Archive for the ‘diritti delle donne’ Category

Cassazione: diffamatorio criticare una donna in quanto tale

Saturday, March 13th, 2010

«Sarebbe meglio una gestione al maschile» è una frase diffamatoria. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con una sentenza di condanna relativa a un’intervista pubblicata su un quotidiano locale di Caserta nel giugno 2002, intitolata «Carcere: per dirigerlo serve un uomo». Già di per sé il titolo è stato ritenuto offensivo dai giudici, così come un passaggio dell’intervista fatta da un giornalista a un sindacalista della Cisl. Questi, parlando della situazione del carcere di Arienzo diceva che per la struttura, diretta da una donna, «sarebbe meglio una gestione al maschile», senza ancorare tale affermazione ad alcun elemento oggettivo. Il giornalista e il sindacalista hanno invocato i diritti di cronaca e di critica sindacale, chiedendo di essere assolti e di annullare il verdetto già emesso dalla Corte d’Appello di Salerno a febbraio 2009. Ma i giudici della Suprema Corte hanno deciso diversamente.

CRITICA SGANCIATA DA FATTI - «Correttamente - scrive la Cassazione nella sentenza 10164 - i giudici di merito hanno ritenuto che la frase “sarebbe meglio una gestione al maschile”, attribuita al sindacalista, è oggettivamente diffamatoria ed è, da sola, idonea ad affermare la responsabilità sia dell’intervistato che dell’intervistatore». La Cassazione aggiunge che «si tratta di una dichiarazione certamente lesiva della reputazione della direttrice del carcere trattandosi di un riferimento assolutamente gratuito, sganciato dai fatti, e che costituisce una mera valutazione, ripresa a caratteri cubitali nel titolo, nel quale si puntualizza proprio la necessità (sottolineata dal verbo servire) di affidare la direzione del carcere, comunque, a un uomo». «In sostanza, la critica che viene mossa alla direttrice - continua la Cassazione - è sganciata da ogni dato gestionale ed è riferita al solo fatto di essere una donna, gratuito apprezzamento contrario alla dignità della persona perché ancorato al profilo, ritenuto decisivo, che deriva dal dato biologico dell’appartenenza all’uno o all’altro sesso». Giornalista e sindacalista sono stati, dunque, condannati per diffamazione e a risarcire alla direttrice 3.500 euro come riparazione pecuniaria oltre a un risarcimento danni di 7.000 euro. Nell’articolo il cronista aveva fatto un generico riferimento a una protesta, ad agosto 2000, dei detenuti del carcere di Arienzo e alla lettera che essi avevano scritto denunciando le cattive condizioni di detenzione ricollegando questo stato di cose alla presenza della direttrice nell’istituto penitenziario.

CARFAGNA: TOLLERANZA ZERO - La sentenza è stata accolta con entusiasmo in entrambi gli schieramenti. «Sono assolutamente d’accordo con questo pronunciamento, che, anzi, considero un importante passo avanti sulla strada della tolleranza zero nei confronti delle discriminazioni» commenta il ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna. E Vittoria Franco, senatrice del Pd: «Ancora una volta la Corte di Cassazione ci consegna una sentenza che fa giustizia di affermazioni fondate su stereotipi discriminatori e paternalistici ai danni delle donne, agevolando in questo modo il necessario cambiamento di mentalità nel nostro Paese». Anche Carmen Campi, ex direttrice del carcere di Arienzo, commenta con soddisfazione la decisione della Cassazione che le ha dato definitivamente ragione: «È stata una battaglia per tutelare la mia dignità di donna e le capacità professionali delle persone e per non far passare il concetto della mera discriminazione sessuale. È una questione di persone, non c’entra essere uomo o donna. Nel lavoro una persona o è capace o non lo è. La bravura non dipende dal genere ma dalla sensibilità, dalla cultura, e dall’elasticità mentale. Sono soddisfatta perché è stato riconosciuto il diritto al rispetto della dignità personale e professionale

