Archive for the ‘società’ Category

YouTube contro la violenza alle donne

Saturday, February 13th, 2010

DONNE europee, arabe, sudamericane. Donne di tutto il mondo che non si riconoscono nella cultura della violenza. Donne che si muovono in nome dei diritti, che ricordano che, secondo l’Oms, nel mondo, una donna su cinque ha subito, nella sua vita, abusi fisici o sessuali da parte di un uomo. Donne italiane consapevoli del fatto che nel loro Belpaese “democratico e occidentale” l’80% delle violenze avviene dentro le pareti domestiche, perpetrato da mariti, compagni, fratelli, padri. Donne ma non solo. Sono aspiranti registi che hanno scelto di dire “stop alla violenza” partecipando a un concorso lanciato a metà settembre dal Consiglio d’Europa, dalla Camera dei deputati e promosso da YouTube. “Action for women” è una gara sul web, una competizione nata in 11 paesi europei “per rompere il silenzio” e per raccontare, con dei cortometraggi inediti, cosa significa “violenza contro le donne”.

Con 6 milioni di visualizzazioni sul canale di Youtube, 2600 iscritti, “Action for women” sta per giungere al capolinea. Di 516 corti inviati, sono solo 10 quelli ancora in gara. I finalisti del concorso sono stati scelti da maestri della regia italiana e internazionale in base a dei criteri tecnici ben precisi. Ora, però, scatterà la fase finale. La parola passerà agli utenti della rete che, tra l’11 al 28 febbraio, potranno votare il “miglior video” del concorso. Il 4 marzo il verdetto e la consegna, al vincitore, di un premio: la proiezione del suo corto alla 67esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

L’esito del concorso sarà dunque dettato dalle logiche del web. Nulla di prestabilito, tutto nelle mani degli utenti, gli unici a poter premiare i cortometraggi tecnicamente migliori e “più artistici”. Ma c’è di più. L’essenza dell’iniziativa è nascosta nel nome che porta: “Action for women”. Premiare l’arte sì, ma non solo. Gli utenti sono infatti chiamati a valutare la sostanza e non solo la forma. La selezione dovrà infatti avvenire sulla base di un’acuta osservazione dei messaggi che ogni cortometraggio intende lanciare al pubblico. “La capacità dei cortometraggi di diffondere il ‘valore’ della non-violenza, quella di lanciare segnali ‘positivi’ finalizzati a rendere partecipi gli utenti, gli uomini, le donne e i cittadini tutti, di cosa voglia dire ‘rompere il silenzio’, sono degli aspetti di cui non si può non tenere conto” - spiega una responsabile del concorso. Premiare la tecnica quindi, ma non solo. 

“Il progetto Action for Women su YouTube - spiega Giorgia Longoni, Direttrice Marketing Google Italia - è nato nel tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema sociale così rilevante”. E così poco trattato dai media e dalle istituzioni. In base al sondaggio lanciato da Action for Women, infatti, il 38 per cento degli utenti ha evidenziato “la perdurante disinformazione” sui temi legati al maltrattamento delle donne. Degli abusi che avvengono spesso e volentieri dentro le mura domestiche. Di più, il 25 per cento dei partecipanti al sondaggio ha indicato come “fenomeno ancora sommerso”, e spesso taciuto, anche la discriminazione femminile sul posto di lavoro, la discriminazione sociale (il 21 per cento) e lo stalking, fenomeno sul quale il 17 per cento degli utenti ritiene non vi sia informazione sufficiente. “Chiunque abbia preso parte al concorso video - conclude la Direttrice -  o più semplicemente abbia risposto al sondaggio, ha quindi collaborato a tenere alta l’attenzione sul problema”.

 YouTube contro la violenza alle donne 10 corti   per "spezzare il silenzio"

Un concorso internazionale, quello promosso da Youtube. Un gara sul web accessibile da ogni parte del mondo, perché la violenza sulle donne non ha confini. Non risparmia nessun paese, nessuna nazione. E anche in Italia, infatti, la questione è di grande attualità. Il 67 per cento dei partecipanti al sondaggio dichiara di conoscere donne che hanno subito violenza (fisica o verbale) senza, in molti casi, averla denunciata, forse, per paura del proprio aggressore. E’ per scongiurare queste eventualità che il 50 per cento dei partecipanti al sondaggio chiede “allo Stato pene più severe contro chi intraprende azioni di violenza contro le donne”. Una richiesta arrivata dal popolo della rete. A conferma del fatto che socialnetwork come YouTube rappresentano, in Italia e nel mondo, un’importante piattaforma di dibattito sociale.

Fonte: La Repubblica

Ragazzini violentatori, puniti i genitori

Friday, February 5th, 2010

Le colpe dei figli adolescenti devono ricadere sui padri e sulle madri, fino a schiacciare il portafoglio dei genitori sotto il peso di maxi-risarcimenti civili? Sì, perché le sopraffazioni sessuali compiute dai loro figli sulle ragazze testimoniano che i genitori non hanno trasmesso quella «educazione dei sentimenti e delle emozioni che consente di entrare in relazione non solo corporea con l’altro»; e non hanno badato a che «il processo di crescita» dei loro figli «avvenisse nel segno del rispetto dei sentimenti, dei desideri e del corpo dell’altra/o».

