Archive for the ‘società’ Category

“Prof, mio figlio è innocente”

Thursday, September 2nd, 2010

La corrispondenza tra casa e scuola è mutata e un preside francese l’ha raccolta in un libro. E secondo l’autore da questi scritti si comprende “come le famiglie ci stiano delegittimando” dal nostro inviato ANAIS GINORI

PARIGI -  Che tocca fare per difendere a scuola i propri pargoli. Ogni scusa è buona. “Non dia troppi brutti voti a mio figlio. Anche Einstein era un cattivo alunno e lei non può sapere quale futuro lo aspetta”. Si può sfiorare persino la rissa. “Un’altra punizione! Stéphane mi dice che è innocente e io gli credo. Il suo metodo di insegnamento si basa sull’accanimento pedagogico”. E la tutela a oltranza del figliolo può diventare un esercizio di pura fantascienza. “Lei mi chiede di scusarmi per il ritardo esagerato di Charlotte. Ma non pensa che in questo momento, in cui si registrano segnali di un imminente scoppio della terza guerra mondiale, si dovrebbe pensare ad altro?”.

Il repertorio delle giustificazioni dei genitori è così vasto, e per certi versi inaspettato, che Patrice Romain ha deciso di scriverci un libro. Il suo “Mots d’excuse”, appena pubblicato, esce nei giorni del rientro nelle amate/odiate scuole, che in Francia riaprono oggi. Dodici milioni di alunni tornano in classe e c’è da scommettere che, anche quest’anno, ogni insegnante avrà il suo florilegio di giustificazioni. Nella sua ventennale carriera, prima da maestro e poi da preside nei licei, Romain ne ha collezionato migliaia. Tenere, ironiche, surreali, spesso polemiche o rivendicative. Al centro di tutto, c’è il rapporto tra famiglie e maestri, non sempre facile. “Da quando ho incominciato a insegnare, la tensione con i genitori è aumentata” racconta Romain che ha riversato nella raccolta forse anche un po’ della sua frustrazione. E osserva: “Mancano rispetto e fiducia reciproca”. Le regole, aggiunge, non sono più considerate tali. Appuntamenti per i colloqui a scuola disdetti all’improvviso (”Io devo lavorare, non mi paga mica la scuola”), contestazioni formali (”Johnny non verrà mai più alle lezioni del sabato, è una grossa scocciatura”). Si trovano anche piccole perle di retorica. Ad esempio il commento di una madre davanti alla punizione del figlio. “Le consiglio di abbonarsi al Canard Enchainé (settimanale francese, ndr). In questo modo - suggerisce la mamma al maestro - potrà valutare che quello che ha fatto mio figlio a scuola è niente rispetto a quello che abitualmente viene commesso da politici e manager del nostro Paese”.

Spesso le scuse più bizzarre sono il segno di un’incapacità. “Lasci stare Mike, anch’io non so più cosa fare con lui”, scrive un’altra madre. Altre famiglie reagiscono con sottili minacce: “La informo che l’ho vista e sentita questa notte. Sarò muta come una tomba ma pensi al suo futuro quando punirà ancora mio figlio”. Per fortuna, ogni tanto arriva anche un po’ di riconoscenza. “Grazie di aver promosso Sandrine, davvero non se lo meritava”.

Gli aspetti comici e paradossali di questo tipo di corrispondenza scolastica sono universali. In Italia il sito “Sette in condotta” ha raccolto alcuni dei messaggi più originali tra genitori e maestri. “Giustifico mio figlio Fabio per l’assenza del 8 aprile 1999 per lutto, per la scomparsa del criceto della zia”. Oppure, ancora: “Gentilissimo professore, la prego di voler giustificare mio figlio Vincenzo per non aver studiato storia a causa di una forte crisi d’identità”. Patrice Romain è convinto che questi espedienti non facciano bene ai ragazzi. “C’è una deligittimazione del nostro ruolo - avverte - Certi genitori non capiscono che dovremmo camminare insieme, insegnanti e famiglie, per il bene degli alunni”. Il suo “Mots d’excuse” sta già suscitando reazioni sui blog della scuola, con un nuovo capitolo di scambi e reciproche accuse. “Ma molte di queste giustificazioni - conclude Romain - fanno tenerezza. Ormai non mi arrabbio più, perché sono tutti genitori che adorano i figli e cercano di proteggerli”. Anche a costo di perdere la ragione.

Fonte: La Repubblica

Contro le gravidanze da spiaggia via alla campagna Travelsex

Thursday, June 17th, 2010

Gravidanze da spiaggia. Così le chiamano i ginecologi della Sigo (la società italiana che li rappresenta). «Ogni anno a settembre i nostri studi si riempiono di ragazze rimaste incinte per rapporti in villeggiatura o con problemi di malattie trasmesse attraverso rapporti sessuali poco sicuri», dice il presidente, Giorgio Vittori. Secondo le stime, il 30% delle adolescenti e delle giovani torna dalle vacanze con infezioni ginecologiche (condilomi, herpes, gonorrea, sifilide o nel peggiore dei casi hiv, il virus dell’Aids) o con gravidanze indesiderate. Un fenomeno che preoccupa tanto più che, sempre secondo Vittori «mancano i punti di riferimento per quanto riguarda l’educazione sessuale».