La proposta: a tutte le donne africane il prossimo Nobel per la pace

Friday, March 12th, 2010

«L’Africa cammina con le gambe delle donne». È lo slogan della raccolta di firme lanciata ieri anche in Italia per chiedere il Nobel alle donne africane. Non ad una in particolare, a tutte, perché - come ha detto Rosa Calipari, Pd, presentando a Montecitorio la raccolta di adesioni tra i parlamentari italiani - «sono loro, le donne, con la loro umiltà e il loro protagonismo il perno della società africana» e appoggiando loro «si fa la guerra alla guerra». Per presentare ufficialmente la proposta di Nobel ai «saggi» di Oslo, per l’assegnazione del premio l’anno prossimo, servono 2 milioni di sottoscrittori. Ieri ne è arrivata una «di peso», quella di Romano Prodi, che da due anni presiede il gruppo di lavoro Onu-Unione Africana sulle missioni di peacekeeping in Africa. Anche il presidente della Camera Gianfranco Fini sostiene l’iniziativa, oltre a uno stuolo di parlamentari di entrambi gli schieramenti (si può firmare sul sito www.noppaw.net).

L’idea di un riconoscimento prestigioso come il Nobel per la Pace alle donne africane era stata proposta dalla Fondazione Rita Levi Montalcini, che assegna ogni anno borse di studio a studentesse e ricercatrici africane, l’anno scorso. Quest’anno è partita una vera e propria campagna internazionale - si chiama «Nobel Prize for African Women», in sigla noppaw - sostenuta dalla rete di 45 ong italiane aderenti al Cipsi e da ChiamaAfrica. L’obiettivo - spiega Enrico Pianetta, Pdl, vicepresidente della Commissione Esteri della Camera - è anche quello di «rilanciare l’impegno per il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio, che sono in tremenda regressione».

Non per un caso cinico e baro, però. Il dimezzamento della fame nel mondo, la battaglia per la parità di genere e la salute della donna, obiettivi fissati dall’Onu dieci anni fa sono stati disattesi, traditi, dal governo Berlusconi che ha ridotto quasi a zero i fondi per la cooperazione internazionale. Ma il premio proposto non è una scatola di cioccolatini o un mazzo di rose per rimediare un tradimento grave. Almeno non lo è per le donne delle ong che hanno parlato ieri nella sala del Mappamondo. «Per me che sono cresciuta in una baracca e a otto anni già lavoravo in un cantiere, felice così di assicurare la colazione l’indomani a tutta la famiglia - ha detto, commossa quasi alle lacrime Angela Spencer, da vent’anni in Italia - è un grande sogno poter contribuire da qui a dare questo riconoscimento alle grandi cose che ogni giorno le donne fanno là». Per Jean-Léonard Touadi, Pd, primo parlamentare nero della storia italiana, «la nostra immagine e narrazione del Continente africano è solo una foto vecchia e sbiadita, l’Africa informale che resiste al neocolonialismo ci fa vedere donne africane in piedi». In cammino.
Fonte: L’Unità

Donne e lavoro, l’Italia è sempre il fanalino di coda in Europa

Tuesday, March 9th, 2010

Fanno fatica a trovarlo e spesso lo pèrdono dopo il primo figlio: è un rapporto complicato quello delle donne con il lavoro, ancor più complicato quello con il non-lavoro. La ricerca di Manageritalia su dati Istat e Isfol parla chiaro: nel nostro Paese solo il 46% delle donne ha un impiego. Di queste, il 27% lascia il posto dopo la prima gravidanza. Un altro 15% non rientra dopo il secondo figlio. Una situazione che non trova eguali in Europa.

