Archive for February, 2010

L’appello de l’Unità: “Salviamo Melevisione”

Sunday, February 28th, 2010

La RAI ha deciso che dall’ottobre 2010 la Melevisione, e con lei l’intera Fascia Bambini di Rai Tre, non andrà più in onda. I genitori, gli insegnanti, gli abbonati alla TV del “servizio pubblico” hanno reagito chiedendo, con diecimila firme su Facebook e una valanga di mail, che la Melevisione viva ancora. La RAI ha risposto con un comunicato che promette vaghe “offerte più mirate” ed evita di rispondere a ciò che gli italiani le chiedono: cosa farà del Fantabosco.

La Melevisione è un piccolo frutteto che ha resistito per undici anni in mezzo all’espandersi delle colture intensive e transgeniche della TV, produttrici di programmi tutti forti e tutti uguali. Eppure oggi molti paesi cominciano a preoccuparsi per i loro bambini obesi, a vietare per legge merendine chimiche studiate per educare il palato a sapori più forti del reale, che fanno sentire insipide le mele. Ma questa preoccupazione non tocca i genitori “decisori” d’Italia. O non per i figli loro: i figli di chi potrà, nei canali a pagamento, troveranno cibi più sani per la mente, se li desiderano. Ai figli di tutti gli altri, invece che ingrandirlo e porlo più in vista, toglieranno anche quel cestino di Mele posato in un angolo, a cui tuttavia qualcuno attingeva. Non hanno ancora capito, e rischiano di capire a loro e nostre spese, che i bambini non sono figli nostri o altrui, ma del paese.

Chiediamo che la Melevisione continui a vivere, a produrre nuove serie, a restare visibile a tutti i bambini d’Italia che vogliono vederla. Chiediamo che rimanga su Rai Tre almeno finché il digitale terrestre non avrà completato una reale ed efficace copertura nazionale.

APPELLO MELEVISIONE

Hanno aderito:

Concita De Gregorio

Lidia Ravera

Loretta Napoleoni

Silvia Ballestra

Moni Ovadia

Carlo Lucarelli

Giancarlo De Cataldo

Tiziana Pomes

Roberto Alajmo e il figlio Arturo

Igiaba Scego

Beppe Sebaste

Manuela Trinci

Fonte: L’Unità

Cambiare registro

Friday, February 26th, 2010
La lettera di risposta della Presidente della Provincia dell’Aquila Stefania Pezzopane al Sottosegretario Gianni Letta
inserito da Redazione
Appello Pezzopane a Letta: ”Cambiare registro”

Carissimo Sottosegretario,
il suo turbamento è consolante, vista la corsa di molti a leggere l’accaduto come ennesima occasione di scontro.
Mi dispiace che anche lei sia stato ingannato dalla lista ufficiale delle ditte operanti a L’Aquila, che le sarà stata certamente fornita da persone competenti e di sua fiducia.
Questo però spiega la mia insistenza nel cercare dalle autorità la “lista della verità” non quella per l’ufficialità pubblicata su siti e giornali.
Mi preoccupa molto la vicinanza di uomini delle istituzioni a comitati d’affari e l’ombra delle mafie sul nostro territorio, rinomato per il suo sano tessuto sociale ed economico. Sento forte l’obbligo morale, come rappresentante del territorio di tenere alta la guardia.
Per questo mi rivolgo a lei, abruzzese come me e persona misurata, affinché si volti questa orribile pagina e si comincino a dare segnali forti di un rinnovamento etico, di un operare realmente democratico e trasparente.
Oggi lei ha avuto la premura di rispondere alla mia lettera; altri rappresentanti istituzionali non ne colgono la necessità. L’apprezzamento del gesto non è solo mio ma certamente dei cittadini della provincia. Troppe domande però, troppo spesso restano senza risposta, mentre freme la nostra gente per la voglia di ricostruire la città che sente propria. Abbiamo bisogno per questo che si espliciti una linea chiara che ci consenta di pianificare a breve, medio e lungo termine senza dubbi. Abbiamo bisogno di cambiare registro anche sui metodi, che siano più includenti, stimolanti, che ricostruiscano la fiducia.
Mi appello all’affetto che lei nutre per questa terra e al senso di dignità che oggi la scuote.
Con stima e cordialità.

