Archive for the ‘storie’ Category

Sebben che eran scienziate

Wednesday, April 21st, 2010
C’ è ancora molta strada da fare, per le donne. Il dibattito è più che mai aperto proprio in questi giorni, grazie a diverse uscite in libreria (da Ma le donne no pubblicato da Caterina Soffici per Feltrinelli, a Metà del cielo di Nicholas Kristof e Sheryl WuDunn per il Corbaccio) e ad accorati richiami come quello recentissimo di Susanna Tamaro. Qualcosa non ha funzionato nella rivoluzione femminista e il nuovo che avanza mostra pericolose somiglianze con un passato insidioso che alle donne ha tolto parola e dignità.

C’è a questo proposito un libro in uscita presso l’editore Pendragon che aiuta a capire, ma soprattutto a riflettere. Certo non consola. Si tratta di Sotto falso nome. Scienziate italiane ebree (1938-1945), scritto da Raffaella Simili, docente di Storia della Scienza all’Università di Bologna.

La storia di queste donne è una dolente congiura del silenzio. Con il 1938 e ancora prima, con l’imposizione del giuramento di fedeltà al regime e la progressiva emarginazione dei dissidenti, l’Italia perse via via tanta della sua eccellenza. Di questa storia s’è parlato molto, ma molto poco del ruolo che le donne di scienza ebbero in quelle circostanze. E soprattutto di quel che subirono. «Specialmente le “professoresse” erano state cancellate, come se non fossero mai esistite ufficialmente, in forza di quel legale tratto di penna che le aveva sottratte al lavoro e alla vita». Nella Levi Mortera, moglie del giurista Edoardo a sua volta figlio del matematico Vito Volterra, Nora Lombroso, Gina Castelnuovo, Enrica Calabresi e tante altre, tra cui una tal Rita Lupani che altri non era se non Rita Levi Montalcini, costretta a una falsa identità prima di emigrare negli Stati Uniti. Biologhe e matematiche, fisiche ed entomologhe le cui esistenze private e professionali furono travolte dalle leggi razziali e da tutto ciò che venne dopo. Costrette al buio, all’esilio, a rinunciare a tutto.

Dentro una storia terribile come quella che tutti conosciamo, c’è in queste vicende al femminile il tratto comune dell’onda lunga di un silenzio omertoso, di una specie di congiura che relega le donne in un angolo della storia. E forse è come se fossimo ancora un po’ lì, segregate in quella nicchia muta.

 

Il diario della ragazza suicida: violentata due volte

Sunday, April 18th, 2010

Due pagine scritte a mano. Un doppio, drammatico incubo raccontato, riga dopo riga, nei dettagli. Stralci del diario di una argentina di 19 anni, (la chiameremo Luisa) che si è impiccata alla fine di novembre 2009 in un convento di Viterbo dove si era rifugiata su consiglio di un sacerdote. Allora si pensò che a spingerla a togliersi la vita erano stati i dissidi con i genitori e la fine di una relazione sentimentale. Nelle ultime ore si è invece fatto largo un terribile sospetto: la sudamericana — «una ragazza bellissima» sia per gli amici sia secondo gli investigatori — ha raccontato di essere stata violentata due volte nel 2006 da un ragazzo. Abusi che, secondo le pagine del suo diario, le avevano provocato un «blocco psicologico» dal quale non si era più ripresa. I particolari di questa straziante vicenda sono emersi solo ieri.

