Archive for the ‘donne’ Category

Addio Elvira, l’Italia migliore

Tuesday, August 3rd, 2010

Credeva come pochi in questo Paese, nella sua cultura e nella forza della parola per provare a migliorarlo. E’ morta a Palermo Elvira Sellerio, dopo una vita dedicata ai (buoni) libri

(03 agosto 2010)

«È il mio ultimo libro, pagine in cui dico le cose più importanti sulla vita. Voglio che sia pubblicato da Elvira. Di lei mi fido. So che su quasi tutto la pensa come me. E so che non sarebbe mai stata capace di tradire la parola di un autore». Elvira era Elvira Sellerio, nata a Palermo il 18 maggio 1936 e scomparsa, sempre nella sua Palermo il 3 agosto.

L’autore del libro che tanto voleva fosse pubblicato da lei era Marek Edelman, ebreo polacco, uno dei comandanti dell’insurrezione nel ghetto di Varsavia. Al momento di quella telefonata aveva 89 anni. Quel libro “C’era l’amore nel ghetto” è stato pubblicato, da “Sellerio editore”, come vuole la dizione ufficiale, nel 2009. Una vicenda personale? Certamente.

Il reduce e ultimo portavoce dell’eroica storia del socialismo ebraico era diventato un amico personale di una signora siciliana, figlia di un prefetto. Ma l’aneddotto, è anche significativo per documentare il vasto orizzonte, spaziale e temporale, in cui si muoveva Donna Elvira.

Probabilmente era diventata editore (assieme al marito Enzo da cui poi si separò) per curiosità. Perché era coraggiosa davvero: non cercava mai la conferma delle proprie idee (e ne aveva assai salde), desiderava essere sorpresa. Era di casa a Parigi come a Varsavia. Ma raramente, o quasi mai, si muoveva dalla sua Palermo. Perché solo chi conosce a fondo il suo metro quadro può comprendere il mondo.

La casa editrice, nata nel 1969, era una sfida che rassentava la follia. Lei la governava da regina: in famiglia, con un misto di autoritarismo e benevolenza nei confronti dei dipendenti. Elvira ha vissuto tra casa e bottega, ambedue in via Siracusa. Il centro del regno, la sua stanza, era piccolo, quasi angusto. Lei stava dietro alla scrivania e fumava. Ogni tanto, alzava la voce e chiedeva a un’assitente: «Due caffè e una coca, per favore».

I collaboratori erano adoranti di fronte a questa signora: bella, sorridente, dagli occhi miti. Ma dietro alla benevolenza e all’empatia nei confronti di chi le stava vicino, c’era delle convinzioni fondate su una rara capacità di osservazione. Poteva essere spietata con gli schiocchi. Comunque lavorare con lei a Palermo, significava far parte dell’Italia e della Sicilia migliore. Era un motivo di orgoglio. Amava il buon gusto. I libri Sellerio sono sempre stati eleganti, curatissimi. Era capace di perdere giornate per scegliere il disegno giusto per la copertina. Anche nella vita privata era insofferente a ogni banalità.

A una cena, a Palermo, sempre con Marek Edelman insistette per scegliere il menù del comandante, inorridita quando si accorse che lui propendeva per i piatti standard della cucina italiana. La cura degli ospiti era una sua fissa: stirava personalemente le lenzuola, di lino, di chi aveva il privilegio di alloggiare a casa sua. E poi, la cosa più importante. Elvira Sellerio, nata Elvira Giorgianni, credeva come pochi in questo Paese, nella forza della parola.

Era diventata editore perché le piaceva raccontare le storie. Era convinta che la parola potesse trasformare il mondo. Era ostinata come editore e come persona. Quando Sellerio, casa editrice che per lunghi anni si era avvalsa della collaborazione di Leonardo Sciascia, era sull’orlo del fallimento (metà degli anni Novanta), lei si rifutava di vendere, di mollare. Le banche non le davano più credito né libretti d’assegni e lei pagava i tipografi facendo dei miracoli. Del resto i soldi e il tempo contavano poco per lei. Poi è arrivato Andrea Camilleri, con i suoi libri ed è tornato il sereno.

Intanto Elvira (che è anche stata consigliere della Rai in un intervallo di grande libertà della tv pubblica) ha passto il timone della casa al figlio Antonio. Poi se ne è andata, in silenzio. In un giorno di agosto in cui le parole erano finite

Fonte: L’Espresso

Vi racconto mia figlia Neda

Wednesday, June 23rd, 2010

Un anno dopo, parla la madre della ragazza morta in piazza a Teheran. E che è diventata il simbolo della resistenza iraniana. Intervista a Hajar Rostami Motlaq

(18 giugno 2010)

Un anno fa, il 20 giugno 2009, durante una manifestazione di piazza per contestare l’esito truccato delle elezioni presidenziali vinte da Mahmoud Ahmadinejad e per sostenere il leader dell’opposizione Mir Hossein Moussavi, nella via Kargar di Teheran, morì una ragazza, Neda Agha Soltan, 27 anni, ex studente di filosofia teologica, che voleva diventare una cantante.

Si dice che Barack Obama pianse nella sala Ovale dopo aver visto su YouTube le immagini di Neda stesa sull’asfalto con gli occhi aperti. “Time” ha definito l’episodio “la morte in diretta più vista della storia dell’umanità”. Quelle immagini sono diventate il simbolo della resistenza iraniana. A un anno dalla morte di Neda, sua madre Hajar Rostami Motlaq, cinquantenne, ha accettato per la prima volta di parlare della figlia e del suo profondo dolore.

