Archive for the ‘diritti delle donne’ Category

Così boicottano l’aborto

Monday, August 2nd, 2010

Siete medici in Lombardia e volete far carriera? Dichiaratevi obiettori, visto che la sanità è in mano a Comunione e Liberazione. Non è un caso isolato: da nord a sud, le regioni di destra ostacolano il diritto all’interruzione di gravidanza

Un reparto di ginecologia Un reparto di ginecologia
Schedare le donne che chiedono di interrompere la gravidanza e farle passare attraverso numerosi colloqui. Con il preciso e dichiarato intento di dissuaderle più di quanto non faccia già oggi l’obiezione di coscienza nei presidi pubblici che nel Lazio tocca la cifra record dell’85,6 per cento. È quanto potrebbe accadere se dovesse essere approvata la proposta di legge regionale di riforma dei consultori presentata dall’assessore Olimpia Tarzia, già presidente del Movimento per la Vita. Mentre è una certezza, dall’altra parte dell’Italia, il diktat del governatore Vendola che, con la delibera regionale 735, prevede che nei consultori possano essere assunti soltanto medici non obiettori. Due scelte opposte, specchio delle due Italie: una dove tentare di interrompere una gravidanza è un percorso a ostacoli messi in fila per devastare l’anima delle donne costrette a questa drammatica scelta, e un’altra dove, pur nella difficoltà di far funzionare il servizio sanitario nazionale, si rispetta la legge e si cerca di rispettare il doloroso diritto che essa garantisce.
La legge regionale voluta dalla giunta di Renata Polverini impone alle donne un percorso obbligato: in prima istanza intende far “riflettere la donna e la coppia sul valore primario della vita, della maternità, e della tutela del figlio concepito”, poi propone un possibile (ma non certo) sostegno economico da parte della regione per i primi cinque anni di vita del bambino o suggerisce di metterlo al mondo per poi darlo in adozione e affidamento. Se, passate queste forche caudine, la donna decide comunque di interrompere la gravidanza, l’intero iter viene “verbalizzato”. Non solo. La proposta prevede anche il libero accesso ai consultori delle associazioni di volontariato in difesa della vita e la parificazione (anche sul piano dei finanziamenti) tra consultori privati non a scopo di lucro e quelli pubblici.

Dice Pina Adorno, presidente della Consulta dei Consultori di Roma: “Le nuove regole non introducono novità pratiche in favore delle famiglie, che le rendano cioè in grado di accogliere nuove gravidanze. Allo stesso tempo mette in pericolo le attività di prevenzione che i consultori svolgono e che hanno portato a un calo costante delle interruzioni volontarie di gravidanza”.
Il caso del Lazio non è certo isolato. perché nel Paese lo stato di attuazione della 194 è uno strano caso di strabismo sanitario. Da un lato, le interruzioni calano costantemente dal 1978 a oggi: secondo gli ultimi dati forniti dal sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella al Parlamento, nel 2008 sono state effettuate 121.406 Ivg, delle quali oltre 40 mila sono state richieste da cittadine straniere. Dall’altro, il livello dell’obiezione di coscienza è strabiliante (vedi tabella di pag 68) con una media del 70,5 per cento dei ginecologi e del 50,3 degli anestesisti: una situazione che impedisce di fatto alle Asl e agli ospedali di garantire il servizio con continuità e senza liste d’attesa; laddove “liste d’attesa” in questa materia significa rischiare di fare tardi rispetto ai limiti di legge.

Prendiamo il Veneto, dove la sanità pubblica funziona bene, ma dove c’è il più alto numero di medici e anestesisti obiettori tra le regioni settentrionali. “I tempi di attesa complicano, sia dal punto di vista psicologico che sanitario, il ricorso all’interruzione di gravidanza”, racconta la ginecologa Anna Maria Tormene, 20 anni di ospedale prima di arrivare al consultorio dell’Asl padovana numero 16: “Le vedo tornare da noi le donne, per sapere a chi altro rivolgersi, Non possono aspettare troppo. A cosa serve? A nulla se non a colpevolizzarle e a rendere più gravoso il loro percorso”. Il Veneto, infatti, è la regione con i tempi più lunghi, dove il 34 per cento delle donne attende più di tre settimane: così il 13,2 per cento delle residenti deve migrare, verso l’Emilia Romagna, il Friuli Venezia Giulia, il Trentino. Perché nella vicina ed efficientissima Lombardia le cose non vanno meglio

Fonte: L’Espresso

Ok a emendamento pensioni con modifica

Tuesday, July 6th, 2010

e le prime a pagare sono le donne…

Oggi è una giornata particolarmente calda, non solo metereologicamente”, ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta parlando della manovra e di quelli che ha definito “maledetti tagli”. Parlando durante la consegna del premio ‘Winning Italy’ alla Ferrero a Villa Madama letta ha sottolineato “l’esigenza di far quadrare i conti dello Stato imponendo controvoglia dei maledetti tagli”.

Le imprese. “Proprio qualche minuto fa ero al telefono con il ministro Tremonti e il presidente Berlusconi e penso di poter dire che le nostre richieste sono state accolte. Ad annunciarlo è stato il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, a margine dell’assemblea degli industriali di Reggio Emilia. Il numero uno di Confindustria ha ricordato, in particolare, che l’associazione aveva “espresso alcune perplessità 1 sui temi fiscali e sul problema dell’articolo 45, che riguarda le rinnovabili”. Ora, quindi, “dovremo andare verso la soluzione dei problemi che avevamo sollevato”, ha spiegato Marcegaglia.

