Archive for the ‘donne’ Category

storie…

Tuesday, January 6th, 2009

Dopo l’assoluzione confessa
“Ho ucciso io la mia ex moglie”
Secondo la legge non potrà più essere processato. L’uomo, un muratore di 33 anni, prima aveva ammesso l’omicidio, poi ha ritrattato: “L’ho detto solo per far contenti i poliziotti
«Ho ammazzato io la mia ex moglie». Dopo essere stato assolto con sentenza definitiva dall’accusa di averla uccisa, Denis Occhi, muratore di 33 anni, si è presentato venerdì scorso all’ufficio denunce della Questura di Ferrara e ha confessato il delitto. Davanti al vice dirigente della squadra mobile, Laura Ferrua, assistito dall’avvocato d’ufficio Giovanni Montalto, ha spiegato di non essere più riuscito a «reggere il rimorso». Alla confessione è seguito un racconto dettagliato del delitto, con particolari inediti. Tutto messo a verbale. Poi, ieri, la ritrattazione: «L’ho detto per farli contenti — ha dichiarato al telefono e in tv — ma io non ho mai ucciso Giada, le volevo bene». Esattamente come aveva fatto 5 anni fa. «Volete scrivere che sono stato io? — ha raccontato di aver detto alla polizia — E allora scrivetelo pure, così siete contenti. Tanto io ho già perso tutto: moglie, casa, lavoro».

 

Nonostante le dichiarazioni autoaccusatorie rese venerdì, però, Denis Occhi non potrà essere portato nuovamente davanti a un giudice. In base all’articolo 649 del codice di procedura penale, infatti, una persona già condannata o assolta non può essere processata una seconda volta per lo stesso fatto, anche se muta il titolo del reato. Con la conseguenza paradossale che il 33enne, nonostante le perizie l’abbiano più volte definito «persona socialmente pericolosa», è oggi un uomo libero. Esclusa anche l’ipotesi di una revisione del processo. A chiederla, potrebbe essere solo il condannato — non l’assolto — in grado di dimostrare l’esistenza di nuove prove capaci di sovvertire il giudizio.L’ex moglie Giada Anteghini, 27 anni, venne colpita alla testa forse con una mazzetta da muratore, il 25 novembre 2004.
Morì 16 mesi dopo, il 23 gennaio 2006, senza mai svegliarsi dal coma. La donna fu aggredita durante il sonno nella stanza da letto della casa di Jolanda di Savoia che divideva con il nuovo compagno (inizialmente indagato e poi prosciolto) e la figlia di sei anni che aveva avuto con Denis Occhi. L’uomo fu condannato nel 2007, in primo grado, a 20 anni con giudizio abbreviato al termine di un processo indiziario durante il quale un ruolo chiave l’ebbero le perizie psichiatriche.

 Ma IL 27 febbraio 2008 fu assolto dalla Corte d’Appello di Bologna e rimesso in libertà.

“Pronta l’ordinanza contro la prostituzione in casa”
Il sindaco Tosi ha spiegato che saranno sanzionati coloro che creeranno disturbo nei condomini. Gli interventi saranno effettuati su segnalazione dei residenti
 È già pronta ed entrerà in vigore a breve un’ordinanza del sindaco di Verona, Flavio Tosi, contro la prostituzione in casa. Il primo cittadino della città scaligera ha spiegato che saranno sanzionati coloro che creeranno disturbo nei condomini. Gli interventi saranno effettuati su segnalazione dei residenti.”Dopo averle allontanate dalla strada ora vogliamo colpire anche le prostitute, e sono molte, che esercitano in casa”, ha detto Tosi.
 

Baghdad, 4 gennaio 2008 - Sarebbe una donna la responsabile dell’attentato kamikaze che ha ucciso almeno 35 pellegrini sciiti oggi a Baghdad. “Una donna che portava addosso una bomba ha azionato la sua cintura esplosiva vicino all’entrata di un mausoleo. Dalle prime indicazioni, il bilancio è di 35 morti e 65 feriti, per lo più pellegrini iracheni tra cui donne e bambini”, ha detto il portavoce delle operazioni di sicurezza nella capitale irachena.
L’attacco suicida è avvenuto questa mattina all’entrata del più importante mausoleo sciita della capitale irachena che si trova in un quartiere occidentale della città. L’esplosione è avvenuta verso le 11 (le 9 in Italia) quando la kamikaze ha azionato la sua cintura esplosiva all’entrata del mausoleo del settimo imam dell’islam sciita, Moussa Kadim, nel quartiere di Kazamiyah. La donna è riuscita nella missione nonostante l’entrata dell’edificio fosse dotata di misure di sicurezza e sorvegliata da guardie.