 

L’INFORMAZIONE - La scuola in effetti non riesce a coprire adeguatamente questo spazio e i genitori hanno in un certo senso abdicato. Le informazioni arrivano ai nostri figli mediate da internet o per fonte diretta, dai compagni e dagli amici. A questo si unisce la mancanza di cultura sugli anticoncezionali. Non a caso siamo tra i Paesi e più basso uso. Il tasso di utilizzo è fermo dal ‘99 e il coito interrotto resta uno dei metodi più praticati dalle giovani generazioni (il 30% degli utenti, anche in rapporti occasionali). La Sigo quest’anno ha avviato una iniziativa sperimentale. Fino al 21 agosto promuoverà la campagna Travelsex. Nei luoghi ad alta concentrazione di giovani verrà proposto un questionario sulle conoscenze in fatto di sesso. Chi risponde correttamente riceve, una sorta di certificazione, il Passaporto dell’amore sicuro, contenente una serie di informazioni sulla sessualità (pillola, contraccezione di emergenza, igiene intima, attività ormonale, controindicazioni sull’abuso di sostanze stupefacenti).

LA GUIDA - La novità è una vera e propria guida al sesso in viaggio, edita da Giunti. Sottotitolo di Travelsex «dove andare, cosa dire e cosa fare per non correre rischi neanche in vacanza». Oltre a notizie pratiche per chi resta in Italia come numeri di telefono, consultori vicini alle località di villeggiatura e orari, la guida contiene informazioni sulle politiche dei Paesi stranieri in tema di contraccezione e atteggiamento culturale nei riguardi dell’amore in giovane età. Qua e là vengono riportati dati curiosi: il 50% delle cinesi non ha mai provato un orgasmo, nelle farmacie svedesi è possibile acquistare oggetti erotici, una donna portoghese su tre dichiara che farebbe sesso tutti i giorni mentre nel “Grande fratello” norvegese è successo che due dei concorrenti abbiamo avuto rapporti molto, molto intimi davanti alle telecamere. Torniamo in Italia. Il livello di preparazione dei nostri giovani su questi argomenti è basso. Il 37% arriva al primo rapporto completamente impreparato e non si protegge. L’obiettivo formativo di Sigo è condiviso dal ministro della Gioventù, Giorgia Meloni: «Puntare su questi temi è un investimento per il futuro perché significa anche tutelare la salute dei ragazzi». Travelsex farà tappa in 10 città.

Fonte: Corriere della Sera

Nomade picchiata da un ultrà con una mazza: perde bambino

Monday, June 14th, 2010

Aveva bussato a casa sua per chiedere l’elemosina. Lui, dopo averla insultata, accusandola di essere una “ladra”, l’ha inseguita e colpita con una mazza da baseball. Un ultrà della Juventus, sottoposto a Daspo, è stato arrestato oggi. La donna ventottenne, incinta all’ottavo mese, ha perso il bambino. I fatti, secondo quanto accertato dalla polizia, però, risalirebbero a due giorni fa e il giovane è stato accusato di procurato aborto preterintenzionale. La sua identità non è stata resa nota.

Sulla vicenda, però, sono in corso ulteriori accertamenti da parte della magistratura, perché dai primi esami sul corpicino sarebbe emerso che l’aborto era cominciato prima dell’aggressione denunciata dalla nomade.

Secondo il racconto della donna, due giorni fa, assieme ad una cugina, stava chiedendo l’elemosina in un quartiere di Torino. Le due giovani avrebbero suonato anche ai campanelli dei palazzi, per poter accedere agli edifici e poi bussare porta per porta. Proprio per questo, sempre in base al racconto fatto dalla nomade, il giovane aggressore sarebbe uscito da un appartamento accusando le donne di voler compiere furti nelle case. Dopo le invettive, però, il giovane avrebbe inseguito le nomadi e colpito la donna al fianco con un bastone. 

Datesi alla fuga, le nomadi sarebbero così tornate al campo e solo a quel punto la donna ha accusato forti disturbi e dolori e si è resa conto che il feto non si muoveva più. Portata in ospedale dai parenti, i medici che l’hanno soccorsa hanno subito accertato che il bambino non dava più segni di vita.

La donna ha accusato l’aggressore senza mezzi termini: “E’ stato un omicidio, gli ho detto che ero incinta e che non doveva colpirmi, ma lui ha ignorato le mie parole e mi ha colpito al fianco più volte”. La nomade ha detto che il giovane aveva cominciato ad insultarle dalla finestra, perché loro avevano suonato al citofono. Avendo paura, si sono allontanate ma dopo qualche minuto, mentre stavano ferme davanti ad una bancarella, è arrivato l’uomo con una mazza da baseball e l’ha picchiata.

