Archive for January, 2010

Il punto G fa ancora litigare gli studiosi: “La sua esistenza è incontestabile”

Saturday, January 30th, 2010
Si riapre la discussione sulla zona erogena femminile. Un gruppo di studiosi francesi smentisce la ricerca dei colleghi inglesi che ne aveva contestato l’esistenza. L’opinione degli italiani: “C’è, ma dovremo cambiargli nome”

Il punto G è il grande protagonista della sessualità femminile e periodicamente torna al centro del dibattito. Non è un privilegio per tutte, dicono alcuni medici. Secondo altri, invece, non non lo è per nessuno. Proprio alcune settimane fa una ricerca, pubblicata dal Journal of Sexual Medicine, ha riaperto la discussione: “Il punto G è un mito propagandato dalle riviste e da alcuni terapisti”.

Ma oggi un gruppo di medici francesi torna alla ribalta, dedicando un convegno alla zona erogena più discussa di sempre. Secondo i ricercatori ci sono troppi falsi miti che generano confusione: non è detto che funzioni provocando l’orgasmo, non è vero che ha la stessa dimensione per tutte le donne e, infine, non si può dire che sia nello stesso posto per tutti.

Il medico francese in questione si chiama Sylvain Mimoun e ha smentito gli inglesi del King’s College di Londra guidati dal ricercatore Andrea Burri che invece erano convinti che fosse il frutto dell’immaginazione di scienziati. “Il punto G esiste – spiega Mimoun – è la funzione a creare l’orgasmo. Se una donna pratica regolarmente la masturbazione ha più probabilità di scoprire anche questa zona che si trova, più o meno, a tre centimetri dall’entrata della vagina”. Insomma più si indaga, più ci sono probabilità che si scopra di averlo.

Ma allora il punto G esiste o non esiste?
“La ricerca dei colleghi inglesi – spiega Emmanuele Jannini, autore dello studio che ne ha documentato l’esistenza, pubblicato nel 2008 sul Journal of sexual medicine – è basata su un sondaggio effettuato su oltre 900 coppie di gemelle britanniche, mono ed eterozigoti. I gemelli identici condividevano i geni ma non le sensazioni legate all’orgasmo”. Lo studio inglese, continua a spiegare l’esperto, ha tratto delle conclusioni su una conformazione anatomica senza indagarla dal punto di vista medico. “Per questo ci lascia perplessi”.

Certo che le discussioni non lasceranno tutto immutato.
“Forse arriverà il momento in cui verrà ribattezzato. Non si parlerà più di punto G ma di zona. E interesserà tutta quell’area anatomica che comprende la parte interna del clitoride, corpi cavernosi come quelli del pene, le ghiandole di Skene e nervi che utilizzano gli stessi fattori biochimici dell’erezione maschile. Ma è inutile discutere dell’esistenza – conclude Jannini – perché resta il fatto che ci sono donne che riescono a provare l’orgasmo vaginale”. Insomma non resta che aspettare che il dibattito vada avanti per sapere se si parlerà ancora di punto G o di altro.

Fonte: La Repubblica

La parità al lavoro: nuova indagine Cofimp

Friday, January 29th, 2010

donne_lavoro

Sembrerebbe che le differenze tra uomini e donne sul mondo del lavoro stiano diminuendo sempre di più.E chissà se fra qualche anno tutti questi discorsi sulla parità non sarà un lontano ricordo…
Una ricerca fatta da Cofimp tra il 2001 e il 2009 che ha conivolto 1200 personne di entrambi i sessi (660 uomini e 540 donne) ha scoperto che i comportamenti sul lavoro di uomini e donne si siano alineati.
A voi sembra buono questo dato? Eppure il negativo c’è.
I coordinatori di questa ricerca Federico Bencivelli e Maurizio Sarmenghi dicono: ““Stiamo assistendo a un appiattimento verso il basso, sia per le donne sia per gli uomini. Il risultato sono relazioni peggiori sul lavoro, persone chiuse in se stesse, appesantite da fatica e senso di isolamento, autoriferite, e soprattutto senza una vera progettualità professionale e personale”

In conclusione: sul posto di lavoro, le donne che da sempre erano più capaci di comprendere gli altri, le loro motivazioni, i loro bisogni stanno diventando sempre più smili agli uomoni vale a dire più “fredde” e calcolatrici.

Fonte: http://www.noidonne.it/2602/la-parita-al-lavoro-nuova-indagine-cofimp/

Body Drama, la guida della miss

Thursday, January 28th, 2010

Hanno i baffi, l’alito cattivo, il seno cadente, la cellulite e la pancia “a effetto panettone”. Sono adolescenti normali alla ricerca di soluzioni valide a problemi veri. Le loro voci, riportate anonimamente, hanno dato vita a un piccolo caso editoriale negli Stati Uniti. Si tratta di “Body Drama”, il libro scritto da Nancy Amanda Redd, ex reginetta di bellezza oggi pentita, nominato Top 10 YA Best book 2009 dall’Associazione librai americani e New York Times bestseller. Da pochi giorni anche nelle librerie italiane, pubblicato da Giunti Editore con il titolo “Il mio corpo-Body Drama”, il libro è un esempio accattivante di come si possa educare e fare prevenzione anche affrontando temi tabù. Dedicato alle più giovani, ma consigliato anche a tutte quelle donne che nello specchio non riescono a trovare quello che sognano. Un po’ manuale di medicina, grazie alla consulenza scientifica di Angela Diaz, direttrice del Mount Sinai Adolescent Health Center di New York, un po’ teen magazine grazie alla grafica colorata e semplice e alle immagini di decine ragazze che hanno accettato di posare mostrando senza vergogna tutte le loro imperfezioni.