Questa la lettera di risposta della Presidente Stefania Pezzopane al Sottosegretario Gianni letta All’indomani della missiva la Pezzopane commenta:
” Le responsabilità penali le accerterà la magistratura, ma le istituzioni e la politica hanno il dovere di filtrare il più possibile i rischi di inquinamento morale ed economico. Aldilà di facili incidenti o equivoci è doveroso non solo essere onesti ma apparire onesti, cioè non ispirare neppure il sospetto.
Temo che questa ignobile vicenda si archivi col solito banale gioco delle parti che liquida tutto fra innocentisti e colpevolisti a seconda della convenienza di parte.
Mentre aldilà delle responsabilità penali, che accerterà la magistratura, preoccupa la vicinanza di uomini delle istituzioni a faccendieri e affaristi spregiudicati. Una vera e propria rete onnipresente e ramificata che si avvicina pericolosamente ai nostri cantieri.
Epigoni della maggioranza cominciano poi a diffondere in tv tesi preoccupanti sulla ricostruzione dell’Aquila: tempi biblici o addirittura la necessità di raderla definitivamente al suolo. Le incertezze sui finanziamenti gettano altro scoramento, mentre continuano a volteggiare corvi ed avvoltoi”.

L’Aquila 19 febbraio 2010

(ufficio stampa Provincia L’Aquila

Fonte: http://www.noidonne.org/blog.php?ID=00531

“La donna-merce non è normale”. Un appello ai candidati di sinistra alle elezioni regionali

Thursday, February 25th, 2010

Pubblichiamo il testo dell’appello - promosso da Silvia Nono, Maria Teresa Carbone, Serena Perrone Capano e Adriana Valente - rivolto ai candidati di sinistra delle prossime elezioni regionali perché inseriscano nel loro programma una presa di posizione contro la mercificazione delle donne.

 

Ci siamo stufate di sentir dire con un sorriso sornione alla radio, in farmacia, in televisione: e che sarà mai? Ci sono cose peggiori… In questi giorni ci siamo chieste: ma ci sono degli italiani che considerano offensivo trattare una donna come un oggetto di scambio, o ormai la pensano tutti così? Così abbiamo pensato di lanciare un appello ai candidati di sinistra: per poterci fidare di loro, per poterli votare, esigiamo che si schierino. Chiediamo che tra i primi punti del programma politico dei candidati di sinistra venga inserita una dichiarazione semplice, chiara e forte: io non considero normale che le donne siano trattate come merce di scambio nelle relazioni personali e professionali, nella politica, nella comunicazione. Uno spartiacque fondamentale in questi tempi gelatinosi, in cui l’immagine della donna sembra aver percorso a ritroso sentieri che si credevano ormai superati. Non è più una questione di costume: è una questione di sostanza. Le donne sono oltre la metà dell’elettorato, e hanno diritto di sapere da che parte stanno le persone che aspirano a rappresentarle.

 

Per aderire: nonconsideronormale@gmail.com

LINK Blog - Gruppo Facebook

Fonte: Micromega

In Italia oltre un quarto delle donne lascia il lavoro dopo la maternità

Wednesday, February 24th, 2010

Lavoro e maternità in Italia sono più inconciliabili che in qualsiasi altro Paese europeo, compresi Spagna e Grecia. Lo ricorda il rapporto presentato oggi da Manageritalia, secondo il quale in Italia oltre un quarto delle donne occupate abbandona il lavoro dopo la maternità. Ma mentre “in tutti i Paesi europei l’occupazione delle neomamme mostra un percorso a U, con una forte discesa nei primi tre anni di vita del bambino e un graduale ritorno al lavoro in seguito”, solo in Italia “il tasso d’occupazione delle donne continua a calare al crescere dell’età dei figli”.