Il giovane, dal canto suo, ha confermato l’aggressione, ma ha negato di aver colpito la donna con una mazza da baseball. “Volevano svaligiare il mio appartamento, ho urlato contro di loro che dovevano andarsene via e non tornare mai più in questo quartiere. Non l’ho colpita con un bastone, solo spintoni e pugni”.
Fonte: La Repubblica

La giornata nazionale contro la pedofilia

Thursday, May 6th, 2010

Sono il 4 per cento di tutti i maltrattamenti sui bambini gli abusi sessuali a minori. Nella giornata nazionale contro la pedofilia che si celebra oggi, Telefono Azzurro diffonde un dossier che prende in esame tutti i contatti e le richieste di aiuto ricevute dal gennaio 2008 al marzo 2010. Non sono pochi. Quel 4 per cento è solo la percentuale «contata» dagli operatori di Telefono Azzurro, «in realtà — spiega il presidente Ernesto Caffo — sono migliaia i casi di abuso sessuale grave e decine di migliaia i casi meno gravi».

 

DEGRADO E NON SOLO - L’infanzia abusata in Italia non è un’infanzia emarginata e degradata. «Fino a qualche tempo fa si pensava che queste cose accadessero in ambienti sociali degradati — continua Caffo —. Non è così, adesso sappiamo che gli abusi sessuali avvengono in ogni contesto sociale e che i carnefici spesso sono persone perfettamente integrate, quindi difficili da riconoscere». Sei bambini su dieci tra quelli che hanno subìto abusi sessuali non hanno ancora compiuto i 12 anni. «Questo dato deve far riflettere, i bambini così piccoli sono quelli che hanno minori difese, che non hanno protezione e che spesso non aprono bocca perché si sentono in colpa. Bisogna agire su due fronti: quello dell’osservatorio per monitorare quanto più possibile, e poi quello degli strumenti di prevenzione. Inoltre, il bambino violato ha bisogno di sostegno, deve comprendere che non è colpevole, deve prendere coscienza che è lui la vittima

CONOSCENTI - Nella maggior parte dei casi, si legge ancora nel dossier, consultabile sul sito Azzurro.it, gli abusi sessuali sono commessi da persone di famiglia, genitori, nonni, parenti, ma anche in ordine decrescente conviventi, amici di famiglia, insegnanti, educatori. C’è anche un 1,6 per cento che riguarda figure religiose. Gli estranei, quelli che non si conoscono e che carpiscono la fiducia del bambino o del ragazzo, sono l’11 per cento. «La pedofilia è un fenomeno che la società tende a rimuovere e in Italia il numero di casi non denunciati è molto alto — dice ancora Ernesto Caffo —. Mancano un sistematico monitoraggio e una reale condivisione di dati tra istituzioni e associazioni». In linea con i numeri disponibili a livello internazionale, il dossier di Telefono Azzurro rileva che sono soprattutto le bambine e le adolescenti le principali vittime di abusi sessuali, si tratta del 66 per cento dei casi. Tuttavia una segnalazione su tre riguarda minorenni maschi, sono oltre il 33 per cento, a conferma che anche bambini e adolescenti maschi sono significativamente coinvolti in atti di abuso sessuale, soprattutto se di età inferiore agli 11 anni.

Fonte: Corriere della Sera

Ferrario, nuovo attacco a Minzolini

Saturday, April 24th, 2010

«Quello che mi è stato fatto è una grande porcata». A parlare è Tiziana Ferrario, volto noto del telegiornale, che per la prima volta in pubblico ha commentato la scelta del direttore del Tg1 Augusto Minzolini di rimuoverla dalla conduzione. È successo a Perugia giovedì pomeriggio, durante il Festival internazionale di giornalismo, cui la Ferrario ha preso parte come relatrice dell’incontro sul tema “Donne, media e potere”. Alla domanda se tornerà mai a fare il mezzobusto, la risposta è stata: «Purtroppo non dipende da me».

 

INFORMAZIONE DI PARTE - E mentre sull’argomento cercava di calmare le acque il moderatore del dibattito Angelo Mellone, giornalista de Il Tempo, la Ferrario si è lasciata andare a un breve sfogo seguito dall’applauso della platea della Sala dei Notari: «Quello che mi è stato fatto è una grande porcata - ha detto al microfono -, i giornali hanno raccontato le loro versioni a seconda delle fonti a disposizione ma il fatto è che non si può occupare un telegiornale di un servizio pubblico. I telespettatori non pagano un tg per ricevere un’informazione di una parte». Le dure affermazioni arrivano dopo giorni di tensioni nella redazione diretta da Minzolini, che ha da poco sostituito tre volti noti della tv: oltre alla Ferrario, i giornalisti Paolo Di Giannantonio e Piero Damosso. Su questa scelta erano seguite numerose critiche, comprese quelle dei consiglieri di minoranza della Rai e di Franco Siddi, segretario Fnsi, il sindacato dei giornalisti. «Cambi così massicci nella proposizione del principale telegiornale del servizio pubblico - aveva affermato Siddi -, che riguardano tre colleghi autorevoli che, guarda caso, appena poche settimane fa non hanno firmato un documento di sostegno al direttore, suscitano più di un dubbio».