Diviso per drammi - da “uno dei miei seni è più grande dell’altro” fino  a “sudo più delle altre ragazze” passando per “mi lavo tutti i giorni ma puzzo lo stesso” - il libro affronta pagina dopo pagina ogni aspetto della fisicità adolescenziale, anche quelli più disgustosi, arrivando a toccare temi a volte così intimi da non trovare una risposta. Soprattutto per quanto riguarda il capitolo “Là sotto”, ovvero l’ampia area dedicata agli aspetti ginecologi e pratici dell’apparato genitale femminile. Con un approccio tutt’altro che banale però. Per spiegare meglio alle ragazze come sono fatte, ma soprattutto per mostrare che ogni corpo ha una sua forma e che è sbagliato cercare di copiare l’aspetto delle altre, un paginone è dedicato alle vagine. E ce ne sono ben 24, tutte fotografate, e oltre 39 nomi diversi per chiamarle: dalla più poetica “farfallina” fino alla più popolare “gnocca”

Insomma, qualcuno potrà storcere il naso, ma un libro così vero nel mondo dell’editoria adolescenziale non si era mai visto. Dato per certo che tutte le teenager sono piene di problemi, è arrivato dunque il momento di parlarne apertamente. Stupisce però che a consigliarle sia un’ex reginetta di bellezza tutta diete e rinunce. Laureatasi ad Harvard in Women’s studies, Nancy Reed è stata prima Miss Virginia e poi, nell’ambito di Miss America 2004, ha conquistato il titolo di Miss Bikini. Inserita nella classifica delle dieci College Women dalla rivista Glamour, Nancy ha partecipato, e vinto 250mila dollari, al quiz televisivo Chi vuol esser milionario?. Un vero prodigio per una ragazza di 28 anni che oggi, dopo anni di sacrifici, è diventata una paladina della naturalezza. E il suo libro è un vero e proprio elogio alla normalità dedicato, non a caso, a chi “mi ama così come sono”.

Perché, per conquistare quella corona da reginetta, Nancy ha dovuto lottare contro il suo corpo e portare la sua taglia 46, della quale andava tanto fiera, a un’omologata taglia 40. Per essere come le altre concorrenti dei concorsi di bellezza e dimenticare, forse troppo presto, che le donne normali, quelle che siedono intorno a noi sull’autobus o in ufficio, hanno taglie e forma molto varie. “Noi ragazze siamo sottoposte a una pressione enorme per conformarci a ideali fisici assurdi  -  spiega Nancy nell’introduzione   -  ma non abbiamo abbastanza strumenti adeguati che ci aiutin a capire noi stesse e a prenderci cura di tutte le perdite, cavità e grinze che il nostro corpo ha per sua natura”. Nasce da questo vuoto l’idea di sfruttare la propria esperienza di reginetta di bellezza per scrivere un manuale di sopravvivenza al proprio corpo. Volete qualche esempio?

 Il dramma numero 5 affronta il problema seno sodo: “Il mio seno  -  spiega il titolo  -  non sta su come vorrei e/o non rimbalza”. Pronta la risposta di Nancy: “Le tette delle donne non sono un pallone e quindi non rimbalzano”. Se si vuole migliorare la tonicità si consigliano esercizi fisici mirati, mentre per dare un certo tono al decollété ci vogliono reggiseni della misura e del modello adatto alla propria conformazione. Facile individuare i problemi più comuni: c’è l’intimo grinzoso, quello opprimente, quello smilzo e quello scalatore. A ognuna il suo e date un’occhiata al confronto fotografico fornito dal libro tra un intimo azzeccato e uno sbagliato.

Oltre a seno, pelle, intimo, capelli e forma gli ultimi drammi sono dedicati alla psiche. “A prima vista - spiega la dottoressa Angela Diaz  -  i contenuti di questo libro possono risultare espliciti e lasciare interdetti, ma riflettono le preoccupazioni con cui mi misuro quotidianamente al Mount Sinai Center, un centro dove ogni anno passano circa 10mila ragazzi in cura. In venticinque anni di attività ho visto, diagnosticato e curato migliaia di ragazze alle prese con ognuno dei drammi affrontati in questo libro”.

nuova pillola del giorno dopo: funziona fino a 5 giorni dal rapporto

Tuesday, January 26th, 2010
      

ROMA (25 gennaio) - La pillola del giorno dopo che può essere presa 120 ore dopo il rapporto invece delle 72 di quella tradizionale è efficace per tutta l’intervallo di tempo e non dà effetti collaterali gravi. Lo ha confermato uno studio pubblicato dal Journal of Obstetrics and Ginecologics, che prelude alla commercializzazione di questo farmaco, già autorizzato in Europa, negli Usa.