Su questa base il Tribunale civile di Milano, chiamato a esprimersi sulla vicenda di una 12enne più volte violentata dal 2001 al 2003 da ragazzini di appena 2-3 anni più grandi di lei, in un contesto di famiglie italiane assolutamente “normali” e residenti nel centro di Milano, ha condannato i genitori degli adolescenti a versarle quasi 450.000 euro di risarcimento. Non tanto per non averli ben vigilati, quanto per non aver dato loro una «educazione dei sentimenti e delle emozioni» nel rapporto con le ragazze. L’educazione dei figli, premette il giudice della X sezione civile Bianca La Monica, non è fatta solo della «fondamentale indicazione al rispetto delle regole», ma anche di «quelle indicazioni che forniscono ai figli gli strumenti indispensabili da utilizzare nelle relazioni, anche di sentimento e di sesso, con l’altra e con l‘altro».

Di questa educazione, «che consente di entrare in relazione non solo corporea con l’altro, non vi è traccia nel comportamento dei minori» violentatori. Lo dimostra proprio il loro racconto dei fatti: « asettico, con parole non espressive di emotività, usando per la ragazza espressioni che evidenziano come nessuna considerazione vi fosse per la persona. Però gli stessi ragazzi, una volta sollecitati a riflettere sull’impatto della loro condotta sulla coetanea, hanno mostrato barlumi di consapevolezza e di empatia, mettendo in gioco anche qualche emozione, a conferma dell’importanza di un’educazione anche dei sentimenti». In chiave autoliberatoria, i genitori hanno provato a valorizzare in Tribunale «il rispetto dell’orario di rientro a casa, i buoni o sufficienti risultati scolastici, l’educazione nel rispetto delle persone e dei valori cristiani propri della cultura occidentale, l’avvenuta frequentazione delle lezioni di educazione sessuale a scuola, il fatto che prima di questi fatti alcuni dei ragazzi non avessero dimostrato particolare interesse verso il genere femminile».

Ma per il Tribunale queste sono tutte «circostanze generiche» e «comunque non idonee a contrastare l’evidente carenza o inefficacia di un’educazione al rispetto dell’altro, all’attenzione ai sentimenti e desideri altrui». I ripetuti e prolungati abusi, insiste infatti il giudice, «sono tali da rendere palese che, se messaggi educativi vi sono stati, non sono stati adeguati o non sono stati assimilati, sicché deve ritenersi che da parte dei genitori non sia stata prestata dovuta attenzione all’avvenuta assimilazione da parte dei figli dei valori trasmessi. E in particolare, trattandosi di figli preadolescenti o adolescenti, non è stata dedicata cura particolare, tanto più doverosa in presenza di opposti segnali provenienti da una diffusa cultura di mercificazione dei corpi, a verificare che il processo di crescita avvenisse nel segno del rispetto del corpo dell’altra/o».

Perciò tutti i genitori sono condannati a risarcire in solido la ragazzina vittima dei loro figli, per la quale gli avvocati Giuseppe Alaimo, Luca Boneschi, Alessandra Merenda e Anna Grazia Sommaruga ottengono danni anche per «i turbamenti psichici» legati alla «consapevolezza di essere stata lesa nell’inviolabile diritto alla libertà sessuale», causa poi dell’«abbandono scolastico» che «ha comportato una riduzione di possibilità nel lavoro». E, tra i genitori dei figli violentatori, a pagare dovranno essere pure i padri separati, perché «il legislatore riconosce al coniuge non affidatario non solo il diritto, ma anche il dovere di vigilare sull’educazione del figlio».

Fonte: Corriere della Sera

Donne sempre più fredde e calcolatrici in ufficio

Tuesday, January 5th, 2010
Secondo ricerca Cofimp condotta tra il 2001 e il 2009, società di alta formazione e consulenza di Unindustria Bologna, su un campione di 1.200 soggetti (660 uomini e 540 donne) di età media di 39 anni (minima 20, massima 65).
Sul posto di lavoro, le donne, storicamente più capaci di comprendere gli altri, le loro motivazioni, i loro bisogni e in grado di stimolare spesso un comune desiderio di migliorarsi, stanno diventando sempre più ‘fredde’ e calcolatrici. A dirlo è una ricerca ’sul campo’ condotta, tra il 2001 e il 2009, da Cofimp, società di alta formazione e consulenza di Unindustria Bologna. L’indagine è stata condotta su un campione di 1.200 soggetti (660 uomini e 540 donne) di età media di 39 anni (minima 20, massima 65), a cui è stato somministrato un apposito test sviluppato da RH Comportement di Parigi sulla base di un’esperienza di coaching nel campo dell‘Intelligenza Emozionale che dura dal 1991. Lo strumento è stato concepito per la rilevazione di 5 fattori che rappresentano l’ossatura della nostra ‘intelligenza emozionale’: empatia, maturità emozionale, sensibilità, cordialità ed esteriorizzazione dei sentimenti.
E a testimoniare la sempre maggiore tendenza di donne ’sergenti di ferro’ sul posto di lavoro ci sono il calo registrato, sia nel loro livello di empatia sia nella loro sensibilità. A preoccupare è anche il loro livello di cordialità visto tendenzialmente al ribasso. Secondo i parametri utilizzati da Cofimp, in dieci anni la sensibilità delle donne è passata da un punteggio di 7 a 1,3; mentre la cordialità è precipitata da 8,1 a -0,7. Per contro, la sensibilità degli uomini è salita da -0,1 a 5,7 e la cordialità è crollata da 0,7 a -3,3. E confrontando i risultati del test realizzato nel 2001 con quelli del 2009 appare subito una prima evidenza: “Per quanto riguarda il lavoro - hanno sottolineato Maurizio Sarmenghi e Federico Bencivelli di Cofimp, coordinatori della ricerca - negli ultimi dieci anni si è assistito a un sostanziale ‘allineamento’ tra uomini e donne; queste ultime assomigliano sempre più agli uomini e viceversa”. 