Signora Rostami, è vero che lei per mesi si è rifiutata di vedere i filmati della morte di sua figlia?
“Avevo parlato di quei momenti diverse volte con il signor Panahi (il professore di musica che accompagnava Neda alla manifestazione, ndr). Panahi mi raccontò che avevano deciso di rientrare e si avviavano verso l’automobile, quando sentì uno sparo. Si girò e vide Neda per terra che diceva “signor Panahi, brucio”. Queste sono state le ultime parole pronunciate da mia figlia. Ho trovato il coraggio di guardare il filmato solo otto mesi dopo. Da allora ogni volta che lo vedo temo di impazzire. Gli occhi aperti di Neda mi fanno impazzire. Quegli occhi aperti, il sangue che le esce dalla bocca, e le sue ultime parole hanno distrutto per sempre la mia esistenza”.

Lei continua a ripetere che gli occhi di Neda rimarranno aperti fino a quando tutto ciò per cui si batteva non diventerà realtà. Che cosa voleva, che cosa sognava Neda?
“Neda cercava la libertà. Come donna, lottava per le libertà sociali e la dignità umana. Neda sosteneva che le donne e gli uomini erano uguali e si chiedeva perché in Iran le donne non hanno gli stessi diritti degli uomini. Neda non riusciva ad accettare l’hijab obbligatorio. Neda si era iscritta alla facoltà di teologia e filosofia, e dopo tre semestri aveva scelto di abbandonare gli studi perché nella sua facoltà era obbligatorio indossare il chador. Mia figlia diceva sempre: “Che vita è quella dove uno, ogni volta che deve uscire, deve preoccuparsi di come vestirsi per non avere problemi? Perché ogni volta che uno va ad una festa deve convivere con il timore delle irruzioni della polizia?” Neda credeva nella parità tra i sessi e nella libertà, e proprio per questo aveva partecipato a tutte le manifestazioni organizzate prima e dopo il voto dell’anno scorso

Si dice che sua figlia non avesse votato quel famoso 12 giugno delle elezioni contestate.
“? vero, ma non perché fosse favorevole al boicottaggio delle elezioni. Nel giorno del voto si era recata in tre seggi, ma in nessuno aveva trovato un rappresentante del candidato Mir Hossein Moussavi. Aveva protestato invano contro questa scorrettezza, e alla fine aveva deciso di non votare”.

Subito dopo l’omicidio, lei ha presentato denuncia alla magistratura.
“Ho presentato denuncia perché voglio guardare in faccia l’assassino di Neda e chiedergli: “Perché l’hai colpita? Come l’hai colpita? Oggi come ti senti? Che cosa hai guadagnato dalla morte di mia figlia?”. ? un mio diritto, come cittadina di questo Paese, sapere chi ha impartito l’ordine di uccidere mia figlia e chi lo ha eseguito. Dopo un anno agli atti c’è solo il certificato di morte del medico legale che stabilisce: “Neda Agha Soltan è morta in seguito ad una ferita da arma da fuoco”".

? vero che ha subito delle pressioni per ritirare la denuncia?
“Non hanno mai avuto il coraggio di chiedermelo direttamente. Ho sempre detto, e ripeto, che non voglio né risarcimenti in denaro e nemmeno l’applicazione del “ghasas” (la legge del taglione in vigore nella Repubblica Islamica per cui la parte civile può chiedere la pena di morte per l’assassino di un proprio caro, ndr). Il signor Shahriari, giudice del Tribunale Penale di Teheran, mi ha consigliato di far richiesta di risarcimento. La mia risposta è stata che non un soldo entrerà in casa mia per la morte di Neda finché io sarò viva. Sono intenzionata a portare avanti l’azione legale fino all’ultimo giorno della mia vita. Se non sarà possibile ottenere giustizia in Iran, mi rivolgerò alle Nazioni Unite. Qualcuno dovrà dirmi chi ha ucciso mia figlia. Voglio guardare in faccia l’assassino di Neda. Mia figlia non aveva commesso nessun reato, manifestava solo per i suoi diritti riconosciuti dalla legge”.

? vero che non le hanno consegnato nemmeno gli abiti che Neda indossava nel giorno in cui fu uccisa?
“Più volte mi sono rivolta ai responsabili dell’ospedale Shariati per riavere gli abiti di Neda, e solo mesi dopo mi hanno detto che erano stati bruciati. Di tutto quello che indossava Neda il 20 giugno si è salvato solo il suo foulard insanguinato, che è stato preso da un giovane, e spero che almeno un giorno quel giovane mi ridia il foulard, l’unico ricordo che mi rimane di Neda”.

Può raccontarci dell’ultima volta che ha visto sua figlia?

“La sera prima Neda ebbe un incubo e si svegliò in piena notte dicendo che aveva sognato di essere in un campo di battaglia. Il pomeriggio di quel sabato maledetto, mentre si preparava per andare alla manifestazione, le chiesi di rimanere a casa. Il giorno prima avevano sparato sui manifestanti e temevo per la sua vita. Mi rispose che tutti quelli che andavano alla manifestazione avevano un padre e una madre. Anche suo fratello Mohammad e sua sorella Hoda cercarono di convincerla a non andare, ma lei, testarda com’era, uscì per l’ultima volta dalla porta della nostra casa. Prima di morire, Neda mi chiamò due volte. La prima volta le chiesi cosa succedeva. Mi rispose: “Certo non distribuiscono baci e carezze”. Nell’ultima chiamata mi disse che si erano rifugiati in un laboratorio di analisi perché fuori l’aria era irrespirabile per quanti lacrimogeni avevano sparato”.

Quando ha saputo che Neda era stata uccisa?

“Un quarto d’ora dopo l’ultima telefonata, mi chiamò il signor Panahi: mi disse che Neda era stata ferita a una gamba e trasferita all’ospedale Shariati. Mentre entravo in ospedale vidi un giovane uscire con il foulard insanguinato di Neda, subito dopo la faccia impietrita di mio figlio Mohammad, e i fiumi di lacrime di mia figlia Hoda”.