Anziana e senza riscaldamenti
donna muore di freddo in casa

SAVONA - Non ce l’ha fatta a sopportare il grande freddo di questi giorni ed è morta, da sola, in casa. Il cadavere di Elena Marro, 74 anni, è stato rinvenuto nella sua abitazione di località Carnovale a Cairo Montenotte in provincia di Savona. La donna viveva senza riscaldamento e in condizioni fisiche precarie.

Il corpo senza vita dell’anziana è stato scoperto stamani dai vigili del fuoco e dai carabinieri, che sono intervenuti su richiesta dei vicini di casa. la donna era già morta quando i militari sono entrati nell’appartamento. Inutile quindi chiedere l’intervento del 118.

Secondo quanto accertato dal medico legale, a provocare la morte della pensionata, che viveva sola, sarebbe stata una emorragia interna dovuta alle condizioni climatiche particolarmente rigide degli ultimi giorni. Nella notte, infatti, il termometro a Cairo Montenotte, un paese tra Liguria e Piemonte, è sceso a meno 10 gradi.

Fonti: Il quotidiano .net , La Repubblica

è Natale!

Thursday, December 25th, 2008

Siccome oggi è Natale, avete il diritto di esigere che vi mostri il
presepe. Eccolo. Ecco la Vergine ed ecco Giuseppe ed ecco il bambino
Gesù. L’artista ha messo tutto il suo amore in questo disegno, ma voi lo
troverete forse un po’ naif. Guardate, i personaggi hanno ornamenti
belli, ma sono rigidi: si direbbero marionette. Non erano certamente
così. Se foste come me, che ho gli occhi chiusi … Ma ascoltate: non
avete che da chiudere gli occhi per sentirmi e vi dirò come li vedo
dentro di me. La vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che
bisognerebbbe dipingere sul suo viso è uno stupore ansioso che non è
apparso che una volta su un viso umano. Poichè il Cristo è il suo
bambino, la carne della sua carne, e il frutto del suo ventre. L’ha
portato nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue
di Dio. E in certi momenti la tentazione è così forte che dimentica
che è Dio. Lo stringe tra le sue braccia e dice: piccolo mio. Ma in
altri momenti, rimane interdetta e pensa: Dio è là e si sente presa da
un orrore religioso per questo Dio muto, per questo bambino
terrificante. Poichè tutte le madri sono così attratte a momenti davanti
a questo frammento ribelle della loro carne che è il loro bambino e si
sentono in esilio davanti a questa nuova vita che è stata fatta con la
loro vita e che popolano di pensieri estranei. Ma nessun bambino è stato
più crudelmente e più rapidamente strappato a sua madre poichè egli è
Dio ed è oltre tutto ciò che lei può immaginare. Ed è una dura prova per
una madre aver vergogna di sè e della sua condizione umana davanti a suo
figlio. Ma penso che ci sono anche altri momenti rapiti e difficili, in
cui sente nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo,
e che è Dio. Lo guarda e pensa: «Questo Dio è mio figlio. Questa carne
divina è la mia carne. E’ fatta di me, ha i miei occhi e questa forma
della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. E’ Dio e mi
rassomiglia. E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei
sola, un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di
baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e
che vive». Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore,
e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e di timidezza
con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo
bambino - Dio di cui sente suIle ginocchia il peso tiepido e che le
sorride. Questo è tutto su Gesù e sulla Vergine Maria. E Giuseppe?
Giuseppe, non lo dipingerei. Non mostrerei che un’ombra in fondo al
pagliaio e due occhi brillanti. Poichè non so che cosa dire di Giuseppe
e Giuseppe non sa che cosa dire di se stesso. Adora ed è felice di
adorare e si sente un po’ in esilio. Credo che soffra senza
confessarselo. Soffre perchè vede quanto la donna che ama assomigli a
Dio, quanto già sia vicina a Dio. Poichè Dio è scoppiato come una bomba
nell’intimità di questa famiglia. Giuseppe e Maria sono separati per
sempre da questo incendio di luce. E tutta la vita di Giuseppe,
immagino, sarà per imparare ad accettare.”
/Jean Paul Sartre/

Auguri a tutte le  “donne” , le donne che rifiutano gli stereotipi di donna creati dai maschi , le donne che trovano una loro via affrontando le nuove sfide senza scimmiottare i maschi , le donne che sanno essere libere, madri , mogli , amanti,  senza cadere nei luoghi comuni.