“E’ come se le due metà del cielo, anzichè ottimizzare, valorizzandole, le differenze avessero perduto le rispettive caratteristiche peculiari con il risultato di mandare in scena comportamenti uniformi - hanno sottolineato Sarmenghi e Bencivelli - stiamo assistendo a un appiattimento verso il basso, sia per le donne che per gli uomini. Il risultato sono relazioni peggiori sul lavoro, persone chiuse in se stesse, appesantite da fatica e senso di isolamento, autoriferite, e soprattutto senza una vera progettualità professionale, ma anche, oseremmo dire, personale. E indubbiamente - hanno concluso - l’impatto prodotto dallo stress di momenti difficili, come quello che stiamo vivendo, non è secondario”. 

Il campione della ricerca è stato anche descritto in relazione alla tipologia professionale di appartenenza e al livello di responsabilità ricoperto nella gestione di altre persone. Sono state considerate 8 macro-tipologie professionali, comprese tipologie non organiche alla vita delle impresa come consulenti e precari: commerciale, produzione, top management, ricerca e sviluppo, amministrazione, risorse umane, stagisti/tirocinanti, consulenti, sviluppo organizzativo e segreteria. 

Per quanto concerne il livello di responsabilità, inoltre, sono stati definiti 3 diversi gruppi composti da soggetti con responsabilità alta, media o nulla, nella gestione/coordinamento gerarchico di altre persone. Il 55% dei soggetti ricopre funzione di media responsabilità, il 26,3% di alta responsabilità (il 44,8% di questi soggetti è costituito da appartenenti alla categoria ‘Alta Direzione’), e solo il 18,7% svolge compiti senza alcun impatto di responsabilità nella gestione di altre persone. 

Tra i risultati specifici più rilevanti, quello relativo alla scarsa intelligenza ‘emozionale’ dei manager italiani, siano essi uomini o donne. “Nella nostra cultura manageriale - hanno spiegato Sarmenghi e Bencivelli - fatica in sostanza a farsi spazio un modello di gestione effettivamente fondato su un approccio compiutamente empatico. Al livello manageriale questa potenzialità sembra addirittura regredire, per lasciare il campo a uno stile a volte protettivo (basato sul rimprovero o l’elogio di stampo ‘genitoriale’), a volte ‘affiliativo’ (con me o contro di me), o semplicemente ‘prescrittivo’ (controllo sull’esecuzione di compiti e attività)”. 

E la ricerca, infine, sfata un mito in qualche modo consolidato, quello del commerciale, del venditore come ‘top gun’, in grado di superare qualsiasi obiezione e sempre iper-cordiale. “Sono sempre più merce rara - hanno sostenuto Sarmenghi e Bencivelli - questo dato testimonia l’esito di una transizione da una logica e conseguentemente da un approccio commerciale ‘push’, fondato sulla spinta ‘ossessiva’ del prodotto sul mercato a un modello ‘pull’, decisamente più ‘consulenziale’ e mirato alla fidelizzazione del cliente nel medio-lungo periodo, attraverso una maggiore capacità nel saper assumere la sua prospettiva. E ciò nonostante - hanno concluso - la continua tensione sul raggiungimento degli obiettivi e la guerra talvolta sanguinaria sui prezzi”.

Fonte; Adnkronos

Famiglia Cristiana: Laura Boldrini personaggio dell’anno

Wednesday, December 30th, 2009

Un riconoscimento speciale che  merita tutto. Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (Unhcr) è sulla copertina del settimanale cattolico “Famiglia Cristiana”. A lei è dedicato il primo numero del 2010: “Personaggio dell’anno”.

E la scelta non poteva essere più giusta. Boldrini, un volto, una storia, l’impegno. Da sempre in prima linea sull’immigrazione e le spinose questioni dei rispingimenti dei migranti.

 «Intendiamo spendere l’autorevolezza del giornale, la sua autonomia e libertà di giudizio (unanimemente riconosciute), a servizio di una causa» scrive il direttore don Antonio Sciortino, «che non consiste semplicemente nell’individuare un nome, cui assegnare l’ambito titolo di Personaggio dell’anno. Ma richiamare, piuttosto, l’attenzione dell’opinione pubblica su temi di grande rilevanza e attualità, tramite chi, anno per anno, verrà indicato dalla Direzione e dai giornalisti di Famiglia Cristiana».

   La scelta di Laura Boldrini è stata all’unanimità, per  «il costante impegno, svolto con umanità ed equilibrio, a favore di migranti, rifugiati e richiedenti asilo. E, soprattutto, per la dignità e la fermezza mostrate nel condannare, l’estate dello scorso anno, i respingimenti degli immigrati nel Mediterraneo. Resistendo anche agli attacchi di chi voleva delegittimarla, definendola “estremista”».