Per Confindustria e Rete Imprese (che raggruppa Confcommercio, Confartigianato, Cna, Casartigiani e Confesercenti) la proposta, avanzata in Commissione Bilancio al Senato, di portare da 150 a 300 giorni la durata massima della sospensione giudiziale degli atti di recupero dei crediti verso l’amministrazione “non risolve il problema”, perché  la durata media dei soli procedimenti di primo grado “supera i 700 giorni”.

Sistema pensionistico. E’ invece via libera della Commissione bilancio del Senato all’emendamento del relatore, Antonio Azzollini (Pdl), sulle pensioni, che prevede, tra l’altro, l’innalzamento a 65 anni a partire dal 2012 dell’età pensionabile per le lavoratrici della pubblica amministrazione e l’adeguamento dei requisiti anagrafici di pensionamento alle aspettative di vita media, calcolata dall’Istat, che scatterà nel 2015. Confermata la correzione del cosiddetto ‘refuso’, ossia quella norma che includeva nell’aumento anche il requisito dei 40 anni di contributi. Nella versione approvata questo rifermento è stato cancellato, quindi chi matura 40 anni di contributi potrà continuare ad andare in pensione indipendentemente dall’età.

Ma c’è un’altra novità. Il primo adeguamento dell’età anagrafica è previsto nel 2015 e la norma stabilisce che sarà di 3 mesi. Il secondo adeguamento, secondo un emendamento della senatrice, Maria Ida Germontani (Pdl) approvato in commissione, scatta nel 2019, dopo quattro anni e non più dopo un solo anno (come invece stabiliva l’emendamento originale del relatore). Successivamente gli adeguamenti sono sempre con cadenza triennale. E’ soggetto all’adeguamento il requisito dei 65 anni per la pensione di vecchiaia, ma anche per la pensione sociale, e il requisito anagrafico previsto nel sistema delle ‘quote’ (somma di età anagrafica e contributi).

Contro la manovra torna a protestare la Cgil torna denunciando come “dietro il cosiddetto ‘refuso’ sui 40 anni, il governo stia attuando un cambiamento strutturale del sistema pensionistico”. In una nota la segretaria confederale dell’organizzazione sindacale, con delega alla previdenza, Vera Lamonica, punta il dito contro il governo che “dopo aver affermato che non sarebbe stato necessario cambiare nulla, perché com’è noto il sistema è in equilibrio, ora oltre che continuare a prendere risorse dalla previdenza per fare cassa, per la prima volta, si convogliano le risorse che il governo pensa di ottenere con l’innalzamento dell’età pensionabile delle dipendenti pubbliche, nel fondo presso la presidenza del Consiglio”.

Secondo la Cgil in questo modo “si riduce la solidarietà interna al sistema, dando un ulteriore colpo al futuro pensionistico dei giovani, già fortemente a rischio”. Lamonica ricorda inoltre che “le donne del pubblico impiego andranno in realtà in pensione minimo a 67 anni per effetto della somma di: innalzamento dell’età a 65 anni; un anno in più della finestra a scorrimento; l’innalzamento di 3 mesi nel 2015 e 3 o 4 nel 2016, a seguito dell’adeguamento obbligatorio alle aspettative di vita che si vorrebbe anticipare e realizzare in entrambi gli anni piuttosto che a cadenza triennale. Peraltro per tale adeguamento la norma prevede ben altra procedura di applicazione, e non un ‘decreto direttoriale’ che così sfugge a qualsiasi controllo parlamentale”.

Fonte: La Repubblica

Ru486 alle minorenni solo con il sì dei genitori

Saturday, June 26th, 2010

Raccomandazioni e consigli al buon uso della pillola abortiva. Le attese linee guida annunciate dal ministero della Salute per indicare alle Regioni come somministrare attraverso i servizi ospedalieri la Ru 486 sono pronte. Le attenzioni sono rivolte al ricovero (da disincentivare le dimissioni anticipate), al consenso infornato soprattutto per le donne straniere, e alle minorenni. A tale proposito si ribadisce che «andrebbero escluse le ragazze prive dell’autorizzazione dei genitori perché vorremmo evitare – sottolinea il sottosegretario Eugenia Roccella – il caso di giovanissime che assumono il farmaco con ordinanza del giudice all’insaputa della famiglia e che poi firmino dimissioni anticipate, andando incontro a possibili rischi».

TRE PARERI - Il documento ripercorre il contenuto di tre pareri espressi dal Consiglio Superiore di sanità dove si afferma chiaramente che la pillola è ritenuta sicura quanto il metodo d’aborto tradizionale (quello chirurgico) solo se viene data in regime di ricovero ordinario. Questo per contrastare il ricorso al day hospital. Procedura che poi nella pratica è la più frequente. In genere la donna preferisce firmare il registro delle dimissioni e tornare a casa dopo aver preso il farmaco a base di mifepristone (la sostanza che provoca l’interruzione della gravidanza). Il documento del ministero verrà inviato alle Regioni ma non avrà un valore vincolante, nel rispetto della loro autonomia. «Ci siamo mossi sulla base dei tre pareri del Consiglio e dell’informativa trasmessa dal ministro Maurizio Sacconi all’Ue. In Italia c’è una legge sull’aborto che va rispettata. L’interruzione volontaria di gravidanza deve avvenire in ospedale». Il pericolo da sempre denunciato da chi è contrario alla Ru 486 è che diventi una scorciatoia per evitare il ricovero. Nelle linee guida sono indicati «i punti irrinunciabili del protocollo operativo che le Regioni saranno libere di applicare. In particolare – insiste il sottosegretario – è importante che le donne straniere vengano messe in condizione di comprendere il significato della procedura”