IL DIARIO - Ma i genitori della giovane li avevano appresi alla fine di marzo, quando nella cassetta delle lettere di casa, a Montefiascone, hanno trovato una busta con un compact disc su cui erano stati riversati brani del diario. «In meno di cinque minuti mi sono trovata a casa sua, a Rignano Flaminio, sul letto — aveva scritto Luisa sulla pagina del 17 gennaio 2006 —. Lui mi ha strappato la manica destra del maglione, i jeans e le calze. Ho cercato di difendermi. I lividi sulle gambe e sulle braccia sono rimasti per un po’. Ricordo solo il mio malessere». E ancora, pochi giorni dopo, a febbraio: «Mi sentivo male, avevo un po’ d’influenza, e sono andata in un bagno pubblico di Viterbo. Ho vomitato. Poi è entrato lui ed è successo come la prima volta, ma è stato più brutale e doloroso. Sono tornata a casa che ancora tremavo. Ero terrorizzata al pensiero di essere rimasta incinta di quell’essere e mi sono rivolta a un’assistente sociale di Villa del Buon Respiro (una casa di cura di Viterbo, ndr): mi ha fatto comprare un test di gravidanza che ho fatto con lei. È comparsa solo una riga rossa, quindi era negativo. Non le ho detto quanto era accaduto. Non l’ho detto a nessuno. Anche a mia madre ho solo detto che mi ero sentita male». Ricordi di due violenze sessuali mai denunciate sulle quali ora sono state aperte inchieste dalle procure di Viterbo e Tivoli. Sulle pagine è scritto anche il nome di battesimo dello stupratore, sul quale ora indaga la polizia. Nel 2006 Luisa, figlia di un italo-argentino e di una donna di Montefiascone, abitava con la famiglia a Rignano Flaminio, il paese diventato tristemente famoso per l’indagine sui presunti abusi sessuali ai danni dei bambini della scuola materna «Olga Rovere». Il legale dei genitori della diciannovenne, Angelo Di Silvio, ha presentato due esposti alla magistratura. «Il padre e la madre non hanno alcun dubbio che la calligrafia del diario appartenga alla figlia — spiega —. Inoltre ci sono descritti alcuni dettagli che loro ricordano di aver notato e sui quali chiesero spiegazioni alla ragazza: come il maglione rotto il giorno di Rignano. Le calze smagliate, i lividi e le macchie di sangue nell’episodio di Viterbo». Non solo. Nelle denunce è stato inoltre descritto quello che accadde la sera del 17 gennaio: Luisa non tornava a casa e i genitori si erano rivolti ai carabinieri. La madre ricorda che la ragazza era rientrata tardi ed era pallidissima, con il maglione strappato. «Mi sono sentita male», le rispose. «È essenziale per l’inchiesta che ora venga identificato chi ha fatto recapitare il cd e chi è in possesso del diario. Chi sa, parli. Ci aiuti a fare luce su questo caso», è l’accorato appello dell’avvocato.

LE INDAGINI - Delle indagini sul suicidio si erano occupati gli investigatori della Squadra mobile viterbese. Agenti e familiari della vittima non avevano trovato il diario durante i controlli successivi alla morte della giovane, né a casa né nella sua stanza del convento. Dagli accertamenti era emerso che, poco prima di togliersi la vita, Luisa aveva però litigato con il fidanzato e con la sua famiglia. E anche con i genitori: aveva detto di essere incinta, ma gli esami lo avevano escluso. Allora Luisa si era presentata da un amico prete e gli aveva confessato di sentirsi «frustrata e insoddisfatta della sua esistenza» e di essere fuggita di casa. Era stato proprio il sacerdote ad accompagnarla al convento dove, la mattina successiva (era il 28 novembre) la giovane si è tolta la vita, impiccandosi con una sciarpa annodata attorno al tubo della doccia. Non un messaggio o un biglietto d’addio. A trovarla fu una suora che era andata a chiamarla dopo colazione perché aveva un appuntamento con l’amico prete. Il caso sembrava chiuso, una mano misteriosa l’ha riaperto.

Fonte: Corriere della Sera

La storia del mio aborto

Sunday, April 11th, 2010

Caro Direttore,
in questi giorni si parla tanto di aborto per mezzo della Ru486. Ho letto la storia di Sara e anch’io vorrei raccontare la mia storia, la storia del mio aborto.
Nnon ho problemi economici, nè sono una ragazzina: ho 44 anni, ancora sposata dopo 20 anni e un figlio di 16. Nel settembre del 2008 ho scoperto di essere incinta di settimane. All’inizio stupore e meraviglia, non era mai più ricapitato, poi abbiamo pensato che saremmo stati “dei nonni”, io avevo scelto anche il nome se fosse stato un maschio: Eugenio. Insomma eravamo sereni, ma c’era qualcosa che mi impediva di dirlo a mio figlio e di comunicarlo a tutti: ho una patologia autoimmune. L’ho detto solo ai familiari più intimi.
Chiamo il ginecologo che mi aveva seguito l’altra gravidanza. Quando ci incontriamo non lo vedo entusiasta, lo vedo freddo, ma proseguiamo la visita: tutto a posto. Quando passiamo all’ecografia mi accorgo che spegne il sonoro del monitor. Mi dice di andare il giorno dopo in ospedale. Così faccio. Rifanno l’ecografia. Non sento il cuore e mi dice: «Credo che la gravidanza si sia interrotta». Mi ricoverano, controllano e mi viene detto da un altro medico che la gravidanza non era interrotta anzi, andava bene. Allora, fiduciosa, chiamo il ginecologo e lui mi guarda, lo vedo triste, si siede e mi dice: «Ho parlato con l’ematologo, lui è contrario a questa gravidanza e lo sono anch’io. Sedici anni fa eri più giovane e da quello che ho visto e per come ti conosco non hai nè la forza fisica nè quella economica per far nascere questo bambino». Il mio bambino aveva una grave malformazione. Non ho avuto la forza di parlare, non ho preso alcuna decisione, ho fatto prendere decisioni al mio medico. Per fare un aborto hanno impiegato dieci giorni, tra i “sì, nasce” e i “no, non nasce”. L’ematologo è stato categorico: no! La sera che è iniziata l’emorragia (indotta con farmaci) non ho chiamato nessuno dei miei. Sono entrata in sala operatoria da sola, perchè sola ero dentro. Mi hanno addormentata e quando mi sono svegliata… Eugenio non c’era più. Prima di addormentarmi l’ho salutato e mi sono scusata con lui, gli ho chiesto perdono e ho cercato di fargli capire che lo facevo per lui.
È questo che va detto ai politici che parlano di aborto senza sapere di cosa si parla. Si parla del viaggio di una vita che inizia nel corpo di una madre che sa perfettamente che qualsiasi sua decisione interrompe questo viaggio. E il dolore è lacerante. A volte conto i mesi che avrebbe avuto. Il giorno del suo presunto compleanno… lasciamo perdere.
L’aborto è un dolore d’amore. Non credo ci sia donna che abortisca con leggerezza. Si dovrebbe parlare solo dopo aver provato nell’anima.