Quando vi è stato consegnato il corpo senza vita vi erano segni di un’autopsia?
“Nessuna autopsia, avevano solo estratto la pallottola, per non lasciare nessuna prova”.

Poi non siete riusciti a trovare nessuna moschea disposta a celebrare i funerali.
“Quando abbiamo seppellito il corpo di Neda, il cimitero era praticamente occupato dalle forze speciali. Ci siamo rivolti a due moschee, ma la risposta è stata la stessa: il ministero dell’Intelligence ha proibito i funerali dei morti per la protesta. Una settimana dopo abbiamo trovato una moschea disposta ad ospitarci, ma siamo stati costretti a cancellare la cerimonia per evitare scontri tra i partecipanti e le forze di sicurezza”.

? vero che più volte è stata distrutta la tomba di Neda?
“Tre mesi dopo la morte di Neda ricevetti la chiamata di un amico che diceva di non recarmi al cimitero, come faccio tutte le settimane, perché avevano distrutto la pietra tombale provvisoria. Da allora per altre tre volte hanno distrutto la tomba. L’ultima volta ho deciso di non riparare la pietra tombale, perché sono convinta che il nome di Neda sia scolpito nel cuore della gente”.

Com’è la sua vita, e quella della sua famiglia, senza Neda?
“Io, come il padre di Neda, suo fratello e sua sorella, non riusciamo ad accettare che Neda non ci sia più. Mi manca Neda, mi manca la sua voce e mi manca il suo sorriso. Neda aveva un bellissimo sorriso. Ogni mezzogiorno guardo la porta e aspetto che Neda entri e mi chieda: “Mamma cosa c’è oggi a pranzo?”".

Signora Rostami, so che è stato molto doloroso per lei ricordare sua figlia, ma che cosa prova, un anno dopo?
“Sento di dover ringraziare tutti i miei concittadini che si recano ogni giorno sulla tomba di Neda, pur sapendo che sono fotografati e schedati. Vorrei ringraziare tutti gli iraniani all’estero che hanno fatto di mia figlia un simbolo internazionale. Vorrei ringraziare tutti quegli artisti che hanno immortalato Neda con le loro opere. Vorrei ringraziare il sindaco di Milano che ha piantato un albero in ricordo di mia figlia. Vorrei ringraziare tutti quei cantanti che hanno reso immortale il nome di Neda. Di tutti i versi di queste canzoni, due mi hanno colpito. Una dice: “La libertà chiede sangue e Neda ha innaffiato l’albero della libertà”. L’altro recita: “Neda non temere, Neda rimani con noi”. Per me è un grande onore, anche se un onore accompagnato da un più grande dolore, che il nome di Neda sia oggi sinonimo di libertà”. 

Fonte: L’Espresso

Premio Ilaria Alpi, il giornalismo-verità alla ricerca della giustizia (finora…) perduta

Saturday, June 12th, 2010

Sono passati sedici anni da quel tragico 20 marzo del ‘94 quando Ilaria Alpi, inviata del Tg3 e Miran Hrovatin, l’operatore sono stati uccisi per le vie di Mogadiscio da un commando somalo. Da allora è stato tutto un susseguirsi di inchieste, indagini, depistaggi e domande che ancora non hanno trovato risposte «ufficiali». In questi lunghi anni i genitori di Ilaria, Giorgio e Luciana, hanno tentato di rompere il silenzio attraverso l’Associazione a lei intitolata ed organizzando, col sostegno di molti, l’omonimo premio giornalistico televisivo che si svolgerà a Riccione dal 15 al 19 giugno prossimi, presentato ieri a Montecitorio. Occasione questa per rilanciare l’appello «Verità e giustizia» a cui hanno aderito rappresentanti della magistratura, della camera dei deputati, del giornalismo, delle associazioni di volontariato e cittadini.

«Dopo sedici anni, lunghissimi e dolorosi» è stato ribadito nel corso dell’incontro con la stampa, «si sa quasi tutto di quel che accadde quella domenica di marzo e perché. Si sa che fu un’esecuzione, come ha scritto lo scorso 17 marzo, il Gip Emanuele Cersosimo del Tribunale di Roma nel respingere la richiesta di archiviazione: “un omicidio su commissione, organizzato per impedire che le notizie raccolte da Ilaria Alpi e Miran Hrovatin su traffici di armi e di rifiuti tossici, venissero portate a conoscenza dell’opinione pubblica. Un traffico che avrebbe coinvolto organizzazioni criminali come la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra. Il tutto con la copertura e la complicità di strutture di potere pubbliche e private. Le prove non mancano. Sono quelle “custodite” nei documenti e nelle testimonianze accumulate attraverso le inchieste della magistratura, quelle parlamentari e quelle giornalistiche». Nonostante tutto, però, non si è ancora arrivati ad una «verità giudiziaria». A tutto questo il Premio Ilaria Alpi dedicherà un’intera serata di dibattito - 17 giugno, ore 21 a villa Mussolini - intitolata: «Senza giustizia. L’assassinio Alpi-Hrovatin tra traffici di armi, rifiuti tossici, navi a perdere e mafie». Ne parleranno tra gli altri Riccardo Bocca, de L’espresso, Domenico Damati, legale della famiglia Alpi, Enrico Fontana, responsabile rapporto Ecomafie, Mariangela Gritta Grainer, portavoce dell’Associazione Ilaria Alpi, il magistrato Francesco Neri e Andrea Purgatori. Tanti saranno i momenti di approfondimento sul tema «giustizia e informazione», vista la «legge bavaglio» in discussione in questi giorni. Ma tanti saranno anche i reportage, i servizi e i documentari in programma al Premio che come ogni anno sono stati selezionati tra le migliori produzioni televisive italiane e internazionali. Ad aprire la manifestazione, infatti, sarà l’atteso The Cove, il documentario Premio Oscar di Louie Psyhoyos messo fuori legge in Giappone. Il film, infatti denuncia le stragi di delfini nei mari del Sol Levante. The Cove è la laguna giapponese dove ogni anno per sei mesi si danno appuntamento cacciatori di cetacei, pescatori e acquirenti occidentali pronti a sborsare fino a 150 mila dollari per aggiudicarsi un delfino da portare nelle loro mega-piscine. Il bottino di questa caccia illegale è di 23 mila delfini l’anno, ma quasi la metà dei cetacei che vivono in cattività muore nel giro di due anni.

