Archive for October, 2009

La rivoluzione rosa in America: donne più potenti ma meno felici

Wednesday, October 21st, 2009

 Il 40% delle donne americane guadagnano più dei mariti e spesso sono loro a portare a casa la pagnotta, come si diceva un tempo, mentre i loro partner stanno a casa ad accudire i figli. E’ forse questo il dato più sorprendente di un nuovo sondaggio realizzato dal settimanale Time che nell’ultimo numero in edicola domani cerca di radiografare la rivoluzione determinata dal gentil sesso sul posto di lavoro negli ultimi 40 anni, anche grazie alle conquiste del femminismo.

 

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Dal rilevamento del prestigioso settimanale risulta inoltre che il 69% delle donne e il 49% degli uomini concordano che questi ultimi siano gelosi nei confronti delle donne che hanno più successo di loro. 

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 “Se una donna 40 anni fa avesse letto questo giornale con tutta probabilità sarebbe stato il marito a darle i soldi per comprarlo”, inizia l’articolo, ricordando alle più giovani, che oggi danno tutto per scontato, come le loro mamme “votavano per il candidato del marito e quando si ammalavano di cancro dovevano avere la sua autorizzazione per fare una mastectomia”. Non solo, ”40 anni fa tuo figlio sarebbe andato all’Università, ma non tua figlia”, incalza Time, “E se guadagnavi molto meno del collega maschio, il tuo capo ti spiegava che era normale, perché tanto tu lavoravi solo per coprire le spese superflue”.

 

 

La rivoluzione è stata lenta ma radicale. Tanto che alla fine dell’anno, per la prima volta nella storia Usa, la maggioranza dei lavoratori americani saranno donne: un dato considerato positivo dal 76% degli americani di entrambi i sessi. Oggi in America il 57% degli studenti universitari, il 32% degli avvocati e il 28% dei medici sono donne, contro, rispettivamente, il 43%, il 3% e l’8% dei primi anni 70. La rivoluzione ha investito ambiti un tempo off-limits per il gentil sesso, come l’FBI, che oggi impiega 2.396 agenti donne (nel 1971 non ce n’era neanche una).

 

 

 

 

Ma l’emancipazione femminile è venuta a caro prezzo: nel 69% delle case americane sono le mamme lavoratrici ad occuparsi dei figli. E anche se oggi gli uomini danno più importanza al matrimonio (58 contro 53) e all’amore (82 a 75) delle donne, il 57% degli uomini continua a pensare che sia meglio per la famiglia se il padre lavora fuori casa e la madre si occupa della prole.

Pillola abortiva, arriva l’ultimo sì

Tuesday, October 20th, 2009

Via libera alla pillola abortiva nel nostro Paese. Il Cda dell’Aifa, riunito da lunedì mattina, ha infatti approvato la delibera per l’utilizzo della RU486 negli ospedali italiani. Entro un mese il documento verrà pubblicato in Gazzetta Ufficiale e diventerà così esecutivo.

REAZIONI - L’Aifa ha approvato la delibera già presentata il 30 luglio scorso, che prevede il «rigoroso rispetto» della legge 194, l’obbligo di assumere il farmaco nelle strutture sanitarie individuate dalla legge ed entro la settima settimana di amenorrea, col vincolo del ricovero fino all’espulsione del feto, e l’attento monitoraggio di tutto l’iter abortivo. Il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella si dice «pienamente soddisfatta» della delibera dell’Aifa, che «conferma i pareri del Consiglio Superiore di Sanità, e quindi la necessità del ricovero in ospedale fino a quando l’aborto non sia stato completato». Il presidente della Commissione Sanità, Antonio Tomassini, ha trovato «ampiamente scontate ed attese» le decisioni dell’Aifa. «Sono invece importanti - sottolinea - il contesto e le modalità applicative che in casi come quello della RU486 devono essere rapportati alla legislazione vigente e valutati dagli organi competenti. Rimane pertanto inalterato il cammino dell’indagine conoscitiva - ha concluso - che proprio a questi aspetti dedicherà le proprie attenzioni». Critico il Servizio Informazione Religiosa che in una nota a firma del prof. Francesco D’Agostino (presidente onorario del Conmitato Nazionale di Bioetica e presidente dell’Unione Italiana Giuristi Cattolici) sottolinea: «Se si usa la pillola Ru486 negli ospedali è una foglia di fico il dire che la donna rimarrà ricoverata fino alla fine del processo. È ovvio che l’ospedale non è un carcere: se la donna chiede di essere dimessa, nessuno la può fermare».

LE REGOLE - La delibera approvata dall’Aifa stabilisce in particolare alcuni vincoli nell’utilizzo della RU486 nel nostro Paese: «L’impiego del farmaco - si legge nel testo - deve trovare applicazione nel rigoroso rispetto dei precetti normativi previsti dalla Legge 22 maggio 1978, n.194 a garanzia e a tutela della salute della donna; in particolare il farmaco deve essere assunto in una delle strutture sanitarie individuate dalla citata Legge 194/78 ed alle medesime condizioni ivi previste, sotto la stretta sorveglianza di un medico del servizio ostetrico ginecologico cui è demandata la corretta informazione sull’utilizzo del medicinale, sui farmaci da associare, sulle metodiche alternative e sui possibili rischi connessi, nonchè l’attento monitoraggio del percorso abortivo onde ridurre al minimo le reazioni avverse segnalate, quali emorragie, infezioni ed eventi fatali». Quanto alla tempistica di assunzione, l’agenzia del farmaco precisa: «Con particolare riguardo alle possibili reazioni avverse, tenuto conto anche del riassunto delle caratteristiche del prodotto approvato dall’Agenzia europea del farmaco, della citata nota dell’ufficio di farmacovigilanza del 29 luglio 2009 nonchè della bibliografia disponibile, che avvertono sui rischi connessi alla possibilità del fallimento dell’interruzione farmacologica di gravidanza e del sensibile incremento del tasso di complicazioni in relazione alla durata della gestazione, l’assunzione del farmaco deve avvenire entro la settima settimana di amenorrea e deve essere garantito l’accertamento dell’espulsione dell’embrione e la verifica di assenza di complicanze con idonei strumenti di imaging». Infine, «è rimesso alle autorità competenti, nell’ambito delle proprie funzioni, di assicurare che le modalità di utilizzo della specialità medicinale Mifegyne ottemperino alla normativa vigente in materia di interruzione volontaria di gravidanza». Il Cda dell’Aifa ha dato formale mandato al direttore Guido Rasi di stilare la determina tecnica per l’utilizzo della pillola abortiva, ultimo passo, prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, per la concreta disponibilità della pillola abortiva negli ospedali del nostro paese.