Lo studio ha preso in esame 1241 donne statunitensi che sono dovute ricorrere alla contraccezione d’emergenza, somministrando loro il farmaco a base di ulipristal acetato, che ha un meccanismo simile al levonorgestrel, quello della pillola del giorno dopo tradizionale. La pillola ha mostrato un tasso di successo del 97,9%, paragonabile a quello del levonorgestrel, ma a differenza di questo non ha evidenziato una perdita di efficacia nell’arco del periodo di somministrazione. Gli effetti collaterali, prevalentemente mal di testa, nausea e dolori addominali, sono stati definiti “da leggeri a moderati”.

La nuova pillola è prodotta dalla stessa casa farmaceutica francese
del levonorgestrel, la Hra Pharma. L’Emea, l’autorità farmaceutica europea, l’ha autorizzata lo scorso marzo, mentre la richiesta di commercializzazione è datata maggio. Nel nostro continente è venduta in Gran Bretagna, Germania e Francia. In Italia è autorizzata la vendita solo di quella tradizionale, che necessita di prescrizione medica e in molti ospedali non viene somministrata perché considerata abortiva.

Viale: attenti effetti annuncio.
«Ben venga se si introducono nuove molecole» come contraccettivi d’emergenza, «ma non vorrei che l’effetto annuncio superasse» la reale efficacia del farmaco. Il ginecologo Silvio Viale commenta così la notizia. «È chiaro che la pillola del giorno dopo, agendo sull’ovulazione, è più efficace quanto prima viene assunta. La nuova pillola dovrebbe avere un effetto anche post-ovulatorio, altrimenti è fisiologico che l’efficacia si riduca col passare dei giorni». Per garantire «il trattamento migliore possibile alle donne» sottolinea però il ginecologo, ricordando di avere fatto ricorso contro l’avvertimento che ha ricevuto dall’Ordine dei medici del Piemonte per aver distribuito per strada ricette per la pillola del giorno dopo, «io continuo a richiedere l’abolizione della ricetta per il levonorgestrel. E spero che anche le case farmaceutiche si decidano a chiederlo, così come hanno fatto in altri Paesi europei».

 

 

 

Donne sull’orlo della crisi…che non vogliamo pagare!”

Monday, January 25th, 2010

di Adelaide Coletti

Intervista a Maria Grazia Campari ai margini dell’Convegno “Donne sull’orlo della crisi…che non vogliamo pagare!” organizzato a Perugia dal forum donne PRC/SE

La scorsa settimana si è svolto presso la Casa dell’associazionismo di Perugia l’incontro nazionale “Donne sull’orlo della crisi…che non vogliamo pagare!” organizzato dal Forum Donne Prc.
L’evento molto partecipato, che ho avuto il piacere di introdurre e coordinare, si è aperto con un seminario di approfondimento che ha visto come relatrici giornaliste, ricercatrici precarie, sindacaliste che hanno messo a tema quanto e che in modo la precarietà sia diventata condizione materiale capace di attraversare la dimensione esistenziale, ridisegnando la percezione del sé e della realtà.

Gli interventi di Beatrice Busi, Chiara Martucci, Roberta Pompili, Vanda Scarpelli sono stati preceduti dalla relazione di Maria Grazia Campari e Cristina Morini.
Nel pomeriggio il convegno si è strutturato in una tavola rotonda nel corso della quale si sono confrontati: Luca Santini - presidente del BIN- basic income network, una rete di soggetti diversi che attraverso le loro competenze si occupano di progettare e sostenere percorsi volti all’introduzione di un reddito garantito universale e incondizionato, Elisabetta Della Corte- ricercatrice, Francesca Re David - responsabile organizzazione della Fiom.
Inoltre hanno partecipato Roberta Fantozzi (Responsabile lavoro e welfare) e Eleonora Forenza (responsabile della conoscenza e forum donne Prc), entrambe fanno parte della segreteria nazionale di Rifondazione comunista.

A seguire un’intervista a Maria Grazia Campari, giurista e avvocata, impegnata in molti ambiti tra cui possiamo annoverare la Libera Università delle Donne di Milano, che senza dubbio costituisce uno dei punti di riferimento per il femminismo italiano.

Nel corso della relazione introduttiva hai narrato, ripercorrendo tra i tuoi ricordi, i casi concreti di lotte che hai avuto modo di seguire nel contesto dell’Osservatorio sul lavoro delle donne, di un lavoro femminile già in crisi prima della crisi, di parziali vittorie e “sconfitte finali” rispetto al desiderio di partecipazione delle donne agli aspetti produttivi, dell’impermeabilità dei soggetti politici e sindacali della sinistra rispetto alla necessità di comporre un soggetto plurale del conflitto: oltre il conflitto di classe dunque quello di genere, che è stato da sempre largamente sottaciuto.