DIFFICOLTÀ - I motivi sono sempre gli stessi: le difficoltà a conciliare la nuova organizzazione famigliare con il lavoro, in una situazione in cui la gravidanza ha ripercussioni negative sulla carriera che, dopo la nascita di un bambino, o si ferma o addirittura regredisce. Eppure quella italiana è una delle legislazioni più all’avanguardia rispetto alla tutela della maternità: le norme ci sono, evidenziano gli addetti ai lavori, la difficoltà è tutta nell’applicarle soprattutto in quella zona grigia che non è una violazione palese delle norme sulla discriminazione: donne e mamme costrette a uno slalom impossibile tra norme, diritti e vessazioni e soprusi più o meno velati da parte dei datori di lavoro. Le donne che subiscono discriminazioni a causa della maternità non ne parlano volentieri e non sempre denunciano. La penalizzazione sarebbe talmente ricorrente da essere ritenuta la normalità dalla maggioranza delle donne che lavorano

UN PROGETTO CONCRETO - A non rassegnarsi sono le donne di Manageritalia né quelle de La Casa Rosa. Insieme stanno lavorando all’iniziativa «Un fiocco in azienda»: un progetto che coinvolge lavoratrici e aziende sia sul piano della salute che sul piano del rientro al lavoro per le neo-mamme. In quelle aziende che aderiranno, le lavoratrici verranno «accompagnate», se lo vorranno, nell’esperienza della maternità e potranno avere consulenze gratuite presso La Casa Rosa, tra l’altro per prevenire la depressione post-partum. Si chiede, invece, alle aziende di mettere in atto alcuni semplici comportamenti: mantenere un contatto costante anche con le dipendenti in maternità per non farle sentire «fuori», corsi di formazione anche durante il congedo fino all’integrazione dello stipendio durante i mesi di astensione facoltativa.

Laura De Feudis
Fonte: Corriere della Sera

Nasce la polizza contro le violenze su donne e minori

Wednesday, March 3rd, 2010
In Italia è un fenomeno tutt’altro che assente, anche se spesso rimane odiosamente nell’ombra. Se ne parla poco, ma nel nostro Paese gli episodi di violenza su donne e bambini sono frequenti e spesso rimangono non denunciati. Da qualche giorno, per dare un sostegno a chi ha subito violenza fisica, sessuale o psicologica, il gruppo assicurativo Filo Diretto ha predisposto la polizza Amidonna.

Tutti i numeri di un’odiosa piaga
Amidonna è la prima assicurazione in Italia dedicata speficatamente a donne e minori vittime di episodi di violenza. Secondo le ultime statistiche - che comprendono però solo gli episodi denunciati - in Italia è vittima di violenza fisica o sessuale il 31,9% delle donne e il 5-10% dei bambini. Da quando, poi, si è iniziato a parlare di stalking, si può stimare che circa il 18,8% delle donne (vale a dire 2 milioni e 77mila persone) sia stato “perseguitato” dall’ex-partner.

La polizza Amidonna
La polizza proposta dal gruppo Filo Diretto ha un duplice obiettivo: aiutare chi ha subito un abuso a superare il difficile momento psicologico e rendere il fenomeno un tema di dibattito sociale. Le prestazioni coperte dall’assicurazione prevedono: il consulto psicologico telefonico e il rimborso spese per l’assistenza psicologica post trauma fino a 1.500 euro (3.000 nel caso dei minori); il rimborso delle spese mediche fino a 5.000 euro e un’indennità mensile fino a 1.200 euro (fino a 12 mesi); la tutela legale fino a 15.000 euro; il rimborso spese di soggiorno in albergo, di assistenza ai minori e di prima necessità anche non documentate nel caso in cui sia necessario un allontanamento; il consulto medico telefonico 24 ore su 24, l’invio di un medico a domicilio e il trasporto in ambulanza.

In attesa delle istituzioni

Come ha spiegato Gerlando Lauricella, amministratore delegato del gruppo Filo Diretto, in occasione della presentazione della polizza, l’assicurazione non potrà essere stipulata privatamente. La proposta, piuttosto, è diretta alle istituzioni “interessate a fornire tutela e sostegno concreto alle fasce deboli della popolazione e ad affrontare il problema dal punto di vista dei costi socio-economici”, nonché alle associazioni di consumatori e di categoria, ai sindacati, alle aziende e alle banche, che potranno “offrire assistenza qualificata in un ambito ancora scoperto e valore aggiunto ai loro servizi e prodotti”.