CONSENSO INFORMATO - Attenzione, inoltre, al consenso informato. Che non dovrà essere una formalità: «La donna si dovrà assumere la responsabilità di restare in ospedale. Non è un ricovero coatto, è nel suo interesse però che resti sotto controllo dei medici fino al termine dell’aborto che deve essere accertato con un’ecografia». E se le Asl si discostassero da questi consigli? «Credo che andranno incontro a criticità amministrative, di monitoraggio e sicurezza sanitaria». La RU 486 è stata approvata in via definitiva dall’Agenzia nazionale del farmaco (Aifa) il 31 luglio scorso. La distribuzione in Italia da parte dell’azienda produttrice è partita solo ad aprile. Le Regioni hanno deliberato autonomamente le modalità di somministrazione scegliendo nella maggior parte dei casi il ricovero ordinario che in media è di tre giorni. Ma nella pratica le cose sono andate diversamente. La donna preferisce tornare a casa e rivolgersi una seconda volta al servizio ospedaliero per ricevere il secondo farmaco, a base di prostaglandine (per il distacco del feto). Il quotidiano Avvenire ieri riportava come eccezionali le storie di quattro ragazze, due italiane e due straniere, che a Venezia hanno preferito ricoverarsi. Nessuna ha firmato il registro delle dimissioni.

Margherita De Bac

Vi racconto mia figlia Neda

Wednesday, June 23rd, 2010

Un anno dopo, parla la madre della ragazza morta in piazza a Teheran. E che è diventata il simbolo della resistenza iraniana. Intervista a Hajar Rostami Motlaq

(18 giugno 2010)

Un anno fa, il 20 giugno 2009, durante una manifestazione di piazza per contestare l’esito truccato delle elezioni presidenziali vinte da Mahmoud Ahmadinejad e per sostenere il leader dell’opposizione Mir Hossein Moussavi, nella via Kargar di Teheran, morì una ragazza, Neda Agha Soltan, 27 anni, ex studente di filosofia teologica, che voleva diventare una cantante.

Si dice che Barack Obama pianse nella sala Ovale dopo aver visto su YouTube le immagini di Neda stesa sull’asfalto con gli occhi aperti. “Time” ha definito l’episodio “la morte in diretta più vista della storia dell’umanità”. Quelle immagini sono diventate il simbolo della resistenza iraniana. A un anno dalla morte di Neda, sua madre Hajar Rostami Motlaq, cinquantenne, ha accettato per la prima volta di parlare della figlia e del suo profondo dolore.

Signora Rostami, è vero che lei per mesi si è rifiutata di vedere i filmati della morte di sua figlia?
“Avevo parlato di quei momenti diverse volte con il signor Panahi (il professore di musica che accompagnava Neda alla manifestazione, ndr). Panahi mi raccontò che avevano deciso di rientrare e si avviavano verso l’automobile, quando sentì uno sparo. Si girò e vide Neda per terra che diceva “signor Panahi, brucio”. Queste sono state le ultime parole pronunciate da mia figlia. Ho trovato il coraggio di guardare il filmato solo otto mesi dopo. Da allora ogni volta che lo vedo temo di impazzire. Gli occhi aperti di Neda mi fanno impazzire. Quegli occhi aperti, il sangue che le esce dalla bocca, e le sue ultime parole hanno distrutto per sempre la mia esistenza”.

Lei continua a ripetere che gli occhi di Neda rimarranno aperti fino a quando tutto ciò per cui si batteva non diventerà realtà. Che cosa voleva, che cosa sognava Neda?
“Neda cercava la libertà. Come donna, lottava per le libertà sociali e la dignità umana. Neda sosteneva che le donne e gli uomini erano uguali e si chiedeva perché in Iran le donne non hanno gli stessi diritti degli uomini. Neda non riusciva ad accettare l’hijab obbligatorio. Neda si era iscritta alla facoltà di teologia e filosofia, e dopo tre semestri aveva scelto di abbandonare gli studi perché nella sua facoltà era obbligatorio indossare il chador. Mia figlia diceva sempre: “Che vita è quella dove uno, ogni volta che deve uscire, deve preoccuparsi di come vestirsi per non avere problemi? Perché ogni volta che uno va ad una festa deve convivere con il timore delle irruzioni della polizia?” Neda credeva nella parità tra i sessi e nella libertà, e proprio per questo aveva partecipato a tutte le manifestazioni organizzate prima e dopo il voto dell’anno scorso

Si dice che sua figlia non avesse votato quel famoso 12 giugno delle elezioni contestate.
“? vero, ma non perché fosse favorevole al boicottaggio delle elezioni. Nel giorno del voto si era recata in tre seggi, ma in nessuno aveva trovato un rappresentante del candidato Mir Hossein Moussavi. Aveva protestato invano contro questa scorrettezza, e alla fine aveva deciso di non votare”.

