergheria e nel quartiere Zen di Palermo. E’ bello pensare che i semi piantati dalla Associazione delle donne contro la mafia siano germogliati in altri luoghi e in altre situazioni.

Oggi si parla meno di mafia, i clamori della cronaca sono più attirati dalla camorra. Perchè?
Dopo le stragi del ’92 e gli arresti, ci sono stati dei provvedimenti del governo che, anche se successivamente annacquati, hanno ottenuto dei risultati colpendo l’ala militare della mafia. Inoltre i mafiosi hanno capito che l’eccesso di clamore provoca un effetto boomerang, per cui sono tornati al basso profilo, puntando alla capacità di infiltrazione. Oggi una buona parte dei capimafia è in galera, purtroppo non sono stati colpiti gli amministratori, i professionisti, i politici collusi, quelli che abbiamo chiamato “borghesia mafiosa”.

Cosa è, oggi, il Centro Siciliano di Documentazione intitolato a Giuseppe Impastato?
Sorto 32 anni fa, nel 1977, il Centro opera quotidianamente con soci e collaboratori impegnati come volontari e gli obiettivi rimangono ancora attuali: sviluppare la conoscenza della mafia e dei fenomeni analoghi a livello nazionale e internazionale, diffondere una cultura della legalità democratica e della partecipazione. L’abbiamo dedicato nell’80 a Peppino, che è stato ucciso dalla mafia nel 1978. Decidemmo di intestarlo a lui per diverse ragioni: perchè Peppino è l’unico esempio di lotta alla mafia partendo dalla rottura con la propria famiglia, per la sua capacità di unire l’impegno politico alla controinformazione e alla satira attraverso Radio Aut, e anche perché da subito abbiamo iniziato un’attività per avere giustizia per la sua morte. Ci tengo a precisare che le attività del Centro sono autofinanziate perché non siamo riusciti a ottenere una legislazione regionale che fissi dei criteri oggettivi per i finanziamenti pubblici e non abbiamo voluto accettare contributi grazie ai favoritismi di questo o quel politico.

C’è una donna vittima di mafia che vuole ricordare?
Rita Atria, la giovane che si è suicidata dopo la morte di Borsellino. Piera Aiello, moglie del fratello di Rita ucciso dalla mafia, ha reagito e ha spinto anche Rita a testimoniare. La famiglia le ha isolate, addirittura la madre non ne ha voluto più sapere di Rita. Furono costrette a trasferirsi a Roma. Dopo la morte di Borsellino Rita si è sentita abbandonata. Piera è presidente di un’associazione (nata per volontà di Nadia Furnari) intitolata a Rita e che, tra l’altro, si è attivata per avere giustizia per Graziella Campagna, ragazzina uccisa soltanto perchè aveva trovato un’agenda nella tasca di una giacca lasciata da Gerlando Alberti Junior, allora latitante, alla tintoria in cui lavorava.

Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”
Via Villa Sperlinga, 15 - 90144 Palermo, Tel 091 6259789 - csdgi@tin.it - www.centroimpastato.it

UNA DONNA ‘COMUNE’
“Come è nata la decisione di impegnarti nella lotta contro la mafia?
All’inizio l’istinto è quello di rinchiudersi nel proprio dolore…poi ho avuto la sensazione di non essere la protagonista di una tragedia soltanto personale, ma di una tragedia collettiva, che il pericolo minacciava un’intera società, …quel filo che ci lega gli uni agli altri in una società civile …è il filo della reattività. Altrimenti si rischia di scivolare nell’indifferenza e nella rassegnazione, si rischia di dimenticare. Certo per me che non avevo alle spalle nessuna militanza politica e nessuna esperienza di impegni sociali, ma che avevo semplicemente vissuto la mia vita di donna comune a fianco di un uomo di valore, è stato forse più difficile superare gli istintivi sentimenti di pudore e ritrosia. Ma affrontare una nuova realtà, volersi calare in problemi mai affrontati, è stato per me una elaborazione del lutto, in fin dei conti una vera risorsa, il giusto impegno da offrire al contributo pagato da mio marito”.
Da “Storie di donne”, brano tratto dall’intervista a Giovanna Giaconia Terranova (vedova del giudice Cesare Terranova

oggi è la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie” 

Fonte : http://www.noidonne.org/?op=articolo&art=2585

Noi donne

resistere finchè si può si deve

Friday, March 20th, 2009

Raramente trascrivo due brani dello stesso autore, qui farò una eccezione.Questa storia ha dell’incredibile e mi fa pensare (nella ricorrenza darviniana) che alcuni organismi umani siano predisposti per sopravvivere nelle condizioni più avverse, quindi anche noi possiamo farcela in questo periodo di tristezze umane. Resistere ….resistere…resistere Luo Cuifen è una giovane donna di ventinove anni nata a Kunming, nel Sud della Cina. Un giorno, stanca di dirsi passerà, domani vedrai che passa, è andata dal medico. C’era sempre sangue nella pipì del mattino e a parte il dolore, a parte la sottile preoccupazione crescente, non aiuta svegliarsi e per prima cosa e per prima cosa vedere il tuo sangue…Il medico le ha detto: sarà una disfunzione renale, faccia una radiografia.Ecco, la radiografia del torace di Luo Cuifen è una di quelle foto che spiegano il tempo in cui viviamo. Merita di essere ritagliata e di essere attaccata coi magneti al frigorifero. Nel torace di Luo ci sono ventitre aghi: alcuni sono lunghi anche due centimetri e mezzo. Nella radiografia sono sparsi sullo scheletro come bacchette di shangai, il gioco dei bimbi. Aghi nei polmoni, nei reni, uno rotto in tre parti proprio sotto il cervello, aghi dappertutto. Luo non era mai stata operata in vita sua, non poteva trattarsi certo di un errore chirurgico nè d’altra parte neppure il più distratto dei medici può scordare decine di aghi lungo un metro di corpo. E dunque? Interrompiamo?????????Sarò buona, almeno io. Si continua. Dunque sono stati ventitre tentativi di ucciderla. Luo era stata affidata ai nonni, appena nata. La madre lavorava, i nonni non volevano bambine in casa _ le femmine sono solo un costo per la Cina rurale, le devi crescere e mantenere per vent’anni, poi passano alla famiglia del marito, non portano indietro niente. Così hanno pensato di ucciderla con gli aghi…..Ma Luo era una bambina robusta e il suo corpo con gli aghi ha trovato un accordo: ha resistito.Soffriva di ansia, di depressione, d’insonnia hanno raccontato poi i medici che da tutto il mondo son accorsi per operarla.Tanti, però tante giovani donne soffrono di ansia e di insonnia, non è necessario che gli aghi si vedano nelle radiografie, ci sono aghi invisibili che bucano il respiro e quel che bisogna fare è resistere….. …. guarda fin dove si può vincere. Vincere il destino, vincere l’ignoranza e la violenza, vincere un corpo nemico….Combattere, spingere la sorte più in là. finchè si può…finchè si può resistere si deve.

Concita De Gregorio “Malamore”

Fonte: http://isognieglianninonritornano.blogspot.com/2009/02/per-alcuni-il-talento-da-coltivare-e.html