Fonte: La Stampa

Io, manager tradita dall’azienda. Dopo il parto costretta a licenziarmi

Tuesday, February 23rd, 2010

Buongiorno dottoressa. Il direttore generale la aspetta nel suo ufficio». La voce della segretaria lasciava intuire un certo distacco. Strano. Torni dalla maternità, di solito i colleghi ti accolgono con un sorriso e mille domande. Come va la piccola? Piange? Come ti sei organizzata a casa? Stefania Boleso, 39 anni, marketing manager di Red Bull Italia (multinazionale austriaca presente in oltre 180 Paesi, ndr) non ha voluto ascoltare quel brivido di disagio. Come uno sportivo che si è preparato al meglio, dopo dieci mesi di maternità era stanca di immaginare la gara imminente. Baby sitter assunta a tempo pieno, marito pronto a dare una mano nelle emergenze: meglio scendere in campo e giocare. E allora via, dal capo. «Buongiorno Stefania. Scusa ma… Per motivi di costi la tua posizione non è più prevista». Tradotto: devi andartene. Con le buone o con le cattive. «Non dimenticherò mai quell’attimo — racconta adesso Stefania Boleso —. Erano le dieci del mattino del 30 settembre scorso. E’ stato come essere lasciata dal primo amore».

Una firma per cancellare oltre dieci anni di lavoro e un percorso professionale da manuale: laurea in Bocconi con 110, un anno e mezzo in una multinazionale americana (Sarah Lee) «per farmi le ossa» e poi l’ingresso in Red Bull quando il marchio in Italia era sconosciuto e la filiale tutta da costruire. Oggi la bibita è famosa anche nel nostro Paese. E l’azienda in Italia dà lavoro a 150 dipendenti. «Mi hanno fatto una proposta economica. Ho rifiutato—racconta oggi Boleso davanti a una tazza di caffè —. Ho deciso di tenere duro per orgoglio. Gestivo un budget di 18 milioni di euro ed ero il punto di riferimento di 28 persone: tutta l’area marketing. Durante la maternità ero sempre rimasta in contatto con l’azienda. Per dire, mia figlia doveva nascere il 25 dicembre e io il 18 ero a una riunione. A quel progetto ho dato l’anima. Invece l’azienda non mi ha nemmeno messa alla prova. Come si sono sbagliati. Io ci sarei riuscita a mettere insieme la famiglia con il lavoro. Avrei dato il sangue pur di farcela».

Dopo il «gran rifiuto», per Stefania Boleso sono arrivati momenti difficili. «Sono stata spostata in un locale a pian terreno riadattato a ufficio, distante cinque piani dal resto dell’azienda. Mi hanno tolto la responsabilità del marketing. In teoria avrei dovuto lavorare con due colleghe. Peccato che entrambe fossero in maternità. Insomma, ero sola». Boleso ha resistito poche settimane. «Un giorno mi è venuto un attacco di panico, ho creduto di morire. Al pronto soccorso mi hanno detto che stavo rischiando l’esaurimento. Alla fine ho mollato. Il 19 dicembre ho firmato la resa. Ho scambiato i miei diritti con una buonuscita. Non avevo alternativa: dopo aver perso cinque chili e la serenità, non mi sono sentita di imporre altre tensioni alla mia famiglia». Che cosa farà adesso, Stefania? «Questa esperienza mi ha cambiata — risponde la manager —. Ieri criticavo chi dava meno del 110% sul lavoro. Adesso sto cercando di attribuire un nuovo senso agli ultimi dieci anni. Ho deciso di ripartire raccontando questa storia. “Guarda che poi nessuno ti offrirà più lavoro”, mi ha detto qualcuno. Il rischio c’è. Ma credo vada corso. Quantomeno per aiutare mia figlia a vivere in un mondo migliore».