Sarà per questo che il tasso di natalità in Italia nel 2009 ha registrato un ulteriore, sia pur modesto, peggioramento, passando dall’1,42 del 2008 all’1,41 (nonostante, come ricorda l’Istat, a sostenere negli ultimi anni il tasso di natalità siano in misura consistente le donne immigrate). I dati, però, rilevano gli economisti della Voce.info Daniela Del Boca e Alessandro Rosina, non sono omogenei in tutte le regioni, e mostrano invece tendenze opposte tra le regioni con una buona occupazione femminile e quelle nelle quali invece l’occupazione femminile è bassa. Prendendo ad esempio due regioni estreme, la Campania e l’Emilia Romagna, (la prima ha un tasso di occupazione femminile del 27,3 per cento, la seconda del 62,1 per cento), in 15 anni in Campania si è passati da un numero medio di 1,51 figli per donna a 1,42, mentre in Emilia Romagna nello stesso periodo si è passati da 0,97 a 1,48. Segno che alla lunga le politiche di sostegno all’occupazione femminile, a cominciare dagli asili nido, producono effetti positivi anche sotto il profilo della natalità. Dove si lavora di più, insomma, si fanno più figli, e non il contrario, come si potrebbe pensare. “Il confronto tra questi due estremi evidenzia ulteriormente come partecipazione delle donne al mercato del lavoro e maternità possano crescere assieme, anche in anni difficili, in presenza di adeguate politiche”, sottolineano i due economisti

E’ proprio l’abbandono del posto di lavoro dopo la nascita del primo o del secondo figlio, rileva il rapporto di Manageritalia, a mantenere bassissimo in Italia il tasso di occupazione femminile. Infatti “oggi in Italia se prima della nascita del figlio lavorano 59 donne su 100, dopo la maternità ne continuano a lavorare solo 43, con un tasso di abbandono pari al 27,1 per cento”. Una decisione sulla quale non incidono solo le esigenze di cura dei figli, aggravate dalla mancanza di servizi sociali adeguati, ma spesso anche il fatto che “molto spesso il rientro in azienda dopo la maternità costituisce un momento particolarmente critico del rapporto impresa-dipendente con il rischio di una eventuale mobbizzazione se non una definitiva induzione a lasciare il lavoro”.

E quindi l’Italia ha un tasso di occupazione femminile intorno al 46 per cento, contro il 58 per cento abbondante della media europea. Dato stigmatizzato infinite volte, ma senza mai trovare soluzioni adeguate, denunciano da più parte gli economisti e in particolare le economiste. Sul sito Ingenere.it, on line da poche settimane, nato con l’obiettivo di affrontare i principali temi economici dal punto di vista delle donne, Maria Letizia Tanturri, ricercatore di Demografia alla Facoltà di Scienze Statistiche dell?Università di Padova, sottolinea come anche il recente piano Carfagna-Sacconi (il documento “Italia 2020. Programma di azioni per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro”) continui “a puntare sulla solidarietà intergenerazionale”, senza prevedere azioni concrete di sostegno. Ma cosa succederà, si chiede Tanturri, “nel 2020 quando le politiche per l’invecchiamento attivo - in accordo con le normative europee e con gli intenti dei ministri - innalzeranno l’età pensionabile per gli uomini, ma sopratutto per le donne?”. Che le nonne non saranno più a disposizione di figlie e nipoti, lo sgretolamento definitivo della famiglia italiana tradizionale, sempre più “un gigante dai piedi d’argilla”.

La probabilità di uscire dal mercato del lavoro aumenta significativamente per le madri sotto i 24 anni (72 per cento) e per le donne meno istruite (68 per cento tra le donne che si sono fermate alla licenza media contro il 24,5 per cento delle laureate), e si triplica per le mamme che al momento del concepimento lavoravano a tempo determinato. Nel settore pubblico il “rischio-abbandono” scende al 25 per cento, mentre nel settore privato la probabilità è maggiore per le operaie (37,6 per cento) e scende gradualmente fino ad arrivare a chi ha un ruolo manageriale (12,9 per cento). Tuttavia, rileva Manageritalia, se anche le donne manager tendono a rimanere al loro posto dopo la nascita di uno o più figli, sono quasi sempre costrette ad abbandonare le aspirazioni di carriera. Per il 59 per cento degli intervistati le ragioni stanno nella “perdita di influenza e di ruolo”, per il 30 per cento sono dovute a “difficoltà connesse alla ristrutturazione organizzativa” e per il 27 per cento a “ristagno nel trattamento economico”, e infine per il 23 per cento al mobbing.