«MAI SCESI COSÌ IN BASSO» - Il riferimento era al caso Mills (il 26 febbraio il Tg1 parlò nei titoli di «assoluzione», non di prescrizione) e alla lettera di solidarietà al direttore firmata soltanto da 95 redattori su 162. La tesi sarebbe che il direttore sostituisce chi non si è schierato con lui. Una teoria subito smentita dal diretto interessato: «Sono stati assunti diciotto precari e per dare un segnale di cambiamento al Tg1 bisogna mostrare volti nuovi - ha spiegato Minzolini -. Sono decisioni prese da tempo e i documenti, quelli a favore e quelli contro, non c’entrano assolutamente niente. Sono liturgie che non mi appartengono». Anche la Ferrario aveva detto la sua con una lettera rivolta ai colleghi Rai e affissa in bacheca: «La redazione non era mai scesa così in basso. Al Tg1 si sta consumando un disastro. L’ambizione di alcuni di voi e la paura di altri vi impedisce di parlare apertamente. Siamo stati messi gli uni contro gli altri, molti sono emarginati, altri hanno tripli incarichi». Oggi lo sfogo pubblico.

  • NOTIZIE CORRELATE
  • Lettera in bacheca, Tiziana Ferrario attacca Minzolini (12 aprile 2010)
  • Cambio dei conduttori al Tg1, polemiche. Minzolini: «Servono volti nuovi
  • Fonte: Corriere della Sera

    Sebben che eran scienziate

    Wednesday, April 21st, 2010
    C’ è ancora molta strada da fare, per le donne. Il dibattito è più che mai aperto proprio in questi giorni, grazie a diverse uscite in libreria (da Ma le donne no pubblicato da Caterina Soffici per Feltrinelli, a Metà del cielo di Nicholas Kristof e Sheryl WuDunn per il Corbaccio) e ad accorati richiami come quello recentissimo di Susanna Tamaro. Qualcosa non ha funzionato nella rivoluzione femminista e il nuovo che avanza mostra pericolose somiglianze con un passato insidioso che alle donne ha tolto parola e dignità.

    C’è a questo proposito un libro in uscita presso l’editore Pendragon che aiuta a capire, ma soprattutto a riflettere. Certo non consola. Si tratta di Sotto falso nome. Scienziate italiane ebree (1938-1945), scritto da Raffaella Simili, docente di Storia della Scienza all’Università di Bologna.

    La storia di queste donne è una dolente congiura del silenzio. Con il 1938 e ancora prima, con l’imposizione del giuramento di fedeltà al regime e la progressiva emarginazione dei dissidenti, l’Italia perse via via tanta della sua eccellenza. Di questa storia s’è parlato molto, ma molto poco del ruolo che le donne di scienza ebbero in quelle circostanze. E soprattutto di quel che subirono. «Specialmente le “professoresse” erano state cancellate, come se non fossero mai esistite ufficialmente, in forza di quel legale tratto di penna che le aveva sottratte al lavoro e alla vita». Nella Levi Mortera, moglie del giurista Edoardo a sua volta figlio del matematico Vito Volterra, Nora Lombroso, Gina Castelnuovo, Enrica Calabresi e tante altre, tra cui una tal Rita Lupani che altri non era se non Rita Levi Montalcini, costretta a una falsa identità prima di emigrare negli Stati Uniti. Biologhe e matematiche, fisiche ed entomologhe le cui esistenze private e professionali furono travolte dalle leggi razziali e da tutto ciò che venne dopo. Costrette al buio, all’esilio, a rinunciare a tutto.

    Dentro una storia terribile come quella che tutti conosciamo, c’è in queste vicende al femminile il tratto comune dell’onda lunga di un silenzio omertoso, di una specie di congiura che relega le donne in un angolo della storia. E forse è come se fossimo ancora un po’ lì, segregate in quella nicchia muta.

     

    Noi donne, meno libere di vent’anni fa

    Tuesday, April 20th, 2010

    Il movimento femminista non ha liberato le donne, scriveva sabato sul Corriere Susanna Tamaro. Ed è vero. Per essere libere bisogna avere opportunità, e diritti. E invece: dopo le prime, vitali (per molte donne sì, vitali) conquiste, come il diritto a interrompere una gravidanza, le femministe-guida d’Italia sono andate dove le portava l’ombelico. Invece di battersi per quote sul lavoro e asili nido, hanno passato svariati anni a discutere di «pensiero della differenza». Lasciandosi indietro milioni di donne che avrebbero appoggiato (avrebbero beneficiato di) battaglie liquidate come «emancipazioniste», come se fosse una parolaccia. Rimanendo in pochissime, fino a implodere. Attorcigliandosi a discutere di corpi ed embrioni fino a raggiungere (alcune) l’opposto estremismo: prima praticavano aborti, ora vogliono impedire ai corpi delle (altre) donne di concepire con la fecondazione assistita se non maritate, o di abortire.