Fonte: Corriere della Sera

La solitudine delle numero uno

Saturday, February 20th, 2010

In Italia nel 2009 sono nate 20 mila imprese femminili. Ma l’87% dei manager sono uomini

Diario di una giornata di coaching per dirigenti molto disperate

La solitudine delle numero uno

In Italia nel 2009 sono nate 20 mila imprese femminili. Ma l’87% dei manager sono uomini

«Mi sento chiusa in un bozzolo », dice Sara. «E io a un bivio» risponde Claudia. «Temo che la mia energia interiore si stia esaurendo» dice Paola. Non si tratta di una seduta di autocoscienza d’antan, ma di un coaching per signore manager. «Esperienza» la chiamano gli organizzatori di Edò Human Capital, società di formazione. Sono una dozzina, tutte top e middle manager: Fiat, Unilever, Pirelli, Samsonite. Dirigenti disperate (rubo il titolo a un libro di Chiara Lupi). Si comincia risvegliando le energie con la ginnastica. Poi, guidate dal coach, le manager snocciolano tutte quelle domande per le quali non hanno mai avuto tempo. Perché erano in riunione, o troppo prese dalla mission aziendale, o stavano lottando per non essere fatte fuori. Perché - nel loro mondo duplex - stavano telefonando alla pediatra, trattando con l’idraulico, provando a salvare il loro matrimonio dal logorio della vita multitasking (a differenza dei colleghi, le manager non hanno mogli su cui contare). 

Una scoppia in un pianto improvviso. La sua vicina singhiozza anche lei. «Sono piene fin qui», bisbiglia il coach. «Sature. Capita ogni volta». Signore grintose e super-preparate, mica housewives, obiettivi di carriera pianificati e raggiunti, ormai sulla soglia della stanza dei bottoni. Com’è che si disperano? Per le donne sarebbe un gran momento. Negli Usa c’è stato il sorpasso: al lavoro più donne che uomini. In Italia, nel 2009, 20 mila nuove imprese femminili. Verificata l’equazione: + donne = + business. Le aziende con vertici bisex offrono migliori performance e un +70 per cento in Borsa (McKinsey). Il termine womenomics fa ormai parte del lessico dell’economia e della finanza. Ma i Cda restano tenacemente in grisaglia. Anche in Italia: solo 5 consiglieri su 100 sono donne. In 6 aziende su 10 il Cda è tutto maschile (meglio non farle circolare, certe imbarazzanti foto dei board…). I signori manager - 87 per cento - resistono. Il profitto avrà le sue ragioni, ma almeno qui lasciateci in pace! Forse workshop e danze rituali dovrebbero farli loro, per prepararsi al faticoso cambio di paradigma, dall’uno al due.

Ore 11.00, dopo il coffee break: «Non abbiate paura del vostro femminile!», implora il coach. «Date a noi maschi il tempo per abituarci». Lo dice anche Niall Fitzgerald, vicepresidente di Thomson Reuters, colosso dell’informazione economica: «Non cercate di sviluppare qualità maschili nel momento in cui stanno prendendo quota quelle femminili. Rimanete voi stesse e sollecitate gli uomini ad adottare modelli di comportamento diversi». Non è un’impresa da poco. Può voler dire un’altra idea del lavoro, della sua organizzazione, dei suoi tempi. Flessibilità, house working, postazioni in remoto. Meno gerarchia, più relazioni e networking. Fine della separazione tra lavoro e vita. Lavorare per obiettivi chiari in tempi definiti (indicatori di output), e non per tempopresenza, in ufficio ad libitum a presidiare la posizione (indicatori di input), ostaggi di quei «ladri di tempo», come li chiama qualcuna, «che ti organizzano riunioni alle 7 di sera perché non hanno voglia di andare a casa». Del resto anche i maschi più giovani non sono più disposti a vivere così.