Circa una trentina, poi, sono i reportage finalisti in corsa per il premio che sarà assegnato il 19 giugno, nel corso di una serata con Ottavia Piccolo, Enrico Bertolino e Carlo Lucarelli. I temi toccati dai filmati sono dei più vari, dal terremoto di Haiti (Mattatoio Port au Prince di Lucia Goracci e Gianfranco Botta per il Tg3) alla «guerra di Gaza» (Gaza guerra all’informazione di Anna Maria Selini), passando per il dramma dell’Eutelia (Ex- Eutelia, la vera storia di Emilio Casalini e Federico Ruffo). Tra le novità di quest’anno poi, lo spazio Aperitivù, condotto da Andrea Vianello, direttore scientifico del premio. Si tratta di tre appuntamenti aperti al pubblico per parlare dello stato delgiornalismo nell’Italia di oggi. A chiudere ogni giornata sarà Tolleranza Zoro, musiche e riflessioni del blogger di Raitre.

Povera mamma, in Italia più di un milione in miseria

Wednesday, May 5th, 2010

«Si può sapere cosa succede in Italia? Dal baby boom siete alla crescita zero…», pare abbia chiesto la principessa Margaret, presidente onoraria di Save The Children. «Fortunatamente - racconta l’interpellato, presidente italiano dell’ong, Claudio Tesauro - nel rigido protocollo reale non c’è stato tempo per articolare una risposta». La risposta viene dal rapporto presentato ieri a Roma <i>Le condizioni di povertà tra le madri in Italia</i>. Succede che da noi fare figli vuol dire impoverirsi. Il rapporto, realizzato dalla Fondazione Cittalia e dell’Anci in collaborazione con Istat e Caritas, è la radiografia di una malattia sociale del Belpaese, in un anno calato dal 16° al 17° posto nel mondo quanto a condizioni di vita delle madri e dei bambini.

Dalla culla al niente
Un Paese davvero strano, il nostro, con un tasso tra i più bassi al mondo di mortalità infantile (4 su mille) e di complicazioni post partum (il rischio di morte delle partorienti è 1 su 26mila) e contemporaneamente all’ultimo posto in Europa quanto ad occupazione femminile. Siamo penultimi tra i 27 Paesi dell’Unione europea, superati solo da Malta. Cosa c’entra? Il nodo - dicono i dati - sta proprio in questa divaricazione tra l’assistenza sanitaria alla nascita, che in Italia ha ancora ottimi standard, e l’assenza quasi totale di servizi e opportunità che accompagnino la madre e i suoi bambini nella crescita, a cominciare dagli asili nido per finire in una rigida organizzazione dei tempi di lavoro e dei ruoli familiari, un tutto che fa ricadere i costi e l’impegno di allevare i figli sulle madri, troppo spesso impedendo loro di lavorare e contribuire così al reddito. La donna è relegata in casa nel ruolo esclusivo di madre e questo che è tutt’altro che un bene per loro e per i bimbi. La povertà relativa, che significa vivere in due con nemmeno mille euro al mese, è largamente più alta dove la donna non trova o rinuncia a lavorare fuori casa. Le famiglie «relativamente povere» sono 2 milioni e 737 milioni, pari a quasi cinque milioni di individui, l’11,3 percento della popolazione. Le donne sono più della metà della «torta». Un fenomeno tutt’altro che marginale. Né riguarda in particolare gli immigrati, dove anzi il lavoro femminile, legato com’è al permesso di soggiorno, è generalmente diffuso tra i residenti, presi in esame nell’indagine, e concentrati al Nord. Mentre l’incidenza di madri povere è notevolmente più alta nel Meridione.

Non c’è neanche una prevalenza di nuclei monoparentali, cioè di madri sole o separate. Le madri che non riescono ad arrivare a fine mese, devono tagliare sul cibo, trascurare visite mediche e spese scolastiche, non riescono a pagare con regolarità affitto, mutuo e bollette sono un milione e 678 mila. Solo il 7,5% è sola con i figli, l’86,3% vive in coppia, con il padre dei bambini o con un secondo marito. In stragrande maggioranza si tratta di casalinghe e la loro povertà si appesantisce all’aumentare del numero dei figli. Non è così nel resto d’Europa, dove il disagio sociale inizia a farsi avanti dal terzo figlio in su. In Italia molto dipende dalla rete parentale di supporto, che però deve sobbarcarsi anche altri compiti di welfare autogestito e secondo Linda Sabbadini dell’Istat «è ormai profondamente sotto stress», un pilastro del nostro collante sociale che sta per rompersi. Dove ancora c’è una nonna in forze, è più facile che la giovane madre lavori e meno probabile un suo impoverimento. Nel biennio 2005-2006 - governo Prodi - c’era stato un miglioramento della condizione economica della madri single, che poi è calata di nuovo.

