Archive for the ‘diritti delle donne’ Category

Le pari opportunità in rete

Saturday, January 3rd, 2009

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa notizia. “Al via il monitoraggio per valutare lo stato della realizzazione delle ari opportunità in Sicilia. Sono già cinquanta nella sola provincia di Palermo i comuni che hanno già aderito al Progetto Dafne per la promozione di una “rete” di referenti delle pari opportunità da nominare in tutte le province siciliane. Il progetto Dafne è stato presentato a palazzo Comitini alla presenza dell´assessore al Bilancio Carola Vincenti, della coordinatrice dipartimentale della Regione siciliana delle referenti per le pari opportunità Maria Cianciolo, della consigliera di parità della Regione siciliana Claudia Serio, e di Gianfranco Zanna, coordinatore del progetto Dafne. I rappresentanti dei comuni hanno compilato la scheda con la quale é stato avviato un monitoraggio a livello regionale sulle attività di pari opportunità. Nell’ambito delle attività del progetto Dafne, che ha tra gli obiettivi di incidere sui fattori che creano condizioni di disparità di genere e di rafforzare le politiche di Pari Opportunità nel territorio regionale, si stanno svolgendo incontri nelle nove province siciliane per creare una strategia complessiva in Sicilia sulle pari opportunità, per collegare in un unico ‘sistema’ le realtà locali con quella dell’amministrazione centrale e con la realizzazione di un portale per la diffusione completa di tutte le iniziative. Il progetto Dafne, che ha come soggetti proponenti MCG Manager consulting group, la società cooperativa Agronica e l’Istituto per lo sviluppo del Mediterraneo (Ism), intende censire tutte le esperienze già realizzate in Sicilia sul tema delle pari opportunità per creare una mappa delle realtà regionali, stimolarne nuove iniziative, offrire strumenti di conoscenza a partire dalle normative esistenti, intervenire su quei fattori che creano condizioni di disparità di genere, creare un portale informativo. Il progetto è rivolto al personale dipendente della pubblica amministrazione regionale, provinciale e comunale, impegnato a vario titolo nelle attività di tutela e promozione delle pari opportunità ma anche a partner socio-economici di livello regionale. L’obiettivo finale di questo percorso formativo, che si snoderà con appuntamenti in tutte le province siciliane, è la piena realizzazione del mainstreaming di genere, ovvero ottenere una partecipazione più larga delle donne”.
Per informazioni: MCG Manager Consulting Group soc.coop tel. 091 6816012 - www.progettodafne.it

Fonte: Noi Donne

Donne in pensione a 65 anni?