Auguri alle donne che cercano una loro via . A quelle che arrancano e a quelle che si sentono sconfitte.

Auguri alle donne vere .

regard

        

Editoria, prove di potere rosa

Monday, December 22nd, 2008

L’editoria italiana è una città (a volte grande, spesso piccola e media) abitata sempre più dalle donne. La fotografa una ricerca elaborata dall’Aie (Associazione italiana editori) secondo la quale, mentre l’occupazione femminile in Italia registra undici punti in meno rispetto alla media europea (46,3% contro 57,2%), in editoria la presenza rosa nei ruoli direttivi, è aumentata del 31% dal ‘91 al 2008. Nel 1991 le donne occupavano il 27,5 per cento dei ruoli di responsabilità, oggi si sono allargate al 36%. Perché l’editoria è un’isola felice? «La prima risposta — dice Elisabetta Sgarbi, direttore editoriale in una grande casa editrice come la Bompiani e ideatrice della Milanesiana — è quella relativamente più semplice e intuitiva, benché storicamente fondata: le donne per tradizione leggono più degli uomini. Amano i libri, fanno attenzione all’esperienza di lettura, ben conoscendone il potenziale di arricchimento personale e sociale. La seconda risposta invece tocca nodi complessi e investe direttamente il “fare” editoriale: le donne hanno una capacità “pratica”, nell’occuparsi del lavoro editoriale, nell’essere “dentro” alla fucina letteraria. Non dimentichiamo che l’editoria, anche nella sua “managerialità”, vive anzitutto di questi due aspetti: scelta dei libri e saper fare i libri». Secondo la Sgarbi, comunque, l’editoria non è un «ghetto rosa»: «Anche in politica e in economia le donne stanno ricoprendo ruoli importanti. E in generale penso che il potere non abbia in se stesso determinazioni sessuali. Il fatto che per consuetudine storica sia stato occupato soprattutto dagli uomini indica il perpetrarsi di pregiudizi e una coazione a ripetere». Quella delle donne nell’editoria si configura come una marcia a tappe forzate, sulla scia di apripista di rango, come Inge Feltrinelli o Rosellina Archinto.

 

 Il fenomeno riguarda soprattutto la piccola e media editoria, dove le donne coprono quasi la metà dei ruoli direttivi (46 %). «Una volta le donne si occupavano soprattutto dei diritti esteri. Venivano chiamate scherzosamente le streghe» dice Ginevra Bompiani, (figlia del grande editore Valentino) che nel 2002 assieme a Roberta Einaudi e ad altri soci ha fondato Nottetempo, la casa editrice di cui è amministratore delegato, che ha pubblicato uno dei maggiori casi letterari degli ultimi anni: Milena Agus. «Noi siamo in maggioranza donne, però abbiamo le nostre quote azzurre. È una tendenza che riguarda anche le scrittrici, le libraie, le docenti universitarie. Significa che la cultura sta passando in mani femminili, cosa molto importante ». Soprattutto se si fa il paragone con altre imprese, diverse da quelle editoriali, di piccola e media grandezza, dove la quota dei ruoli dirigenziali coperti da donne non raggiunge il 7% (fonte Federmanager). Marta Donzelli, responsabile della segreteria di direzione della casa editrice omonima (diretta dal padre Carmine) è nata nel ‘75 «quindi — dice— forse per me certe conquiste sono scontate. Il fatto poi che le donne nell’editoria siano la maggioranza è una diretta conseguenza del fatto che le facoltà umanistiche sono ancora dominio femminile. In Donzelli arrivano curricula quasi solo di ragazze. E infatti siamo tutte donne, tranne mio padre. A volte, a parità di qualità, preferiremmo prendere un maschio, per una questione di equilibrio, ma sono veramente pochi i candidati». Marta Donzelli in questa avanzata rosa vede anche un lato negativo: «È un mercato economicamente povero e quindi conta poco». Lo stesso pericolo lo avverte Emilia Lodigiani, fondatrice, 21 anni fa, di Iperborea, casa editrice specializzata in letteratura del nord Europa, con testi classici e contemporanei dalla grafica inconfondibile. «È chiaro che stiamo parlando di femminilizzazione di campi in cui circolano meno soldi, di attività che sono a metà tra l’artigianato e l’imprenditoria. Credo però sia anche positivo valorizzare le differenze: questi campi si addicono di più alle donne che hanno maggiore forza nelle scelte circoscritte, maggiore capacità di organizzazione e di relazione interpersonale. Magari gli uomini, all’interno di una realtà economica, sono più curiosi, più creativi, portano idee nuove». Ciò che per alcune è un aspetto negativo, per altre è positivo. «Le donne in editoria sono potenti, non di potere — dice Ginevra Bompiani —. Significa dare più importanza alla posizione che al successo, mettersi in gioco completamente. E la cultura, per quanto economicamente meno rilevante rispetto ad altri settori, è comunque cruciale».