Il governo del Family Day
Ieri alla presentazione del rapporto di Save The Children è comparso all’improvviso il sottosegretario con delega alla Famiglia Carlo Giovanardi, tra gli inventori del Family Day. Ha tentato una giustificazione acrobatica del perché l’attuale governo non abbia fatto nulla per arginare l’impoverimento crescente delle madri, addossando le colpe alla congiuntura economica, al «rischio Grecia», e alla fine ha dato pilatescamente la responsabilità agli enti locali. Non ha convinto neanche Maria Luisa Tezza, rappresentante dell’Anci, Pdl, che con molti sorrisi gli ha ricordato la mancata introduzione del quoziente familiare. Dando atto che le misure prese sono state nel solco del governo precedente. «Il primo governo Prodi fece una finanziaria di sacrifici per l’euro - ricorda l’ex ministra Livia Turco - però non tagliò del 550% i fondi per la cooperazione». «Eppure gli italiani dimostrano di avere ancora tra le priorità gli aiuti internazionali e il sociale», dice il presidente Tesauro. Con la crisi le donazioni individuali a Save The Children sono aumentate. Abituati a fare da sé.

Fonte: L’Unità

Sebben che eran scienziate

Wednesday, April 21st, 2010
C’ è ancora molta strada da fare, per le donne. Il dibattito è più che mai aperto proprio in questi giorni, grazie a diverse uscite in libreria (da Ma le donne no pubblicato da Caterina Soffici per Feltrinelli, a Metà del cielo di Nicholas Kristof e Sheryl WuDunn per il Corbaccio) e ad accorati richiami come quello recentissimo di Susanna Tamaro. Qualcosa non ha funzionato nella rivoluzione femminista e il nuovo che avanza mostra pericolose somiglianze con un passato insidioso che alle donne ha tolto parola e dignità.

C’è a questo proposito un libro in uscita presso l’editore Pendragon che aiuta a capire, ma soprattutto a riflettere. Certo non consola. Si tratta di Sotto falso nome. Scienziate italiane ebree (1938-1945), scritto da Raffaella Simili, docente di Storia della Scienza all’Università di Bologna.

La storia di queste donne è una dolente congiura del silenzio. Con il 1938 e ancora prima, con l’imposizione del giuramento di fedeltà al regime e la progressiva emarginazione dei dissidenti, l’Italia perse via via tanta della sua eccellenza. Di questa storia s’è parlato molto, ma molto poco del ruolo che le donne di scienza ebbero in quelle circostanze. E soprattutto di quel che subirono. «Specialmente le “professoresse” erano state cancellate, come se non fossero mai esistite ufficialmente, in forza di quel legale tratto di penna che le aveva sottratte al lavoro e alla vita». Nella Levi Mortera, moglie del giurista Edoardo a sua volta figlio del matematico Vito Volterra, Nora Lombroso, Gina Castelnuovo, Enrica Calabresi e tante altre, tra cui una tal Rita Lupani che altri non era se non Rita Levi Montalcini, costretta a una falsa identità prima di emigrare negli Stati Uniti. Biologhe e matematiche, fisiche ed entomologhe le cui esistenze private e professionali furono travolte dalle leggi razziali e da tutto ciò che venne dopo. Costrette al buio, all’esilio, a rinunciare a tutto.

Dentro una storia terribile come quella che tutti conosciamo, c’è in queste vicende al femminile il tratto comune dell’onda lunga di un silenzio omertoso, di una specie di congiura che relega le donne in un angolo della storia. E forse è come se fossimo ancora un po’ lì, segregate in quella nicchia muta.

 

La storia del mio aborto

Sunday, April 11th, 2010

Caro Direttore,
in questi giorni si parla tanto di aborto per mezzo della Ru486. Ho letto la storia di Sara e anch’io vorrei raccontare la mia storia, la storia del mio aborto.
Nnon ho problemi economici, nè sono una ragazzina: ho 44 anni, ancora sposata dopo 20 anni e un figlio di 16. Nel settembre del 2008 ho scoperto di essere incinta di settimane. All’inizio stupore e meraviglia, non era mai più ricapitato, poi abbiamo pensato che saremmo stati “dei nonni”, io avevo scelto anche il nome se fosse stato un maschio: Eugenio. Insomma eravamo sereni, ma c’era qualcosa che mi impediva di dirlo a mio figlio e di comunicarlo a tutti: ho una patologia autoimmune. L’ho detto solo ai familiari più intimi.
Chiamo il ginecologo che mi aveva seguito l’altra gravidanza. Quando ci incontriamo non lo vedo entusiasta, lo vedo freddo, ma proseguiamo la visita: tutto a posto. Quando passiamo all’ecografia mi accorgo che spegne il sonoro del monitor. Mi dice di andare il giorno dopo in ospedale. Così faccio. Rifanno l’ecografia. Non sento il cuore e mi dice: «Credo che la gravidanza si sia interrotta». Mi ricoverano, controllano e mi viene detto da un altro medico che la gravidanza non era interrotta anzi, andava bene. Allora, fiduciosa, chiamo il ginecologo e lui mi guarda, lo vedo triste, si siede e mi dice: «Ho parlato con l’ematologo, lui è contrario a questa gravidanza e lo sono anch’io. Sedici anni fa eri più giovane e da quello che ho visto e per come ti conosco non hai nè la forza fisica nè quella economica per far nascere questo bambino». Il mio bambino aveva una grave malformazione. Non ho avuto la forza di parlare, non ho preso alcuna decisione, ho fatto prendere decisioni al mio medico. Per fare un aborto hanno impiegato dieci giorni, tra i “sì, nasce” e i “no, non nasce”. L’ematologo è stato categorico: no! La sera che è iniziata l’emorragia (indotta con farmaci) non ho chiamato nessuno dei miei. Sono entrata in sala operatoria da sola, perchè sola ero dentro. Mi hanno addormentata e quando mi sono svegliata… Eugenio non c’era più. Prima di addormentarmi l’ho salutato e mi sono scusata con lui, gli ho chiesto perdono e ho cercato di fargli capire che lo facevo per lui.
È questo che va detto ai politici che parlano di aborto senza sapere di cosa si parla. Si parla del viaggio di una vita che inizia nel corpo di una madre che sa perfettamente che qualsiasi sua decisione interrompe questo viaggio. E il dolore è lacerante. A volte conto i mesi che avrebbe avuto. Il giorno del suo presunto compleanno… lasciamo perdere.
L’aborto è un dolore d’amore. Non credo ci sia donna che abortisca con leggerezza. Si dovrebbe parlare solo dopo aver provato nell’anima.