La maternità, insomma, diventa un problema, in un mondo del lavoro che comunque in Italia tende a emarginare la donna, e in un panorama che non offre al momento un adeguato piano di progetti e investimenti pubblici. Proverà a dare un contributo in questa direzione il progetto “Un fiocco in azienda”, presentato oggi a Milano da Manager Italia e l’associazione La Casa Rosa, con il patrocinio della Regione Lombardia e della Provincia di Milano e il contributo del Comune di Milano. Il progetto offre un supporto concreto alle madri per evitare di cadere nella depressione post-partum e al reinserimento nel lavoro, evitando quanto più possibile situazioni di conflitto o di mobbing.

Fonte: La Repubblica

Io, manager tradita dall’azienda. Dopo il parto costretta a licenziarmi

Tuesday, February 23rd, 2010

Buongiorno dottoressa. Il direttore generale la aspetta nel suo ufficio». La voce della segretaria lasciava intuire un certo distacco. Strano. Torni dalla maternità, di solito i colleghi ti accolgono con un sorriso e mille domande. Come va la piccola? Piange? Come ti sei organizzata a casa? Stefania Boleso, 39 anni, marketing manager di Red Bull Italia (multinazionale austriaca presente in oltre 180 Paesi, ndr) non ha voluto ascoltare quel brivido di disagio. Come uno sportivo che si è preparato al meglio, dopo dieci mesi di maternità era stanca di immaginare la gara imminente. Baby sitter assunta a tempo pieno, marito pronto a dare una mano nelle emergenze: meglio scendere in campo e giocare. E allora via, dal capo. «Buongiorno Stefania. Scusa ma… Per motivi di costi la tua posizione non è più prevista». Tradotto: devi andartene. Con le buone o con le cattive. «Non dimenticherò mai quell’attimo — racconta adesso Stefania Boleso —. Erano le dieci del mattino del 30 settembre scorso. E’ stato come essere lasciata dal primo amore».

Una firma per cancellare oltre dieci anni di lavoro e un percorso professionale da manuale: laurea in Bocconi con 110, un anno e mezzo in una multinazionale americana (Sarah Lee) «per farmi le ossa» e poi l’ingresso in Red Bull quando il marchio in Italia era sconosciuto e la filiale tutta da costruire. Oggi la bibita è famosa anche nel nostro Paese. E l’azienda in Italia dà lavoro a 150 dipendenti. «Mi hanno fatto una proposta economica. Ho rifiutato—racconta oggi Boleso davanti a una tazza di caffè —. Ho deciso di tenere duro per orgoglio. Gestivo un budget di 18 milioni di euro ed ero il punto di riferimento di 28 persone: tutta l’area marketing. Durante la maternità ero sempre rimasta in contatto con l’azienda. Per dire, mia figlia doveva nascere il 25 dicembre e io il 18 ero a una riunione. A quel progetto ho dato l’anima. Invece l’azienda non mi ha nemmeno messa alla prova. Come si sono sbagliati. Io ci sarei riuscita a mettere insieme la famiglia con il lavoro. Avrei dato il sangue pur di farcela».

Dopo il «gran rifiuto», per Stefania Boleso sono arrivati momenti difficili. «Sono stata spostata in un locale a pian terreno riadattato a ufficio, distante cinque piani dal resto dell’azienda. Mi hanno tolto la responsabilità del marketing. In teoria avrei dovuto lavorare con due colleghe. Peccato che entrambe fossero in maternità. Insomma, ero sola». Boleso ha resistito poche settimane. «Un giorno mi è venuto un attacco di panico, ho creduto di morire. Al pronto soccorso mi hanno detto che stavo rischiando l’esaurimento. Alla fine ho mollato. Il 19 dicembre ho firmato la resa. Ho scambiato i miei diritti con una buonuscita. Non avevo alternativa: dopo aver perso cinque chili e la serenità, non mi sono sentita di imporre altre tensioni alla mia famiglia». Che cosa farà adesso, Stefania? «Questa esperienza mi ha cambiata — risponde la manager —. Ieri criticavo chi dava meno del 110% sul lavoro. Adesso sto cercando di attribuire un nuovo senso agli ultimi dieci anni. Ho deciso di ripartire raccontando questa storia. “Guarda che poi nessuno ti offrirà più lavoro”, mi ha detto qualcuno. Il rischio c’è. Ma credo vada corso. Quantomeno per aiutare mia figlia a vivere in un mondo migliore».