La fuga della baby prostituta

Sunday, October 18th, 2009

VICENZA - Lo spiraglio verso la libertà le si è aperto quando è riuscita a impadronirsi del telefonino del suo cliente. Lei, quattordicenne ungherese costretta da mesi a prostituirsi in Italia, ne ha subito approfittato per comporre il numero di telefono di sua madre che, disperata, la cercava da mesi. È cominciata così la fuga della ragazza dal ferreo controllo dell’organizzazione che la costringeva a battere sul Terraglio, il tratto trevigiano della strada statale che da Mestre porta a Tarvisio, al confine con l’Austria. “Mi trovo in Italia, a Vicenza - ha detto la bambina alla madre - in una grande casa blu con tanti alberi intorno… “.

Sono partite così le indagini dell’Interpol, che ha messo in contatto la polizia ungherese - alla quale la madre della ragazza aveva denunciato la scomparsa della figlia - con la squadra mobile di Vicenza. Controllando i numeri di telefono, indagando sui giri della prostituzione vicentina, gestita da clan albanesi, e individuando la cella attivata dalla ragazza con la sua telefonata, la polizia è riuscita a scoprire dov’era. E l’hanno localizzata nel cuore della notte a Mogliano Veneto, nel centro della città.

Gli agenti la rassicurano, dicono che la porteranno in salvo in una casa protetta, e lei parla. Dice di provenire da una famiglia disagiata della periferia di Budapest e racconta di essere stata accompagnata in Germania per una gita. Al ritorno, però, i suoi sfruttatori hanno preso una strada diversa, l’hanno portata in Italia. Le hanno garantito un lavoro pulito. Poi, nel giro di pochi giorni, le hanno procurato una carta d’identità falsa che le ha aumentato l’età di quattro anni, spacciandola per maggiorenne. E le hanno detto dove doveva prostituirsi, affiancandola a un’altra donna più matura che le ha insegnato come si fa.

La ragazza - che proprio oggi compie quindici anni - ora si trova in una casa protetta, affidata ai servizi sociali, e potrà riabbracciare la madre, che è arrivata dall’Ungheria per vederla. Alla polizia ha rivelato i soprannomi dei suoi protettori ma, ritengono gli investigatori, terrorizzata dai suoi aguzzini potrebbe aver raccontato solo una parte della verità. Ora le squadre mobili di Vicenza e di Treviso, coordinate dal pm vicentino Marco Peraro, stanno dando la caccia a chi regge le fila del racket, gestito in Italia da boss albanesi con agganci in Ungheria. Il coinvolgimento della malavita ungherese sta emergendo sempre più spesso nelle indagini sulla prostituzione: a luglio sono stati arrestati due sfruttatori a Udine e altre segnalazioni arrivano da Ancona.

Anche nel Vicentino alcune operazioni della polizia hanno portato alla luce gruppi criminali che sfruttano le donne ungheresi in appartamento o nei night dove si balla la lap dance. Nei distributori o nei portici, davanti al collegio salesiano o davanti al Comune: a Mogliano, il paese della Marca trevigiana dove è stata scovata la baby prostituta, la prostituzione avviene di notte nel cuore della città. Le ragazze arrivano in treno oppure in auto, scortate dai loro protettori. Come succedeva per la quattordicenne ungherese, che aveva cominciato da poco a offrirsi ai clienti.

“Siamo riusciti a intervenire tutto sommato in tempo - spiega Michele Marchese, capo della squadra mobile di Vicenza - grazie al collegamento tra tutte le forze della polizia interessate”. La “casa blu” di cui parlava la ragazza è stata identificata: è una villa di Creazzo, sempre in provincia di Vicenza, sulla quale sono in corso degli accertamenti. Si sta cercando di capire se si tratta di un caso isolato e se i clienti fossero consapevoli del fatto che la ragazza fosse minorenne. Compreso il cliente che, involontariamente, distraendosi nel momento in cui la baby prostituta telefonava a sua madre, le ha fornito una via di salvezza.

Fonte: La Repubblica

Nell’inferno dei bordelli cambogiani

Sunday, October 18th, 2009

“La vuoi una bambina di dieci anni? O preferisci il mio fratellino, che di anni ne ha otto?”. Assieme alla marijuana e all’anfetamina, questo offrono i papponi agli occidentali che scendono negli alberghi da due soldi attorno al lago Bung Kak di Phnom Penh. Anche l’autista di tuk-tuk propone creature di cui abusare: “Conosco un bordello pieno di ragazzine. Costano care, però. Almeno venti dollari”.

Che la Cambogia sia ancora un paradiso per pedofili lo dimostrano anche le statistiche: una bambina su quaranta viene venduta ai bordelli, alcune di queste hanno appena 5 anni. Almeno un terzo delle prostitute cambogiane è minorenne. “Eppure, qualcosa sta cambiando”, dice Bruno Maltoni dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni, direttore di un progetto finanziato dalla Cooperazione italiana contro il traffico di minori a scopo sessuale in Cambogia.

Negli ultimi anni, Maltoni ha addestrato la polizia cambogiana a riconoscere i segni di abuso, a interrogare vittime e carnefici, a compiere perquisizioni. “Il governo ha deciso di affrontare il problema - spiega Maltoni - ma c’è ancora molto da fare, soprattutto a livello giudiziario. Una volta arrestati, è difficile che i pedofili siano giudicati e condannati”.