Fonte: L’Unità

Una storia: Sposa bambina «ceduta» a 13 anni

Saturday, February 6th, 2010

Sposa» a 13 anni. Per una ragazzina romena l’abito bianco è arrivato troppo presto, insieme a un atto notarile con il quale i genitori la «affidavano» fino al 2014 alla famiglia dello sposo, un connazionale di 21 anni. Il rito rom - che non ha valore in Italia - è stato celebrato in Romania, e la ragazzina è stata poi portata a Brescia, dove da anni vive la famiglia del «marito». Ma quando sono cominciati i rapporti sessuali la ragazzina si è preoccupata, perché lui è malato di Aids. Ha chiesto aiuto, e la vicenda è stata scoperta dalla Polizia. L’uomo è stato arrestato all’alba di mercoledì dagli agenti della squadra Mobile di Brescia per violenza sessuale e riduzione in schiavitù, in concorso con la madre, anche lei arrestata.

LA SCOPERTA - A fine settembre, poco dopo il matrimonio, la ragazzina è arrivata a Brescia. La prima segnalazione del suo caso è arrivata dall’ospedale dove il 21enne è in cura per i suoi problemi di salute. La madre dell’uomo, preoccupata per una eventuale gravidanza, ha presentato la nuora-bambina al medico. Sono scattate le indagini della polizia ed è arrivata la prima perquisizione, che ha accertato che la minore viveva in uno stato di semiclandestinità, non frequentava la scuola e non poteva vedere estranei. Dopo i controlli la famiglia del «marito» ha cercato di mettersi in qualche modo in regola iscrivendo la ragazzina a scuola, in seconda media. A lei piaceva studiare e si trovava bene, ma la vita «normale» di una bambina in Italia si scontrava con le regole sociali rom: il «cognato» si è presentato un giorno a scuola chiedendo che non stesse in classe o a mensa con i maschi, «non va bene».

I PRIMI RAPPORTI - A gennaio poi la situazione è precipitata: la ragazzina, che ha compiuto 14 anni, si è presentata all’ospedale impaurita perché aveva avuto rapporti sessuali non protetti con il «marito» e aveva paura. E’ stata quindi sottoposta a terapia retrovirale - purtroppo è positiva al virus Hiv - e ha lasciato la scuola per qualche giorno. E a questo punto sono scattati i provvedimenti d’urgenza: accertato che la situazione si era aggravata, e d’accordo con la Procura, la bambina è stata affidata d’urgenza ad una comunità protetta e sono scattati gli arresti del marito e di sua madre. Né lui né la donna ancora riescono a capire dove stia il male. Si sono verificati - spiega la mobile di Brescia - molti altri casi simili nella comunità rom, questi matrimoni sono molto diffusi. La bambina - spiegano gli agenti - non era maltrattata o vessata, e quel matrimonio era per loro giusto. Un anno fa ad esempio, sempre la polizia, si occupò di un altro caso simile: una 12enne, sposa di un kosovaro 21enne, si presentò in ospedale a partorire. Il marito è già stato condannato in primo grado.