Sunday, December 28th, 2008

Lettera aperta al Ministro Renato Brunetta

E p.c. ai capigruppo di Camera e Senato

Egregio Ministro Brunetta,
con questa lettera vogliamo esprimerle la nostra critica per la proposta da lei avanzata di portare a 65 anni l’età pensionabile per le donne. E’una proposta, la sua, che rivela, oltre a un approccio superficiale e disinvolto al problema, il retaggio di una cultura profondamente misogina, incapace di misurarsi con la differenza femminile e con la necessità di fare i conti concretamente con la vita di donne e di uomini, con la condizione materiale delle lavoratrici e dei lavoratori e in particolare delle e dei giovani, che, in un momento di crisi così profonda, troverebbero ulteriori porte sbarrate alle loro possibilità di occupazione.
Egregio Ministro, lei finge di dimenticare - oppure non sa ma sarebbe davvero una ignoranza disdicevole per un ministro – che:
1) non è pari la quantità di lavoro tra le donne e gli uomini. Le donne lavorano di più: in Italia particolarmente di più, rispetto ad altri Paesi europei. Dormono di meno degli uomini, non hanno giorni di festa, si occupano di tutto quello che riguarda la vita di figli, mariti, parenti anziani e altro ancora. Consulti i dati Istat, egregio Ministro Brunetta. Lo chiamano doppio lavoro perché le donne non lavorano soltanto in ufficio, in fabbrica, nei call center ma anche in casa ed è un lavoro che oggi non soltanto integra ma supplisce in maniera crescente il Welfare State, ahinoi in declino. Un lavoro che produce benessere e ricchezza – come staremmo se non ci fosse? Se lo chieda Ministro - che dovrebbe uscire dalla dimensione domestica ed essere riconosciuto in maniera molto più consistente di quanto avvenga col diritto delle donne ad andare prima in pensione;
2) già adesso le donne, se vogliono, possono optare per il lavoro fino a 65 anni e spesso sono costrette a farlo se vogliono mettere insieme una pensione decente per sopravvivere negli anni che restano. Infatti, egregio Ministro, non solo non è pari la quantità di lavoro tra donne e uomini ma non è pari la quantità di retribuzione che percepiscono le une rispetto agli altri. Anche questa è cosa nota, si informi Ministro, cerchi ci capire perché e magari, se proprio ci tiene alla parità, escogiti qualche meccanismo per ridurre lo svantaggio retributivo delle donne e arrivare all’equiparazione di salari, stipendi, carriere;
3) non è accettabile nessun mercanteggiamento su questo tema, come quello che incautamente la ministra ombra dell’opposizione, senatrice Vittoria Franco, ha avanzato: occupazione femminile e conciliazione tra lavoro, maternità e carriera in cambio di innalzamento dell’età pensionabile. Sarebbe uno scambio in pura perdita per chi lo subisce, la conferma di quanti guasti possa produrre la politica della parità che non si misuri con la disuguaglianza delle condizioni di partenza. Per le donne è un imbroglio, una vera e propria trappola.
4) l’Europa vuole la parità tra donne e uomini in materia di età pensionabile? L’Europa vuole molte cose, alcune vanno benissimo o bene, altre meno bene, altre ancora non vanno bene per niente. Questa è una di quelle, non tiene conto dell’arretratezza del welfare italiano ed inoltre – dovrebbe essere più preciso, Ministro - riguarda solo l’ambito del pubblico impiego. Non si nasconda dietro l’usbergo dell’Europa, egregio Ministro, per colpire le donne. Non sarebbe degno della carica che lei riveste. E poi ricorrere all’Europa quando fa comodo a lei o a qualcun altro del suo governo e invece ignorarne le direttive quando non le condividete? Sia serio, egregio Ministro e lasci perdere i suoi furori paritari. Non è proprio il caso. In ogni caso noi le confermiamo la nostra critica più netta e le chiediamo di tornare sui suoi passi.
Assemblea delle donne di Roma per la Sinistra
Fonte: http://www.noidonne.org/?op=articolo&art=2394

Pillola abortiva: «Non si può bloccare»

Sunday, December 21st, 2008

«Non ci sono strumenti di alcun genere per fermare il percorso di approvazione della pillola abortiva. Guido Rasi, direttore dell’Aifa (agenzia italiana del farmaco) conferma. E’ imminente l’arrivo in Italia della RU486, pasticca monodose per l’interruzione volontaria di gravidanza, alternativa all’intervento chirurgico. E’ verosimile che la Ru 486 «arrivi all’attenzione del cda a febbraio dopo un passaggio in comitato prezzi e rimborso».

Dottor Rasi, si è molto discusso in questi giorni su eventuali iniziative che l’Italia potrebbe assumere per non accettare la richiesta di autorizzazione al commercio presentata dall’azienda francese Exelgyn. Esistono ancora margini di intervento?

«Non c’è nessuno strumento., né tecnico scientifico, né da parte del Parlamento che ha presentato recentemente una mozione. Questa è una procedura cosiddetta di mutuo riconoscimento. Significa che il farmaco è stato già autorizzato dall’agenzia europea, l’Emea, e che gli Stati dell’Ue devono a loro volta adeguarsi a quella decisione».

Il Cda avrebbe dovuto valutare la registrazione della pillola questa settimana. A cosa è dovuto il ritardo, forse a polemiche e pressioni?

«Nessuna pressione. Questa settimana c’è stato l’ultimo esame del comitato tecnico. L’argomento non era invece all’ordine del giorno dello scorso Cda. Ora mancano gli ultimi tasselli. Stabilire quanto costerà questo prodotto. Poi ci sarà la valutazione del Cda. Ma credo che lì approvazione sarebbe tutto sommato il male minore per chi in Italia osteggia la Ru 486».