Meno competitività e più alleanza è l’aspetto che, spesso, lega le donne editrici tra loro: «Alla Fiera di Torino, a Francoforte, condividiamo lo stand con altre case editrici dirette da donne — continua Ginevra Bompiani — e non è un caso: c’è somiglianza, affinità, si dà più importanza alle cose comuni che alla rivalità. Non è femminismo, ma sintonia». E se anche i dati sulla scrittura si declinano al femminile (il 38% degli autori oggi è composto da donne, mentre solo 5 anni fa erano il 31%), viene da chiedersi: ma le donne pubblicano le donne? «Credo che le donne abbiano un rapporto istintivo con la scrittura, rimasto, nel corso della storia letteraria forse più nascosto — dice Elisabetta Sgarbi — e, aumentando le vie di accesso alla scrittura, attraverso la Rete, la percentuale delle scrittrici è destinata a crescere». Iperborea è, nel personale, al 100% rosa, ma questo non ha dato luogo ha un catalogo rosa. «Anzi, le autrici sono solo il 20% — spiega Emilia Lodigiani —. Ma questa è solo colpa mia perché amo molto i temi esistenziali, le grandi aperture al mondo, che nella narrativa nordica sono più maschili, mentre in quella femminile c’è una prevalenza di quotidianità, di temi femministi, di rivendicazione di genere. Cose di cui parlo tutti i giorni e da cui, in un certo senso, vorrei evadere. Quanto poi ai lettori, da indagini che noi abbiamo fatto si dividono al 50 per cento tra maschi e femmine». Quindi in proporzione sono più maschi visto che, sempre secondo l’indagine Aie su dati Istat, nel 2008 le donne che dichiarano di leggere almeno un libro all’anno sono il 50%, contro il 37,7 degli uomini, una forbice che si allarga ancora di più nelle fasce giovanili (tra i 18-19enni il 68% delle ragazze contro il 37,7% dei maschi). Non solo: per certi libri le lettrici costituiscono uno zoccolo duro molto forte. «Il nostro catalogo non è particolarmente orientato in senso femminile anche perché la scelta finale su che cosa pubblicare è di mio padre — scherza Marta Donzelli —. La collana di narrativa che ha esordito quest’anno ha pubblicato quattro titoli, due di donne, due di uomini. Però è vero che certi libri, per esempio quelli di Julia Kristeva che si occupano di tematiche impegnative con un approccio di genere, funzionano bene perché c’è uno zoccolo duro di lettrici, fenomeno che non riscontriamo con altri saggi simili, scritti da uomini».

Cristina Taglietti

Fonte: Corriere della Sera

Contraccezione: arriva la “biopillola”

Thursday, December 11th, 2008

 Un salto nel futuro ormai prossimo nel campo della contraccezione. Una proteina necessaria al concepimento potrebbe essere infatti la chiave per realizzare una pillola contraccettiva senza ormoni sessuali e che non influisce sul sistema ormonale femminile. A spiegarlo sulla rivista Nature è lo studio di alcuni scienziati svedesi del Karolinska Institute di Huddinge. Il rivestimento degli ovuli dei mammiferi contiene infatti una proteina chiamata Zp3, a cui lo sperma deve legarsi se vuole attraversare l’ovulo e fertilizzarlo. Le femmine di topo che non hanno la molecola Zp3, sono sprovviste del rivestimento e sono infertili, mentre le donne con livelli anormali di questa proteina possono avere problemi di fertilità.