Anche la cronaca recente sembra avvalorare l’ipotesi che le autorità abbiamo finalmente cominciato a combattere il fenomeno. La settimana scorsa, in una pensioncina della capitale sono stati arrestati due tedeschi che stavano girando un video mentre stupravano un minore. Due giorni fa, sulla spiaggia di Sihanoukville, nel sud del paese, la polizia ha fermato un francese, anche lui colto in flagrante, che stava violentando un ragazzino di strada. E ieri, infine, in galera è finita una coppia di cambogiani che aveva venduto la verginità della loro bimba di undici anni.

Gli orchi sono spesso europei, australiani o statunitensi. Ma ci sono altri mostri, più insidiosi, perché si confondono tra i cambogiani, quindi più difficili da intercettare. Sono quei pedofili, numerosissimi, che arrivano da Taipei, Hong-Kong, Pechino. “Ci sono cinesi che festeggiano la firma d’un contratto comprandosi una vergine cambogiana, perché credono che deflorarla li ringiovanisca e perché temono che con una prostituta potrebbero beccarsi l’Hiv”, spiega Seyla Semleamp dell’ong Aple (Action pour les enfants).

“Il problema è che spesso sono le famiglie stesse a fornire loro le bimbe”. Bimbe che, quando tornano a casa dopo aver trascorso un paio di notti con il loro stupratore, sono prese a sassate dagli uomini del villaggio, perché considerate srey kouc, anime rotte.
“Perciò, dopo che una madre ha venduto la verginità di una bimba di 10 anni per 500 dollari, la piccola finisce in un bordello”.

Secondo Rithy Pech dell’organizzazione Riverkids da quando le autorità hanno cominciato, sia pure blandamente, a reprimere la prostituzione infantile, i prosseneti hanno cambiato le regole del loro commercio. Se una volta le baby-prostitute le trovavi nei quartieri a luci rosse, negli alberghetti e nei bordelli, oggi bisogna andare nei centri di karaoke e nelle sale di massaggi. L’abominio è forse più occultato di una volta, ma non meno diffuso.

Fino a un paio d’anni fa, per esempio, al famigerato “Km 11″, un miserabile borghetto a undici chilometri dal centro, per pochi dollari le madri offrivano i loro piccoli sul portone di casa. Oggi, continuano a farlo, ma più di nascosto. “C’è poi un altro sistema per aggirare i controlli”, aggiunge Pech. “La mamasan (la ruffiana, ndr) dà al bimbo un cellulare con una ricarica di 10 dollari. E lei va in giro con l’album fotografico della sua scuderia di piccoli schiavi da mostrare al cliente. All’ultimo minuto, chiamerà il prescelto per dirgli dove recarsi”.

Il centro che Pech dirige in uno slum della capitale offre assistenza sanitaria, educazione, ma anche un piatto di riso a bambini di strada, la maggior parte dei quali ha subito violenza sessuale. Sono circa trecento, inzeppati in stanzette senza finestre, ma finalmente sorridenti, perché al riparo dai soprusi. “Quelli che vede sono tutti potenziali schiavi sessuali”, dice Pech. Quanti di loro lo sono già stati? “Almeno la metà”.

Il direttore del centro ci fa conoscere Chenda, una timida tredicenne che è stata ripetutamente violentata dallo zio e che qui studia l’inglese. È difficile che le ragazze come Chenda raccontino il calvario che hanno subito. “Improvvisamente, magari dopo sei mesi che sono da noi, parlano e si liberano del peso che le opprime”, spiega Pech.

Come Maltoni e Pech, anche la parigina Françoise Bricout dell’ong La Goutte d’Eau appartiene a quella falange di operatori umanitari che portano sollievo alle piccole vittime del vizio. A Neak Leung, un paesino sulle sponde del Mekong, Françoise coordina un centro con circa duecentottanta bimbi, molti dei quali strappati dai bordelli dove lavoravano da anni, e che adesso cercano di trovare una ragione per continuare a vivere.

Prima di approdarvi, nessuno di loro era mai stato a scuola. Qui viene loro insegnato un mestiere (di meccanico, sarta, barbiere o falegname), per far sì che un giorno sia possibile reintegrarli nella società. Uno di loro si stringe stretto stretto a Françoise, quasi volesse proteggerla. È Sovannarith Sam, un sedicenne handicappato mentale, che fu ritrovato tra le immondizie di Battambang, nel nord del paese, quando di anni ne aveva 10. “Era stato stuprato, più volte. Lo si evinceva dal comportamento ossessivo che aveva con i suoi coetanei”, dice Françoise.

“Di solito, i bambini non denunciano i loro padri dai quali sono stati violentati perché sanno che la polizia li arresterebbe e che la famiglia andrebbe in rovina e non avrebbe più di che mangiare”. La nuova maledizione del porto di Sihanoukville è la yahma, così viene chiamata una micidiale metanfetamina fabbricata in Thailandia, di cui ne fa uso l’80 per cento delle lolite cambogiane. La vecchia, ma sempre attuale maledizione del luogo sono i pedofili occidentali, che qui guatano le loro prede sulla spiaggia.

Il 65 per cento di loro sono maschietti dagli 8 ai 15 anni. L’ong M’Lop Tapang, letteralmente Sotto l’albero, si occupa proprio dei cosiddetti beach children, bimbi di spiaggia. Il centro che visitiamo è coordinato dall’inglese Margharet Eno, che porta il vanto della hot-line da lei creata per smascherare ed eventualmente acciuffare i pedofili un attimo prima che questi compiano il loro scempio. Dice Margharet: “Alleniamo i bimbi a riconoscerli e a denunciarli quando li molestano. Insegniamo loro i trucchi, le strategie degli orchi. Addestriamo anche la vecchietta che vende bibite ai turisti o il pescatore che ripara la rete”.

Grazie al numero verde (pubblicizzato su tutti i tuk-tuk della città così come nelle stanze d’albergo) in questo momento le prigioni di Sihanoukville ospitano sei pedofili. Il problema, spiega Margharet, è che il 95 per cento dei minori viene stuprato dai cambogiani. “E quelli, la polizia non li arresta quasi mai”.