LE ACCUSE - In questo caso, sebbene sia usanza che la famiglia dello sposo dia una somma in dote a quella della sposa, «non è stato accertata alcuna transazione economica», a differenza del caso di un anno fa, spiega la questura di Brescia. Sul giovane arrestato pesa l’accusa di violenza sessuale e riduzione in schiavitù, sull base dell’articolo 600 del codice penale, che ricalcando la Convenzione di Ginevra, considera l’esistenza dello stato di soggezione anche quando avviene approfittando di una situazione di inferiorità psichica, tale quella di una sposa di soli 13 anni. La madre del giovane risponde in concorso per agevolazione. Ora la sposa bambina è in una comunità protetta, presto tornerà a scuola. «E’ una bambina intelligente - raccontano gli agenti - che ha una gran voglia di studiare e di integrarsi, serena nonostante tutto».

Il dramma nel dramma

Un dramma nel dramma. Con un futuro ancora più triste e cupo per la bambina rumena «venduta» come sposa all’età di tredici anni a un giovane sieropositivo. E con un nuovo capo d’imputazione per il marito ventiduenne, che avrebbe avuto rapporti non protetti con la ragazzina. La Procura l’altro ieri ha arrestato il giovane, muratore di 22 anni, e la madre, 39, per violenza sessuale e riduzione in schiavitù. Ora i magistrati stanno valutando l’eventualità di indagare il marito anche per «contagio colposo».

Le nuove analisi effettuate sul sangue della sposa bambina non lascerebbero dubbi: sono risultate positive al test per l’Hiv. La ragazzina, 14 anni compiuti la scorsa settimana, nel corso dei primi controlli sembrava miracolosamente non aver contratto il virus. Solo ulteriori approfondimenti effettuati nel cosiddetto «periodo finestra» hanno purtroppo ribaltato i risultati. E adesso la piccola è in cura nel reparto infettivi della divisione di Pediatria. La suocera si era rivolta ai medici che curavano il figlio da otto anni (si era ammalato all’età di cinque anni, a Bucarest, dopo una trasfusione), proprio per paura del contagio e della trasmissione del virus al feto nell’eventualità di una gravidanza.

La sua angoscia era sapere se la piccola nuora poteva diventare mamma senza problemi e se un eventuale nipotino sarebbe nato sano. Una volta entrata in ambulatorio, tenendo per mano la nuora, si è scoperta la verità: il muratore romeno aveva sposato in Romania, con rito zingaro, una bambina di soli 13 anni con cui aveva avuto rapporti «a rischio». Adesso la ragazzina, che da una settimana è ospite di una struttura protetta, è seguita da specialisti e ha già iniziato la profilassi prevista nei casi di contagio. Enzo Trommacco, avvocato difensore dei due arrestati, si esprime con cautela: «I miei assistiti rimangono in carcere e fino a oggi si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Dovremo capire se nella vicenda hanno avuto un ruolo pure i genitori della piccola, probabilmente gli stessi che hanno combinato il matrimonio in Romania».

Gli investigatori, infatti, stanno cercando nuove prove che dimostrino come la piccola, che all’epoca della cerimonia aveva poco più di 13 anni, sia stata «venduta» dai suoi stessi familiari come prevede la consuetudine rom. A confermare l’ipotesi di «una trattativa» per combinare il matrimonio ci sarebbe un video, adesso sequestrato dalla polizia, girato proprio nel giorno del fidanzamento ufficiale. Ieri sia madre che figlio, durante l’interrogatorio di garanzia, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. «Non dobbiamo giustificarci di nulla — ha detto la madre al magistrato —. Mia nuora era perfettamente al corrente della malattia di mio figlio, ma ha voluto sposarlo comunque. Da noi funziona in questa maniera, è la nostra tradizione».

Ladre per necessità al supermercato, arrestate

Sunday, December 13th, 2009
Scoperte due casalinghe incensurate: sotto i giubbotti merce e alimentari per 165 euro

di Alessandro Abbadir

MARGHERA. Due casalinghe di Marghera rubano merce e alimentari per 165 euro al supermercato Alì di Dolo e vengono arrestate in flagranza per furto aggravato dai carabinieri della Tenenza di Dolo. Ora si trovano in carcere alla Giudecca in attesa di un processo con rito direttissimo che dovrebbe tenersi nei prossimi giorni proprio a Dolo.

È quanto successo martedì scorso a S.M. di 53 anni e A. L. (55), entrambe casalinghe di Marghera con una situazione familiare alle spalle davvero pesante, fatta di disoccupazione e problemi reali di sostentamento. Le donne, incensurate, forse in preda alla disperazione hanno deciso di agire e far razzia in un supermercato per passare un Natale con la famiglia sicuro almeno dal punto di vista alimentare. Qualcosa però è andato storto.