E ora ditemi un vostro obiettivo, invita il coach. «Bere più acqua». «Niente Blackberry per un’ora» (wow!). «Non cedere ai persecutori» (aiuto!). Lella Golfo, presidente della fondazione Marisa Bellisario, è prima firmataria di una proposta di legge per il riequilibrio dei generi nei Cda delle società quotate in Borsa. In effetti, dice, «oggi gli uomini tendono a porsi sulla difensiva. Ci sono segnali di forte dialettica». Anche Paola Pesatori, HR manager di Pirelli, racconta un clima da contrattacco: «La crisi costa più alle dirigenti che alle lavoratrici in genere. In molte aziende si gioca subdolamente sul work-life balance: perché non te ne torni a casa a fare finalmente le tue cose?». In soldoni, trattasi di potere: una in più fa uno in meno. Il nodo è al pettine, e non si fa districare. La patata è bollente e scotta nelle mani delle manager. Ore 15.00, dopo il lunch: i vostri leader ideali? chiede il coach. Gesù, mia madre, un mio ex capo, Giovanni Paolo II, Dr House. E ora ditemi: divieto d’accesso a…? «Ai capi che entrano nella tua vita privata», dice Mariella. Claudia: «A quelli che non sanno gestire il loro tempo e invadono il tuo». Un’altra: «Al mio ex capo che mi ha tolto l’autostima». È guerra? Monica Possa, direttore Risorse umane e organizzazione di Rcs Mediagroup (editore di Io donna), è indicata dalla Professional women’s association tra le 70 italiane titolate a entrare nei Cda. Fino a un certo punto ha creduto che il merito potesse sbaragliare ogni ostacolo. Ma dopo anni di esperienza - compresa la super-esperienza di un figlio, - si è arresa all’evidenza: «Senza una scossa non cambierà nulla. Senza azioni positive tutto resterà com’è”

Che cos’è? Un nuovo capitolo della sexwar? «Pensare alle quote» continua, «può sembrare conflittuale. Ma ci sono anche altre strade. Nelle aziende esistono anche uomini non insicuri, che non si fanno spaventare dall’idea del cambiamento. Uomini capaci di passare da un rassegnato “c’è bisogno delle donne” a un convinto “ho bisogno che ci siate”. Trovare certi interlocutori può dare grandi risultati».

Marina Terragni

Fonte: Corriere della Sera

Le donne possono favorire un altro modo di lavorare
Le donne possono favorire un altro modo di lavorare

Istat: occupazione femminile in crescita negli ultimi 16 anni, ma non al Sud

Monday, February 15th, 2010

L’aumento dell’occupazione femminile nel corso degli anni, nella maggior parte dei casi, non riguarda le donne meridionali. In 16 anni, dal 1993 al 2009, a fronte di 1.792.000 occupate in più appena 218 mila (ossia il 12,1%) hanno interessato le regioni meridionali, poco più di una su dieci. Che vuol dire, mediamente, ogni anno, circa 13.600 lavoratrici al Sud e nelle Isole contro circa 100 mila del resto d’Italia. A segnalare questo particolare dato dell’occupazione femminile è stata Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell’Istat, in una recente audizione in Commissione lavoro al Senato, con all’ordine del giorno il mercato del lavoro delle donne. Il tasso di occupazione femminile nel nostro paese si conferma fra i più bassi in Europa: appena il 46,1% di occupazione, inferiore di circa 12 punti percentuali rispetto a quello medio della Ue27. Dei 1.8 milioni di occupate in più nei 16 anni considerati, quindi, la parte più significativa (1.574.000) è andata alle regioni del Centro-Nord. Al momento, il tasso di occupazione femminile è al 30,8% nel meridione, al 55,6% nel Nord-Ovest, al 56,9% nel Nord-Est. La crisi poi, in generale, penalizza uomini e donne. Ma ad esempio, nell’industria, il calo dell’occupazione femminile dipendente ha registrato nel terzo trimestre del 2009 una caduta pari a più del doppio rispetto a quella rilevata fra gli uomini: -10,5% contro 4,2%. Nel corso del 2009, la discesa dell’occupazione femminile ha interessato tutte le figure del mercato del lavoro: le dipendenti a termine, le collaboratrici, le autonome, fino a coinvolgere le occupate a tempo indeterminato. Fra l’altro, il tasso di inattività femminile ha registrato significativi posizionamenti nel terzo trimestre 2009 al 64,2% (rispetto al 63% dello stesso periodo del 2008).