E il mondo del volontariato e dall’associazionismo da sempre vicino ai migranti ha gradito molto la “scelta” di Famiglia Cristiana.
Don Luigi Ciotti, presidente del gruppo Abele e Libera: “Boldrini si è spesa e continua a spendersi in contesti difficili con un’umanità che va al di là del ruolo istituzionale, mantenendo fermo il richiamo al rispetto dei diritti umani e delle convenzioni internazionali che tutelano chi fugge dalla fame, dalla povertà, dalla guerra». Con il suo lavoro, sottolinea il sacerdote, «ha contribuito a non farci dormire, a non farci distrarre di fronte a diritti troppo spesso disattesi. E soprattutto, ci ha ricordato che il diritto astratto non esiste, perchè esistono le persone e le loro storie».

Padre Vinicio Albanesi (Comunità di Capodarco): “Laura Boldrini mette insieme tre volti: prima di tutto quello degli immigrati e dei richiedenti asilo; poi quello dell’Onu; infine quello di chi si impegna quotidianamente per far emergere temi drammatici all’attenzione dell’opinione pubblica.”

Monsignor Vittorio Nozza
, presidente della Caritas: “Un rilancio dell’attenzione nei confronti delle categorie più vulnerabili, quali i richiedenti asilo, i rifugiati, le vittime della tratta, tanto più significativo a ridosso della 96° Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (17 gennaio 2010).

Andrea Olivero, presidente Acli e portavoce del Forum del Terzo settore: «La scelta di individuare in Laura Boldrini l’Italiana dell’anno 2009 è un giusto riconoscimento ad una persona seria, preparata e, soprattutto, pronta a battersi senza paura per difendere i diritti dei più deboli».

Una nota stonata  invece dal governo. Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl, commenta così: “Una scelta prevedibile… C’è più suspence nel sapere chi è il prossimo Pallone d’oro”.

Ecco servita l’Italia misogina

Monday, December 21st, 2009

Dalle crisi che viviamo - economica, sociale e ambientale - si può uscire con un nuovo modello di sviluppo sostenibile. Anche sociale e ambientale e nel rispetto delle donne

“Le donne che vorrebbero lavorare (in forma retribuita) sono sempre di più, ma la situazione per loro è sempre più difficile. Siamo in piena crisi economica e occupazionale (altro che “il peggio è alle nostre spalle”!), anzi le crisi che viviamo sono tre: economica, sociale e ambientale”. Con questa sintesi, a dir poco significativa, Paola Agnello Modica, Segretaria Confederale della CGIL Nazionale, ci conduce, dal suo punto di vista, nel mondo del lavoro femminile, passando attraverso la condizione del lavoro, della salute, dell’ambiente.

Il suo ruolo nazionale è un osservatorio d’insieme. Ci aiuti a capire, oltre a ciò che viviamo direttamente, gli effetti e le prospettive della crisi.
C’è chi vuole uscire dalla crisi economica tentando di tornare al passato: competizione sui costi, disuguaglianze, investimenti nella rendita e non nella produzione e nella ricerca e innovazione, disoccupazione, precarietà, inquinamento e non mitigazione, fino a migrazioni bibliche e a vere e proprie guerre per l’acqua, cibo, energia, materie prime. Cioè negando un futuro ai poveri del mondo e alle giovani generazioni. E negando alle donne un futuro lavorativo degno e rispettoso. Oggi in Italia non solo siamo ben lontani dagli obiettivi di Lisbona, ma abbiamo il primato di tipologie di rapporti di lavoro, che provocano amplissime fette di mercato del lavoro precario, ambito in cui le donne pagano i prezzi più alti. Lavorare in forma flessibile/precaria significa non poter progettare un proprio futuro autonomo, non avere sempre diritto agli ammortizzatori sociali, non poter costruire una proprio futuro pensionistico. A ciò va aggiunta la scelta del Governo di ridurre gli interventi in materia sociale, con il doppio risultato di ridurre gli spazi occupazionali diretti per le donne e di ridurre i servizi che permettono alle donne di alleggerirsi di alcuni compiti di cura e poter quindi svolgere una attività retribuita. Il Libro Bianco del Ministro Sacconi dall’accattivante titolo “La vita buona nella società attiva” nei fatti ipotizza una risposta privatistica, corporativa e individualistica ai bisogni di servizi, tanto ci sono le donne che gratuitamente svolgono i lavori di cura. Ma anche la contro-riforma Gelmini prepara un pessimo futuro per le giovani non appartenenti al ceto alto della società. Ricordo che il massiccio ingresso delle donne nel mondo del lavoro è seguito alla riforma che portò alla scuola media unificata all’inizio degli anni ’60!