Il male minore, perché?

«Il farmaco in base al meccanismo europeo dovrà comunque essere commercializzato in Italia e allora ci sarebbe il rischio della vendita diretta, in farmacia. Qualunque donna potrebbe acquistarlo dietro presentazione di ricetta medica. L’approvazione da parte dell’Aifa prevede invece che la pillola venga distribuita solo in ospedale, sotto controllo medico e secondo il meccanismo della legge 194 sull’aborto».

Il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella vorrebbe presentare un’istanza all’Emea. Sarebbe una via per bloccare la Ru486?

«Già l’Ungheria ha richiesto un arbitrato all’Emea e l’ha perso. Quindi questa strada è difficilmente percorribile».

Quali iniziative prenderà l’Italia per vigilare sugli effetti collaterali e gli eventi avversi legati al farmaco? Quando il comitato scientifico Aifa approvò il prodotto a febbraio (col precedente governo, capo dell’Aifa era Nello Martini, ndr) venne messo agli atti un dossier dove erano documentati 16 casi di morte.

«Molto probabilmente la pillola abortiva entrerà a far parte del programma di farmaco-vigilanza che impone la segnalazioni di tutti gli eventi avversi legati al suo impiego. Se dovessimo ricevere informazioni allarmanti allora a quel punto potremmo prevedere di chiederne la sospensione».

Margherita De Bac

Fonte : Corriere della Sera

STALKING: PRIMO SI’ AL DDL, CARCERE FINO 6 ANNI SE A MOLESTARE E’ L’ALTRA META’

Friday, December 5th, 2008

Chiunque minacci o compia atti persecutori nei confronti di qualcuno rischia il carcere fino a quattro anni. Se poi a molestare è il coniuge (anche separato o divorziato), il convivente o il fidanzato la detenzione può durare fino a sei anni. E’ questa una delle principali novità del testo, appena approvato dalla commissione Giustizia della Camera, che introduce il reato di ’stalking” nel nostro ordinamento con un nuovo articolo: il 612-bis del codice penale. Ma il provvedimento, atteso in aula per il 16 dicembre, stabilisce anche che nei confronti del molestatore si possa disporre l’allontanamento fino ad un anno dalla casa o dal luogo di lavoro della vittima o anche, ad esempio dalla scuola dei figli.

 ’ATTI PERSECUTORI’ - E’ con questo termine che il nuovo reato verrà indicato nel codice penale. In sostanza la norma prevede la reclusione da sei mesi a quattro anni per chiunque “molesta o minaccia taluno con atti reiterati ed idonei a cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero ad ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero a costringere lo stesso ad alterare le proprie scelte o abitudini di vita.

LE AGGRAVANTI - La pena aumenta se a ‘molestare’ è il coniuge, anche se separato o divorziato, o il convivente o il fidanzato (anche ex). Si prevede più carcere anche se la vittima è un minore o un ‘diversamente abile’ e se gli ‘atti persecutori’ sono stati commessi usando armi, o da ‘persona travisata’, o con scritto anonimo.

QUERELA E PROCEDIBILITA’ D’UFFICIO - Il delitto è punito sempre a querela di parte. Ma si può procedere d’ufficio se il reato è commesso nei confronti di un minore o di un disabile e anche quando il molestatore era già stato ammonito dal magistrato.

AMMONIMENTO - Prima di presentare querela, la vittima può anche raccontare il suo ‘calvario’ alla pubblica autorità chiedendo che questa ammonisca il responsabile degli atti persecutori. Il Questore, nel caso ritenga fondata la denuncia della persona offesa, ammonisce oralmente l’accusato e lo invita a tenere una “condotta conforme alla legge”. Se la persecuzione continua, il magistrato potrà procedere d’ufficio contro di lui.

DIVIETO DI AVVICINARSI AI LUOGHI FREQUENTATI DALLA VITTIMA - Il testo prevede che il giudice possa intimare all’imputato di non avvicinarsi ai luoghi normalmente frequentati dalla vittima. O quanto meno di mantenersi a distanza. E il divieto può durare anche fino ad un anno.