TRADIZIONALE DIVISIONE DEI RUOLI - In relazione al contributo delle donne al reddito familiare, in Italia - rileva l’Istat - esiste ancora la tradizionale divisione dei ruoli di genere che vede l’uomo responsabile del sostentamento economico della famiglia mentre la donna è ancora dedita principalmente alle attività domestiche e di cura. Una condizione molto più diffusa che in altri paesi europei, soprattutto per effetto dell’ampio ricorso al part-time in questi ultimi. Uno strumento, quest’ultimo, che nel nostro paese è ancora «meno diffuso ed accessibile». «Le ragioni che spiegano lo scarso contributo femminile all’economia familiare - sostiene Sabbadini - sono da ricercarsi anche, e probabilmente soprattutto, nella maggior presenza di donne in settori del mercato del lavoro meno retribuiti». Fanno eccezione le famiglie indigenti (il quinto più povero) dove invece è maggiore l’apporto delle donne all’economia familiare. «Ma in questo caso - aggiunge la ricercatrice - il fenomeno sembra più conseguenza delle precarie condizioni del partner, che del rendimento di elevati investimenti femminili in capitale umano». (Fonte Ansa)

 

Le laureate Usa divorziano di meno e sono più felici

Wednesday, February 3rd, 2010

Le laureate hanno matrimoni più felici e divorziano di meno. Lo rivela uno studio appena realizzato in America secondo cui le donne con un titolo di studio universitario hanno la stessa probabilità delle altre di sposarsi - contrariamente a quanto avveniva un tempo - ma le loro nozze sono più felici e longeve.

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La ricerca è stata effettuata da Betsey Stevenson e Adam Isen dell’Università della Pennsylvania per l’associazione Council on Contemporary Families, e ha preso in esame i dati sui matrimoni negli Usa dagli anni ‘50 ad oggi.

Dallo studio emerge come, se negli anni 50 la probabilità di sposarsi di una donna laureata era del 74% contro il 93% delle diplomate, ora la differenza è minima: 86% contro 88%. Non solo.

All’età di 40 anni, oggi, è più probabile che ad essere sposate siano proprio le donne con il titolo di studio più alto. Il 74% delle laureate è accasato, rispetto al 63% delle diplomate e al 56% delle donne con titolo di scuola media. Le laureate dichiarano di avere un matrimonio felice in percentuale maggiore rispetto alle altre donne – il 67% contro il 60% - ed hanno un tasso di divorzi di due terzi inferiore.

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In Italia il trend è diverso. Secondo il rapporto Separazioni e Divorzi dell’Istat, circa metà dei matrimoni che finiscono nel Bel Paese è fra laureati, una tendenza che negli ultimi 10 anni è in ascesa, anche se meno rispetto ad altri gruppi.

“Da noi le coppie culturalmente più elevate divorziano di più”, conferma Rossella Palomba, ricercatrice dell’Istituto di Ricerca sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Cnr. “La donna italiana è penalizzata dalla tendenza all’omogamia nel nostro paese”, aggiunge, “cioè a sposare persone con lo stesso livello culturale”. Ma in Italia, puntualizza, “le donne laureate sono di più degli uomini”.

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Per le donne Lisbona è lontana