STRUTTURA CHIMICA - I ricercatori hanno usato la cristallografia a raggi x per progettare la struttura chimica di un tratto della Zp3 del topo che conferisce alla proteina le sue proprietà strutturali. E visto che il tratto equivalente della Zp3 umana è simile nella struttura a quello dei topi, gli scienziati sono convinti sia possibile realizzare farmaci che si legano alla Zp3, evitando che si formi il rivestimento e rendendo le donne temporanemente non fertili. Il che significherebbe avere una sorta di bio-pillola priva degli effetti collaterali delle attuali pillole contraccettive, che interrompono la produzione ormonale di tutto il corpo.

Fonte: Corriere della Sera

Miriam Makeba, la voce dell’Africa

Tuesday, November 11th, 2008

Era definita da molti «la voce dell’Africa». Icona della lotta anti-apartheid nella sua Sudafrica, da sempre impegnata contro la segregazione razziale e per i diritti civili, Miriam Makeba era un’artista-simbolo, costretta per anni all’esilio dal governo di Johannesburg e tornata a casa dopo un lungo girovagare in Europa e negli Usa solo dopo la fine dell’Apartheid, convinta personalmente da Nelson Mandela. Attivista, ma anche grande cantante, dalla voce calda e dalla grande presenza scenica, spesso accompagnata da strumenti etnici e dai costumi tradizionali della sua terra.

Nata a Johannesburg 76 anni fa, sua madre era una sangoma di etnia swazi e suo padre, morto quando lei aveva sei anni, era uno Xhosa. Makeba iniziò a cantare a livello professionale negli anni ’50, con il gruppo Manhattan Brothers, e poi fondò una propria band, The Skylarks, che univa jazz e musica tradizionale sudafricana. Nel 1959 cantò nel musical jazz sudafricano King Kong insieme a Hugh Masekela, che poco dopo divenne il suo primo marito. Pur essendo già una cantante di successo, alla fine degli anni ’50 Makeba ricavava ancora pochissimi introiti dalle sue registrazioni, e non riceveva royalties; per questi motivi iniziò a ipotizzare di lasciare il Sudafrica per gli Stati Uniti.

Nel 1960 partecipò al documentario anti-apartheid «Come Back, Africa» e fu invitata al Festival del cinema di Venezia; una volta in Europa stabilì di non rimpatriare. Si trasferì a Londra, dove conobbe Harry Belafonte, che la aiutò a trasferirsi negli Stati Uniti e farsi conoscere come artista. In America Makeba incise molti dei suoi brani di successo, come Pata Pata, The Click Song («Qongqothwane» in lingua xhosa) e Malaika.

Nel 1966 Makeba ricevette il Grammy per la migliore incisione folk per l’album «An Evening with Belafonte/Makeba», inciso insieme a Belafonte. L’album trattava esplicitamente temi politici relativi alla situazione dei neri sudafrica sotto il regime dell’apartheid. Nel 1963 portò la propria testimonianza al comitato contro l’apartheid delle Nazioni Unite. Il governo sudafricano rispose bandendo i dischi di Makeba e condannandola all’esilio. Nel 1968 sposò l’attivista per i diritti civili Stokely Carmichael; l’evento generò controversie negli Stati Uniti, e i suoi contratti discografici furono annullati. Makebe e Carmichael si trasferirono in Guinea, dove divennero amici del presidente Ahmed Sekou Tourè e di sua moglie. Makeba si separò da Carmichael nel 1973, e continuò a cantare soprattutto in Africa, Sudamerica ed Europa. Svolse anche il ruolo di delegata della Guinea presso le Nazioni Unite, vincendo il Premio Dag Hammarskj per la Pace nel 1986.