Martedì mattina verso le 9 le donne sono entrate nel supermercato Alì e dopo essere state circa mezz’ora nell’esercizio commerciale sono state notate muoversi in modo sospetto. A quel punto è scattato l’allarme anti-taccheggio. Verso le 9.30 circa, i carabinieri di Dolo infatti sono stati informati dal personale addetto alla sicurezza del supermercato della presenza delle due donne che stavano circolando con fare sospetto tra gli scaffali. Giunta sul posto in pochi minuti, la pattuglia dei carabinieri di Dolo ha fermato le due donne nel piazzale del supermercato dove stavano cercando di nascondere in un’auto la merce appena rubata e che avevano nascosto sotto i giubbotti. Un sistema che gli ha permesso di eludere la sorveglianza, oltrepassando le casse senza pagare. La merce che era stata rubata aveva un valore complessivo di 165 euro. C’erano prodotti alimentari di tutti i generi che poi sono stati restituiti dai carabinieri ai gestori del supermarket. Per le due donne è scattata l’identificazione in caserma e poi anche l’arresto: sono state portate al carcere femminile della Giudecca dove si trovano ai disposizione della magistratura. Il fatto ha suscitato molto scalpore a Marghera dove da tempo diversi consiglieri di Municipalità denunciano una situazione sociale sempre più pesante. «Al di là del fatto in sé che non conosco e che è condannabile - dice Bruno Gianni, consigliere dei Comunisti Italiani - resta la situazione di questo quartiere che, con la crisi, è diventata sempre più pesante. Ci sono decine e decine di famiglie sull’orlo della miseria per la perdita del posto di lavoro. Questi episodi possono essere visti anche come una spia del disagio in atto».

Fonte: La Repubblica

Elena stanca di fare la precaria

Wednesday, October 7th, 2009

IL treno l’ha già restituita a Messina, da dove era scappata tre anni fa. Non serve. Almeno lei non serve più al Nord. Il lavoro che c’era non c’è. Il preside della scuola di Varese non ha bisogno più di lei, la supplenza temporanea in lettere non è stata rinnovata. I tagli, il calo degli iscritti. E’ “perdente posto”. Quindi perdente vita, perdente marito. Elena è neodisoccupata, neodisperata e anche neosingle.

Elena ha 33 anni, sposata da due. “Abbiamo fatto i conti, e i millecento euro di Francesco, mio marito, non sarebbero bastati per una vita appena decente, una casa appena decente. L’affitto del bilocale dove abitiamo a Milano è di 630 euro. Duecentocinquanta di bollette. E poi?”. In due non si può. Chi resta e chi parte. E’ toccato a lei prendere il treno. “A Firenze però è salita gente che andava a manifestare a Roma, erano i precari della scuola. E io? Avevo insegnato a singhiozzo per due anni a Varese, supplente temporanea ma mi era andata piuttosto bene. Sei mesi qui al posto di una collega in gravidanza, due mesi là per sostituzione malattia. Fino a ieri, quando ho capito che non c’erano speranze”.

Elena si è fermata a Roma. Sosta di protesta. “Mi sono detta che almeno questo lusso potevo prenderlo. Il biglietto ce l’ho, il treno per la Sicilia mi aspetta stasera alle otto”. Manifestante per caso: “Ho lasciato le valigie in stazione e sono corsa dietro agli altri, gli ho chiesto di aspettarmi. Avevo paura di perdermi. Ho partecipato al corteo ed è stato, stavo per dire bello… E’ stato triste invece. Tutti i disperati in fila, tutti senza soldi, tutti senza speranza. Qualcuno ha detto: andiamo a piazza del Popolo, c’è l’altra manifestazione, quella dei giornalisti. Erano le quattro. Il treno sarebbe ripartito alle otto. Mi sono detta: è un bel bis, lo faccio”.

Piazza del Popolo si sta svuotando ed Elena è sfinita. Tra un’ora va dove non vorrebbe, a rievocare quel che fu dieci anni fa. “L’alluvione, l’alluvione dell’Annunziata”. Non basta mai nulla per rendere la vita più crudele del possibile: il lavoro prima, i morti dopo. Un incubo infilato in un altro. Come una matrioska disgraziata.

L’alluvione è stato un incubo infatti. Una stimmate sul corpo di suo marito Francesco. Lui di cognome fa Carità. Dieci anni fa, villaggio dell’Annunziata, quartiere nord di Messina, il fango inghiottì cinque persone. Un cingalese venne travolto e proiettato lungo un torrente gonfio e cattivo che lo trascinò via. Il suo corpo fu ritrovato giorni dopo chilometri più a sud, a Taormina. Quel giorno quattro persone persero la vita: la famiglia Carità. “Erano parenti di mio marito, che porta lo stesso cognome. E non è un bel cognome. E’ difficile da sostenere, alcune volte diviene spaventoso. Di questi tempi è spaventoso”.