Subito dopo l’omicidio, lei ha presentato denuncia alla magistratura.
“Ho presentato denuncia perché voglio guardare in faccia l’assassino di Neda e chiedergli: “Perché l’hai colpita? Come l’hai colpita? Oggi come ti senti? Che cosa hai guadagnato dalla morte di mia figlia?”. ? un mio diritto, come cittadina di questo Paese, sapere chi ha impartito l’ordine di uccidere mia figlia e chi lo ha eseguito. Dopo un anno agli atti c’è solo il certificato di morte del medico legale che stabilisce: “Neda Agha Soltan è morta in seguito ad una ferita da arma da fuoco”".

? vero che ha subito delle pressioni per ritirare la denuncia?
“Non hanno mai avuto il coraggio di chiedermelo direttamente. Ho sempre detto, e ripeto, che non voglio né risarcimenti in denaro e nemmeno l’applicazione del “ghasas” (la legge del taglione in vigore nella Repubblica Islamica per cui la parte civile può chiedere la pena di morte per l’assassino di un proprio caro, ndr). Il signor Shahriari, giudice del Tribunale Penale di Teheran, mi ha consigliato di far richiesta di risarcimento. La mia risposta è stata che non un soldo entrerà in casa mia per la morte di Neda finché io sarò viva. Sono intenzionata a portare avanti l’azione legale fino all’ultimo giorno della mia vita. Se non sarà possibile ottenere giustizia in Iran, mi rivolgerò alle Nazioni Unite. Qualcuno dovrà dirmi chi ha ucciso mia figlia. Voglio guardare in faccia l’assassino di Neda. Mia figlia non aveva commesso nessun reato, manifestava solo per i suoi diritti riconosciuti dalla legge”.

? vero che non le hanno consegnato nemmeno gli abiti che Neda indossava nel giorno in cui fu uccisa?
“Più volte mi sono rivolta ai responsabili dell’ospedale Shariati per riavere gli abiti di Neda, e solo mesi dopo mi hanno detto che erano stati bruciati. Di tutto quello che indossava Neda il 20 giugno si è salvato solo il suo foulard insanguinato, che è stato preso da un giovane, e spero che almeno un giorno quel giovane mi ridia il foulard, l’unico ricordo che mi rimane di Neda”.

Può raccontarci dell’ultima volta che ha visto sua figlia?

“La sera prima Neda ebbe un incubo e si svegliò in piena notte dicendo che aveva sognato di essere in un campo di battaglia. Il pomeriggio di quel sabato maledetto, mentre si preparava per andare alla manifestazione, le chiesi di rimanere a casa. Il giorno prima avevano sparato sui manifestanti e temevo per la sua vita. Mi rispose che tutti quelli che andavano alla manifestazione avevano un padre e una madre. Anche suo fratello Mohammad e sua sorella Hoda cercarono di convincerla a non andare, ma lei, testarda com’era, uscì per l’ultima volta dalla porta della nostra casa. Prima di morire, Neda mi chiamò due volte. La prima volta le chiesi cosa succedeva. Mi rispose: “Certo non distribuiscono baci e carezze”. Nell’ultima chiamata mi disse che si erano rifugiati in un laboratorio di analisi perché fuori l’aria era irrespirabile per quanti lacrimogeni avevano sparato”.

Quando ha saputo che Neda era stata uccisa?

“Un quarto d’ora dopo l’ultima telefonata, mi chiamò il signor Panahi: mi disse che Neda era stata ferita a una gamba e trasferita all’ospedale Shariati. Mentre entravo in ospedale vidi un giovane uscire con il foulard insanguinato di Neda, subito dopo la faccia impietrita di mio figlio Mohammad, e i fiumi di lacrime di mia figlia Hoda”.

Quando vi è stato consegnato il corpo senza vita vi erano segni di un’autopsia?
“Nessuna autopsia, avevano solo estratto la pallottola, per non lasciare nessuna prova”.

Poi non siete riusciti a trovare nessuna moschea disposta a celebrare i funerali.
“Quando abbiamo seppellito il corpo di Neda, il cimitero era praticamente occupato dalle forze speciali. Ci siamo rivolti a due moschee, ma la risposta è stata la stessa: il ministero dell’Intelligence ha proibito i funerali dei morti per la protesta. Una settimana dopo abbiamo trovato una moschea disposta ad ospitarci, ma siamo stati costretti a cancellare la cerimonia per evitare scontri tra i partecipanti e le forze di sicurezza”.

? vero che più volte è stata distrutta la tomba di Neda?
“Tre mesi dopo la morte di Neda ricevetti la chiamata di un amico che diceva di non recarmi al cimitero, come faccio tutte le settimane, perché avevano distrutto la pietra tombale provvisoria. Da allora per altre tre volte hanno distrutto la tomba. L’ultima volta ho deciso di non riparare la pietra tombale, perché sono convinta che il nome di Neda sia scolpito nel cuore della gente”.

Com’è la sua vita, e quella della sua famiglia, senza Neda?
“Io, come il padre di Neda, suo fratello e sua sorella, non riusciamo ad accettare che Neda non ci sia più. Mi manca Neda, mi manca la sua voce e mi manca il suo sorriso. Neda aveva un bellissimo sorriso. Ogni mezzogiorno guardo la porta e aspetto che Neda entri e mi chieda: “Mamma cosa c’è oggi a pranzo?”".