Il tema della salute passa anche attraverso lo stress e, da un lato siamo costantemente sollecitati alla prevenzione, alla longevità, allo star bene e, dall’altro, una donna cinquantenne risulta “da buttare”. Non è un controsenso?
In Italia la misoginia sta riprendendo fortemente piede, e di fatto il “requisito estetico” è condizione ancora drammaticamente richiesta alle donne, seppur non sempre in maniera esplicita. Ne è esempio la maggiore difficoltà delle non giovanissime a trovare lavoro, nonostante ci venga chiesto di lavorare più a lungo perché siamo mediamente più longeve. Omettendo di mettere in conto la fatica che cumuliamo durante la vita nel lavoro retribuito e in quello non retribuito e omettendo le differenze di condizioni tra lavori manuali e intellettuali. Caso mai sarebbe utile che tutti i componenti della società imparassero a manutenere la vita propria e altrui come sanno fare le donne.
C’è chi vuol fare intendere che le donne svolgono lavori meno faticosi e pericolosi poiché il tasso di infortuni, in particolare mortali, è più basso. Ma un’analisi più attenta ci dice che le cose sono diverse: secondo l’OIL in Europa ci sono 4 morti a causa di malattie professionali per ogni morto per infortunio. Ciascuno di noi conosce donne che soffrono di dolori e malattie varie, sia fisiche che connesse allo stress, che originano dal loro lavoro e la loro invisibilità mediatica non ne riduce la portata di sofferenza a volte invalidante. Così come la precarietà riduce la condivisione dei saperi e delle esperienze, riducendo le denunce relative. Parlarsi tra donne, colleghe, compagne di lavoro si può e si deve, per contribuire a uscire dalle solitudini in cui vogliono ricacciarci e per mettere in pratica la solidarietà di cui siamo capaci.

Esperienze, Parlarsi, Solidarietà, sembrano parole d’altri tempi. Ci possono davvero aiutare?
Lo dobbiamo fare ancor più oggi per uscire da questa crisi che ha anche un portato democratico e misogino. E’ indispensabile e possibile un nuovo modello di sviluppo sostenibile anche sul piano sociale e ambientale basato sulla ricerca, innovazione, occupazione anche di qualità, saperi, istruzione, nuovi valori di convivenza, democrazia. La CSI (Conferedazione Sindacale Internazionale) scrive nel suo documento che presenterà ai negoziati sul cambiamento climatico a Copenaghen: “i sindacati ritengono che la giustizia del clima non può essere raggiunta senza la giustizia di genere. Le donne sono una fonte essenziale di idee innovative e strategie di protezione e debbono essere sostenute in modo da poter svolgere un ruolo centrale nel processo decisionale a tutti i livelli, comprese le strutture sindacali.”
Mi sembra l’approccio giusto.

Fonte: Noi Donne

Sebben che siamo donne

Friday, December 11th, 2009

Ho visto un film molto bello. Si intitola «Ragazze, la vita trema» e racconta, con materiale d’epoca ma, soprattutto, con la voce e la passione mai spenta di alcune donne «state-giovani» negli anni ’60 e ’70, la nascita di una coscienza collettiva, quella della condizione di femmine. Fra una massa in piazza a correre e un piccolo gruppo in un interno, a parlare, fra l’estinguersi del petting alle festicciole del sabato e l’affermarsi del diritto al piacere sessuale, si muove un’avanguardia di giovani avventuriere della vita privata. Donne decise a cambiare le regole del gioco (erotico, politico, sentimentale) lottano senza sosta: rigorose e tuttavia allegrissime, aggressive eppure seducenti. Le immagini del passato ripropongono la loro bellezza non premeditata e non esposta. Le sequenze girate nel presente non deludono: con i loro anni in faccia, tutte mantengono uno sguardo indomito, intelligente, curioso. Domanda spontanea: che fine ha fatto tutta quell’energia ribelle, la forza di quella scommessa con l’ingiustizia di genere? Se prima c’erano ipocrisia, sessismo e discriminazione, oggi la discriminazione resta, il sessismo dilaga e l’ipocrisia, sostituita dall’esibizionismo mercantile, capita perfino di rimpiangerla. Le femministe d’antan si ingegnano per conservare un po’ di dignità a se stesse e alle altre. Nel disinteresse generale. Le loro figlie, reali o ideali, si arrabattano, ciascuna nel suo minuscolo campo di battaglia quotidiano. Provano a non cedere al ricatto sessuale, mai come oggi consentito e sbandierato. A fare figli coraggiosamente e nonostante tutto, a non farli e sopportare il disprezzo vaticano. A cavalcare la precarietà economica e, quel che è peggio, affettiva. A subire e/o sostenere compagni in crisi di identità, padri deboli, madri spaventate dalla solitudine. C’è da stupirsi se stanno zitte?

Lidia Ravera

Fonte: L’Unità

Donne, giornata contro violenza Napolitano: «Emergenza mondiale»

Thursday, November 26th, 2009

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne, ha rivolto, in un messaggio, un caloroso saluto ai partecipanti a tutte le manifestazioni ed agli eventi oggi in programma. «La Giornata internazionale contro la violenza alle donne deve rappresentare -afferma Napolitano- un’occasione per riflettere su un fenomeno purtroppo ancora drammaticamente attuale, individuando gli strumenti idonei a combatterlo in quanto coinvolge tutti i paesi e rappresenta una vera emergenza su scala mondiale».

«La conferenza su questo tema tenuta a Roma in occasione del G8 ha fornito dati che -ricorda il capo dello Stato- valutano in più di 140 milioni le donne vittime di violenze di ogni tipo. Matrimoni forzati che coinvolgono anche bambine, mutilazioni genitali, stupri generalizzati in contesti di guerra non devono apparirci lontani e a noi estranei. Il dolore di quelle donne, di quelle bambine riguarda tutti noi, anche perchè la barbarie della violenza contro le donne non è stata estirpata neppure nei paesi economicamente e culturalmente avanzati».