Elena Carità ritorna a Messina, allagata oggi a sud e non più a nord. Lavoro perso, speranza inghiottita e morti ritrovati. Fango su fango.

Fonte: La Repubblica

La ricercatrice delusa dall’Italia Volo negli Usa, qui non ho futuro

Friday, July 3rd, 2009

– È stata di parola. Rita Clementi è volata a Boston. Da giovedì lavorerà in un importan­te centro medico. Ha lasciato l’Italia, così come aveva promesso, la ricercatrice precaria di Pavia che ha scritto al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per denunciare lo stato comatoso della ricerca nel nostro Paese e per raccontare la decisione di abbandonare l’Italia. Non è bastata a fermarla neanche un’offerta giunta all’ultimo minuto da un prestigioso centro di ricerca di Padova. Troppo tardi: «Ho dato la mia parola agli americani. Ora vediamo cosa succede. Non escludo un ritorno. Non è detto poi che non si possa collaborare tra Boston e Padova. D’altronde ricerca vuol dire collaborazione». Così, tirandosi dietro il suo trolley, dopo un ultimo bacio al marito e ai tre figli, la scopritrice dell’origi­ne genetica di alcune forme di lin­foma maligno ha girato i tacchi ed è entrata dentro l’aeroporto di Linate. Un volo low cost, via Londra per spendere meno, e le sue speranze volano Oltreoceano.

ITALIA ADDIO - Sul volo lavorerà a maglia, come fa sempre durante i lunghi viaggi. In valigia tanti articoli da leggere, qualche libro e il computer con dentro i file con quella ricerca di tutta una vita, bocciata in Italia ma che negli Usa le prospetta un futuro più certo. Addio università italiana, addio baroni, addio raccomandati. Nessun rancore, un po’ di rabbia: «Cosa mi mancherà dell’Italia? Be’ a parte la mia famiglia, ma questa fa parte della mia vita personale, gli Stati Uniti sono un paese con tanti bei posti da visitare. Pardon, volevo dire l’Italia». Un bel lapsus quello di Rita. Un altro cervello cacciato dunque, non come erroneamente si dice “in fuga”. Come Rita, senza scrivere al presidente, sono da tremila a seimila gli studiosi italiani che silenziosamente vanno a far ricca ricerca e pil di altri paesi. Così all’Italia che spende 500mila euro in media per portare alla laurea uno studente (dalla scuola primaria all’università), rimane solo il compito di preparare costosissimi “cavalli di razza” della ricerca.

SISTEMA MAFIOSO - «Vado via con rab­bia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedi­zione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chie­dere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinuncian­do ad essere italiana», aveva scritto polemicamente nella lettera. «Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata». Di cosa? E la risposta è la solita: «Mancanza di meritocrazia e di fondi, meccanismi di promozione di carriera legati all’albero genealogico o alla simpatia». All’università di Pavia le sue parole non sono state prese bene. «Qualcuno si è lamentato. Dice che ho denigrato l’ateneo, ma ho detto solo la verità». Su Corriere.it oltre 400 messaggi: tanta solidarietà, tanti auguri e qualche sparuta critica. Ma un blog è arrivato a pubblicare i verbali dei due concorsi nei quali la dottoressa è stata “bocciata”: «Avete confrontato i curriculum dei candidati? E sono limpidi i concorsi in Italia?» risponde Rita senza scomporsi. «Il sistema antimeri­tocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa nazione». Lei è stata danneggiata? «Non posso rispondere a questa domanda». Ha paura di ritorsioni? «Assolutamente sì». Incredibile, eppure stiano discutendo di università non di mafia. «I concorsi universitari erano dunque celebrati, discussi e decisi molto prima di quanto la loro effettuazione facesse pensare, a cura di commissari che sembravano simili a pochi “associati” a una “cosca” di sapore mafioso». Così scriveva il giudice Giuseppe De Benedictis in una sentenza sui concorsi truccati all’università. A questo punto buona fortuna. A lei e anche a chi resta, s’intende.

Nino Luca

Fonte : Corriere della Sera

Tunisina suicida in centro di accoglienza:trent’anni in Italia, rischiava il rimpatrio

Friday, May 8th, 2009

Una donna tunisina di 49 anni, ospite del C.i.e., il Centro di indentificazione ed espulsione di Ponte Galeria a Roma, si è suicidata. Il corpo, rende noto la Croce Rossa Italiana che gestisce il Cie, è stato trovato giovedì mattina intorno alle 6,45. Mamouni Mubraka è stata rinvenuta esanime nel bagno vicino alla sua stanza. La donna, in Italia da trent’anni, era gravemente ammalata, ma soprattutto atterrita: mercoledì «le avevano annunciato che sarebbe stata rimpatriata in Tunisia» sostengono le compagne del centro, alle quali aveva detto «Io là non ho più nessuno». Nel centro di Ponte Galeria era entrata il 24 aprile scorso. Il garante regionale dei detenuti Angiolo Marroni accusa: «Ormai il Cie, per come è strutturato, propone condizioni di vita peggiori di quelle di una normale detenzione presso gli istituti penitenziari».