    E così, il femminismo italiano ha avuto durata breve, è stato marginale. E il suo ripiegamento riflessivo ha contribuito a danneggiare le donne lavoratrici, le donne madri, le donne omosessuali, le donne avventurose, e tutte le minoranze. Anche grazie allo scarso femminismo, in Italia non si è mai creata una vera cultura del politicamente corretto. Che non è (solo) una censura sui battutoni; è soprattutto rispetto per l’altro/a. Che altrove ha portato alle donne vita più facile e fatiche domestiche condivise; che (per dire) fa sì che negli Stati Uniti ci sia un presidente nero e un’icona dell’opposizione femmina e di estrema destra. Della cui assenza in Italia, tutte e tutti stiamo pagando il prezzo: razzismi multipli, misoginia e maschilismi fieri, insensibilità collettiva a comportamenti privati di persone pubbliche che altrove porterebbero crisi e dimissioni. L’assenza di political correctness femminista ha poi legittimato un sessismo ordinario capillare, negli uffici, nelle famiglie, nelle relazioni. Tanto comunemente tollerato e incoraggiato da far accettare che la liberazione sessuale venisse trattata come un grosso business.

    Più redditizio che altrove, è noto. Perché non controbilanciato da movimenti di opinione femminili (e non) che criticassero l’onnipresenza di seni e glutei, la cooptazione in base all’età e all’aspetto, le continue discriminazioni. Anche per questo — Tamaro giustamente lo denuncia — siamo circondati da ragazzine e bambine aspiranti veline. Anche per questo non abbiamo modelli femminili validi, magari non attraenti, che non siano showgirls. Non per questo le ragazzine sono più promiscue, come lamenta Tamaro. Lo sono meno di tante adolescenti della sua generazione, e della mia. Sono meno libere di dieci o venti anni fa; non sono libere di sognare e sperare, soprattutto (specie le non-aspiranti veline). E non solo per colpa della recessione. Per colpa di una società asfittica, che tende a guardare indietro, che non conosce e non accetta nuove figure femminili. «Siamo sole», conclude Tamaro. Sì, lo siamo. Le ragazze precarie, le madri stanche, le donne che devono abortire e non trovano un ginecologo non obiettore, le sedicenni che non sanno dove andare a chiedere un contraccettivo e dipendono dal preservativo dei partner, le straniere abbandonate a se stesse, sono solissime. C’è bisogno di più femminismo, forse, casomai.

    Maria Laura Rodotà
    Fonte: Corriere della Sera

    «Devo modificare il tuo karma» Guru new age abusava di bimbe di 10 anni

    Wednesday, March 17th, 2010

    Abusava sessualmente di bimbe di 10-12 anni e delle loro madri e otteneva denaro con l’inganno. Per questo Danilo Speranza, 62 anni, romano, «guru» indiscusso della setta «Re Maya», con mille adepti, è stato arrestato dagli agenti della polizia municipale di Roma dell’VIII Gruppo diretto dal comandante Antonio Di Maggio. Deve rispondere di violenza sessuale e truffa aggravata. «Mi sento male» avrebbe detto l’uomo agli agenti al momento dell’arresto. Il Campidoglio ha annunciato che si costituirà come parte civile nel processo contro Speranza.

    LE INDAGINI - In corso perquisizioni tra Roma e provincia in particolare Tivoli nelle abitazioni di soggetti legati al «guru» della setta. Al momento sono 15 le perquisizioni effettuate tra Roma e provincia. Le indagini della polizia municipale sono scattate circa 1 anno e mezzo fa da numerose denunce di minorenni e madri che raccontavano di violenze sessuali ed estorsioni compiute dall’uomo, guru di un’associazione dedita allo yoga e a terapie orientali con sede in via dei Sabelli 18, nel quartiere San Lorenzo. Per gli investigatori si trattava di rapporti «molto violenti» ai danni di bambini tra i 10 e i 12 anni e di alcune madri alle quali estorceva denaro. «La setta aveva sede nel centro di Roma - ha spiegato Di Maggio - ma i reati venivano consumati anche nella zona nord della Capitale e in provincia, fino a Fiano Romano e nella zona di Tivoli. Il gruppo contava un migliaio di adepti che venivano coinvolti ufficialmente in attività di yoga o comunque legati a filosofie orientali. In realtà, la persona arrestata svolgeva attività di violenza sessuale, anche su ragazze minorenni, e chiedeva soldi per strane ricerche sul dna o su un fantomatico disintegratore molecolare