Fonte: L’Unità

Si ammalano di meno ma hanno tanta ansia Donne, l’ipocondria è rosa

Wednesday, March 31st, 2010
Nonostante abbiano meno probabilità di ammalarsi e di morire per via di problemi di salute, le donne sono molto più propense degli uomini a lamentarsi. Lo rivela uno studio Uk condotto su una fascia di età che va dai 35 ai 74 anni che ha messo in relazione percezioni individuali del proprio stato di salute e la mortalità

Finiscono al pronto soccorso perché non dormono serene. Si turbano anche per uno starnuto, o per una leggera tachicardia. Il popolo degli ipocondriaci cresce di anno in anno e sono soprattutto le donne a soffrire di malattie inesistenti. La scoperta dell’ipocondria rosa arriva da uno studio della Cambridge University, secondo cui gli uomini hanno un sistema immunitario più debole e potrebbero dunque davvero essere più vulnerabili nei confronti dell’influenza. Dalla rielaborazione dei dati è emerso inoltre che alcuni gruppi sociali - tra cui le persone non sposate, i divorziati o i separati - hanno più probabilità di ammalarsi e di morire nei cinque anni successivi. Altri gruppi sono risultati più suscettibili alle malattie. Si tratta di disoccupati o di persone che non hanno un titolo di studio.

Nonostante abbiano meno probabilità di ammalarsi e di morire per via di problemi di salute, le donne sono molto più propense degli uomini a lamentarsi. Lo rivelano le statistiche del governo Gb, dopo che i ricercatori dell’Office of National Statistics (Ons) hanno unito i dati di tre studi condotti in Inghilterra, Galles, Irlanda del Nord e Scozia. Così hanno potuto osservare che il gentil sesso è più propenso a dichiarare malanni e acciacchi, anche se le probabilità di morire nei 5 anni successivi sono meno alte di quelle registrate tra gli uomini. Secondo le informazioni raccolte su più di 750 mila persone tramite un censimento del 2001, le donne sono risultate più ipocondriache e lamentose degli uomini

Gli uomini sembrano avere circa il loro stato di salute e per la tendenza, tutta maschile, a sottoporsi meno a visite e controlli. Tanto che i medici si mostrano preoccupati per la minore consapevolezza. Lo studio, condotto su una fascia di età che va dai 35 ai 74 anni, ha messo in relazione percezioni individuali del proprio stato di salute raccolte nel 2001 e la mortalità del campione censito nel quinquennio 2001-2006. Commentando i risultati della ricerca Steve Field, presidente del Royal College of General Practitioners, ha detto che le donne sanno esprimere meglio il loro stato di salute: in altre parole, sono più consapevoli delle condizioni fisiche in cui versano. Per questo, a detta di Field, dovrebbero essere ‘ingaggiate’ per spingere gli uomini a segnalare prima eventuali problemi fisici.

Peter Baker, Chief Executive del Men’s Health Forum, sulle pagine online della Bbc sottolinea che i risultati sono in linea con ricerche precedenti. In particolare, studi passati avevano dimostrato come gli uomini arrivano a una diagnosi di cancro o diabete molto più tardi delle donne. “Sono meno consapevoli dei sintomi - afferma - e più riluttanti nel chiedere aiuto”. Una perdita di tempo che il sesso forte paga a caro prezzo. “Arrivare tardi a una diagnosi - fa notare Baker - significa fare i conti con una malattia a uno stadio più avanzato e, pertanto, più difficile da combattere. E’ un fatto estremamente preoccupante, non a caso il 40% degli uomini muore prima di aver compiuto 75 anni”.

Fonte: Kataweb

Depressione, le donne la temono più del tumore

Monday, February 8th, 2010

Le donne hanno paura della depressione. Pensano che con quel velo nero davanti agli occhi il mondo non potrà essere più lo stesso: il velo potrà forse diventare grigio, ma nulla tornerà come prima. Tanto che un’italiana su due considera il male oscuro più incurabile del tumore al seno, che spaventa «solo» una su quattro. Un dato sorprendente, che arriva dalla prima indagine nazionale sulle donne e la depressione, promossa dall’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna (ONDa) e realizzata da Giuseppe Pellegrini, ricercatore sociale all’Università di Padova, intervistando 1.016 donne fra i 30 e i 70 anni.

LE RAGIONI - Perché tanta paura? «Le donne conoscono gli effetti della depressione, sanno che si insinua nelle loro vite, alienandole: il 65% di loro l’ha vissuta sulla propria pelle o vista da vicino, su familiari o amici. Ma la temono soprattutto perché non hanno fiducia nelle cure», risponde Francesca Merzagora, presidente di ONDa. La maggioranza infatti pensa che le terapie possano contenere in parte le conseguenze della malattia, ma non risolvano davvero il problema. Anche una revisione di studi che hanno coinvolto oltre 700 pazienti, condotta dall’università della Pennsylvania e pubblicata a gennaio su Jama, ha alimentato dubbi, ipotizzando che gli antidepressivi siano efficaci soltanto nei casi più gravi, mentre non siano determinanti nei casi lievi. «Nelle depressioni di grado lieve, farmaci e psicoterapia si equivalgono; talvolta è più utile la psicoterapia — commenta Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di neuroscienze all’ospedale Fatebenefratelli di Milano —. In caso di depressione moderata o grave gli antidepressivi sono validi, ancor di più se associati alla psicoterapia. Chi viene trattato con i farmaci guarisce nel 34% dei casi e in un altro 36% vede l’entità dei sintomi più che dimezzata. Se si associa una psicoterapia, la percentuale di chi trae benefici dalle cure sale all’80%». Questo le donne non l’hanno capito: molte certo ricorrerebbero alla psicoterapia, benvista dall’85% delle intervistate, o ai gruppi di auto-aiuto, che riscuotono la fiducia dell’80%. Solo una su due, però, crede che i farmaci possano fare la differenza, sebbene nelle forme medio-gravi siano indispensabili. Chi li ha provati li apprezza un pò di più.