Fonte: Corriere della Sera

Regionali, in lista l’igienista (e ballerina) del premier

Monday, February 22nd, 2010

Il fisioterapista del Milan, Giorgio Puricelli con ogni probabilità diventerà consigliere regionale del Pdl in Lombardia. Il suo nome, infatti, è uno dei 16 inseriti nel listino, cioè nell’elenco di chi sarà eletto come premio di maggioranza in caso di vittoria di Roberto Formigoni.

L’ultima parola spetta a Silvio Berlusconi (che dovrebbe dare l’ok fra oggi e domani) ma il coordinamento nazionale del Pdl ha detto sì alle liste dei candidati alle prossime elezioni regionali in Lombardia, inclusi i nomi che saranno inseriti nel listino. La Lega Nord dovrebbe avere sei posti (o cinque ventila qualcuno nel Pdl) e ha già annunciato che fra gli altri indicherà il parlamentare Andrea Gibelli (in predicato per diventare il nuovo vicepresidente della Regione).

A quanto apprende l’Ansa, di indicazione di Berlusconi, oltre a Puricelli, sono Francesco Magnano, che è suo geometra di fiducia, e Nicole Minetti, ballerina delle trasmissioni tv Scorie e Colorado Cafè nonché igienista dentale che Berlusconi ha conosciuto durante il suo ricovero al San Raffaele. E per il Pdl, oltre allo stesso presidente Formigoni, dovrebbero essere inseriti il capogruppo del partito in Regione Paolo Valentini (vicino al governatore), il vicecapogruppo Roberto Alboni (proveniente da An così come Pietro Maccari e Enrico Mattinzoli), l’ex assessore provinciale a Milano Doriano Riparbelli e l’ex assessore regionale all’Ambiente Marco Pagnoncelli.

E i giornali stranieri, dal Times in poi, riprendono le candidature Pdl: da Nicole Minetti, ballerina in tv e igienista dentale alla «Angelina Jolie di Bari», titolando “Berlusconi sotto attacco dopo aver scelto l’ex ballerina come candidato”.

Fonte: L’Unità

ancora..ancora..ancora…

La solitudine delle numero uno

Saturday, February 20th, 2010

In Italia nel 2009 sono nate 20 mila imprese femminili. Ma l’87% dei manager sono uomini

Diario di una giornata di coaching per dirigenti molto disperate

La solitudine delle numero uno

In Italia nel 2009 sono nate 20 mila imprese femminili. Ma l’87% dei manager sono uomini

«Mi sento chiusa in un bozzolo », dice Sara. «E io a un bivio» risponde Claudia. «Temo che la mia energia interiore si stia esaurendo» dice Paola. Non si tratta di una seduta di autocoscienza d’antan, ma di un coaching per signore manager. «Esperienza» la chiamano gli organizzatori di Edò Human Capital, società di formazione. Sono una dozzina, tutte top e middle manager: Fiat, Unilever, Pirelli, Samsonite. Dirigenti disperate (rubo il titolo a un libro di Chiara Lupi). Si comincia risvegliando le energie con la ginnastica. Poi, guidate dal coach, le manager snocciolano tutte quelle domande per le quali non hanno mai avuto tempo. Perché erano in riunione, o troppo prese dalla mission aziendale, o stavano lottando per non essere fatte fuori. Perché - nel loro mondo duplex - stavano telefonando alla pediatra, trattando con l’idraulico, provando a salvare il loro matrimonio dal logorio della vita multitasking (a differenza dei colleghi, le manager non hanno mogli su cui contare). 