DIVIETO DI COMUNICARE ANCHE CON I FIGLI - Al molestatore, infine, si può vietare anche di comunicare con qualsiasi mezzo, non solo con la vittima, ma anche con i prossimi congiunti. La proposta di legge, che ha ottenuto il via libera con voto ‘bipartisan’, ora dovrà passare l’esame dell’Aula della Camera e del Senato. E, se approvata, entrerà in vigore il giorno dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Tutti in pensione alla stessa età?”Per le donne non è una vittoria”

Wednesday, November 26th, 2008

L’età pensionabile di uomini e donne nel pubblico impiego dovrà essere equiparata. Il 13 novembre scorso, la Corte di Giustizia Europea ha infatti condannato l’Italia per la disparità di trattamento tra uomini e donne: la nostra normativa, in base alla quale le donne possono andare in pensione a 60 anni, mentre gli uomini devono aspettare il compimento del 65° anno è stata ritenuta iniqua nei confronti dei maschi.

Wally Ferrante, Avvocato dello Stato, ha rappresentato l’Italia davanti alla Corte del Lussemburgo nella discussione del ricorso che la Commissione ha presentato contro la nostra normativa previdenziale: “Dalla sentenza della Corte di Giustizia - spiega - deriva l’obbligo dello Stato italiano di parificare l’età pensionabile dei pubblici dipendenti tra uomini e donne”. Ma questa parificazione, osserva l’avvocato Ferrante, si tradurrà nell’ennesimo svantaggio a carico delle donne lavoratrici: “Attese le note ristrettezze di bilancio, dubito che l’età sarà abbassata per tutti a 60 anni, essendo più verosimile che venga elevata per tutti a 65 anni. Pertanto il risultato è che le donne, che anche prima ‘potevano’ lavorare, a semplice richiesta, fino a 65 anni (e lo facevano nella maggior parte dei casi), ora ‘dovranno’ lavorare fino a 65 anni. Non mi sembra una grande vittoria”.

La sentenza è stata accolta positivamente in Italia da chi, come la vicepresidente del Senato Emma Bonino, ha sempre visto con sfavore il fatto che “in Italia esista una legge che stabilisce che una donna debba avere meno anni di contributi di un uomo, comportando così una discriminazione retributiva a tutti gli effetti”. Ma, obietta l’avvocato Ferrante, di fatto, una volta tanto, la discriminazione si traduceva in un vantaggio a favore delle donne, dal momento che si tratta di “una mera facoltà discrezionale per queste ultime di optare per la cosiddetta ‘uscita anticipata’” al raggiungimento dei 60 anni”.


Una facoltà che si riteneva in qualche modo dovuta alle donne, molto più impegnate nel lavoro familiare e di cura dei figli. Che si tratti di una facoltà, che non si è tradotta negli anni in una coercizione, ricorda Ferrante, lo dimostra anche il fatto “che le donne aventi diritto a tale opzione per aver raggiunto il sessantesimo anno di età, nel 66% dei casi hanno liberamente deciso di proseguire il proprio rapporto di lavoro”.

Ma quella lamentata dalla Commissione Europea, e riconosciuta come tale dalla Corte di Giustizia Europea, è piuttosto la disparità di trattamento “ai danni degli uomini”: “La Commissione deve rilevare - si legge nel ricorso presentato davanti al tribunale del Lussemburgo - che la sola previsione di tale facoltà (il pensionamento a 60 anni, ndr) a favore delle donne costituisce una discriminazione ai sensi dell’art.141 CE dal momento che la medesima facoltà non è concessa agli uomini”.

Tale discriminazione, ricorda l’avvocato Ferrante, ha storicamente una propria ragione d’essere nel fatto che “il sesso ‘debole’ nel mondo lavorativo è tutt’ora quello femminile e che la compensazione di eventuali svantaggi nelle carriere debba essere effettuata nei confronti delle donne e non certo degli uomini”. Il richiamo è alla normativa che stabilisce che “il principio della parità di trattamento non impedisce agli Stati membri di mantenere o di adottare misure che prevedono vantaggi specifici volti a facilitare l’esercizio di un’attività professionale da parte del sesso sottorappresentato oppure a evitare o compensare svantaggi nelle carriere professionali”.