«Molto resta da fare in ogni parte del mondo per sradicare una concezione della donna come oggetto di cui ci si può anche appropriare: è infatti la persistenza di questi aberranti schemi mentali a favorire il riprodursi di insopportabili atti di sopraffazione anche in ambito familiare. È triste dover ricordare -sottolinea Napolitano- che anche in Italia, nonostante la recente introduzione di norme opportunamente più severe, i casi di violenza, i soprusi e le intimidazioni sono in aumento».

«Ai necessari interventi di tipo repressivo, da esercitare con rigore e senza indulgenza, si debbono affiancare -esorta Napolitano- azioni concrete per diffondere, in primo luogo nella scuola e nella società civile, una concezione della donna che rispetti la sua dignità di persona e si opponga a volgari visioni di stampo meramente consumistico spesso veicolate anche dal linguaggio dei media e della pubblicità». «Solo così sarà possibile creare una cultura di autentico rispetto, innanzitutto sul piano morale, nei confronti delle donne», aggiunge il presidente della Repubblica che ha, altresì, espresso «il più sentito augurio affinchè questa giornata possa segnare una tappa significativa non solo per l’azione delle istituzioni ma anche per una più forte sensibilizzazione dell’opinione pubblica».

Fonte: L’Unità

«Picchiala»: in Danimarca gioco choc contro la violenza sulle donne

Friday, November 20th, 2009

Un ceffone, un secondo, poi un altro. Con tutta la forza. Quattro, cinque, sei… In totale: tredici schiaffoni in faccia. Fino a farla sanguinare. Ecco, siete al cento percento «gangsta», ovvero: dei veri duri. Ma anche: 100 per cento stupidi. Si chiama «Hit the bitch», letteralmente «colpisci la sgualdrina», l’inquietante campagna sociale contro la violenza domestica e sulle donne lanciata nel web in Danimarca. E le polemiche non mancano.

DURO AL 100 PERCENTO - Il gioco interattivo è semplice, quanto provocatorio: si accede al portale www.hitthebitch.dk; dalla sinistra del teleschermo sopraggiunge una piacevole ragazza bruna. In sottofondo si sente rumore da discoteca. La giovane si rivolge al suo interlocutore, che in questo è l’utente davanti allo schermo del pc e dice: «Non sta a te decidere se io ballo con le persone o no»; «Voglio ballare con chi mi pare e piace». L’utente a questo punto può scegliere se usare il mouse o la webcam per simulare lo schiaffo con una grossa mano virtuale. In alto c’è una scala: si parte da «100 per cento pussy» (femminuccia) per arrivare al «100 per cento gangsta», a seconda del numero di manrovesci che la giovane deve supplire. Finito il gioco straziante, la ragazza si accascia a terra in lacrime, con la faccia gonfia e piena di lividi. Una voce fuoricampo afferma: «Cosa stai facendo? Non puoi nemmeno controllare la tua femmina. Un paio di schiaffi possono aiutare…». Il messaggio finale è eloquente: «Non è stato da duri colpirla. Hai perso il gioco quando hai alzato le mani la prima volta. Non ci sono scuse. Nessuna!». Visto il clamore suscitato in queste ore e i tantissimi accessi al sito, il gioco - al momento - è attivo solo per gli utenti danesi.

LOST IN TRANSLATION - Una campagna rivolta ai teenager che colpisce al cuore ed allo stomaco. Ma se le intenzioni appaiono nobili, le critiche - soprattutto nei blog e nei forum di discussione - sono numerose. «Si è arrivati ad un livello preoccupante», annota il portale americano Newser. Quasi all’unisono il commento sulla testata liberal-progressista Alternet.org: «Hanno sbagliato». La confusione che lo spot genera nell’utente-giocatore è tale che la gravità del problema non sembra venir colta: «Probabilmente vi sentite in colpa - come quando uno abusa di una donna nella vita reale - mentre andate avanti a colpirla solo per vedere cosa accadrà dopo? Chissà. Forse qualcosa è andato perso nella traduzione dal danese», scrive Adweek, settimanale americano specializzato in pubblicità. Ciononostante, nel primo giorno della pubblicazione quasi 72mila utenti in patria hanno visitato la pagina con il gioco-choc.

DALLA PARTE DEI BAMBINI E DEI TEENAGER - La campagna vuole sensibilizzare in qualche modo su un problema crescente nel Paese: «In Danimarca una ragazza su tre subisce abusi nella relazione», fa sapere l’organizzazione danese «Born og Unge I Voldsramte familier», che si batte contro la violenza domestica e sui bambini. Fondata nel 2002 da Kirsten Raffel Hermanse, oltre all’aiuto ai più piccoli costretti a crescere in famiglie dove la violenza tra le mura di casa è all’ordine del giorno, l’ente non governativo si rivolge anche ai ragazzi e alle ragazze in giovane età. E’ specializzato soprattutto nelle campagne di informazione e sensibilizzazione. La prima, che suscitò un certo clamore, era raccolta in un libro per bambini dal titolo: «Fa male quando papà picchia mamma», nel frattempo giunto alla quinta ristampa e distribuito in molti centri di aiuto psicologico, ambulatori, ospedali, residenze per l’infanzia e istituti scolastici in tutto il Paese.