Una scoppia in un pianto improvviso. La sua vicina singhiozza anche lei. «Sono piene fin qui», bisbiglia il coach. «Sature. Capita ogni volta». Signore grintose e super-preparate, mica housewives, obiettivi di carriera pianificati e raggiunti, ormai sulla soglia della stanza dei bottoni. Com’è che si disperano? Per le donne sarebbe un gran momento. Negli Usa c’è stato il sorpasso: al lavoro più donne che uomini. In Italia, nel 2009, 20 mila nuove imprese femminili. Verificata l’equazione: + donne = + business. Le aziende con vertici bisex offrono migliori performance e un +70 per cento in Borsa (McKinsey). Il termine womenomics fa ormai parte del lessico dell’economia e della finanza. Ma i Cda restano tenacemente in grisaglia. Anche in Italia: solo 5 consiglieri su 100 sono donne. In 6 aziende su 10 il Cda è tutto maschile (meglio non farle circolare, certe imbarazzanti foto dei board…). I signori manager - 87 per cento - resistono. Il profitto avrà le sue ragioni, ma almeno qui lasciateci in pace! Forse workshop e danze rituali dovrebbero farli loro, per prepararsi al faticoso cambio di paradigma, dall’uno al due.

Ore 11.00, dopo il coffee break: «Non abbiate paura del vostro femminile!», implora il coach. «Date a noi maschi il tempo per abituarci». Lo dice anche Niall Fitzgerald, vicepresidente di Thomson Reuters, colosso dell’informazione economica: «Non cercate di sviluppare qualità maschili nel momento in cui stanno prendendo quota quelle femminili. Rimanete voi stesse e sollecitate gli uomini ad adottare modelli di comportamento diversi». Non è un’impresa da poco. Può voler dire un’altra idea del lavoro, della sua organizzazione, dei suoi tempi. Flessibilità, house working, postazioni in remoto. Meno gerarchia, più relazioni e networking. Fine della separazione tra lavoro e vita. Lavorare per obiettivi chiari in tempi definiti (indicatori di output), e non per tempopresenza, in ufficio ad libitum a presidiare la posizione (indicatori di input), ostaggi di quei «ladri di tempo», come li chiama qualcuna, «che ti organizzano riunioni alle 7 di sera perché non hanno voglia di andare a casa». Del resto anche i maschi più giovani non sono più disposti a vivere così.

E ora ditemi un vostro obiettivo, invita il coach. «Bere più acqua». «Niente Blackberry per un’ora» (wow!). «Non cedere ai persecutori» (aiuto!). Lella Golfo, presidente della fondazione Marisa Bellisario, è prima firmataria di una proposta di legge per il riequilibrio dei generi nei Cda delle società quotate in Borsa. In effetti, dice, «oggi gli uomini tendono a porsi sulla difensiva. Ci sono segnali di forte dialettica». Anche Paola Pesatori, HR manager di Pirelli, racconta un clima da contrattacco: «La crisi costa più alle dirigenti che alle lavoratrici in genere. In molte aziende si gioca subdolamente sul work-life balance: perché non te ne torni a casa a fare finalmente le tue cose?». In soldoni, trattasi di potere: una in più fa uno in meno. Il nodo è al pettine, e non si fa districare. La patata è bollente e scotta nelle mani delle manager. Ore 15.00, dopo il lunch: i vostri leader ideali? chiede il coach. Gesù, mia madre, un mio ex capo, Giovanni Paolo II, Dr House. E ora ditemi: divieto d’accesso a…? «Ai capi che entrano nella tua vita privata», dice Mariella. Claudia: «A quelli che non sanno gestire il loro tempo e invadono il tuo». Un’altra: «Al mio ex capo che mi ha tolto l’autostima». È guerra? Monica Possa, direttore Risorse umane e organizzazione di Rcs Mediagroup (editore di Io donna), è indicata dalla Professional women’s association tra le 70 italiane titolate a entrare nei Cda. Fino a un certo punto ha creduto che il merito potesse sbaragliare ogni ostacolo. Ma dopo anni di esperienza - compresa la super-esperienza di un figlio, - si è arresa all’evidenza: «Senza una scossa non cambierà nulla. Senza azioni positive tutto resterà com’è”

Che cos’è? Un nuovo capitolo della sexwar? «Pensare alle quote» continua, «può sembrare conflittuale. Ma ci sono anche altre strade. Nelle aziende esistono anche uomini non insicuri, che non si fanno spaventare dall’idea del cambiamento. Uomini capaci di passare da un rassegnato “c’è bisogno delle donne” a un convinto “ho bisogno che ci siate”. Trovare certi interlocutori può dare grandi risultati».