Quei casi illustrano situazioni lavorative inserite in contesti definiti garantiti perché tutelati da una legislazione del lavoro, di matrice costituzionale, improntata al “favor lavoratoris”.
Si verificarono all’interno di grandi gruppi, industriali (FIAT, Imperial ecc) o commerciali (La Rinascente, SMA) ove l’occupazione femminile, malgrado lo Statuto dei Lavoratori e le leggi di parità, era resa precaria da un approccio prevalente del sindacato, a struttura gerarchica maschile, inteso a privilegiare l’occupazione e la progressione in carriera degli uomini, anche a discapito delle donne.
Le donne erano, anche nel lavoro, portatrici di una segregazione dovuta alla funzione famigliare, quindi considerate apportatrici di un contributo nella forma di un secondo salario, solo una integrazione al reddito complessivo. Questo anche quando si trovavano ad essere sole avendo, magari, figli a carico. Si trattava di un pregiudizio che ignorava la realtà delle esistenze concrete.
Nei casi ricordati, si verificò una resistenza di molte donne rispetto alle decisioni unilaterali dell’imprenditore. Chi non assumeva le disoccupate iscritte al collocamento e chi licenziava prioritariamente le dipendenti donne fu contrastato attraverso il ricorso alla magistratura che, applicando le leggi, accolse le richieste femminili e pronunciò sentenze favorevoli al loro inserimento al lavoro.
Le vittorie furono isolate e anche parziali: le sentenze furono spesso smentite da accordi sindacali che riuscirono comunque a privilegiare gli uomini, in consonanza con le prime scelte padronali.
Si privilegiò, nel conflitto, il sesso maschile non considerando che in tal modo si divideva la classe su una linea di ingiustizia, quindi la si indeboliva perché se gli uomini prevalevano sulle donne nel conflitto di sesso, l’imprenditore prevaleva su tutti sia nel conflitto di classe sia nel conflitto di sesso, dato che la scelta era, in definitiva, la sua.

L’orizzonte simbolico legato al corpo maschile dell’operaio in tuta blu proteso nelle sue attività produttive dentro i rigidi schemi temporali di un lavoro stabile, oggi non solo non dice nulla rispetto alle condizioni di vita e di lavoro delle donne ma all’ intero contesto di una precarietà che è diffusa, non tiene conto di un lavoro che è cambiato e che palesa il violento avanzare del conflitto tra capitale e vita.
L’analisi e la progettualità politica della sinistra comtemporanea non ti sembra esprimere un deficit di volontà e/o capacità nel leggere, attraverso una lucida e materialistica analisi dei cambiamenti dei paradigmi produttivi, quel divenire donna del lavoro che - all’interno di rapporti di forza completamenti mutati - suggerisce la natura biopolitica delle forme contemporanee di dominio, e il dispiegarsi di un capitalismo cognitivo che mette a lavoro le vite.

Assistiamo da decenni all’avvento dell’economia canaglia, come spiega molto bene Loretta Napoleoni nel suo libro omonimo.
Un capitale economico/finanziario avido di sovraprofitti che non arretra avanti ad alcuna nequizia, afferra le esistenze e le rende precarie, assoggettandole a forme di dominio totalizzante, impensabile anche solo venti anni fa.
Intendo l’espressione femminilizzazione del lavoro come indicativa delle caratteristiche di mano d’opera ultraprecaria, marginalizzata, di riserva. Tale è sempre stata la mano d’opera femminile, soprattutto in Italia.
Lo indicano i casi richiamati: poche garanzie per le donne, anche nei settori in cui gli uomini erano mediamente garantiti. Ciò fin dalle ristrutturazioni dei grandi gruppi negli anni Novanta del secolo scorso. Le organizzazioni dei lavoratori e i loro partiti di riferimento hanno, fin da allora, troppo concesso a quella deriva, si sono adeguati, hanno smarrito l’intelligenza delle cose, sono stati polverizzati.
Un recupero di sensatezza non pare all’orizzonte.
Nuove soggettività (di sesso, di razza) dovranno emergere nello spazio pubblico e farsene carico.

Nel contesto di una crisi complessiva, che è crisi di civiltà, in cui diverse sono le contraddizioni come molteplici sono i soggetti del conflitto, il pensiero e le pratiche del femminismo della postmodernità hanno giocato un ruolo centrale nelle trasformazione dei modi di analizzare la realtà.
Le soggettività femministe hanno fatto della precarietà esistenziale il perno su cui attualizzare la questione del lavoro domestico non retribuito delle donne che oggi diventa il paradigma delle molte forme di lavoro nella contemporaneità, evidenziando come il quadro di una precarietà generalizzata non faccia che aggravare la dimensione sessuata e gerarchica dei rapporti sociali di produzione.
Eppure c’è ancora chi continua a sostenere, attraverso una costante naturalizzazione del soggetto donna, la legittimità dell’esistente mitigata da strumenti conciliativi.