Friday, January 22nd, 2010

Caro Direttore, nel marzo del 2000, a Lisbona, i paesi europei deliberarono un piano straordinario sull’occupazione femminile, come volano per le economie nazionali. I governi degli stati membri partirono da poche ma precise considerazioni: se la donna lavora, con servizi sociali adeguati, entra più ricchezza in famiglia, aumenta il reddito e nascono più bambini. Fu deciso, allora, che l’obiettivo era raggiungere - nel 2010- quota 60% di donne impiegate(…). A distanza di dieci anni siamo ancora ben lontani dagli obiettivi di Lisbona. (…) In Italia oggi lavora solo il 46% delle donne: sette milioni in età lavorativa sono fuori dal mercato del lavoro. Mentre al sud il tasso di occupazione femminile è crollato al 35%. Nel resto del pianeta la situazione è opposta: negli Usa tre disoccupati su quattro sono uomini. Nei prossimi mesi oltre la metà delle forza lavoro sarà composta da donne in America, come sottolinea l’Economist. I dati evidenziano che in Italia siamo di fronte a risorse umane e professionali tuttora sotto e male utilizzate, quando esse rappresentano, invece, uno dei pochi elementi aggiuntivi su cui il mercato del lavoro potrebbe contare per incrementare l’occupazione e favorire, così, ripresa e sviluppo. Recuperare terreno, nonostante la crisi, è possibile. Di questo discuteremo domani con il Governo e l’opposizione in un importante convegno organizzato dalla Cisl (…). È necessario, per far fronte alle nuove sfide, che il concetto di «pari opportunità» passi dal politicamente corretto al politicamente efficace, dalla difesa formale dell’uguaglianza al suo riconoscimento sostanziale. Vanno agevolati e premiati i piani e i progetti formativi che prevedono l’accesso delle donne alla formazione professionale.(…) Nel contempo occorre intervenire per ottimizzare i servizi per l’impiego, pubblici e privati, rendendoli funzionali al profilo di un mercato del lavoro in evoluzione. Dare concretezza a questo obiettivo significa promuovere ad ogni livello il potenziamento dei servizi all’infanzia (…). Riuscirci non è semplice.
di Liliana Ocmin

Fonte: http://www.unita.it/news/donne/93866/per_le_donne_lisbona_lontana

Maltrattamenti in famiglia: tutela estesa anche alle coppie di fatto

Tuesday, December 29th, 2009

La Corte Suprema, ai fini della configurabilità del reato di maltrattamenti in famiglia, dichiara irrilevante la circostanza che destinatario dell’azione delittuosa sia il convivente more uxorio. È quanto stabilito dalla Seconda Sezione Penale con sentenza n. 40727/09 che, allineandosi all’orientamento giurisprudenziale più recente, ribadisce il principio dell’estensione della tutela prestata dalla norma in esame a soggetti non appartenenti al nucleo familiare.

La norma penale di cui all’articolo 572 c.p., pur essendo inserita tra i delitti contro la famiglia - in particolare, tra i delitti contro l’assistenza familiare - ha una portata di più ampio respiro in quanto riguarda condotte che trascendono i rapporti familiari propriamente intesi. Invero, secondo l’orientamento dottrinale e giurisprudenziale dominante, la “famiglia” va in intesa in senso lato come ogni consorzio di persone tra le quali, per intime relazioni e abitudini di vita, siano sorti legami di reciproca assistenza e protezione. Onde si considera oramai superato quell’orientamento volto ad individuare nella famiglia l’oggettività giuridica prevalente della norma in esame; ritenendo, di contro, che oggetto specifico del suddetto reato sono i singoli rapporti di “familiarità”, ovvero quei rapporti psicologici di varia natura intercorrenti anche tra persone fra le quali non vi sia siano legami di coniugio, di parentela o affinità. Di qui l’inevitabile eterogeneità dei possibili soggetti passivi del reato, tra i quali rientrano la concubina, il compagno, il nipote convivente, i domestici.

Gli ermellini affermano che la norma incriminatrice richiamata mira a tutelare la personalità di taluni soggetti anche nell’ambito di rapporti di diversa natura da quelli definiti familiari, quali quelli sorti per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza, custodia e solidarietà per strette consuetudini di vita come, nel caso di specie, in presenza di famiglia di fatto. Alla luce del principio enunciato, la Corte di legittimità, condividendo le decisioni dei giudici di primo e secondo grado, respinge il ricorso proposto dall’imputato; il quale viene condannato, oltre che al pagamento delle spese processuali, al versamento di una somma pari a mille euro a favore della Cassa delle Ammende per aver determinato colpevolmente l’instaurazione del ricorso per cassazione dichiarato inammissibile.

a cura di Giuffrè Editore - Diritto e Giustizia on line

Fonte: La Stampa