Signora Rostami, so che è stato molto doloroso per lei ricordare sua figlia, ma che cosa prova, un anno dopo?
“Sento di dover ringraziare tutti i miei concittadini che si recano ogni giorno sulla tomba di Neda, pur sapendo che sono fotografati e schedati. Vorrei ringraziare tutti gli iraniani all’estero che hanno fatto di mia figlia un simbolo internazionale. Vorrei ringraziare tutti quegli artisti che hanno immortalato Neda con le loro opere. Vorrei ringraziare il sindaco di Milano che ha piantato un albero in ricordo di mia figlia. Vorrei ringraziare tutti quei cantanti che hanno reso immortale il nome di Neda. Di tutti i versi di queste canzoni, due mi hanno colpito. Una dice: “La libertà chiede sangue e Neda ha innaffiato l’albero della libertà”. L’altro recita: “Neda non temere, Neda rimani con noi”. Per me è un grande onore, anche se un onore accompagnato da un più grande dolore, che il nome di Neda sia oggi sinonimo di libertà”. 

Fonte: L’Espresso

Donne, il futuro è l’homework

Sunday, June 6th, 2010

L’innovazione ha migliorato la qualità della vita delle donne ma non sarà più così per le nuove generazioni. Le difficoltà economiche amplificano gli stereotipi e le discriminazioni nel lavoro, anche se gli strumenti tecnologici mirano a colmare il gap

di ALESSIA RIPANI

DONNE in mobilità. Precarie e con il posto di lavoro a rischio. Oppure dotate di smarthpone, videoconferenza e strumenti di home work per partecipare alla vita d’ufficio e non perdere la poltrona. Curiose le conclusioni del rapporto “Donne, scienza e teconologia”, perché se è vero che tutti sono d’accordo sul fatto che l’innovazione ha giovato alla vita delle donne e l’ha resa migliore di quella delle madri, in pochi si aspettano che sia anche per le figlie. Il focus su donne/tecnologia è emerso dal II Rapporto sulla “Cultura dell’innovazione in Italia”, realizzato dalla Fondazione Cotec in collaborazione con il Cnr e il contributo di futuro@lfemminile di Microsoft e Acer. Si basa un un campione di 4000 interviste a uomini e donne dai 30 ai 44 anni, serve a capire il ruolo delle nuove tecnologie nella società e quest’anno, dall’analisi, ha voluto estrarre il fattore D.

TABELLE I RISULTATI DEL RAPPORTO 1

Stereotipi, discriminazioni e trappole tecnologiche
Il 40% degli intervistati sa che i vantaggi della tecnologia, dei quali le donne hanno approfittato in passato, non si ripeteranno. Colpa del momento economico e della sfiducia nel futuro. E per questo, rispetto a cinque anni fa, sale del 10% il numero di chi crede sia meglio salvare un uomo dalla disoccupazione: alla domanda se uomini e donne in tempo di crisi hanno lo stesso diritto al lavoro, uno su tre risponde no. Se è vero che oltre il 92% degli italiani ritiene ormai che l’istruzione universitaria sia allo stesso modo importante per ragazzi e ragazze, almeno un un terzo della popolazione pensa che le donne siano più portate per le discipline umanistiche. Non solo. Il 25% è convinto che le donne riescano ad affrontare i compiti lavorativi con minore razionalità degli uomini. Più tempo e meno fatica grazie alla tecnologia? Non proprio, perché il tempo risparmiato viene utilizzato nel lavoro e, soprattutto per le donne, i margini svaniscono. Per questo chiedono più degli uomini politiche del lavoro mirate - orari flessibili, part time, asili e incentivi all’imprenditoria).

Facebook? Meglio il telefono
Per lavorare, le donne usano Internet quanto gli uomini; meno per giocare, fare acquisti, interagire sui social network e tenere la contabilità. Ma lo utilizzano in modo più mirato per cercare informazioni (25% contro 21,9%), interagire con la pubblica amministrazione (6,3% invece di 5,8%), leggere la posta (22,9% anziché 21%) e per l’apprendimento (4,9 a 4,2). Di fronte alla prospettiva di staccare la spina per una settimana, tutti difficilmente potrebbero rinunciare a vedere gli amici (60,9% degli uomini e 51,7% delle donne) e a Facebook. Farebbero più fatica gli uomini (4% contro 3,2%), ma quanto al telefono non c’è partita: 16,8% contro 29,3%.

Buone pratiche, scarsi risultati
Le aziende continuano a progettare strumenti di flessibilità (videoconferenza, pc e cellulari di ultima generazione connessi con l’ambiente di lavoro) ma, nella realtà, la crisi economica frena la possibilità di fare carriera. La pubblica amministrazione prova a inventare o copiare dai privati buone pratiche di conciliazione casa-lavoro. Microsoft, con Acer e il Forum PA hanno fatto nascere futuro@lfemminile e e l’Osservatorio sulle donne nella pubblica amministrazione. “L’iniziativa più comune è quella di organizzare corsi di e-learning per permettere alle dipendenti in maternità di tornare al lavoro ed essere pronte per i concorsi – spiega Roberta Cocco, responsabile del progetto - ma c’è anche chi ha pensato a soluzioni per collegare le mamme agli asili ma anche alle case di cura degli anziani”. Il risultato: stando ai dati dell’ultima indagine sulla presenza negli uffici pubblici, le donne ai vertici della PA sono sempre meno.