“Ma anche queste considerazioni non sono valse a evitare la condanna”, conclude l’avvocato Ferrante. La Corte, infatti, pur non negando l’esistenza di situazioni negative a carico della donna nel mondo del lavoro, ha sostenuto che la diversa età pensionalbile “non compensa gli svantaggi ai quali sono esposte le carriere dei dipendenti pubblici donne e non le aiuta nella loro vita professionale né pone rimedio ai problemi che possono incontrare nella loro vita professionale”.

Palermo, bambole insaguinate contro l’aborto

Thursday, November 20th, 2008

 Bambole insanguinate spedite ai giornali di Palermo per protestare contro la legge sull’interruzione di gravidanza. L’iniziativa è della sezione siciliana di Forza Nuova contro il “genocidio legalizzato”, come è scritto nel volantino che accompagna il pacco. “Basta con la 194!”

Giuseppe Provenzale, coordinatore regionale della sigla di estrema destra, ammette che è opera sua l’invio di sei pacchi alle redazioni di quotidiani e agenzie del capoluogo siciliano: “E’ un’iniziativa shock, non lo nascondo, ma è l’unico modo per denunciare, nella sua crudezza, quello che avviene nella realtà con un aborto”. Nelle scatole, le bambole sporche di sangue e interiora di animale erano chiuse in un sacchetto trasparente del tipo usato per congelare gli alimenti. In un altro cellophane era protetto il volantino di protesta, simile a quello distribuito nei giorni scorsi davanti agli ospedali della città. La Procura ha aperto un’inchiesta.

Provenzale e Massimiliano Ursino, militante di Forza Nuova, verranno denunciati all’autorità giudiziaria. Il reato che dovrebbe essere contestato ai due potrebbe essere di procurato allarme contro l’autorità. I due sono stati ascoltati per tutto il pomeriggio dai carabinieri di Palermo.

All’iniziativa di Fn è seguita immediata la condanna politica che ha trovato concordi esponenti di centrodestra e centrosinistra. Duro il giudizio espresso da Gianfranco Fini, presidente della Camera, che ha definito l’iniziativa “un’inquietante e intollerabile forma di violenza derivante da un fanatismo che desta allarme nelle istituzioni”. Anche il presidente del Senato Renato Schifani ha espresso parole di solidarietà ai giornalisti palermitani “oggetto di un grave e inqualificabile gesto”.

Uguale preoccupazione per la scelta di Fn è stata pronunciata dal segretario del Partito democratico Walter Veltroni che parla di azione “vile e inquietante” e di “una macabra e minacciosa campagna”. Per il capogruppo dei senatori del Pd Anna Finocchiaro si tratta di “un’intolleranza che nulla ha a che vedere con la nostra democrazia”.


Accuse che respinge il leader di Forza nuova Roberto Fiore, eurodeputato: “Non volevano intimorire i media siciliani, ma lanciare una campagna contro l’aborto. Serve riaprire il dibattito sulla 194, e ottenere misure a favore delle donne”.

Forza nuova a Palermo si era già distinta un paio d’anni fa con i picchetti davanti alle sedi dei giornali per protestare contro i giornalisti colpevoli di dare scarsa visibilità alle proposte del movimento. Recentemente, iscritti a Fn hanno “attaccato” la sede del Banco di Sicilia nel capoluogo distribuendo volantini ai clienti ed esponendo un grosso striscione davanti all’ingresso della banca per invitare i correntisti a prelevare i loro risparmi “prima che sia troppo tardi”.

Fonte: La Repubblica

Sfigurata dall’acido mentre va a scuola: «Voglio continuare a studiare»

Monday, November 17th, 2008

KANDAHAR - «Continuerò a studiare anche se cercano di uccidermi. Non smetterò di andare a scuola». Shamsia ha 17 anni ed è in un letto d’ospedale a Kandahar, con il viso sfigurato dall’acido e un occhio in gravi condizioni. Nel letto accanto sua sorella Atefa, di 16 anni, anche lei colpita dall’acido. L’attacco è avvenuto mercoledì scorso nella zona occidentale di Kandahar, la grande città del sud dell’Afghanistan, culla e roccaforte dei taleban. Sei giovani studentesse liceali che stavano andando a scuola sono state attaccate, in diversi episodi, da uomini in motocicletta. Particolarmente gravi le ferite riportate dalle due sorelle: gli aggressori hanno strappato le sciarpe dalla testa delle ragazze e hanno lanciato l’acido mirando al volto, per sfigurarle.