    «MODIFICARE IL KARMA» - La violenza sessuale che Danilo Speranza ripeteva periodicamente sulle bambine, figlie di adepte della sua setta, veniva giustificata dalla «necessità di modificare il karma delle bambine e trasmetterle a tale scopo il suo Dna sano e curativo che avrebbe impedito il compimento del suo negativo destino e risparmiato alla madre le sofferenze altrimenti inevitabili». È quanto si legge dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Tivoli Cecilia Angrisano e che ha portato in carcere Speranza. Il Guru, secondo quanto emerso dalle indagini degli agenti diretti dal comandante Di Maggio, avviate su richiesta del centro antiviolenza della Provincia di Roma che ha raccolto, gli agghiaccianti racconti di almeno due ragazzine, aveva la capacità di condizionare psicologicamente le persone. Un condizionamento che passava - si legge nell’ordinanza- attraverso minacce e arrivando a «terrorizzare le ragazzine facendo temere che lui avesse poteri sovrannaturali». Tra le intimidazioni quella di «escluderle dall’associazione Maya» dentro la quale sono cresciute fin dai primi mesi o anni di vita, quindi «dall’unico mondo che conoscono» e di «privarle della considerazione e della benevolenza delle loro madri e degli altri adulti che frequentano». Le due piccole vittime, nel 2007 secondo quanto emerge dai racconti, si alleano, mentre il «Settimo saggio», anche così si faceva chiamare Speranza, le costringe a giochi sessuali cercando anche di indurle a rapporti a tre.

    SETTA NEW AGE - Dalle indagini è emerso anche il tentativo di Speranza di accreditarsi tra associazioni islamiche di musulmani con sedi prima Napoli poi a Roma. Infatti fino a un anno fa è stato presidente dell’Associazione Musulmani italiani. L’uomo convinceva anche le madri ad affidare ad altre famiglie i propri figli e si faceva intestare contratti di negozi grazie alla copertura della comunità new age «Re Maya» da lui fondata negli anni ‘80 per disintossicazione da droga, corsi di yoga e filosofia. Danilo Speranza è stato arrestato in zona Montesacro in uno dei luoghi di sua frequentazione: è accusato di violenza sessuale anche su minori, truffa aggravata e false dichiarazioni all’autorità giudiziaria ma rischia anche l’accusa di riduzione in schiavitù. L’uomo, secondo quanto riferisce la polizia municipale, avrebbe inoltre messo a segno truffe nei confronti di altri associati, chiedendo loro forti somme di denaro. Complessivamente sono 20 le vittime di violenza sessuale e di truffa accertate. L’ordine di arresto è partito del Procuratore capo di Tivoli Luigi De Ficchy, che con i due pm Maria Teresa Pena e Stefania Stefania ha accolto la richiesta del gip Cecilia Angrisano.

    «UN TIPO ELEGANTE» - Un signore distinto, spesso vestito in giacca e cravatta, sempre al cellulare e con un cane di grossa taglia al guinzaglio. È così che alcuni residenti della zona di San Lorenzo, descrivono Danilo Speranza. «Lo vedevamo spesso fermo davanti alla porta del centro della sua Comunità, in via dei Sabelli. Non abbiamo mai capito con chiarezza cosa facesse lì fuori e che attività si svolgesse all’interno del centro - spiega una residente -. Alcuni africani che abitano di fronte alla Comunità, in passato, mi hanno detto che dava loro una mano affinché ottenessero i permessi di soggiorno». «Non mi ha mai fatto una buona impressione - dice un’altra residente - a volte girava in via dei Sabelli accompagnato da qualcuno, ma non abbiamo mai pensato che potesse fare le cose di cui è stato accusato»

    CALL CENTER E SOLIDARIETA’ - «Spacciavano quel posto come un centro di servizi di call center e consulenze per attività di solidarietà. Sembrava un luogo rispettabilissimo, con tanto di uffici e più di una decina di dipendenti», raccontano ancora residenti e negozianti. «Qui fuori c’erano spesso molti giovani di 20 e 30 anni, ma anche gente più adulta». «Spesso in quel centro c’era la porta aperta, una volta sono entrata all’interno per chiedere invano di poter lavorare, anche se non sapevo di cosa si trattasse - ha aggiunto una negoziante - All’interno c’era un corridoio con diverse postazioni di computer». Sul citofono davanti alla porta del centro, dai vetri bianchi che non rendono visibile l’interno del locale, ci sono i nomi di due società.

    L’ASSOCIAZIONE - I progetti delle Associazioni Maya, come si leggeva sul sito, spaziavano dalle case di reclusione alle case famiglia, passando per i corsi di yoga. Il tutto basato sulla «parola amore», secondo le parole usate sul sito web: «Il sentire il valore della parola ‘amorè ad un livello interiore più profondo, si esprime nell’aiuto e nella solidarietà rivolta a persone disagiate, in condizioni di vita precarie e bisognose di sostegno - spiegava la pagina Web - Le specifiche individualità (classe sociale, cultura, professione, reddito, età, etc.) di ogni socio hanno condotto alla formazione di sinergie atte ad affrontare fattivamente vari problemi di disagio sociale, sviluppando nel reale i contenuti della ricerca interiore. A tal fine sono state elaborate forme di intervento in cui il substrato tecnico-professionale dei volontari si integrasse con le loro esperienze personali, senza prevaricare il carattere spontaneo dell’azione. Ogni iniziativa a livello sociale ha un carattere dinamico e si modifica in relazione alle innovazioni nelle varie metodologie di intervento. In ogni caso i modelli proposti presuppongono un’azione a diversi livelli, cercando sempre di garantire il rispetto dell’individuo, nella complessità dei suoi bisogni».