Fonte:  Corriere della Sera

Essere madre un abuso di diritto

Monday, May 24th, 2010

Perché è tanto difficile far valere il concetto cha l’essere madre non sia una “giusta causa” di licenziamento e neanche una “grave discriminante” di una possibile assunzione?
L’arcano aveva già cercato di svelarmelo anni fa la rappresentante di un partito politico e mi viene cortesemente ricordato, in uno dei commenti arrivati sul blog, dalla fondatrice di un’associazione femminile: le donne hanno perso il diritto alla maternità perché troppe donne se ne sono approfittate.
Il ragionamento tipicamente femminile di onnipotenza intrisa di mea culpa mi colpisce più di ogni rivendicazione casalinga, più di ogni banale teoria psico e sociologica a sostegno della maternità fulltime.
“Abuso di diritto”, lo ha definito la persona che mi ha inviato il messaggio. Abuso di diritto, nello specifico, vorrebbe significare che migliaia di donne si sono finte in gravidanza a rischio per poter usufruire dello stipendio senza lavorare durante la maternità. Bisogna però sapere che il riconoscimento di una maternità a rischio non avviene per autodichiarazione bensì con il certificato medico di un ginecologo che deve successivamente essere verificato e confermato dagli specialisti del servizio sanitario nazionale, nonché rinnovato con ulteriori accertamenti secondo scadenze definite. E se, come possibile ma comunque da verificare, ci fossero certificazioni false, eventualmente imputabili sarebbero i medici e non le dipendenti in gravidanza.
A sostegno dell’apologia del licenziamento mi viene fornito inoltre un paragone numerico: il numero delle gravidanze a rischio nel pubblico impiego è il doppio di quelle tra le libere professioniste. Ovviamente a nessuno sarà venuto in mente che una dipendente statale gode di una maggiore garanzia nel poter usufruire dei propri necessari diritti senza incorrere in licenziamenti punitivi o pretestuose decurtazioni di stipendio, e che una dipendente a tempo determinato o a partita iva non sia più sana e meno a rischio ma semplicemente costretta a rischiare la propria gravidanza per non rischiare di perdere il lavoro.
Un contributo decisamente più schietto me lo fornisce Stefania Boleso, la manager milanese obbligata ad autoeliminarsi dopo la prima gravidanza. Invitata come ospite ad un corso di formazione dal titolo “Leadership al femminile” incontra una quarantenne rampante che la illumina sull’ovvietà della sua vicenda: “E’ inutile nascondersi, la maternità per l’azienda è un problema. Ed è un problema pure per le donne che restano in ufficio, perché si devono dividere il lavoro di chi non c’è e quindi sobbarcare dei compiti extra, senza che nessuno riconosca loro un extra compenso per questo”. Probabilmente neanche questa imprenditrice in carriera sa che l’azienda contribuisce solamente nella misura del 20% alla paga di una dipendente in maternità, e che usufruisce inoltre dei contributi previsti per la sostituzione temporanea, pratica che darebbe lavoro, almeno per qualche mese, anche ad un’altra donna. Se poi l’azienda incassa il contributo e non provvede all’assunzione temporanea, si capisce che il problema non è imputabile neanche questa volta all’assente gravida.
E’ inconcepibile come si tenti di giustificare con ogni pretesto l’illegalità, ricorrendo persino al tranello dell’abuso, e si abbia la pretesa di abolire arbitrariamente un diritto se non risponde al proprio personale tornaconto. Quello che accade nei confronti della maternità è la cartina tornasole di un intero sistema basato sull’arroganza, la prepotenza e l’assoluto disprezzo delle leggi e che vorrebbe oltretutto convincerci che siamo noi ad averne abusato

Fonte: L’Unità

Pensione delle donne: istruzioni per l’uso I requisiti necessari e calcoli dell’importo

Thursday, May 13th, 2010

 Il nostro sistema previdenziale, volendo delinearne un ritratto immaginifico, sembra rassomigliare sempre più al mare in un continuo movimento alla ricerca di un equilibrio che non appare mai definitivo. Leggi, decreti, dibattiti, dichiarazioni di organismi internazionali o di esponenti politici, il cittadino appare sempre più disorientato soprattutto per i troppi “effetti annuncio”. Quando posso andare in pensione e come? Uno dei temi spesso ricorrenti è poi legato alla pari opportunità anche previdenziale ed alla specificità femminile. Quali sono allora le informazioni utili al gentil sesso?

Metodo di calcolo: come si calcola la pensione delle donne? I metodi di calcolo sono indifferenziati rispetto al sesso, tranne qualche sfumatura particolare da interpretare in senso favorevole. Le regole sono quelle introdotte dalla riforma Dini del 1995, in base alla quale i lavoratori e le lavoratrici sono stati suddivisi dal 1 gennaio 1996 in 3 categorie:

lavoratori con più di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995: rientrano nell’applicazione del metodo retributivo.

lavoratori con meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995: sono soggetti al calcolo della pensione con il cosiddetto calcolo misto (retributivo per la parte di pensione relativa alle anzianità maturate prima del 1996, contributivo per quelle maturate successivamente) e accedono alle prestazioni per quel che riguarda l’età pensionabile secondo le regole del sistema retributivo (a meno che non optino il contributivo integrale).

lavoratori neoassunti a partire dal 1 gennaio 1996 e quelli che optano per il nuovo sistema: sono soggetti all’applicazione integrale delle nuove regole di accesso e del metodo di calcolo contributivo.