Fonte: Corriere della Sera

Il (super)mercato dei turisti del sesso

Thursday, November 19th, 2009

Noï ha vent’anni e una farfalla nera sulla scapola sinistra. Lavora la sera in un bar di Bangkok. Scrive male in inglese e allora, per mantenere la corrispondenza virtuale con i suoi cinque clienti regolari (e reali) che vivono lontano dalla Thailandia, si fa aiutare da un’anziana signora. «Mi manchi darling, quando torni a vedermi?» è il messaggio-tipo. All’aeroporto aspetta uno di questi clienti, un inglese assai robusto con dei dragoni tatuati sull’avambraccio. Trascorrerà due settimane in Thailandia. Una con Noï e un’altra «per esplorare, questa è la libertà». Irina è esile e slanciata. È moldava. È stata sequestrata per un mese e mezzo in un bordello turco, venduta e rivenduta, trattata «come una bestia selvaggia». Poi è riuscita a scappare. Christophe è un avvocato di 42 anni, è sposato e ha tre figli. Viaggia spesso per lavoro e a volte non trascorre che quattro-cinque ore nella stessa città. Bastano però per fare anche sesso, visto che Christophe si informa via internet prima di partire. «Le straniere sono più affettuose delle francesi e poi c’è il gusto della trasgressione…». Christophe, Irina e Noï. Volti e storie di un fenomeno che si espande a dismisura, quello del traffico sessuale, al quale Le Nouvel Observateurdedica un ampio reportage.

IL BOOM - Solo nel 2008, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale del Turismo, novanta milioni di viaggiatori (il 10 per cento del totale) hanno scelto la loro meta turistica in funzione dell’offerta sessuale. Pochi gli arresti e le condanne, se si guarda al numero dei soggetti coinvolti e in generale alle dimensioni del fenomeno. La prostituzione e il traffico di essere esseri umani contano tra i 2,5 e i 4 milioni di vittime, e l’80% sono donne e bambini.

LA THAILANDIA - La miseria dei luoghi preferiti dai turisti sessuali, Sud-Est asiatico e Paesi Baltici in primis, è una inesauribile scusa, scrive Le Nouvel Observateur. «Donando qualche dollaro, permetterete alle ragazzine di far vivere tre persone della loro famiglia» si legge su un sito dedicato alla Thailandia. Nel Paese dove il sesso resta una locomotiva economica, ma dove la legge dal 1960 vieta la prostituzione, ci sono almeno 2,5-3 milioni di persone che più o meno occasionalmente vendono il loro corpo e le vittime di traffico sessuale sono ogni anno almeno 80 mila, 10 mila i minori. Quel milione di turisti del sesso che ogni anno sceglie la Thailandia lo fa perché si tratta di una «meta facile, anonima, senza rischi e poca cara» spiega poi un esperto.

SERVONO POLITICHE COMUNI - Ma il reportage del magazine francese non si limita al «supermercato thailandese», esplorando anche la «filiera moldava» e più in generale il ruolo di crocevia del traffico sessuale che svolge l’Europa. «Il mercato del sesso lo controllano soprattutto bulgari, nigeriani e camerunensi, i sudamericani si fanno valere in Spagna e i turchi in Germania» spiega Jean-Marc Souvira, direttore dell’Ufficio centrale di repressione della tratta degli esseri umani (Ocrteh). «Esistono - prosegue Souvira - tre tipi di prostituzione: quella, visibile, della strada, quella degli hotel, più discreta, e poi quella della pseudo-agenzie di modelle che reclutano giovani donne attraverso falsi concorsi di bellezza». Nel Vecchio Continente, sottolinea Nouvel Observateur, si fa sempre più impellente la necessità di adottare politiche comuni contro la tratta di essere umani. «Gli strumenti di cooperazione tra le polizie dei vari Paesi, come il mandato di arresto europeo, esistono, ma inciampano sulle diverse legislazioni nazionali» è l’amara considerazione di Souvira.

Fonte: Corriere della Sera

Educazione sessuale: si discute da cento anni. Ma i giovani restano in confusione

Sunday, November 15th, 2009

Un titolo che sembra preso da un romanzo rosa: Innamorarsi, che magia! All’interno, paragrafi sui palpiti del cuore, una lettura da Amos Oz, un box dsu Moccia. All’educazione sessuale è dedicata una mezza paginetta, in caratteri piccoli, con due figurine. In un libro di Educazione alla cittadinanza per le medie, il capitolo sull’affettività si esaurisce così.

Eppure, qualche nozione sul tema sarebbe utile: ne avrebbe avuto un gran bisogno, per esempio, la quattordicenne di Foligno che ora aspetta un figlio dal fidanzato quindicenne, come raccontato settimana scorsa dai quotidiani. D’altra parte, gli ultimi dati pubblicati dalla Sigo (Società italiana di ostetricia e ginecologia) sulla consapevolezza sessuale degli adolescenti mostrano un universo confuso, con il 21 per cento dei ragazzi che utilizza come fonte di informazione la pornografia, mentre il 58 per cento delle ragazze sostiene di non usare contraccettivi perché non li ha «a disposizione». Il 64 per cento degli intervistati, infine, vorrebbe discuterne in classe. E qui, sono dolori. Perché l’educazione sessuale in Italia non passa, nonostante se ne discuta da cent’anni (il primo progettio di legge è del 1910). Basta sfiorare il tema, e si alzano le barricate. Qualche mese fa, un articolo del settimanale cattolico Tempi ha bocciato la visita in consultorio fatta da una scolaresca di tredicenni milanesi. Risultato, secondo il giornale, una lezione di sesso «chiedi e gusta», dove sarebbe passata l’idea che «ognuno può fare quel che vuole». Più recentemente, la provincia di Roma ha proposto l’installazione di macchinette per la distribuzione di preservativi alle superiori. Implacabile, la condanna del Vaticano. E a tutt’oggi, nessuna scuola ha fatto domanda.