L’AGGRESSIONE - «Eravamo a metà strada verso il liceo quando due uomini in motocicletta si sono fermati vicino a noi. Uno di loro ha gettato dell’acido sul viso di mia sorella, ho cercato di aiutarla e hanno gettato l’acido anche su di me», ha raccontato Atefa. «Abbiamo chiesto aiuto, sono accorse delle persone e gli uomini sono fuggiti  Non sappiamo perché ci abbiano attaccato, la città non è sicura. Ma non possiamo restare chiuse in casa, dobbiamo avere un’istruzione, il governo deve aiutarci». Le due ragazze, che normalmente indossano il velo islamico, appartengono alla minoranza musulmana sciita. Altre quattro ragazze sono stata attaccate nello stesso modo, il giorno dopo, nella stessa zona della città: fortunatamente non sono state ferite in maniera grave.

SCUOLE DISTRUTTE - Non c’è stata alcuna rivendicazione degli attacchi alle studentesse, ma tutto fa pensare a un’azione dei talebani, che nel periodo del loro regime (1996-2001) avevano proibito alle ragazze di frequentare le scuole. Dopo l’11 settembre e la caduta dei talebani, centinaia di scuole nel Paese sono state attaccate e distrutte; insegnanti e responsabili sono stati assassinati, ma finora erano rari gli attacchi agli alunni. L’attacco alle studentesse è stato così grave da avere vasta risonanza anche in una zona così abituata alla violenza.

KARZAI: «NEMICI DELL’EDUCAZIONE» - Il presidente Hamid Karzai ha definito i responsabili «nemici dell’educazione». «Voglio continuare a studiare per aiutare la ricostruzione del mio Paese», ha detto Shamsia dal suo letto d’ospedale, irriconoscibile sotto lo strato di unguento giallo che serve per le ustioni. Ha ricevuto la visita della responsabile del Settore Educazione di Kabul, Najiba Nuristani, che ha dichiarato: «Questi attacchi non possono fermare l’educazione in Afghanistan, specialmente per le ragazze». Il dottore che ha curato Shamsia è ottimista: dovrebbe recuperare l’uso dell’occhio. Se necessario, riceverà cure specialistiche in India.

Fonte: Corriere della Sera

Onu: peggiora la condizione delle donne nel mondo

Thursday, November 13th, 2008
Peggiora lo stato di salute delle donne nel mondo, in particolare di quelle che vivono nei paesi in via di sviluppo, colpite da Aids, mortalità da parto e gravidanze, violenze sessuali, mutilazioni genitali.È una condizione che - per il rapporto 2008 sullo stato della popolazione dell’Unfpa (Fondo delle nazioni unite per la popolazione) - è aggravata da fattori culturali che non permettono alle donne l’accesso alle cure, all’informazione, all’istruzione, ai servizi ed alle risorse. I 2/3 dei 960 milioni di analfabeti e i 3/5 del miliardo di persone povere sono donne.

Ecco alcuni dati del rapporto, curato nell’edizione italiana dall’Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo).

Il 61% dei sieropositivi Hiv nell’Africa sub-sahariana sono donne; nella regione caraibica è il 43%. Sono in aumento i contagi “rosa” in America Latina, Asia ed Europa orientale.

In tutto il mondo è tra il 15% e il 71% la percentuale di donne che hanno subito con ricadute sulla salute, violenza fisica o sessuale da parte del partner.

Ogni giorno 1.600 donne e oltre 10.000 neonati muoiono per complicazioni della gravidanza e del parto; circa il 90% nei pvs. 18 milioni di donne contraggono patologie debilitanti permanenti, fattori che aumentano il rischio di morire di gravidanza. 80 mila delle morti sono dovute ad aborti fatti in condizioni a rischio.