    «LOTTA AGLI ABUSI SUI MINORI» - Tra gli obiettivi dell’associazione Maya c’era il contrasto ai fenomeni correlati alle devianze adolescenziali, ma anche la lotta agli abusi sui minori: «Risulta evidente, da ricerche effettuate sul fenomeno in crescita esponenziale dell’emergenza minori e su quello, ad esso legato, della devianza adolescenziale, che, nella maggioranza dei casi, esso è in relazione ai flussi migratori provenienti dall’Est e dall’Africa. La degradazione delle condizioni di vita in tali aree depresse e sottosviluppate, spesso devastate dalla guerra, provoca lo spostamento di gran parte della popolazione verso i Paesi più industrializzati. Ma come già avvenne in conseguenza dell’urbanizzazione dovuta alla rivoluzione industriale, i centri urbani non sempre sono preparati ad accogliere un flusso migratorio di tale entità. Spesso le città sono prive delle strutture adeguate e i quartieri non dispongono di alloggi in numero sufficiente». «Il bambino che vive in tali ambienti, socio-economicamente deprivati, è spesso abbandonato a sé stesso o sfruttato: nomadismo, aggregazione in bande, devianza ed emarginazione sono solo alcuni aspetti tra quelli determinanti la formazione di una personalità psico-socialmente turbata», si sosteneva. Le Associazioni Maya, veniva evidenziato, «si propongono di attuare ogni intervento sociale volto a tutelare il bambino da abusi, maltrattamenti e violenze, siano esse fisiche o psicologiche, ripristinando quelle condizioni familiar-contestuali necessarie affinché si realizzino i suoi naturali diritti al gioco e ad un’infanzia felice, all’istruzione e alla formazione. Allo stesso tempo intendono sfruttare ogni risorsa utile al recupero sociale dei giovani deviati e degli adolescenti, socio-economicamente deprivati».

    L'ingresso dell'associazione Maya in via dei Sabelli 18 (Proto)
    L’ingresso dell’associazione Maya in via dei Sabelli 18 (Proto)

     

     

    Redazione online
    Fonte: Corriere della Sera

    Uno spot contro gli stereotipi di genere

    Tuesday, March 16th, 2010

    La Regione Emilia Romagna, assieme all’Ufficio scolastico regionale, la Cineteca di Bologna, il Dipartimento discipline della comunicazione dell’Università di Bologna e la Fondazione Pubblicità Progresso ha indetto la prima edizione del concorso “Giochiamo alla pari” per la realizzazione di uno spot contro gli stereotipi di genere e la promozione della cultura delle Pari Opportunità.

    Il primo premio è stato vinto dagli studenti dell’Istituto professionale “Einaudi” di Ferrara (classi V P e Q). Lo spot vincitore sarà trasmesso dalle televisioni locali e nei cinema regionali e la sceneggiatura servirà come base per la realizzazione del vero e proprio spot.

    L’obiettivo del concorso è finalizzato a sensibilizzare, in particolare i giovani, al pieno riconoscimento della parità tra donne e uomini nella vita sociale, economica e politica.

    Gli elaborati degli studenti hanno proposto la rielaborazione critica di luoghi comuni, di un pregiudizio, di uno stereotipo ritenuto particolarmente significativo e che si manifesta a scuola, in famiglia, nei rapporti di coppia, sul lavoro e in tutti gli altri ambienti di vita.

    Al Prof. Pietro Benedetti, docente di fotografia pubblicitaria che ha seguito l’iniziativa, abbiamo chiesto quanto percepisce il fenomeno degli stereotipi e delle discriminazioni di genere. “Nell’ambiente scolastico da me frequentato sinceramente raramente, parlando degli studenti, riscontro particolari enfasi negative di particolari discriminazioni, forse perchè spesso i miei studenti devono occuparsi anche dell’immagine simbolica di queste situazioni che a livello di divulgazione pubblica sono chiamati a dare. In linea di massima ritengo che vi sia in atto nei ragazzi una trasformazione a volte difficile da interpretare, quasi come vi fosse a priori una specie di indifferenza che li porterà a giudicare quando l’esterno li condurrà per mano ad una classificazione

    In definitiva non credo abbiano precisi preconcetti o pregiudizi ma sono anche pigri nel voler interpretare una loro idea a riguardo”. Ma le ragazze che percezione hanno del tema della retribuzione? “Contrariamente a quello che mi aspettavo la maggior parte ritiene quasi conveniente essere donna per il fatto che, nella possibilità di un eventuale impiego, sono maggiormente disponibili ad adattarsi a situazioni non del tutto confacenti ai propri desideri del momento, rispetto agli uomini che subito vorrebbero quello che sognano, essendo a volte meno umili”.