«È un problema di cultura», spiega Emilio Arisi, del direttivo Sigo. «In Nord Europa è normale parlare di sesso a scuola e a casa, i genitori regalano i preservativi ai figli. Da noi, i cattolici sostengono di essere gli unici ad avere un comportamento morale». La Sigo ha preparato un kit per gli studenti: si chiama «Scegli tu», e fa parte di una campagna di informazione su sessualità e contraccezione. A disposizione dei ginecologi ci sono una brochure, un questionario e un video animato di Bruno Bozzetto. La Sigo ha in partenza anche un’altra iniziativa, con il Coni: corsi di formazione per gli allenatori, «che godono di grande fiducia da parte dei ragazzi, e proprio per questo devono essere pronti a rispondere alle loro domande», spiega Arisi.

In assenza di una legge, la scuola va avanti. A fasi alterne. A Milano, la Asl teneva un bellissimo corso (Io donna ne aveva parlato nel 2004), Le parole non dette, che insegnava ai bambini delle elementari a difendere il proprio corpo dagli abusi. È stato abolito qualche anno fa: «Abbiamo cambiato strategia», sostiene Roberto Calia, direttore del servizio famiglia. «Nelle elementari e medie non interveniamo più direttamente, ma formiamo gli insegnanti. Sono loro, se vogliono, a portare i più grandi al consultorio, restando presenti agli incontri con i ginecologi». Alle superiori, invece, vale il sistema della peer education, con alcuni studenti che fanno da tutor ai compagni. L’anno scorso si sono tenuti 28 corsi per maestre d’asilo, 35 per quelle delle elementari, 22 per le medie. Il problema è che non tutti i docenti «formati» trasmettono agli alunni quanto hanno imparato: «Il 60 per cento mette in atto il progetto, il resto no» ammette Marisa Lanzi, della Asl.

Ma perché il compito è stato affidato ai prof? Forse per risparmiare? «Assolutamente no» si difende Calia. «Gli insegnanti garantiscono continuità. Gli esperti invece arrivano, fanno una lezione e se ne vanno. E magari usano un linguaggio troppo diretto, non apprezzato da tutti i genitori». Già, perché il problema è che cosa deve insegnare l’educazione sessuale: l’emozione del primo bacio o come prendere la pillola del giorno dopo? Nell’ormai celebre visita al consultorio della scolaresca milanese, un ginecologo aveva mostrato come si infila un preservativo. Apriti cielo. «Noi siamo medici, utilizziamo un linguaggio scientifico con sensibilità» assicura Arisi. In provincia di Roma, l’assessore alla scuola Paola Rita Stella presenterà a giorni, alle superiori, una campagna di prevenzione sulle malattie sessualmente trasmissibili e un corso di educazione all’affettività. Ma resta cauta: «Stiamo valutando come».

Nella capitale (come a Napoli e a Bologna), le iniziative pubbliche sono poche. A fare una campagna a tappeto è solo l’Aied, storica associazione per l’educazione demografica. Da vent’anni, su chiamata delle scuole, organizza corsi gratuiti: «Abbiamo ginecologi, psicologi e, alle superiori, anche un avvocato che spiega le leggi; quella sull’aborto, la violenza sessuale» spiega la responsabile Anna Sanpaolo. «L’approccio è graduale: alle elementari parliamo di sentimenti; alle superiori rispondiamo ai ragazzi. La confusione è assoluta; se chiedo a 30 ragazze dov’è l’imene, avrò 25 risposte diverse. I maschi hanno l’ansia da prestazione, le femmine temono di non piacere». L’Aied fa quel che può, ma a Roma copre una decina di scuole, al Sud meno.

In provincia di Trento, invece, da dieci anni, l’azienda sanitaria locale organizza corsi di educazione sessuale per le terze medie e le seconde superiori; l’anno scorso 2.600 ore di lezione, per più di 9 mila studenti. «Di tutti i nostri corsi» spiega una delle responsabili, Annamaria Moretti «questi sono i più frequentati». Proteste? «Una all’anno, non di più». Nelle 6-8 ore di incontri, i ragazzi esprimono i loro dubbi: «Qualche volta mancano le nozioni base di biologia, che spetterebbe agli insegnanti dare» dice Moretti. «Noi dovremmo intervenire dopo, su due fronti: la dimensione affettiva e il rapporto sessuale come scelta». Le domande delle ragazze vanno da «cosa succede quando mi innamoro» a «è vero che la pillola aiuta a prevenire le malattie sessuali». A corredo, la Provincia distribuisce un opuscolo sulla contraccezione: «Ci abbiamo messo anche il coito interrotto, che non è un contraccettivo, perché molti lo praticano». Previste anche le visite al consultorio, che qui non provocano malumori. Iniziative locali a parte, arriverà mai una legge nazionale? Eugenia Roccella, sottosegretario alla Salute, è stata lapidaria: «L’educazione sessuale non può essere materia di studio, va fatta in famiglia». Ma in Trentino non la pensano così.

Cristina Lacava
Fonte: Corriere della Sera