Nella maggior parte dei casi sono le donne ad avere la responsabilità della cucina: quando cucinano su fuochi aperti o su stufe tradizionali respirano quotidianamente una miscela di centinaia di agenti inquinanti. Questo fumo domestico è responsabile di mezzo milione su 1,3 milioni di decessi femminili causati da broncopneumopatia cronica ostruttiva (bronchite cronica ed enfisema). Solo il 12% delle morti da broncopneumopatia tra gli uomini è collegato ai fumi domestici. 

È in forte aumento l’uso del tabacco tra le ragazze più giovani nei pvs.

Ogni anno 14 milioni di adolescenti diventano madri; in 9 casi su 10 si tratta di giovanissime che vivono nei paesi in via di sviluppo. Si stima che siano 51 milioni le adolescenti già sposate.

 

 

Fonte: Il Messaggero

Sinodo dei vescovi: «Le donne annuncino la parola di Dio»

Tuesday, October 28th, 2008

CITTÀ DEL VATICANO - La Chiesa cattolica è pronta a riconoscere un ruolo più attivo delle donne nella lettura della Bibbia e più in generale nell’annuncio della Parola di Dio: il sacerdozio femminile resta precluso, certo, ma la proposta di un ministero per le «lettrici» appare una delle più innovative emerse dal dodicesimo sinodo dei vescovi che si è chiuso sabato in Vaticano, dopo tre settimane di dibattito sul tema della Parola di Dio. Un confronto serrato tra i 253 ecclesiastici provenienti da ogni angolo del pianeta, due terzi dei quali per la prima volta partecipanti a un sinodo e fotografia di una Chiesa cattolica che, pur riaffermando con forza i suoi principi di fondo nell’intento di arginare derive fondamentaliste e teologi dissidenti, cerca di adeguarsi ai tempi che cambiano, partecipare alla vita pubblica e aprire a un dialogo interreligioso a tutto campo ma a precise condizioni.

LE PROPOSTE - Dopo il messaggio finale rivolto al «popolo di Dio», diffuso venerdì, l’assemblea ha consegnato a Benedetto XVI 55 «propositiones», scritte in latino e strettamente riservate, sulla base delle quali il Papa redigerà, come di consueto, una «esortazione post-sinodale». Le proposte, diffuse in una traduzione italiana «non ufficiale», sono state illustrate in una conferenza stampa da alcuni padri sinodali, tra cui il relatore, card. Marc Ouellet. L’istituzione di un apposito «ministero non consacrato», una sorta di riconoscimento istituzionale, per le donne laiche impegnate nell’opera pastorale è menzionata alla proposizione numero 17: «i Padri sinodali riconoscono e incoraggiano il servizio dei laici nella trasmissione della fede. Le donne, in particolare, hanno su questo punto un ruolo indispensabile soprattutto nella famiglia e nella catechesi. Infatti, esse sanno suscitare l’ascolto della Parola, la relazione personale con Dio e comunicare il senso del perdono e della condivisione evangelica. Si auspica - conclude il documento - che il ministero del lettorato sia aperto anche alle donne, in modo che nella comunità cristiana sia riconosciuto il loro ruolo di annunciatrici della Parola».

RUOLO DELLE DONNE - In realtà la lettura della Bibbia durante la messa da parte di donne è già ampiamente diffusa, ma la proposta, preannunciata nei giorni scorsi dal presidente del Pontificio consiglio per la Cultura, mons. Gianfranco Ravasi, va oltre, chiedendone il riconoscimento istituzionale, nell’ambito di un maggiore riconoscimento dei laici nella diffusione della Parola. «E, visto che si parla di laici - hanno spiegato i padri sinodali che hanno illustrato le proposizioni - non vi è motivo per escludere le donne» le quali, anzi, possono avere un ruolo chiave, per natura e rappresentanza sociale, nella famiglia e nella catechesi. E una particolare attenzione ai ‘diritti delle donnè risuona anche tra i temi suggeriti per un dialogo con l’Islam. Sullo sfondo, il tema centrale del Sinodo, volto a riaffermare la centralità delle Scritture «dono dello Spirito santo alla Chiesa» e che in questa «hanno il loro luogo ermeneutico proprio» (insomma, attenzione alle interpretazioni delle sette in senso fondamentalista e no a quelle individuali). Altre proposizioni riaffermano la centralità della liturgia, chiaro assunto ratzingeriano, e la necessità di superare il dualismo tra ‘esegesi e teologià, ricreando una unità tra fede e ragione nel tracciato del Magistero. Molti sono stati, durante il sinodo, i richiami ai «professori» che se ne sono allontanati, soprattutto tra i teologi tedeschi fautori del metodo storico-critico.