Degli oltre trecento bimbi che sono qui, uno su dieci è stato stuprato. Tutti sono a rischio, appena escono da qui. “Inoltre, spieghiamo loro quali sono i loro diritti e che, per esempio, anche la masturbazione o guardare altri fare sesso o farsi filmare mentre si fa sesso è un abuso”, aggiunge Margharet.

“Per ricostruire l’autostima di questi piccoli, li facciamo recitare: in alcuni casi, il teatro può avere virtù terapeutiche”. Chiediamo a Sylvia Sisowath, cugina del re Sihanouk e presidente dell’organizzazione Les enfants du sourire khmer, in quale misura lo sfacelo di alcune famiglie cambogiane, dove i genitori vendono la verginità delle loro bambine o i loro piccoli agli occidentali, sia imputabile al genocidio perpetrato dai khmer rossi, che tra il 1975 e il 1979 massacrarono un quinto della popolazione del paese.

È possibile che quella feroce dittatura, oltre ad aver falciato quasi due milioni di vite, abbia anche devastato le coscienze così in profondità da consentire tale abominio? “Certo, perché il regime di Pol Pot ha decimato il nostro popolo. A questa impressionante moria, si è aggiunto il dramma provocato dalle mine antiuomo che, in alcune regioni, da trent’anni continuano a uccidere una persona al giorno.

Oggi, tuttavia, c’è più attenzione per i diritti, o meglio, per la sicurezza dei bambini. Un paio d’anni fa, circolò la voce che i piccoli cambogiani venivano portati in Thailandia per l’esporto di organi. Il governo volle vederci chiaro. Da allora le cose stanno lentamente cambiando”. Sarebbe bello poterle credere.

Fonte: La Repubblica

Abusa della figlia per 24 anni, poi molesta anche la nipotina: arrestato

Saturday, October 17th, 2009

 L’uomo, un operaio di 60 anni, è finito dietro le sbarre. Tutto è venuto alla luce ad agosto quando la piccola ha chiesto alla madre se dalle analisi del sangue era possibile sapere se una donna era incinta

Ha abusato della figlia per ventiquattro anni. Poi ha cominciato a farlo con la nipotina, una bimba che non aveva ancora compiuto i nove anni. E avrebbe continuato a rovinare la vita di quella che era la sua famiglia se la piccola non avesse fatto capire quello che le stava succedendo alla mamma la quale, da vittima di ‘lunga data’, ha capito subito che l’orrore che aveva provato e che ancora provava lei stava ricadendo anche sulle spalle di sua figlia. Così una verità tanto terribile è emersa in tutta la sua crudezza e per l’uomo si sono aperte le porte del carcere.

Lui è un uomo di 60 anni, transfrontaliere operaio in una ditta in Svizzera, incensurato, sposato e con due figli, un ragazzo che a un certo punto ha intuito la tragedia che si consumava in famiglia e una figlia resa vittima della sua follia sessuale. Gli agenti della Squadra Mobile di Varese dopo una lunga attività investigativa lo hanno arrestato per abusi sessuali nei confronti della figlia, appunto, e della nipotina.

 

Tutto è venuto alla luce ad agosto quando la piccola ha chiesto alla madre se dalle analisi del sangue era possibile sapere se una donna era incinta. Una domanda anomala per una bimba di neanche dieci anni. Troppo insolita per non far insospettire la madre che con insistenza e pazienza è riuscita a farsi dire dalla bambina quello che le era successo. Così la piccola ha raccontato di come il nonno, un anno e mezzo prima, avesse compiuto atti sessuali con lei. Si trovavano da soli, nel garage di casa. E, dopo, lui l’ha minacciata dicendole che se avesse detto qualcosa a sua madre non le avrebbe più voluto bene.

 

Il giorno dopo, la madre, insieme al marito e al fratello, ha affrontato il padre: inizialmente lui ha negato tutto ma poi, incalzato dal racconto e dalle domande, ha confessato di aver abusato della nipote. Così i genitori lo hanno denunciato, anche se il nonno aveva già deciso di presentarsi spontaneamente in Questura per raccontare nei dettagli quello che aveva fatto alla piccola all’interno del garage. Le indagini venivano affidate al sostituto procuratore Politi. Ma quello che già di per sé sembrava un dramma non era ancora finito.

 

Interrogata, alla presenza dei genitori, dagli agenti della Squadra Mobile la bimba ha raccontato un secondo episodio di abusi avvenuti, in questo caso, in casa del nonno. Ed è a questo punto che lo zio della piccola, ascoltato per ricostruire la sera in cui sono avvenuti gli abusi da parte del padre, ha raccontato tutti i suoi sospetti, sul padre e la sorella. E così è emersa la storia tragica della madre della bimba, oggi una giovane donna poco più che trentenne, che dall’età di sei anni ha dovuto subire gli abusi del padre, due, tre volte al mese, per ventiquattro anni.

 

Anche lei, all’inizio, era stata minacciata: se lo racconti dirò alla mamma che è stata colpa tua, che sei tu a provocarmi. E lei, a furia di sentirselo ripetere, ci deve aver creduto e per tutta una vita ha taciuto quello che il padre le faceva subire anche una volta sposata, anche dopo essere diventata mamma. Lei alla fine sembrava aver accettato quell’orrore ma si era fatta giurare dal padre che mai avrebbe toccato la sua bambina. Altrimenti avrebbe parlato.

 

Così, scoperto cosa quell’uomo aveva fatto anche a sua figlia, ha deciso di raccontare tutto quello che aveva dovuto passare, e ha riempito pagine e pagine di verbale raccontando decenni di abusi nascosti alla madre che ha scoperto di aver avuto al fianco un mostro solo ora. Sulla base degli elementi raccolti, il pm ha emesso un provvedimento di fermo di indiziato di delitto che è stato eseguito l’altro giorno.