SOCCORSI INUTILI - «All’alba di oggi - rende noto Claudio Iocchi, direttore del comitato provinciale della Cri di Roma - un grave lutto ha colpito il Cie di Ponte Galeria. Purtroppo alle 6,45 il medico della Cri in servizio presso il Cie, chiamato d’urgenza dai nostri operatori, non ha potuto far altro che constatare la morte di M.M., cittadina tunisina di 49 anni, ospite del centro dal 24 aprile scorso. Il decesso è avvenuto per suicidio».
La Croce Rossa si dice «profondamente addolorata per la scomparsa di M.M. dovuta ad un gesto di cui nessuno aveva avuto sentore, nemmeno le sue compagne di stanza». Del resto, conclude il direttore Iocchi «l’ospite non aveva mai dato segnali in tal senso, né era stata sottoposta a qualsivoglia tipo di cure farmacologiche né psicologiche».

Fonte : Corriere della Sera

Enrico VIII e Anna Bolena: disegnò un cuore con le iniziali A.B., scrisse “Ti amo” e le tagliò la testa. Una mostra a Londra

Wednesday, May 6th, 2009

Quando si dice “perdere la testa” per amore. La parabola di Anna Bolena, dama di compagnia di Caterina d’Aragona, poi amante di Enrico VIII, regina per pochi anni, infine decapitata dall’uomo che per lei aveva “rotto” con la Chiesa di Roma, segna innegabilmente la storia d’Inghilterra in una delle sue svolte più cruciali.

Il momento in cui, secondo lo storico David Starkey, curatore della mostra “Henry VIII: Man and Monarch” inaugurata in questi giorni a Londra in occasione del cinquecentenario della sua ascesa al trono «la storia inglese cambia»: da Paese profondamente cattolico e integrato nell’Europa dell’epoca a regno “Euroscettico” ante-litteram, ostile e isolato dal continente.

A marcare il confine tra i due periodi, una lettera d’amore di Enrico VIII ad Anna Bolena del 1527. Dopo anni di trattative con il Vaticano (che nei suoi archivi custodisce un carteggio di ben 17 missive scritte di proprio pugno dal sovrano sanguinario), la British Library di Londra è riuscita ad ottenere la preziosa dichiarazione d’amore per l’esposizione inaugurata la scorsa settimana e in corso fino al 6 settembre.

La lettera, scritta durante il corteggiamento segreto del sovrano, mostra il lato tenero, appassionato e persino devoto del tirannico monarca, passato alla storia non solo per lo scisma anglicano, ma anche per le sue sei mogli e per le numerose condanne a morte che segnarono il suo regno.

«Le prove del vostro affetto sono tali (…) che mi costringono ad onorarvi, amarvi e servirvi per sempre» scrive Enrico VIII, annunciando la sua irrevocabile intenzione di sposarla. Forse perché ossessionato dal desiderio di quel figlio maschio che la prima moglie, Caterina d’Aragona, non era in grado di dargli e che lui reputava indispensabile per assicurare la stabilità della dinastia dei Tudor, forse perché attratto a tal punto dalla ritrosia della Bolena (che rifiutò di concedersi fino al 1532) da essere totalmente accecato dalla passione.

Determinato a sposarla anche a costo di rompere la salda alleanza con papa Clemente VII, che gli rifiutò l’annullamento del primo matrimonio. E ad arrivare, nel 1534, all’Atto di Supremazia, che ne ufficializzò il ruolo di capo della Chiesa d’Inghilterra.

Sfortunatamente per Anna, la passione del re non durò a lungo: appena tre anni dopo il matrimonio, fu decapitata il 19 maggio 1536 e “sostituita” da una nuova moglie, Jane Seymour, solo 11 giorni dopo. Ma guardando quella lettera, che Enrico firma racchiudendo le iniziali dell’amata (A. B.) in un cuoricino e in cui le promette che «d’ora in poi il mio cuore sarà dedicato soltanto a voi», non si può dubitare che anche lui, in quel momento, avesse davvero “perso la testa”.