Dopo la morte della sua unica figlia Bongi (1985), Makeba si trasferì a Bruxelles. Nel 1987 collaborò al tour dell’album «Graceland» di Paul Simon. Poco tempo dopo pubblicò la propria autobiografia, «Makeba: My Story». Nel 1990, Nelson Mandela convinse Makeba a rientrare in Sudafrica. Nel 1992 recitò nel film «Sarafina! Il profumo della libertà», ispirato alle sommosse di Soweto del 1976, nel ruolo della madre della protagonista. Nel 2002 prese parte anche al documentario «Amandla!: A Revolution in Four-Part Harmony», ancora sull’apartheid. Nel 2001 ricevette la Medaglia Otto Hahn per la Pace. L’anno successivo vinse il Polar Music Prize insieme a Sofia Gubaidulina e nel 2004 si classificò al 38° posto nella classifica dei «grandi sudafricani» stilata da SABC3. Nel 2005 si dedicò a un tour mondiale di addio alle scene, cantando in tutti i paesi che aveva visitato nella sua carriera. Ma la generosità della cantante la aveva portata, malgrado le precarie condizioni di salute, a cantare a Castel Volturno per un altro artista-simbolo, Roberto Saviano. Le sue ultime note sono per il concerto anticamorra di ieri sera, poi il malore e la morte improvvisa.

Fonte : La Stampa

Da Rosa Parks a Colin Powell: i neri che hanno rotto le barriere

Thursday, November 6th, 2008

Gli americani di colore che si sono battuti per conquistare i propri diritti. Aprendo la strada ad Obama

Ebbets Field, Brooklyn, 15 aprile 1947. Branch Rickey, presidente dei Brooklyn Dodger, sfida il “gentleman agreement” in vigore fino a quel momento nel mondo del baseball. E lancia in campo Jackie Robinson. Uno che, fino ad allora, era stato costretto a giocare nelle “negro leagues”. Un evento storico, in una fredda giornata di primavera: davanti a 26 mila persone, Robinson diventa il primo giocatore di colore a disputare una partita di baseball della Major League. Esce tra gli applausi di una folla composta da bianchi e da neri. Una barriera che cade giù, finalmente. «Una vita umana non è importante a meno che non abbia avuto un impatto positivo su altre vite» c’è scritto sulla sua lapide.
M. L. KING - La storia dei diritti civili in America annovera molti piccoli, grandi eroi come Robinson. Non solo Martin Luther King e il suo “I have a dream”, insomma. Quarantacinque anni dopo quel discorso, l’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti chiude un cerchio ideale. Ma il senatore afroamericano, probabilmente, non sarebbe mai riuscito a salire alla Casa Bianca senza i gesti, le conquiste e le battaglie di tanti americani di colore che l’hanno preceduto.

DA ROSA A CONDOLEEZZA - Come Oscar Dunn: nel 1868 è il primo afroamericano a essere eletto vicegovernatore della Louisiana. Come Edward Alexander Bouchet: nel 1876 è il primo afroamericano a laurearsi in un’università statunitense. Come William Dehart Hubbard: nel 1924 è il primo afroamericano a vincere una medaglia olimpica individuale. Come Hattie McDaniel: nel 1940 vince l’Oscar per l’interpretazione di “Mami” in “Via col vento”. Come Rosa Parks: nel 1955, a Montgomery (Alabama), decide di sedersi in autobus nella sezione riservata ai bianchi. La sua protesta portò all’abolizione della segregazione sugli autobus. Come Althea Gibson, che nel 1956 diventa la prima tennista di colore ad aggiudicarsi il torneo di Wimbledon. Come Sidney Poitier, prima star di colore a vincere l’Oscar come attore protagonista (nel 1964) per il film ‘Gigli del Campo’. Come Thurgood Marshall, il primo afro-americano nominato alla Corte Suprema (1967). Come Guion Stewart Bluford jr: nel 1983 è il primo astronauta afroamericano. Come Jesse Jackson, protagonista nel 1984 e nel 1988 di due sfortunate corse per la nomination democratica alla Casa Bianca. Come David Dinkins: nel 1989 è il primo afroamericano sindaco di New York. Come Toni Morrison, la prima scrittrice americana di colore a vincere il Nobel per la letteratura (1993). Come Colin Powell, primo generale nero a quattro stelle, capo di stato maggiore e dal 2001 al 2005 segretario di Stato. Come Carole Gist: nel 1990 è la prima ragazza afroamericana a essere eletta Miss America. E come Conoleezza Rice, nel 2001 consigliere per la sicurezza nazionale e poi prima donna nera al Dipartimento di Stato. Passo dopo passo, conquista dopo conquista, fino a Barack Obama. Il primo presidente afroamericano nella storia degli Stati Uniti d’America.