Marina Terragni

Fonte: Corriere della Sera

Le donne possono favorire un altro modo di lavorare
Le donne possono favorire un altro modo di lavorare

L’appello: no alle donne come merce di scambio

Friday, February 19th, 2010

Ma cosa vuoi che sia! Ci sono cose peggiori in Italia… e chi è senza peccato scagli la prima pietra». Commenti privati (al bar) e pubblici (alla radio, in tv) all’ennesimo scandalo che coinvolge politici e amministratori della cosa pubblica. Uno scandalo che sembra non scandalizzare nessuno… Ma proprio tutti gli italiani e le italiane sono in uno stato perenne e cronico di anestesia? Vogliamo credere di no. C’è ancora qualcuno che si incazza in questo paese senza più un volto nel quale riconoscersi. Ci sono persone che non considerano normale trattare le donne come oggetto di scambio, per esempio. Esistono persone che ancora reagiscono all’ennesima reazione di malcelata simpatia e arrogante indulgenza nei confronti di atteggiamenti maschili più retrivi e degradanti verso le donne. Così, un gruppo di donne romane, invece di arrabbiarsi in privato, ha deciso di lanciare un appello. L’idea arriva da Silvia Nono e dalle sue amiche e si chiama «Io non considero normale». L’appello - già firmato da una ottantina di persone, soprattutto donne di cultura - è rivolto ai candidati della sinistra. «Non è più una questione di costume, è una questione di sostanza», dice Silvia Nono. «Chiediamo - spiega - che tra i punti del proprio programma politico venga inserita una semplice dichiarazione: io non considero normale che le donne siano trattate come merce di scambio nelle relazioni personali e professionali, nella politica, nella comunicazione». Le donne hanno diritto di sapere da che parte stanno le persone che aspirano a rappresentarle. «Se i candidati capissero questo semplice discorso, avrebbero modo di distinguersi», chiosa Silvia Nono.

Nel frattempo, l’appello gira in rete (silvia.nono@libero.it) e anche l’Unità accoglie adesioni. Finora hanno firmato artiste (Cristina reggio, Marta Fontana), registe e attrici (Daria Menozzi, Nada Pahor , Flaminia Lizzani), docenti e studiose (Anna Rossi Doria, Giacomella Orofino, Camilla Miglio, Cristina Pecchia), scrittrici (Lisa Ginzburg, Maria Pace Ottieri) e tante altre.
Ci piacerebbe che aderissero anche gli uomini.
fonte: http://www.unita.it/news/donne/95203/lappello_no_alle_donne_come_merce_di_scambio

Donne dietro l’obiettivo, arte e impegno

Thursday, February 18th, 2010

Si inaugura il 19 Febbraio alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma la mostra fotografica «Donna. Avanguardie Femministe negli anni 70». Per la prima volta in Italia una selezione di fotografie provenienti dalla Sammlung Verbund di Vienna. Duecento opere di 17 artiste che negli anni Settanta hanno trattato da pioniere i temi del corpo, l’identità femminile e la differenza uomo-donna.

In un momento storico in cui molte conquiste sembrano aver perso valore, il percorso di questa mostra può farci riflettere su come rimettere mano attraverso la comunicazione visuale ai linguaggi che invertano di segno le tendenze sessiste. Contenuti forti, spesso scomodi, lontano da qualsiasi clichés, le avanguardie femministe degli anni Settanta con la ricerca di nuovi linguaggi e utilizzando riferimenti surrealisti e concettuali hanno supportato le lotte per l’emancipazione delle donne, aprendo anche a nuove strade per la libertà d’espressione.