 

E ieri il gip Fazio ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. L’uomo, intanto, ha confessato tutto anche se a modo suo, fino all’ultimo, e davanti agli inquirenti si è giustificato dicendo, che tutto sommato “mia figlia ci stava”.

 

”Per uomini simili è possibile soltanto auspicare cure obbligatorie e carcere a vita” dice il sociologo Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori e consulente della Commissione parlamentare per l’Infanzia.

 

Per Marziale ”la pedofilia non è solo quella emergente da Internet, ma buona parte continua a consumarsi entro le mura domestiche ed è quella più difficile da fronteggiare, complice l’assoggettamento psichico delle vittime nei confronti degli abusanti. Ci troviamo al cospetto di un crimine contro l’umanità, che non può più limitarsi al mero biasimo”.

adnkronos

Niente crociate su RU486, una pillola non il demonio

Friday, October 16th, 2009

Sarebbe grave e irresponsabile che la RU486 diventasse oggetto di uno scontro ideologico tra chi è pro o contro la legge sull’aborto

L’annuncio del “via libera”all’utilizzo ospedaliero della RU486 - la pillola impiegata per l’aborto chimico nei primi due mesi di gravidanza - ha provocato, come era facile prevedere, aspre polemiche specialmente da parte di coloro che sono contrari all’aborto per ragioni di principio. Una posizione certo rispettabile e da molti condivisa ma che non dovrebbe, a mio avviso, influire in alcun modo sulle decisioni di tipo tecnico relative a tale problema.

Vediamo di riportare la questione ai suoi termini reali. Innanzitutto, autorizzare o meno la pillola non significa pronunciarsi sulla liceità etica dell’aborto ma semplicemente decidere su una modalità - farmacologica anziché chirurgica - concernente la sua attuazione, così come previsto dalla legge 194. Sappiamo che l’aborto è un peccato gravissimo per la Chiesa e che il Vaticano ha definito la pillola RU486 «un atto contro la vita» ma, occorre ribadirlo, l’aborto non è un «reato» per lo Stato italiano. Se e finché esiste una legge che prevede la possibilità di abortire entro certi limiti e a determinate condizioni, perché, ci si dovrebbe chiedere, obbligare una donna a usare la sola via chirurgica, indubbiamente più rischiosa e traumatica? Forte è il sospetto che si tratti di un atteggiamento punitivo che potrebbe condensarsi nella condanna: «Abortirai con dolore!».
In realtà, l’interruzione della gravidanza è un dramma e un lutto e, per chi lo avverte come tale, la pillola non può certo considerarsi un rimedio indolore, uno strumento di banalizzazione del problema angoscioso che si trova ad affrontare. Se, da un lato, è comprensibile il timore che l’aborto per via farmaceutica diventi un mezzo di contraccezione più facile ed efficace, dall’altro non sembra corretto, da parte dell’ortodossia cattolica, oltreché del rumoroso corteggio di atei devoti, prendere a pretesto la questione della pillola e le condizioni della sua sperimentazione per rimettere in discussione la legge 194. Sarebbe grave e irresponsabile che quella che è stata definita “la pillola della discordia” diventasse oggetto di uno scontro ideologico, come ai tempi del referendum, in cui ci si doveva schierare pro o contro la legge sull’aborto.
Ancora una volta, le eventuali ricadute negative, sul piano sociale, di un ritrovato scientifico non possono annullare i diritti di cittadinanza, rendendo illecito un mezzo idoneo al raggiungimento di un fine giuridicamente lecito. La somministrazione della pillola RU486 costituisce una tecnica alternativa all’intervento chirurgico: perché, dunque, demonizzarla e parlare, com’è stato fatto, di «crudele e ipocrita cultura di morte»?
Poiché la legge, approvata da una larghissima maggioranza degli italiani, non specifica quali metodi usare, ogni procedura, se validata e sottoposta ai previsti controlli - com’è appunto il caso della RU486, farmaco già utilizzato in Europa e compreso nell’elenco dei medicinali essenziali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che ne ha dichiarato la sicurezza definendone le linee guida - dovrebbe venire ammessa, soprattutto se più sicura per la salute psico-fisica della donna.
Non si vedono, in effetti, plausibili motivi per escludere una tecnica largamente usata nel mondo. Sarebbe sufficiente appellarsi al diritto alla salute, dichiarato fondamentale dall’articolo 32, della Costituzione italiana. Oggi, possiamo aggiungere, la tutela della persona riguarda la sua «integrità fisica e psichica», come afferma esplicitamente l’articolo 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Un’indicazione, questa, che rinvia alla definizione di salute proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, e ormai universalmente accettata, come pieno «benessere fisico, psichico e sociale».
Garantire uno spazio pubblico per questo dibattito dovrebbe essere tra i compiti alti di una politica capace di accostarsi alla vita delle persone con la discrezione e il rispetto che essa merita. Un compito cruciale in un Paese, come il nostro, in cui è sempre più inascoltato il richiamo alla sobrietà e il confronto civile delle opinioni appare sopraffatto dal tumulto chiassoso dei banditori di improprie “moratorie”.
“Siamo davvero sicuri – si è chiesta Eugenia Roccella – che un’adesione incondizionata alla tecno scienza porti davvero ad ampliare la sfera della libertà personale? A me pare una visione troppo ottimistica e acritica“. Non si deve trattare infatti in alcun modo di un’”adesione incondizionata”, ma semplicemente di quell’esercizio della libertà di scelta che dovrebbe essere garantita anche alle donne italiane, a meno di ritenere che, a differenza di quelle di altri paesi, abbiano bisogno di una particolare tutela. Riaffiora, nel fuoco delle polemiche, l’idea di uno stato paterno, se non di uno stato etico con la visione di una cittadina – la donna, ancora una volta eterna minorenne - incapace di assumere decisioni in modo autonomo.
In realtà, chi insiste sull’applicazione severa della legge, sull’importanza del ricovero, dimentica che ciò è nell’interesse stesso delle donne che devono essere adeguatamente informate su questo punto essenziale per la loro salute.
Che dire, infine, di chi definisce la RU486 come «un ulteriore passo in avanti nel percorso che tende a non far percepire la natura reale dell’aborto che è e rimane soppressione di una vita umana innocente?». Chi si occupa di bioetica sa bene che la questione tecnica riguardante il «come» abortire non può mi alcun modo assorbire in sé quella etica riguardante la scelta tragica «se» abortire o meno. In altri termini, non è tanto importante per la coscienza morale decidere le modalità - farmaceutiche o chirurgiche - di un certo atto quanto affrontare la domanda ineludibile del «perché» compiere o no quell’atto. La liceità etica, lo si è ripetuto molte volte, non può essere confusa con la mera possibilità tecnica. Per questo ciascuno dovrebbe “laicamente” rivendicare la libertà, e quindi la responsabilità, delle sue scelte, le cui ragioni profonde risalgono al senso stesso che intende dare alla propria vita.