Qual è la pensione che deriva dal metodo retributivo e qual è invece quella risultante dal contributivo? L’applicazione del primo metodo di calcolo determina la pensione in relazione alla retribuzione percepita nell’ultimo periodo della vita lavorativa, mentre nel contributivo è calcolata viceversa in ragione dei contributi versati lungo l’arco della intera vita lavorativa. Scendendo ad un livello di approfondimento maggiore:

Retributivo: il metodo retributivo è un meccanismo di calcolo che prevede che l’importo della pensione corrisponda a una determinata percentuale della retribuzione. Si collega cioè il trattamento pensionistico all’ultima fase della vita lavorativa; le variabili principali per la determinazione dell’importo pensionistico sono allora costituite dalla retribuzione di riferimento e dall’aliquota di calcolo.

Contributivo: il metodo di calcolo contributivo determina l’importo della pensione correlandolo con le contribuzioni versate lungo l’arco della intera vita lavorativa della futura percettrice. Nel metodo contributivo l’ammontare dei contributi si ottiene moltiplicando la retribuzione annua delle lavoratrici dipendenti oppure il reddito delle lavoratrici autonome, per l’aliquota di computo (33 per cento per le dipendenti e 20 per cento per le autonome). La sommatoria dei contributi determina un montante individuale che viene rivalutato annualmente considerando come tasso di capitalizzazione la Variazione media quinquennale del pil (prodotto interno lordo), calcolato dall’Istat. La determinazione dell’assegno pensionistico discende poi dalla conversione in rendita di tale montante al raggiungimento dell’età pensionabile, moltiplicandolo per un coefficiente di trasformazione che tiene conto della probabilità di sopravvivenza e dell’età dell’assicurato alla data di decorrenza della pensione; tali coefficienti, recentemente aggiornati a partire dal 1 gennaio 2010, sono indifferenziati rispetto al sesso il che per le donne rappresenta un vantaggio vivendo mediamente più a lungo degli uomini (circa 5 anni in più).

Età pensionabile: quando vanno in pensione le donne ? Occorre distinguere tra pensione di vecchiaia e pensione di anzianità:

Pensione di vecchiaia: esistono previsioni differenti a seconda del metodo di calcolo in cui si rientra:

metodo retributivo: il requisito anagrafico è rappresentato per le donne dal raggiungimento dei 60 anni con almeno 20 anni di contributi versati. Le donne possono poi rinviare il pensionamento sino al compimento del 65° anno di età ottenendo, per ogni anno lavorato, un aumento della percentuale di rendimento della pensione pari a mezzo punto; in applicazione delle norme che hanno dallo scorso 20 febbraio innovato il Codice delle pari opportunità è stato eliminato l’obbligo della comunicazione preventiva al datore di lavoro tre mesi prima del pensionamento previsto.

metodo contributivo: è necessario avere per le donne almeno 60 anni di età e 5 anni di contribuzione effettiva dal 1° gennaio 1996. In alternativa, sono richiesti almeno 35 anni di anzianità contributiva e l’età anagrafica prevista per la pensione di anzianità oppure almeno 40 anni di anzianità contributiva, a prescindere dall’età anagrafica. Nel computo dei 35 o 40 anni non rientrano i versamenti a titolo di prosecuzione volontaria. Per poter accedere alla pensione prima del compimento del 65° anno di età, l’importo della pensione deve essere di almeno 1,2 volte quello dell’assegno sociale (per il 2010 l’importo mensile dell’assegno sociale è 411,51 €).

Pensione di anzianità. l’età di pensionamento di anzianità è stato progressivamente innalzato nel corso del tempo nell’ambito del ciclo di riforme che hanno avuto luogo nel nostro sistema previdenziale a partire dal 1992, Dal 1 luglio 2009 è stato introdotto il cosiddetto “sistema delle quote”, in base al quale si consegue il diritto alla pensione al raggiungimento di una quota data dalla somma tra età anagrafica e contribuzione (almeno 35 anni di contributi). Fino al 31 dicembre 2010 vige “quota 95” con un’età anagrafica minima di 59 anni. Si può poi andare in pensione a prescindere dall’età, se si possiede un’anzianità contributiva di almeno 40 anni.
Età pensionabile donne pubblico impiego: sensibile novità entrata in vigore dal 1 gennaio è quella legata all’età di pensionamento delle donne nel pubblico impiego per ottemperare alla procedura di infrazione comunitaria ;il requisito anagrafico “femminile” di sessanta anni è incrementato di un anno; verrà poi ulteriormente innalzato di un anno a decorrere dal 1° gennaio 2012, nonche’ di un ulteriore anno per ogni biennio successivo, fino al raggiungimento dell’eta’ di sessantacinque anni. Le lavoratrici che abbiano maturato però entro il 31 dicembre 2009 già i requisiti di eta’ e di anzianita’ contributiva previsti dalla normativa precedente conseguono il diritto alla prestazione pensionistica secondo i requisiti precedenti e possono chiedere all’Ente previdenziale di appartenenza la certificazione di tale diritto.

Fonte: Il Messaggero

orrori in famiglia

Saturday, May 8th, 2010

Mosso dalla rabbia per il fatto che la figlia fosse sessualmente disinvolta, aveva verificato con la propria mano se la ragazza fosse ancora vergine o meno. Per questo, un uomo rischia una condanna per violenza sessuale.