Sara Grattoggi
(Scuola Superiore di Giornalismo Luiss

Fonte : Blizz

Le donne che vivono in una Smart «Dopo lo sfratto è la nostra casa»

Tuesday, May 5th, 2009

Un mese in strada. Un me­se dormendo su sedili di una Smart. Lei, Loredana Minopoli, 47 anni e un po­sto di lavoro mangiato dalla crisi, e sua figlia Valentina, 20 anni e un lavoro co­me estetista che finora ha tenuto a galla tutte e due. Il loro appartamento, dopo anni di carte bollate, è stato venduto e dal 19 di marzo è iniziato il loro infer­no. Lo sfratto, qualche notte dormendo da amici, e poi la loro auto, una Smart gialla «con i sedili che rompono la schie­na, il freddo che non fa dormire e la pau­ra di restare sole tutta la notte chiuse in quella scatola». Ci vivono da un mese. Doveva essere una soluzione di fortuna, per non pesa­re sulle spalle di qualcuno perché — di­ce Loredana — «lei e la sua Valentina non hanno mai rubato, o sparato, o ma­gari ucciso», perché sono «bravagen­te ». Lo ripete rigirando le dita sul croci­fisso dorato che le pende dal collo. È questa piccola croce che — sostiene — protegge le poche ore di sonno e prima o poi le aiuterà.

Poi le cose non sono cambiate, e la difficoltà, la paura, l’imba­razzo di un momento si sono trasforma­te in una strada senza fine. L’auto è di­ventata una casa parcheggiata tutte le notti tra il supermarket di via Dei Missa­glia e la caserma Gratosoglio dei carabi­nieri. «Perché a Milano c’è da aver pau­ra, poi c’è Valentina che è una bella ra­gazza di 20 anni e se ne sentono di tutti i colori, a Milano». Da questo parcheg­gio con l’erba verde che sbuca tra le mat­tonelle, poi, si vede la sua casa. Quella che ha lasciato in fretta e furia il 19 di marzo quando è arrivato l’ufficiale giu­diziario con l’ordine di sfratto. Da quel giorno lì, da quella mattina fresca con il primo sole, Loredana e Valentina hanno dovuto vivere senza niente. Chiuse nel loro loculo giallo che, raccontano, «quando piove non c’è modo di dormi­re, che quando fa freddo bisogna sve­gliarsi e mettere in moto per non conge­lare ». Valentina fa l’estetista. Lo stipen­dio è poco, «ma è l’unica cosa che con­sente a tutte e due di sopravvivere sen­za sembrare due barbone». E non fosse per i sette chili persi in 40 giorni e le oc­chiaie da nascondere con il correttore, la loro vorrebbe essere la vita di prima: ci sono i bar, i centri commerciali, c’è sempre la casa di qualche amico per una doccia. «Al lavoro l’hanno capito— racconta la madre —. Ma non glielo fan­no pesare».

Quanto al suo lavoro, quel­lo come addetta alle pulizie in una casa di cura di Milano, è terminato il 17 gen­naio. La cooperativa non ha rinnovato il contratto e la signora Loredana è diven­tata di troppo. Quanto alla casa, l’appar­tamento di proprietà dell’Inail in via Ni­cola Romeo è stato venduto per 148 mi­la euro. La signora Minopoli era morosa da quando il marito era sparito, l’altro figlio trasferito a Savona e l’affitto quasi raddoppiato. «Era diventata troppo grande, troppo costosa — raccontano —. Abbiamo chiesto una sistemazione più piccola, non c’è stato niente da fa­re ». Così dopo le carte bollate è arrivato lo sfratto. «Non ci hanno dato neppure il tempo di provarci, di cercare davvero una nuova casa — prosegue Loredana —. Adesso come faremo, ho chiesto, ma niente, niente». In Comune le hanno fatto fare doman­da per una casa popolare. Le hanno con­sigliato di non farsi illusioni perché per entrate nella graduatoria del prossimo settembre ci vorrebbe qualche invalidi­tà, qualche figlio minore, magari anche un anziano a carico, un passaporto stra­niero o un problema di abusi, perché aspettano già 20 mila famiglie e per lo­ro, per la «bravagente», il punteggio è risicato. Le hanno detto di provare nei dormitori dei barboni. Pieni anche quel­li. Poi Loredana ha scritto al sindaco Mo­ratti, e un suo assistente l’ha invitata a ripetere la trafila con i servizi sociali. «Ci hanno abbandonate, come si fa ad andare avanti così». Per ora c’è la strada e i sedili della Smart di Valentina che neppure hanno i ribaltabili, ma almeno le hanno fatte arrivare fin qui. Un mese intero, aspettando che il «buon Dio» si­stemi le cose, che alla fine questa Mila­no distratta torni a ricordarsi di loro.

Fonte: Corriere della Sera