Luisella Battaglia*

Istituto Italiano di Bioetica
www.istitutobioetica.org
Fonte: Noi donne

L’emergenza estetica nell’Italia maschilista

Thursday, October 15th, 2009

Allarme. Massima attenzione. Al­tro che emergenza democratica. Il Pa­ese sta attraversando un’emergenza estetica. Sulle nostre reti tv circolano ancora donne non corrispondenti al Canone Unico Nazionale (Cun) di gio­ventù e bellezza. Appena una settima­na fa, a Porta a Porta , il premier ha stanato Rosy Bindi. Non è bastato, an­zi: col suo «lei è più bella che intelli­gente », Berlusconi ha fatto imbestiali­re molte donne, chiaramente brutte e/o vecchie. Hanno molto protestato online; e tuttora, a giorni di distanza, frange estremiste di diversamente belle si aggirano per la penisola of­frendo le loro foto alla stampa estera e danneggiando l’immagine dell’Ita­lia. No, per carità, stavamo scherzan­do. L’ultima notizia non è vera. Le al­tre sì.

E il Cun c’è sul serio, sottotraccia, da anni. Per anni non ci abbiamo fat­to caso; magari convinte di essere avanzate e spiritose. Non eravamo co­me le americane, che per un battuto­ne sul lavoro minacciano cause da ot­tocento milioni di dollari. Noi ne ri­diamo. Né come le tedesche, con quelle scarpe comode ma orrende. Noi anche in ufficio arranchiamo sui tacchi. Né come le norvegesi, che per legge occupano la metà dei posti nei consigli di amministrazione. Iddio ci protegga dalle quote rosa; ci bastano le nostre scarse e molto rosee coopta­zioni. E via così. Oltretutto: gli uomi­ni italiani eterosessuali sono abituati benissimo. Possono tornare a casa, non cucinare, rilassarsi su vari canali guardando ragazze poco impegnati­ve e seminude. Per informarsi posso­no cliccare sui siti di news e distrar­si con parate di bellezze esotiche in tanga. Quando i soliti stranieri mole­sti ci chiedono «Non vi dà fasti­dio? », noi italiane rispondiamo «Non tanto»; più che altro per assue­fazione. Perché siamo parecchio assuefat­te, ed è un guaio collettivo.

 

Chi scri­ve l’ha detto e noiosamente lo ripe­te: cari connazionali, che senso di sé avreste se da quando siete piccoli fo­ste stati bombardati da immagini di fanciulli muti e discinti che affianca­no anziane signore petu­lanti? Se i pettorali e i glu­tei maschili venissero usa­ti per pubblicizzare qua­lunque cosa? Se aveste ri­petutamente visto rispet­tabili signori in età discu­tere e subito venire zittiti perché — a parere dell’in­terlocutrice — sono brut­ti? Non vi sentireste, for­se, tanto bene. Bè, la me­dia donna italiana è cre­sciuta così. E, in caso si sia temprata e si sia dedi­cata a migliorare le capaci­tà professionali invece dei muscoli addominali, nien­te sconti: lavorerà, ma in sala macchine. Ad appari­re saranno le belle, giova­ni e toniche. In tv come in politica. Dove il principale partito di opposizione ha inseguito il leader della maggioranza con trucchet­ti di immagine un po’ patetici (due capolista attraenti e ventenni alle ele­zioni 2008); e il leader della maggio­ranza ha scelto deputate e ministre di grandi doti anche estetiche. Alcu­ne sarebbero perfette in tv. Anzi, vengono dalla tv, come Mara Carfa­gna. E’ ministro delle Pari opportuni­tà, non ha detto una parola sugli in­sulti a Bindi. In effetti, a parte casi unici come Giorgia Meloni, le donne Pdl non hanno detto una parola su­gli insulti a Bindi. Sono lontani i tem­pi in cui le parlamentari, da An a Ri­fondazione, lavoravano insieme a leggi per le donne. E manifestavano insieme, in jeans, davanti a Monteci­torio, perché la Cassazione aveva de­ciso che se una ragazza porta i panta­loni stretti non è stupro.

Anche oggi ci sarebbero battaglie comuni da fare: contro un maschili­smo prepolitico-prevalente nella po­litica e nei media. E ora una minoran­za in aumento sta, come si diceva una volta, prendendo coscienza. Si soffre guardando documentari co­me Il corpo delle donne di Lorella Za­nardo, scaricabile online; si protesta via Web quando la dignità delle don­ne viene offesa; si rimbeccano i ma­schi che ti danno della strega inacidi­ta e ti dicono «non ti lamentare, stai benissimo, protesta invece per le donne islamiche» (sacrosanto; ma quelli che dicono così ricordano tan­to le nonne che gemevano «finisci la fettina, pensa agli indiani che muoio­no di fame», e non si capiva in che modo il nostro ingozzarsi avrebbe portato vantaggi agli indiani; delle donne senza potere non possono aiu­tare le donne senza diritti, oltretut­to). E si conta sui ragazzi, spesso più avanzati dei padri (o dei nonni; l’at­tuale emergenza misogina è in gran parte provocata da persone anziane; da rispettare, se rispettano noi; e poi speriamo, non si può non farlo).