Donne dietro l’obiettivo Donne dietro l'obiettivo    Donne dietro l'obiettivo    Donne dietro l'obiettivo    Donne dietro l'obiettivo    Donne dietro l'obiettivo    Donne dietro l'obiettivo    Donne dietro l'obiettivo

La collezione Sammlung Verbund di Vienna, nata nel 2004, riunisce artisti di fama internazionale dagli anni Settanta ad oggi. Il lavoro della fondazione si dipana su due filoni di ricerca: quello performativo, focalizzato appunto sulle avanguardie femministe, l’altro basato sullo studio e la de-strutturazione degli spazi. Artiste in mostra: Helena Almeida, Eleanor Antin, Renate Bertlmann, Valie Export, Birgit Jürgenssen, Ketty La Rocca, Suzanne Lacy / Leslie Labowitz, Suzy Lake, Ana Mendieta, Martha Rosler, Cindy Sherman, Annegret Soltau, Hannah Wilke, Martha Wilson, Francesca Woodman, Nil Yalter.

Lavinia Hanay Raja

Istat: occupazione femminile in crescita negli ultimi 16 anni, ma non al Sud

Monday, February 15th, 2010

L’aumento dell’occupazione femminile nel corso degli anni, nella maggior parte dei casi, non riguarda le donne meridionali. In 16 anni, dal 1993 al 2009, a fronte di 1.792.000 occupate in più appena 218 mila (ossia il 12,1%) hanno interessato le regioni meridionali, poco più di una su dieci. Che vuol dire, mediamente, ogni anno, circa 13.600 lavoratrici al Sud e nelle Isole contro circa 100 mila del resto d’Italia. A segnalare questo particolare dato dell’occupazione femminile è stata Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell’Istat, in una recente audizione in Commissione lavoro al Senato, con all’ordine del giorno il mercato del lavoro delle donne. Il tasso di occupazione femminile nel nostro paese si conferma fra i più bassi in Europa: appena il 46,1% di occupazione, inferiore di circa 12 punti percentuali rispetto a quello medio della Ue27. Dei 1.8 milioni di occupate in più nei 16 anni considerati, quindi, la parte più significativa (1.574.000) è andata alle regioni del Centro-Nord. Al momento, il tasso di occupazione femminile è al 30,8% nel meridione, al 55,6% nel Nord-Ovest, al 56,9% nel Nord-Est. La crisi poi, in generale, penalizza uomini e donne. Ma ad esempio, nell’industria, il calo dell’occupazione femminile dipendente ha registrato nel terzo trimestre del 2009 una caduta pari a più del doppio rispetto a quella rilevata fra gli uomini: -10,5% contro 4,2%. Nel corso del 2009, la discesa dell’occupazione femminile ha interessato tutte le figure del mercato del lavoro: le dipendenti a termine, le collaboratrici, le autonome, fino a coinvolgere le occupate a tempo indeterminato. Fra l’altro, il tasso di inattività femminile ha registrato significativi posizionamenti nel terzo trimestre 2009 al 64,2% (rispetto al 63% dello stesso periodo del 2008).

TRADIZIONALE DIVISIONE DEI RUOLI - In relazione al contributo delle donne al reddito familiare, in Italia - rileva l’Istat - esiste ancora la tradizionale divisione dei ruoli di genere che vede l’uomo responsabile del sostentamento economico della famiglia mentre la donna è ancora dedita principalmente alle attività domestiche e di cura. Una condizione molto più diffusa che in altri paesi europei, soprattutto per effetto dell’ampio ricorso al part-time in questi ultimi. Uno strumento, quest’ultimo, che nel nostro paese è ancora «meno diffuso ed accessibile». «Le ragioni che spiegano lo scarso contributo femminile all’economia familiare - sostiene Sabbadini - sono da ricercarsi anche, e probabilmente soprattutto, nella maggior presenza di donne in settori del mercato del lavoro meno retribuiti». Fanno eccezione le famiglie indigenti (il quinto più povero) dove invece è maggiore l’apporto delle donne all’economia familiare. «Ma in questo caso - aggiunge la ricercatrice - il fenomeno sembra più conseguenza delle precarie condizioni del partner, che del rendimento di elevati investimenti femminili in capitale umano». (Fonte Ansa)