SOLO LA METÀ SI CURA - «Poco più delle metà dei pazienti arriva a curarsi, e di questi il 60% riceve trattamenti inadeguati o insufficienti. Così, a un mese dall’inizio delle cure il 30% ha già gettato la spugna e solo uno su tre segue la cura quanto e come si deve — spiega Mencacci —. Nelle donne accade anche perché per motivi biologici c’è una maggiore sensibilità agli effetti collaterali dei farmaci, che inoltre hanno una diversa efficacia a seconda del momento della vita, ad esempio durante l’età fertile o in menopausa. Così molte abbandonano prima di ottenere un risultato: da qui le ricadute, gli insuccessi, la sfiducia. E la paura». Leggendo i dati raccolti da ONDa c’è però qualcos’altro che balza agli occhi e preoccupa: le donne che soffrono di depressione, oltre a ritenere la loro vita stravolta dalla malattia, in sette casi su dieci provano vergogna o senso di colpa per essere malate. Ancora lo stigma? «Purtroppo sì — risponde lo psichiatra —. Le donne, che della depressione sono le vittime più frequenti, sentono di non trovare attorno a sé la stessa comprensione che avrebbero se fossero malate di un tumore al seno o di un’altra patologia “tangibile”. Così, ancora oggi si sentono giudicate, provano vergogna e senso di colpa». Tanto che spesso scelgono di non parlarne con nessuno: nel 2010, una donna con la depressione su sei non chiede aiuto. E non guarisce da una malattia che si può e si deve curare.

Fonte: Corriere della Sera

Una storia: Sposa bambina «ceduta» a 13 anni

Saturday, February 6th, 2010

Sposa» a 13 anni. Per una ragazzina romena l’abito bianco è arrivato troppo presto, insieme a un atto notarile con il quale i genitori la «affidavano» fino al 2014 alla famiglia dello sposo, un connazionale di 21 anni. Il rito rom - che non ha valore in Italia - è stato celebrato in Romania, e la ragazzina è stata poi portata a Brescia, dove da anni vive la famiglia del «marito». Ma quando sono cominciati i rapporti sessuali la ragazzina si è preoccupata, perché lui è malato di Aids. Ha chiesto aiuto, e la vicenda è stata scoperta dalla Polizia. L’uomo è stato arrestato all’alba di mercoledì dagli agenti della squadra Mobile di Brescia per violenza sessuale e riduzione in schiavitù, in concorso con la madre, anche lei arrestata.

LA SCOPERTA - A fine settembre, poco dopo il matrimonio, la ragazzina è arrivata a Brescia. La prima segnalazione del suo caso è arrivata dall’ospedale dove il 21enne è in cura per i suoi problemi di salute. La madre dell’uomo, preoccupata per una eventuale gravidanza, ha presentato la nuora-bambina al medico. Sono scattate le indagini della polizia ed è arrivata la prima perquisizione, che ha accertato che la minore viveva in uno stato di semiclandestinità, non frequentava la scuola e non poteva vedere estranei. Dopo i controlli la famiglia del «marito» ha cercato di mettersi in qualche modo in regola iscrivendo la ragazzina a scuola, in seconda media. A lei piaceva studiare e si trovava bene, ma la vita «normale» di una bambina in Italia si scontrava con le regole sociali rom: il «cognato» si è presentato un giorno a scuola chiedendo che non stesse in classe o a mensa con i maschi, «non va bene».

I PRIMI RAPPORTI - A gennaio poi la situazione è precipitata: la ragazzina, che ha compiuto 14 anni, si è presentata all’ospedale impaurita perché aveva avuto rapporti sessuali non protetti con il «marito» e aveva paura. E’ stata quindi sottoposta a terapia retrovirale - purtroppo è positiva al virus Hiv - e ha lasciato la scuola per qualche giorno. E a questo punto sono scattati i provvedimenti d’urgenza: accertato che la situazione si era aggravata, e d’accordo con la Procura, la bambina è stata affidata d’urgenza ad una comunità protetta e sono scattati gli arresti del marito e di sua madre. Né lui né la donna ancora riescono a capire dove stia il male. Si sono verificati - spiega la mobile di Brescia - molti altri casi simili nella comunità rom, questi matrimoni sono molto diffusi. La bambina - spiegano gli agenti - non era maltrattata o vessata, e quel matrimonio era per loro giusto. Un anno fa ad esempio, sempre la polizia, si occupò di un altro caso simile: una 12enne, sposa di un kosovaro 21enne, si presentò in ospedale a partorire. Il marito è già stato condannato in primo grado.

LE ACCUSE - In questo caso, sebbene sia usanza che la famiglia dello sposo dia una somma in dote a quella della sposa, «non è stato accertata alcuna transazione economica», a differenza del caso di un anno fa, spiega la questura di Brescia. Sul giovane arrestato pesa l’accusa di violenza sessuale e riduzione in schiavitù, sull base dell’articolo 600 del codice penale, che ricalcando la Convenzione di Ginevra, considera l’esistenza dello stato di soggezione anche quando avviene approfittando di una situazione di inferiorità psichica, tale quella di una sposa di soli 13 anni. La madre del giovane risponde in concorso per agevolazione. Ora la sposa bambina è in una comunità protetta, presto tornerà a scuola. «E’ una bambina intelligente - raccontano gli agenti - che ha una gran voglia di studiare e di integrarsi, serena nonostante tutto».