Maria Laura Rodotà

Manuale di felicità per sole donne

Wednesday, October 14th, 2009
Rispondete a queste cinque domande e riflettete. Il consiglio:
“Per cambiare vita bisogna accettarsi”
FRANCESCA PACI
Non è facile essere donna di questi tempi. Chi ha figli passa la vita a domandarsi quanto pesino le occasioni perse interrogando magari libri d’auto-aiuto come quello di Bria Simpson The Balanced Mom, la madre equilibrata. Chi non ne ha cerca conforto nella celebre autodifesa dell’attrice Cameron Diaz, paladina della categoria, senza però riuscire mai davvero a emanciparsi dall’inesorabile tic tac dell’orologio biologico in scadenza o già scaduto. Alcune sono ossessionate dalla bilancia, altre dalle rughe, dalla pulizia della casa, dallo shopping compulsivo a prova d’armadio.

Il brand

«Il nostro brand di femminismo è diverso da quello del passato» sostiene la giornalista inglese Ellie Levenson, autrice del saggio The Noughtie Girl’s Guide to Feminism, una guida al femminismo senza ideologie. Il problema è quanto. Perché sarà pur vero che, come argomenta la Levenson, anche Barbie oggi può essere una suffragetta: ma era questo l’obiettivo? Secondo una ricerca dell’università della Pennsylvanis intitolata The Paradox Of Declining Female Happiness, le donne degli anni 70 erano assai più felici dei compagni maschi, un primato che il nuovo millennio ha completamente capovolto. «Siamo la generazione che ha ottenuto tutto per scoprire che il prezzo pagato non valeva la vittoria» osserva l’esperta di costume del Daily Mail Sarah Hughes. Gli studi confermano che la donna moderna è una specie di catalizzatore di risentimento, sommersa di lavoro, sottopagata, eternamente stressata. L’immagine solare di Julia Roberts sul set del film Eat, Pray, Love che, interpretando l’omonimo bestseller di Elisabeth Gilbert, porterà sul grande schermo nel 2011 la ricetta della felicità - buon cibo, gran sesso, un po’ d’approfondimento spirituale - non basta a colmare il gap. A meno d’essere belle, giovani, ricche, e restarlo per sempre. Non tutto però è perduto, garantisce Marcus Buckingham, il ricercatore della Gallup che ha posto a migliaia di madri, mogli, figlie, cinque domande su cosa le facesse star bene e ha analizzato i dati nel volume Find Your Strongest Life. La risposta è alla portata di molte: le donne felici sono quelle che hanno deciso di esserlo nonostante le varianti salario, prole, carriera. Un’esercito di ottimiste a cui le case editrici non offrono contratti milionari per scrivere un libro.

Il segreto

Il segreto è accettarsi senza riserve ignorando i modelli ideali cui la società contemporanea chiederebbe di conformarsi, più magre, più alla moda, più realizzate, più mamme, più cuoche. Meglio meno, talvolta, per essere wow. E’ il tramonto del femminismo, come sostengono alcuni conservatori americani? Niente affatto, replica Buckingham, la realizzazione dei sogni non c’entra. «Il problema è stare a proprio agio nella propria pelle - spiega -. Le donne felici hanno compreso che la perfezione non è realizzabile se non per brevi momenti da godere fino in fondo e, se lo fosse, non garantirebbe la pienezza della vita». Nel suo album ci sono mamme, imprenditrici che hanno mandato in frantumi il tetto di cristallo, single: «La cosa più frustrante per un ricercatore di modelli è che le donne felici son tutte diverse».

Equilibrio è stabilità

Imparare ad amare la strada intrapresa per percorrerla meglio, che sia la famiglia, il lavoro, il volontariato, crescere un figlio o girare il mondo in business class circondate da uomini manager. Una lezione semplice e difficilissima, ammette Mila Palma, psicoterapeuta italiana a Londra da molti anni: «Non so se le donne siano più infelici degli uomini, di certo, a giudicare dal genere dei miei pazienti, ne parlano di più. A tormentarle, di solito, è il tempo che passa e ricorda i traguardi non raggiunti nell’ambito personale o in quello professionale». La vita come avrebbe dovuto essere anzichè com’è. Rispondere alle cinque domande sul senso della felicità è un gioco, ma non conviene barare al solitario. Se l’esito è positivo chiamatelo poi femminismo, postfemminismo, carpe diem: beata chi ne possiede la chiave. www.lastampa.it/paci
Fonte: La Stampa

Englaro racconta l’addio a Eluana: ”Piangevo, le ho detto ora riposa in pace”

Tuesday, October 13th, 2009

Il diario del padre della donna in stato vegetativo per 17 anni nel libro ‘La vita senza limiti‘: ”Se solo sapeste cosa significa desiderare la morte non avreste inflitto a mia figlia lo stra­zio di tutti quei giorni in un let­to

A otto mesi dalla morte di Eluana Englaro, il padre Beppino racconta il suo lungo calvario in un libro ‘La vita senza limiti’ (Rizzoli), in vendita dal 14 ottobre, scritto con la gior­nalista Rai Adriana Pannitteri. E’ un racconto intimo in cui Englaro non si sofferma solo sulla battaglia legale portata avanti contro tutto e tutti per poter dare una morte dignitosa alla figlia in stato vegetativo per 17 anni, ma anche sui suoi sentimenti, sull’ultimo addio a Eluana, in solitudine, alla clinica ‘La Quiete’ di Udine, mentre fuori si scatenavano le manifestazioni pro e contro lo stop all’alimentazione della giovane.

Lui, il padre che non ha mai avuto un momento di incertezza né di debolezza, che con la sua determinazione ha stupito tutta l’Italia, suscitando la commozione di alcuni e lo sdegno di altri, spiega oggi dove abbia trovato la forza per andare avanti: ”Il rispetto, per Eluana e Sa­turna (la moglie, ndr), è più forte del dolore che mi porto dentro”. E’ una freddezza solo apparente quella di Beppino Englaro, che con la sua fermezza per molti mesi ha diviso il Paese sollevando un dibattito senza precedenti su biotestamento e eutanasia.