Esistono teorizzazioni di lavori conciliativi ed anche un disegno di legge del Partito Democratico negli stessi termini. Mi paiono una glorificazione dell’esistente che evita il conflitto per una migliore giustizia sociale ed esprime scelte adattative assai pericolose, destinate a confermare l’iniqua situazione attuale, senza porre rimedio alcuno alla miseria di molte esistenze.
Per le donne è previsto qualche modesto aiuto per i soliti esercizi di equilibrismo da wonder woman fra lavoro formale per il mercato (scarsissimo), lavoro nero sottopagato e lavoro ancillare per la famiglia, in regime di gratuità. Le ricadute sulla materialità delle esistenze sono gravissime, a cominciare dalla assoluta insufficienza di salari e pensioni, in età avanzata, quando i bisogni aumentano.
La flessibilità, già vantata come scelta favorevole alla libera disponibilità del proprio tempo di vita, negli assetti di potere dati e mai efficacemente contrastati, ha mostrato il suo volto maligno di nuova schiavitù.

Uno degli obiettivi del forum donne nell’organizzare l’incontro è senza dubbio quello di attivare e sostenere luoghi di incessante elaborazione e confronto tra i diversi soggetti del conflitto e del cambiamento, luoghi in cui soggetti autonomi e in relazione tra loro, possano produrre proposte di azioni e modalità di decisione condivise, provando ad agire sul terreno vivo delle esistenze precarie con una proposta unificante delle lotte, mettendo al centro i desideri che riguardano la vita e pertanto non sono esclusivamente comprimibili in una contrattazione del e per il lavoro.
I movimenti e le soggettività precarie vedono nel diritto al reddito garantito, che il Forum donne prc definisce come reddito di autodeterminazione, uno strumento centrale per ricomporre ciò che la precarietà a frantumato, per liberare tempi e spazi e rendere possibili processi di soggettivazione e autodeterminazione.
Nel corso della tavola rotonda abbiamo visto culture e generazioni politiche diverse, confrontarsi sui possibili percorsi politico-progettuali in grado di uscire dal capitalismo in crisi; si è registrata una lettura parzialmente convergente della fase che stiamo attraversando ma anche evidenti differenze. Quali considerazioni ne puoi trarre?

Per la mia esperienza, tengo al centro il problema del lavoro e considero la precarietà come un esito di pirateria capitalistica da contrastare, piuttosto che come dato naturale ineliminabile.
Ho visto casi fortunati in cui la qualità del lavoro ha procurato relazioni politiche importanti fra donne, ha dato qualità a molte esistenze. Alle femministe e a tutti coloro che intendono operare per il cambiamento, penso si debba proporre di favorire l’avvento nello spazio pubblico di soggettività molteplici dotate di autonomia e non eterodeterminate.
Considero, poi, necessario riprendere ad indagare, per darvi più felice soluzione, il nodo essenziale che si articola fra conflitto di sesso e conflitto di classe.

Fonte: http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article5631

Donne più emotive? Ora è provato

Sunday, January 24th, 2010

Il senso morale, ovvero la capacità di distinguere il bene dal male, è manipolabile. A un patto: che il soggetto sia donna. Allora basta un «niente» per renderla, di fronte a una scelta che comporta un giudizio morale, più fredda e calcolatrice. Gli uomini, invece, non si muovono di una virgola e mantengono fede al loro atteggiamento iniziale, di solito più razionale e meno emotivo di quello delle donne. Il «niente» è una debolissima corrente elettrica fatta passare attraverso il cervello ed è questo il trucco che ha utilizzato un gruppo di ricercatori italiani della Fondazione Ca’ Granda-Policlinico di Milano, dell’Ospedale San Raffaele, sempre di Milano, e dell’Università di Padova proprio per verificare le differenze di comportamento fra uomini e donne.

DOMANDE E RISPOSTE - I ricercatori sono partiti da una serie di domande che hanno posto a un gruppo di persone, 38 uomini e 40 donne con un’età media di 24 anni. Eccone una, tanto per entrare nei dettagli dell’esperimento. «Immaginate di essere un medico e di avere di fronte tre pazienti che hanno bisogno di un trapianto d’organo. Potreste salvarli tutti e tre a patto di uccidere una persona sana e di prelevarne gli organi. Che cosa fareste?». Le risposte sono state diverse, a seconda del genere. «Gli uomini», spiega Manuela Fumagalli del Centro clinico per le neuronanotecnologie e la neurostimolazione della Fondazione Policlinico Ca’ Granda diretto da Alberto Priori, «tendenzialmente rispondono in maniera più razionale, cioè scelgono di sacrificare una persona per salvarne tre. Le donne, invece sono più emotive: non se la sentono di uccidere una persona sana, nemmeno per farne vivere tre».

L’EMOTIVITÀ - Di fronte a un dilemma morale, dunque, le donne non solo si comportano diversamente dagli uomini, ma tendono, appunto, a essere più emotive e meno razionali. E sono più manipolabili dell’uomo. «Quando», aggiunge Manuela Fumagalli, «abbiamo rivolto la stessa domanda a donne e uomini, mentre facevamo passare una debole corrente elettrica attraverso la zona prefrontale del cervello, gli uomini non modificavano le loro risposte, mentre le donne sì e diventavano più ciniche e calcolatrici. L’effetto però è reversibile con la sospensione della stimolazione». L’esperimento, che sarà pubblicato sulla rivista PloS One, non ha solo una valenza conoscitiva, ma potrebbe, in futuro, rappresentare la base per nuovi approcci terapeutici e riabilitativi per certe alterazioni della corteccia prefrontale.