Fonte: Corriere della Sera

Voi cosa ne pensate?

 

Sei donna? Diritti non hai!

Wednesday, October 22nd, 2008

Chi vi scrive non è una donna, ma un uomo; e non intende comunicare idee, progetti od opinioni ma, bensì, denunciare fatti. Svolgo la professione di Avvocato a Caltanissetta.
Pensavate che nell’Anno Domini 2008 la parità tra uomo e donna fosse un dato di fatto? Ebbene, vi sbagliate.Infatti, già da un paio di anni (la strada per ottenere Giustizia è notoriamente lunga nel Bel Paese), curo gli interessi di una signora in una causa civile che la stessa è stata costretta ad instaurare nei confronti del Comune di Sommatino.Questi i fatti.
In Sicilia esiste una Legge Regionale (precisamente, la n° 5 del 19 maggio 2005) che ha istituito nella regione i cosiddetti “cantieri di servizio”, che altro non sono se non la prosecuzione dell’istituto del “reddito minimo di inserimento” di cui al D.lgs. n° 237/1998.
In sede di emanazione del regolamento di attuazione della Legge in parola,
l’Assessore al lavoro ha stabilito che “al
fine di evitare fenomeni di lavoro sommerso è opportuno che vengano assegnati ai programmi di lavoro i capi famiglia e soltanto in presenza di oggettivi impedimenti……in sua vece potrà
essere inserito altro componente dello stesso nucleo familiare” (disposizioni attuative allegate al D.A. n. 49/05/XII/1).Questa
disposizione è stata ribadita con il D.A. n. 20/06/XII, con la Direttiva n° 11297 del 19 marzo 2007, e con il D.A. n. 001/2008/Serv.
XII.Ora, la mia cliente, in un primo tempo ammessa al cantiere di servizi, è stata, in data 17 gennaio 2007, sospesa dal Comune di
Sommatino “in via cautelativa” in esecuzione di quanto stabilito con i D.A. n. 49/05/XII/1 e n. 20/06/XII ( e ribadito con i successivi
emanati negli anni 2007 e 2008): in altre parole, perchè ha lavorato lei, donna, in vece del capo famiglia, ossia il marito, uomo!!!!
Inutilmente ho cercato di spiegare al Dirigente Responsabile dell’Ente che la figura del capo famiglia non esiste più nel nostro ordinamento
giuridico fin dall’emanazione della Legge di riforma del diritto di famiglia nell’anno 1975, che, probabilmente (almeno, me lo auguro),
l’Assessore Regionale al lavoro, sia pure con espressione infelice, intendeva dire che solo il marito o la moglie potevano essere avviati
ai cantieri di servizi, e non altri componenti del nucleo familiare (ad esempio, figli maggiorenni o altri familiari) con essi conviventi, e che, in ogni caso, i vari Decreti e le Direttive Assessoriali erano palesemente in contrasto con le norme giuridiche, interne e
comunitarie, in materia di pari opportunità: la mia assistita è stata sospesa, una sua istanza di riammissione è stata rigettata con la
stessa motivazione, una causa “inutile” è stata instaurata con dispendio di pubblico denaro.
Perdonate il mio sfogo, e scusate se vi
ho tediato, ma mi piacerebbe tanto, e piacerebbe alla mia assistita, che la sua vicenda fosse conosciuta da tutte le donne ( e, magari,
anche da qualche uomo), in Italia.
Cordialmente
Avv. Silvio Iacono
20 ottobre 2008

Fonte: http://www.noidonne.org/?op=articolo&art=2225