 

Per darle l’ultimo saluto vole­vo essere solo - racconta Beppino nel libro - e in fondo lo ero perché mia mo­glie non era più in grado di comprendere che cosa stava accadendo… Guar­davo inebetito mia figlia, sola, al centro di una stanza troppo grande… e pensavo: se solo voi sapeste cosa significa dover at­tendere la morte e desiderarla come il minore dei mali, non avreste inflitto a Eluana lo stra­zio di tutti quei giorni in un let­to, in balia degli altri”.

 

Straziante il racconto del giorno prima del funerale della figlia in cui finalmente Beppino riesce ad abbandonarsi in un pianto liberatorio, dopo anni passati a rigettare indietro le lacrime e a negarsi anche questa dolorosa consolazione per non perdere la lucidità necessaria per portare avanti la sua battaglia: ”Nel silenzio, ad un tratto ho riconosciuto la mia voce: ‘Addio stellina mia, ora riposa in pace’. Ho pianto, i singhiozzi erano talmente forti che mi squassavano lo stomaco”.

 

Al racconto intimo si alterna la cronaca di quei giorni tra tensioni istituzionali, pressioni ma anche insulti e minacce fino alla morte di Eluana lo scorso 9 febbraio alle 19.35 per gli effetti della disidratazione e una grave de­bolezza ai polmoni. I rica­vi del libro andranno all’associazione ‘Per Eluana’.

Fonte: ADNkronos

La pelle sottile dei nostri ragazzi e l’autorità che manca agli adulti

Monday, October 12th, 2009

Sembra che ogni nuova generazione di giovani sia sempre più suscettibile e sempre più pusillanime e ogni nuova generazione di genitori sempre più disposta a proteggerla e a incoraggiare questa pusillanimità, in un crescendo senza fine. Gli adulti, poi, si allarmano di fronte ai risultati, quando è ormai troppo tardi: si ritrovano in casa adolescenti tirannici che non tollerano il minimo contrattempo o frustrazione; che a volte usano le mani (soprattutto contro le madri, che sono le più deboli); che aggrediscono la polizia, danno fuoco alle auto e cercano di assaltare le questure (che spasso!) perché è stato impedito loro di protrarre un rumoroso festino, un botellón , fino alle tre di mattina, come è successo pochi giorni fa nella facoltosa Pozuelo de Alarcón, appena fuori Madrid; giovani che, nel peggiore e nel più estremo dei casi, violentano in gruppo una ragazza della loro età o anche più giovane, come è avvenuto in un paio di occasioni in Andalusia qualche mese fa; e che naturalmente abbandonano prematuramente gli studi, quando non hanno ancora le competenze per svolgere qualsiasi lavoro.

Questi adolescenti pusillanimi e dispotici non provengono in genere da famiglie emarginate o povere (sebbene, come in ogni cosa, esistano delle eccezioni) ma dalle classi medie e benestanti. Sono quei giovani che si è potuto e voluto viziare; se non dal punto di vista affettivo, certamente da quello economico. Gli studenti dell’Università inglese di Cambridge appartengono ancora, per la maggior parte, a queste classi più o meno agiate e insolenti e sono molto «sensibili», a giudicare da quello che hanno chiesto e ottenuto. Hanno deciso che pubblicare i tabelloni con la lista dei risultati finali degli esami (esami pubblici, così si chiamano) è «troppo stressante», poiché provoca loro «un’ansia eccessiva e non necessaria» e presuppone un’«umiliazione», visto che permette ad altre persone di sapere se si è stati promossi o bocciati. Il corpo docente protettore ha accolto la loro richiesta, così ora riceveranno i loro voti via email o potranno consultarli online 48 ore prima che vengano esposti. Non è difficile prevedere che alla prossima generazione questo sembrerà insufficiente, e si pretenderà che le liste non vengano nemmeno esposte. Gli adulti, andando avanti di questo passo, non oseranno contrariarli e così si perderà un’altra delle motivazioni degli studenti ad applicarsi, ossia: la vergogna di apparire davanti ai compagni come degli asini, dei pigri o degli incompetenti. Mentre bambini e giovani diventano sempre più capricciosi, i governi intervengono per trasformare in delitto lo schiaffo che i genitori usavano dare ai propri rampolli quando bisognava insegnare che alcuni atti comportano conseguenze e castighi.

Nella vita si è sempre fatta la distinzione senza difficoltà tra questo, cioè uno schiaffo occasionale, e una percossa in piena regola da parte di un adulto verso un bambino, qualcosa di condannabile e ripugnante per quasi chiunque tranne colui che infierisce. Coloro che hanno proibito lo schiaffo non sempre si oppongono, tuttavia, a mandare in galera minorenni, se questi commettono un delitto rilevante. È il regno della contraddizione: non si possono mettere le mani addosso a un ragazzo per nessun motivo, per quanto commetta sciocchezze e non senta ragioni («è molto sensibile»), mentre invece lo si può rinchiudere dietro le sbarre per un certo periodo per rovinargli la vita definitivamente. Nulla è certo, ovviamente, ma è possibile che né gli stupratori di giovani né i fascistoidi di Pozuelo si sarebbero spinti tanto oltre se avessero ricevuto, in fasi precedenti, un adeguato schiaffone e avessero imparato a temere le conseguenze dei loro atti destinati a diventare delittuosi. So già che qualcuno leggerà questo articolo come una mera rivendicazione dello schiaffo. Ebbene, che possiamo farci. Supponendo di essere tanto semplicistici quanto questi possibili lettori, preferirei che un ragazzo se ne prendesse qualcuno di tanto in tanto, piuttosto che finire troppo presto in fondo ad una cella, senza capire come diavolo ci sia capitato, o piuttosto che violentare in gruppo una compagna e tornare a casa convinto che questo possa avere la stessa importanza che imbottirsi di alcol nelle allegre nottate di botellón.

traduzione di Francesca Buffo
© The New York Times Syndicate
Fonte: Corriere della Sera