RADICI BIOLOGICHE - «Sono situazioni che si possono verificare», spiega Fumagalli, «in seguito a tumore, per esempio, o a ictus e interessare specificamente l’area prefrontale, deputata, appunto, al giudizio morale». La nuova ricerca dimostra come la manipolazione mentale può avvenire non soltanto attraverso un condizionamento psicologico, tipo suggestione o ipnosi, ma anche attraverso tecniche che agiscono su basi biologiche. «Questo studio», conclude Priori, «conferma la differenza di comportamento morale tra uomini e donne, una diversità che affonda le sue radici nella biologia e nella neuro-anatomia, e che è indipendente da fattori culturali quali la religione e l’educazione».

Fonte: Corriere della sera

Per le donne Lisbona è lontana

Friday, January 22nd, 2010

Caro Direttore, nel marzo del 2000, a Lisbona, i paesi europei deliberarono un piano straordinario sull’occupazione femminile, come volano per le economie nazionali. I governi degli stati membri partirono da poche ma precise considerazioni: se la donna lavora, con servizi sociali adeguati, entra più ricchezza in famiglia, aumenta il reddito e nascono più bambini. Fu deciso, allora, che l’obiettivo era raggiungere - nel 2010- quota 60% di donne impiegate(…). A distanza di dieci anni siamo ancora ben lontani dagli obiettivi di Lisbona. (…) In Italia oggi lavora solo il 46% delle donne: sette milioni in età lavorativa sono fuori dal mercato del lavoro. Mentre al sud il tasso di occupazione femminile è crollato al 35%. Nel resto del pianeta la situazione è opposta: negli Usa tre disoccupati su quattro sono uomini. Nei prossimi mesi oltre la metà delle forza lavoro sarà composta da donne in America, come sottolinea l’Economist. I dati evidenziano che in Italia siamo di fronte a risorse umane e professionali tuttora sotto e male utilizzate, quando esse rappresentano, invece, uno dei pochi elementi aggiuntivi su cui il mercato del lavoro potrebbe contare per incrementare l’occupazione e favorire, così, ripresa e sviluppo. Recuperare terreno, nonostante la crisi, è possibile. Di questo discuteremo domani con il Governo e l’opposizione in un importante convegno organizzato dalla Cisl (…). È necessario, per far fronte alle nuove sfide, che il concetto di «pari opportunità» passi dal politicamente corretto al politicamente efficace, dalla difesa formale dell’uguaglianza al suo riconoscimento sostanziale. Vanno agevolati e premiati i piani e i progetti formativi che prevedono l’accesso delle donne alla formazione professionale.(…) Nel contempo occorre intervenire per ottimizzare i servizi per l’impiego, pubblici e privati, rendendoli funzionali al profilo di un mercato del lavoro in evoluzione. Dare concretezza a questo obiettivo significa promuovere ad ogni livello il potenziamento dei servizi all’infanzia (…). Riuscirci non è semplice.
di Liliana Ocmin

Fonte: http://www.unita.it/news/donne/93866/per_le_donne_lisbona_lontana

In Italia 2 mila spose bambine ogni anno

Thursday, January 21st, 2010

«Viviamo con il cervello a metà. Una parte nel Paese della nostra famiglia. Una parte con i nostri amici. Che ci dicono di restare qui, di inserirci in questa società». La vita spezzata delle adolescenti straniere inizia a tredici, quattordici anni. È a quell’età che (secondo i sociologi che hanno intervistato queste ragazze) si vedono i primi segni di conflitto. Fino all’anno prima potevano portare i loro compagni in casa. Poi, diventa proibito. Oppure: non vanno in gita con la classe. E iniziano le liti sui vestiti, il trucco, le magliette troppo corte. Situazioni comuni, a Milano, Roma, Brescia. Le ragazze con il «cervello a metà» crescono su due binari, senza sapere quale seguire. Dicono: «Per noi è impossibile progettare il futuro». Si trovano in mezzo a due forze. E non sanno come metterle in equilibrio. «Poi ogni tanto qualcuna sparisce dalle scuole superiori — racconta Mara Tognetti, docente di Politiche dell’immigrazione all’università di Milano Bicocca— oppure non rientra dalle vacanze. Le famiglie le hanno riportate nel loro Paese, per farle sposare». In un solo anno, nella città inglese di Bradford, sono «scomparse» 200 ragazzine tra i 13 e i 16 anni, figlie di immigrati. In Italia non esistono statistiche dettagliate. L’unica stima è del Centro nazionale di documentazione per l’infanzia, Secondo cui le «spose bambine» nel nostro Paese sarebbero 2 mila all’anno.