    Fonte: Noi Donne

    http://www.noidonne.org/articolo.php?ID=03005

    YouTube contro la violenza alle donne

    Saturday, February 13th, 2010

    DONNE europee, arabe, sudamericane. Donne di tutto il mondo che non si riconoscono nella cultura della violenza. Donne che si muovono in nome dei diritti, che ricordano che, secondo l’Oms, nel mondo, una donna su cinque ha subito, nella sua vita, abusi fisici o sessuali da parte di un uomo. Donne italiane consapevoli del fatto che nel loro Belpaese “democratico e occidentale” l’80% delle violenze avviene dentro le pareti domestiche, perpetrato da mariti, compagni, fratelli, padri. Donne ma non solo. Sono aspiranti registi che hanno scelto di dire “stop alla violenza” partecipando a un concorso lanciato a metà settembre dal Consiglio d’Europa, dalla Camera dei deputati e promosso da YouTube. “Action for women” è una gara sul web, una competizione nata in 11 paesi europei “per rompere il silenzio” e per raccontare, con dei cortometraggi inediti, cosa significa “violenza contro le donne”.

    Con 6 milioni di visualizzazioni sul canale di Youtube, 2600 iscritti, “Action for women” sta per giungere al capolinea. Di 516 corti inviati, sono solo 10 quelli ancora in gara. I finalisti del concorso sono stati scelti da maestri della regia italiana e internazionale in base a dei criteri tecnici ben precisi. Ora, però, scatterà la fase finale. La parola passerà agli utenti della rete che, tra l’11 al 28 febbraio, potranno votare il “miglior video” del concorso. Il 4 marzo il verdetto e la consegna, al vincitore, di un premio: la proiezione del suo corto alla 67esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

    L’esito del concorso sarà dunque dettato dalle logiche del web. Nulla di prestabilito, tutto nelle mani degli utenti, gli unici a poter premiare i cortometraggi tecnicamente migliori e “più artistici”. Ma c’è di più. L’essenza dell’iniziativa è nascosta nel nome che porta: “Action for women”. Premiare l’arte sì, ma non solo. Gli utenti sono infatti chiamati a valutare la sostanza e non solo la forma. La selezione dovrà infatti avvenire sulla base di un’acuta osservazione dei messaggi che ogni cortometraggio intende lanciare al pubblico. “La capacità dei cortometraggi di diffondere il ‘valore’ della non-violenza, quella di lanciare segnali ‘positivi’ finalizzati a rendere partecipi gli utenti, gli uomini, le donne e i cittadini tutti, di cosa voglia dire ‘rompere il silenzio’, sono degli aspetti di cui non si può non tenere conto” - spiega una responsabile del concorso. Premiare la tecnica quindi, ma non solo. 

    “Il progetto Action for Women su YouTube - spiega Giorgia Longoni, Direttrice Marketing Google Italia - è nato nel tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema sociale così rilevante”. E così poco trattato dai media e dalle istituzioni. In base al sondaggio lanciato da Action for Women, infatti, il 38 per cento degli utenti ha evidenziato “la perdurante disinformazione” sui temi legati al maltrattamento delle donne. Degli abusi che avvengono spesso e volentieri dentro le mura domestiche. Di più, il 25 per cento dei partecipanti al sondaggio ha indicato come “fenomeno ancora sommerso”, e spesso taciuto, anche la discriminazione femminile sul posto di lavoro, la discriminazione sociale (il 21 per cento) e lo stalking, fenomeno sul quale il 17 per cento degli utenti ritiene non vi sia informazione sufficiente. “Chiunque abbia preso parte al concorso video - conclude la Direttrice -  o più semplicemente abbia risposto al sondaggio, ha quindi collaborato a tenere alta l’attenzione sul problema”.

     YouTube contro la violenza alle donne 10 corti   per "spezzare il silenzio"

    Un concorso internazionale, quello promosso da Youtube. Un gara sul web accessibile da ogni parte del mondo, perché la violenza sulle donne non ha confini. Non risparmia nessun paese, nessuna nazione. E anche in Italia, infatti, la questione è di grande attualità. Il 67 per cento dei partecipanti al sondaggio dichiara di conoscere donne che hanno subito violenza (fisica o verbale) senza, in molti casi, averla denunciata, forse, per paura del proprio aggressore. E’ per scongiurare queste eventualità che il 50 per cento dei partecipanti al sondaggio chiede “allo Stato pene più severe contro chi intraprende azioni di violenza contro le donne”. Una richiesta arrivata dal popolo della rete. A conferma del fatto che socialnetwork come YouTube rappresentano, in Italia e nel mondo, un’importante piattaforma di dibattito sociale.

    Fonte: La Repubblica