Ad affrontare il caso è la Corte di Cassazione, annullando con rinvio una sentenza della Corte d’appello di Torino che aveva condannato l’imputato, un cinquantacinquenne, ad otto mesi di reclusione per violenza privata: l’uomo aveva aggredito la figlia sia verbalmente che inserendole due dita nella vagina, dopo che la giovane era tornata a casa oltre l’ora concordata, ed era al telefono con il proprio fidanzato. I giudici del merito avevano ritenuto che la condotta del padre fosse priva di connotazione sessuale, ma la Suprema Corte ha accolto il ricorso del procuratore generale del capoluogo piemontese, secondo il quale “nulla escludeva che l’uomo avesse agito su impulso sessuale che andava ravvisato anche in presenza della finalità di voler umiliare la figlia”.

Per gli ‘ermellinì della terza sezione penale, la Corte d’appello di Torino ha dato una “illogica motivazione”, ritenendo che “nulla di libidinoso ebbe a stimolare l’imputato”: la Corte territoriale, si legge nella sentenza n.17542, ha escluso “la configurabilità del reato sessuale dando decisivo rilievo al contesto in cui l’atto è stato compiuto, dal quale si desumerebbe che lo stesso fosse diretto a umiliare la figlia per la sua leggerezza di costumi”. Ma cio,’ secondo la Cassazione, “non esclude la valenza prevaricatoria del gesto sessuale, potendo l’intento punitivo essere conseguito con modalità meno invasive della libertà di determinazione del soggetto passivo”. I giudici torinesi, dunque, dovranno riesaminare il caso sulla base del principio indicato dalla Suprema Corte

Fonte: La Repubblica

Farmacisti obiettori, pronto il ddl

Friday, April 30th, 2010

Il testo presentato da una senatrice Pdl. «L’obiezione di coscienza è un’esigenza del bene comune»

 «Disposizioni in materia di obiezioni di coscienza dei farmacisti nella dispensa dei farmaci rientranti nella contraccezione di emergenza»: è il disegno di legge sull’obiezione di coscienza pere i farmacisti presentato a Palazzo Madama dalla senatrice del Pdl Ada Spadoni Urbani. «I farmacisti, anche se semplicemente dispensatori di farmaci, non possono essere costretti ad agire contro scienza e coscienza, quali semplici esecutori di scelte altrui» ha detto la Spadoni Urbani. Il legislatore italiano - si legge nella relazione al disegno di legge sull’obiezione di coscienza per i farmacisti - dalla legge 194/1078, sull’interruzione volontaria della gravidanza, alla legge 40/2004, in materia di procreazione medicalmente assistita, ha mantenuto ferma la linea di consentire al personale sanitario l’obiezione di coscienza qualora, per alti valori morali, non intenda collaborare per impedire la vita nascente. «L’obiezione di coscienza non contesta la legge: è diversa dalla disobbedienza civile o dalle azioni positive volte a migliorare l’ordinamento giuridico. L’obiezione di coscienza - conclude Ada Urbani - deve essere ritenuta un diritto fondamentale e un’esigenza del bene comune: è proprio di una società giusta che non ci siano costrizioni di tale genere». (Fonte Ansa)

Boom della pillola del giorno dopo

Thursday, April 29th, 2010
E sei giovani su 10 chiedono lezioni di educazione sessuale a scuola
FLAVIA AMABILE

Forse qualcuno ricorderà una mia inchiesta di due anni fa, una notte tra gli ospedali romani alla ricerca di una pillola del giorno dopo, un farmaco che dietro prescrizione medica dovrebbe essere fornito senza difficoltà. Gli obiettori di coscienza - che rappresentano la gran parte dei medici in servizio nei reparti di ginecologia degli ospedali - invece si rifiutano di prescriverla.    A  due anni di distanza i dati forniti dalla Sigo, la Società che riunisce ginecologi e ostetrici italiani, raccontano di un forte aumento nel suo uso. Nell’ultimo anno sono state vendute circa 50mila scatole in più di pillola del giorno dopo, passando da 320mila confezioni vendute a 370mila. E in molti casi questo è l’unico tipo di contraccezione adoperato dalle giovani, visto che il 58% delle ragazze afferma di non utilizzare metodi contraccettivi perchè non li hanno a portata di mano.

«C’è grande confusione e disinformazione su questi temi tra le adolescenti - spiega Giorgio Vittori, presidente della Sigo - che sanno molto poco su contraccezione, e in particolare quella d’emergenza, Ru486, prevenzione. E questa cattiva informazione si riflette anche sul fatto che cresce il numero di nascite nelle teenager sia italiane che straniere residenti nel nostro Paese. Ogni anno sono 10mila circa». 

D’altra parte stamattina si è anche ricordato che il 64% degli studenti italiani vorrebbe che a scuola si parlasse di sesso e sessualità (70% femmine, 58% maschi) contro il 44% dei ragazzi francesi e il 50% di quelli spagnoli.  Il dato è contenuto nell’indagine TNS Healtcare 2009. La richiesta è più forte in Italia perché il nostro Paese condivide con la Turchia, in Europa, il primato negativo della più scarsa informazione sui metodi contraccettivi disponibili. Per questo motivo il sito Studenti.it ha lanciato in collaborazione con  Sigo

una sezione dedicata all’educazione sessuale. Per invertire questa tendenza, ricorda infatti Alessandra Graziottin, ginecologa e esperta di problemi legati alla sessualità, servirebbe, oltre a una corretta educazione sessuale a scuola, un “confronto aperto mediante progetti condivisi e veri e propri corsi in cui i medici insegnino ad esempio a presentatori o deejay, tanto amati e ascoltati dai più giovani, come trasmettere contenuti chiave per vivere una sessualità serena e sicura”.

 

 

Fonte: La Stampa