MATRIMONI SOMMERSI - In Italia i minorenni non possono sposarsi. Esiste però una deroga. Per «gravi motivi», dai 16 anni in poi il tribunale per i minori può autorizzare le nozze. Il Centro di documentazione per l’infanzia registra da anni questi casi: nel 1994 erano 1.173, poi sono via via diminuiti, fino ai 209 del 2006 e i 156 del 2007 (ultimo dato disponibile). La Campania è la regione in cui ne avvengono di più, 77. Per la maggior parte si tratta di matrimoni tra stranieri, con in testa le comunità di immigrati da Pakistan, India e Marocco.
Questi numeri descrivono però solo l’aspetto legale, che secondo gli esperti è minimo rispetto a tutti i legami imposti all’interno delle famiglie, a volte suggellati con un rito in qualche moschea, più spesso con unioni celebrate nei Paesi d’origine. «Le seconde generazioni delle ragazze sono e saranno una vera emergenza— spiega Mara Tognetti —. Se non si interviene con politiche più incisive, i contrasti tra l’idea di famiglia imposta dai genitori e il modello delle adolescenti diventerà inconciliabile».

CONFLITTI LATENTI - Altri dati definiscono questa situazione di rischio potenziale. Le ragazze immigrate di seconda generazione nel nostro Paese sono circa 175 mila. «Il matrimonio combinato — racconta la ricercatrice — riguarda però solo alcune comunità, quella indiana e quella pakistana più delle altre, in misura minore la marocchina e l’egiziana». Le nozze imposte sono il male estremo. Il pericolo dei prossimi dieci anni rischia di essere la «conflittualità latente», incarnata da ragazze che studiano e si integrano, ma che vivono in famiglie attaccate alle tradizioni. «Molti genitori non hanno un grado di istruzione elevato— racconta Fihan Elbataa, della sezione bresciana dei Giovani musulmani d’Italia — e quindi di fronte a situazioni in cui vedono un pericolo non sanno come reagire. Si chiudono, diventano severi e impongono le regole con l’aggressività. Noi cerchiamo di spingerli al dialogo, a lasciare spazi di libertà».
A Brescia alcuni ragazzi sono scappati, o si sono allontanati da casa per qualche tempo, proprio per sfuggire alle «leggi» dei genitori: «Sono convinta che le famiglie cerchino il bene dei propri figli— conclude Fihan Elbataa—. Le intenzioni sono buone, ma purtroppo rispetto alla loro educazione si trovano in un contesto nuovo, e quindi devono cambiare i loro metodi».

RICERCA DI AUTONOMIA - Venerdì scorso, su segnalazione dell’associazione Donne marocchine in Italia, è stata salvata una ragazza a Novara. Diciassette anni, una figlia di 4 mesi, moglie maltrattata di un «matrimonio combinato». Ora si trova in una comunità di Roma. A denunciare la situazione è stata una vicina di casa. Lei non era riuscita, non sapeva neppure a chi rivolgersi. La ribellione è complicata. E allora, per trovare un equilibrio, le promesse mogli adolescenti cercano uno «spazio di negoziato». È un rimedio estremo, scoperto dalla ricerca che la sociologa Tognetti pubblicherà il prossimo mese. Contiene interviste a ragazze che hanno cercato di trattare sulla loro condanna. Queste sono le loro voci.
Una giovane marocchina che vive aMilano: «Ho accettato la richiesta di mio padre, sposerò un uomo del mio Paese. Ma ho chiesto di poter scegliere tra più di un possibile marito, di vederne almeno tre o quattro». Ragazze che non possono, o non vogliono, scardinare il sistema di regole della famiglia. Ma cercano di ricavare spazi minimali si sopravvivenza. Altro racconto, di un’adolescente egiziana, anche lei studentessa «milanese» : «Hanno scelto l’uomo per me, non mi oppongo. Ma ho chiesto due cose. Prima del matrimonio volevo vederlo. E poi ho ottenuto una garanzia, una specie di “contratto” non scritto: dopo il matrimonio potrò continuare la scuola e poi andare all’università, per laurearmi».

Fonte: Corriere della Sera

Una moglie americana su 5 guadagna più del marito

Wednesday, January 20th, 2010
I mariti continuano a guadagnare di più nel 78% dei matrimoni, ma la percentuale delle mogli che portano a casa il maggiore stipendio è più che quadruplicata dagli anni settanta: allora erano il 4%, oggi sono il 22%. Imprenditrici e donne votate alla politica commentano con LABITALIA i risultati dell’indagine del Pew Research center.
Una moglie su cinque, negli Stati Uniti, ormai guadagna più del marito, e il 28% che ha un titolo di studio più alto. A dirlo un rapporto del Pew Research center che traccia il cambiamento dei rapporti economici fra i coniugi nell’arco di 40 anni. Lo studio è stato condotto fra le donne di età compresa fra i 30 e i 40 anni, un gruppo che per la prima volta nella storia americana comprende più donne che uomini laureati. I mariti continuano a guadagnare di più nel 78% dei matrimoni, ma la percentuale delle mogli che portano a casa il maggiore stipendio è più che quadruplicata dagli anni settanta: allora erano il 4%, oggi sono il 22%. Del resto il divario fra i guadagni degli uomini e delle donne si è ridotto in tutto il Paese: nel 2007 le donne guadagnavano in media in un anno 33mila dollari, ovvero il 71% della media degli uomini, pari a 46mila dollari. La crisi economica sembra accelerare questi processi in seno alla coppia, dato che gli uomini rimangono più facilmente disoccupati delle donne: nel 2008 gli uomini nella prima fascia di età lavorativa rappresentavano i due terzi delle persone che avevano perso il lavoro, mentre per le donne la disoccupazione è stata minore
“E’ uno scenario senz’altro futuribile se visto dall’Europa, ma che comunque rappresenta un’indicazione importante che deve farci riflettere e che dimostra come le conseguenze della crisi economica non siano ancora valutabili”. Così Isabella Rauti, capo dipartimento per le Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri, commenta con LABITALIA l’indagine. “Ai due aspetti interessanti - prosegue - che la ricerca offre, il fatto che le donne guadagnano di più e che siano più titolate, se ne aggiunge un terzo, anch’esso in controtendenza, balzato alle cronache nei giorni scorsi, che rivela come, dopo la prima fase della crisi, negli Stati Uniti il numero di donne occupate abbia superato quello degli uomini. Uno scenario futuribile da noi - ribadisce - in considerazione del fatto che in Italia lavora poco più del 46% delle donne e che in Europa la crisi ha interrotto il ritmo positivo di incremento dell’occupazione femminile e che, a parità di lavoro svolto, le donne continuano a guadagnare di meno”. 