Fonte : Corriere della Sera

Io, alla guerra con la matita

Thursday, October 23rd, 2008

All’inizio pensavano tutti che fossi un uomo, Omayya infatti è un nome sia maschile che femminile». Omayya Juha, 36 anni, la più famosa nonché unica vignettista palestinese, siede nell’ufficio all’ultimo piano della casa di produzione cinematografica JohaToon Company, a Gaza City. Sulla scrivania ci sono gli schizzi del suo primo cartoon, «Alia and the Wall» (Alia e il muro), la storia palestinese degli ultimi 4 anni vista con gli occhi di una bambina uguale a quella della foto sul computer, la figlia Nur. Come lei, Omayya adora Ratatouille, Shrek, Toy Story. E pazienza se sono pellicole made in Usa. «La mia meta è un festival europeo» dice temperando la matita con le mani inguantate. Il sogno, emulare il successo di «Valzer con Bashir» il film d’animazione del collega e «nemico» israeliano Ari Folman sulla strage di Sabra e Chatila. Dalla finestra aperta salgono le grida dei ragazzini che giocano alla guerra.

Da anni il Palestinian Media Watch Center denuncia l’uso dei cartoon per educare all’odio i minori. Mesi fa l’emittente di Hamas, Al Aqsa tv, arruolò Topolino nella «lotta all’occupazione sionista». Poco dopo toccò a Re Leone, in campo, stavolta, contro i fratelli coltelli di Fatah. Omayya ricaccia una ciocca di capelli sotto il chador blu e fa spallucce: «Il solito trucco di metterci gli uni contro gli altri. Non abbocco. Se caricaturassi i nostri problemi interni riderebbero solo gli israeliani». D’altra parte sarebbe dura canzonare a turno le fazioni palestinesi rivali: Omayya Juha lavora per entrambe. Una vignetta al giorno per Al-Hayat Al-Jadida, il quotidiano dell’Autorità Nazionale Palestinese, due per Al Risala, il settimanale di Hamas, pubblicazioni pungenti con l’avversario ma accomunate da una certa riluttanza all’autoironia. Lei giura di stare nel mezzo, nonostante la sua storia: «Il mio primo marito è stato il martire numero uno della seconda Intifada». E l’attuale lavora con Hamas.

«Combattere è una missione, io uso la matita» continua Omayya. Ha cominciato da adolescente, studiando le strisce del connazionale Naji Al-Ali. Nel ‘97, laurea in matematica in tasca, è approdata ad Al Risala. Tra le vignette che ritiene più riuscite c’è quella sulla battaglia di Zeitun, a Gaza: «Era il 2003, la resistenza aveva tagliato la testa a sei militari israeliani. Disegnai Ariel Sharon che, davanti alla stampa, lodava il busto dei soldati accanto a lui, tornati dalla missione “rasak marfuah”, che in arabo significa “fieri” ma anche “senza testa”». Israele non si divertì: «Il giorno dopo colpirono la sede di Al Risala».

Omayya Juha si firma Omayya e aggiunge una chiave, la chiave di casa dei rifugiati palestinesi del 1948. Il piano di pace saudita, che ipotizza uno Stato palestinese e uno israeliano lungo la linea del ‘67, la lascia fredda. Non vede differenza tra il Moshav Tekuma, sorto negli Anni 50 sulle rovine del villaggio dei suoi nonni, e le colonie ebraiche costruite dopo. «Israele non dovrebbe esistere» ha ripetuto in un’intervista al quotidiano israeliano Jerusalem Post. Quanto alla fantomatica solidarietà araba, la racconta nell’ultima vignetta di Al Risala: «C’è un gigante grasso che emette un peto in faccia a un palestinese di Gaza con la bombola del gas da cucina vuota. S’intitola “Il gas arabo”».

L’Anti-Defamation League l’accusa d’antisemitismo, gli arabi l’adorano e nel 2003 hanno votato www.omayya.com sito comico dell’anno. Omayya è un brand. S’ispira al collega Baha Boukhari, il cartoonist di Al Ayam condannato dai giudici di Hamas per aver oltraggiato l’Islam disegnando il premier deposto Haniyeh con narici grandi come un gorilla. Ma rifiuta l’idea dell’incompatibilità tra la sua religione e l’umorismo diffusasi dopo la crisi delle vignette danesi su Maometto: «Come caricaturista capisco il punto. Ma noi musulmani abbiamo dei limiti che non possiamo superare». Meglio ridere d’Israele e degli americani.

Fonte: La Repubblica