Il dramma nel dramma

Un dramma nel dramma. Con un futuro ancora più triste e cupo per la bambina rumena «venduta» come sposa all’età di tredici anni a un giovane sieropositivo. E con un nuovo capo d’imputazione per il marito ventiduenne, che avrebbe avuto rapporti non protetti con la ragazzina. La Procura l’altro ieri ha arrestato il giovane, muratore di 22 anni, e la madre, 39, per violenza sessuale e riduzione in schiavitù. Ora i magistrati stanno valutando l’eventualità di indagare il marito anche per «contagio colposo».

Le nuove analisi effettuate sul sangue della sposa bambina non lascerebbero dubbi: sono risultate positive al test per l’Hiv. La ragazzina, 14 anni compiuti la scorsa settimana, nel corso dei primi controlli sembrava miracolosamente non aver contratto il virus. Solo ulteriori approfondimenti effettuati nel cosiddetto «periodo finestra» hanno purtroppo ribaltato i risultati. E adesso la piccola è in cura nel reparto infettivi della divisione di Pediatria. La suocera si era rivolta ai medici che curavano il figlio da otto anni (si era ammalato all’età di cinque anni, a Bucarest, dopo una trasfusione), proprio per paura del contagio e della trasmissione del virus al feto nell’eventualità di una gravidanza.

La sua angoscia era sapere se la piccola nuora poteva diventare mamma senza problemi e se un eventuale nipotino sarebbe nato sano. Una volta entrata in ambulatorio, tenendo per mano la nuora, si è scoperta la verità: il muratore romeno aveva sposato in Romania, con rito zingaro, una bambina di soli 13 anni con cui aveva avuto rapporti «a rischio». Adesso la ragazzina, che da una settimana è ospite di una struttura protetta, è seguita da specialisti e ha già iniziato la profilassi prevista nei casi di contagio. Enzo Trommacco, avvocato difensore dei due arrestati, si esprime con cautela: «I miei assistiti rimangono in carcere e fino a oggi si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Dovremo capire se nella vicenda hanno avuto un ruolo pure i genitori della piccola, probabilmente gli stessi che hanno combinato il matrimonio in Romania».

Gli investigatori, infatti, stanno cercando nuove prove che dimostrino come la piccola, che all’epoca della cerimonia aveva poco più di 13 anni, sia stata «venduta» dai suoi stessi familiari come prevede la consuetudine rom. A confermare l’ipotesi di «una trattativa» per combinare il matrimonio ci sarebbe un video, adesso sequestrato dalla polizia, girato proprio nel giorno del fidanzamento ufficiale. Ieri sia madre che figlio, durante l’interrogatorio di garanzia, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. «Non dobbiamo giustificarci di nulla — ha detto la madre al magistrato —. Mia nuora era perfettamente al corrente della malattia di mio figlio, ma ha voluto sposarlo comunque. Da noi funziona in questa maniera, è la nostra tradizione».

nuova pillola del giorno dopo: funziona fino a 5 giorni dal rapporto

Tuesday, January 26th, 2010
      

ROMA (25 gennaio) - La pillola del giorno dopo che può essere presa 120 ore dopo il rapporto invece delle 72 di quella tradizionale è efficace per tutta l’intervallo di tempo e non dà effetti collaterali gravi. Lo ha confermato uno studio pubblicato dal Journal of Obstetrics and Ginecologics, che prelude alla commercializzazione di questo farmaco, già autorizzato in Europa, negli Usa.

Lo studio ha preso in esame 1241 donne statunitensi che sono dovute ricorrere alla contraccezione d’emergenza, somministrando loro il farmaco a base di ulipristal acetato, che ha un meccanismo simile al levonorgestrel, quello della pillola del giorno dopo tradizionale. La pillola ha mostrato un tasso di successo del 97,9%, paragonabile a quello del levonorgestrel, ma a differenza di questo non ha evidenziato una perdita di efficacia nell’arco del periodo di somministrazione. Gli effetti collaterali, prevalentemente mal di testa, nausea e dolori addominali, sono stati definiti “da leggeri a moderati”.

La nuova pillola è prodotta dalla stessa casa farmaceutica francese
del levonorgestrel, la Hra Pharma. L’Emea, l’autorità farmaceutica europea, l’ha autorizzata lo scorso marzo, mentre la richiesta di commercializzazione è datata maggio. Nel nostro continente è venduta in Gran Bretagna, Germania e Francia. In Italia è autorizzata la vendita solo di quella tradizionale, che necessita di prescrizione medica e in molti ospedali non viene somministrata perché considerata abortiva.

Viale: attenti effetti annuncio.
«Ben venga se si introducono nuove molecole» come contraccettivi d’emergenza, «ma non vorrei che l’effetto annuncio superasse» la reale efficacia del farmaco. Il ginecologo Silvio Viale commenta così la notizia. «È chiaro che la pillola del giorno dopo, agendo sull’ovulazione, è più efficace quanto prima viene assunta. La nuova pillola dovrebbe avere un effetto anche post-ovulatorio, altrimenti è fisiologico che l’efficacia si riduca col passare dei giorni». Per garantire «il trattamento migliore possibile alle donne» sottolinea però il ginecologo, ricordando di avere fatto ricorso contro l’avvertimento che ha ricevuto dall’Ordine dei medici del Piemonte per aver distribuito per strada ricette per la pillola del giorno dopo, «io continuo a richiedere l’abolizione della ricetta per il levonorgestrel. E spero che anche le case farmaceutiche si decidano a chiederlo, così come hanno fatto in altri Paesi europei».