“Proprio questo scenario - sottolinea - dimostra che in realtà resta ancora da valutare la ricaduta complessiva della crisi sulle donne e sulla debolezza strutturale dell’occupazione femminile e restano da considerare le sfide più a lungo termine sulla parità di genere nel mercato del lavoro, nell’ottica di un’effettiva inclusione e coesione sociali. Ma la crisi - conclude Isabella Rauti - può diventare addirittura un’opportunità se si raccoglie la sfida, se si implementano politiche attive per l’occupazione femminile e se si offrono, come stanno facendo i ministri per le Pari Opportunità e del Lavoro, misure concrete per favorire la conciliazione dei tempi di vita e dei tempi di lavoro”. 

“Finalmente - commenta con LABITALIA Daniela Santanchè, leader del Movimento per l’Italia - quello americano è un risultato importante anche perchè le donne stanno conquistando livelli sempre più alti di istruzione”. “Spero -ha affermato- che anche in Italia si arrivi presto a questa situazione, così le donne non avranno più bisogno di combattere battaglie di genere. Visto che le cose arrivano prima in America e poi da noi -ha auspicato la Santanchè- mi auguro che anche nel nostro Paese venga raggiunto un risultato così importante”. 

“Un dato positivo anche se, al momento, in Italia è impossibile raggiungere questo obiettivo”. Sottolinea Susanna Camusso, segretario confederale della Cgil. “Nel nostro Paese - spiega a LABITALIA - esiste un quadro strutturale che impedisce l’emersione della donna che lavora. Il tasso di occupabilità femminile è ancora troppo basso; addirittura nel Mezzogiorno le donne rinunciano anche a cercare un posto”. “Ma l’Italia - rimarca Susanna Camusso - è anche il Paese dei pregiudizi: basta vedere che nella lista degli incarichi dirigenziali e istituzionali i nomi femminili scompaiono. E poi non dimentichiamo che sono sempre di più le lavoratrici che dopo la nascita del primo figlio sono costrette a lasciare il posto e non certo perchè ne vogliono un secondo, ma perchè è impossibile conciliare i tempi di lavoro con quelli di cura della famiglia”. 

“Era ora. Per ora avanti ci sono loro, tra una generazione ci arriveremo anche noi”. Con queste parole Marina Salomon, imprenditrice veneta fondatrice di una tra le maggiori aziende europee di abbigliamento commenta con LABITALIA i risultati del rapporto americano. “E’ chiaro - precisa - che gli Stati Uniti ci siano arrivati per primi, la nostra è una società più antica, ancorata a vecchi schemi. Occorrerà almeno una generazione per metterci anche noi al passo con i tempi”. “Del resto - osserva - noi italiane siano più brave a scuole dei ragazzi. Più del 50% dei laureati è donna e si cominciano a privilegiare i percorsi universitari scientifici”. 

“Molto è stato fatto - conclude Marina Salomon - pensiamo solo alle presidenti di Confindustria e dei giovani imprenditori, anche se non ci è stato fatto nessun favore. Sono ruoli più che meritati”.

Fonte ADN Kronos

STRESS, GLI UOMINI VANNO IN ”TILT” PRIMA DELLE DONNE

Tuesday, January 19th, 2010

Gli uomini davanti a episodi stressanti vanno in tilt prima delle donne: ad affermarlo e’ uno studio pubblicato sul Journal of Neuroscience dai ricercatori del Connors Center for Women’s Health and Gender Biology del Brigham and Women’s Hospital di Boston.

La ricerca ha dimostrato che, di fronte a stimoli stressanti, l’attivita’ cerebrale di uomini e donne risponde in modo differente. Se infatti all’inizio del ciclo mestruale il gentil sesso reagisce in misura simile ai maschi, durante l’ovulazione la risposta risulta invece inferiore. ”Lo studio - spiega Jill Goldstein, ricercatore del Connors Center for Women’s Health and Gender Biology del Brigham and Women’s Hospital - dimostra che le donne sono dotate di una capacita’ ormonale che regola la risposta cerebrale allo stress differente da quella maschile”.

Fonte: Agenzia Reuters