Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Ru486, la scelta del Consiglio di Sanità “La pillola abortiva solo in ospedale”

Friday, March 19th, 2010

Livia Turco (Pd): “E’ la saga dell’ipocrisia”

 

Ru486, la scelta del Consiglio di Sanità "La pillola abortiva solo in ospedale" Ferruccio Fazio

ROMA - Niente day hospital, solo il ricovero in ospedale. E’ questa la strada obbligata che si troveranno davanti le donne che ricorreranno alla pillola abortiva Ru 486. Il Consiglio superiore di Sanità ha deliberato che “l’ unica modalità di erogazione” del farmaco sia “il ricovero ordinario fino alla verifica dell’espulsione completa” per garantire “la tutela psicofisica della donna e il rispetto della legge 194″. Lo ha reso noto il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, a margine di convegno a Roma. Spiegando “di aver appena firmato l’invito per le Regioni ad adeguarsi”.

“Il Css - continua Fazio - ha raccomandato al ministero di formulare linee di indirizzo e il ministero si riserva di adottare le necessarie iniziative di monitoraggio e valutazione al più presto”.

Lo scorso novembre la commissione Sanità del Senato aveva approvato, a maggioranza, un documento in cui si chiedeva al governo di fermare la procedura di immissione in commercio della pillola in attesa di un parere tecnico del ministero della Salute circa la compatibilità tra la legge 194 e la RU486. Secondo la maggioranza con la RU486 l’interruzione di gravidanza diventerebbe molto più facile rispetto alle procedure previste dalla legge sull’aborto. Una valutazione contestata dall’opposizuione che parò di svolta “antiabortista”.

Già lo scorso 22 febbraio, il sottosegretario alla salute Eugenia Roccella era tornata a ribadire che non solo la somministrazione della pillola, ma anche l’intera procedura, sarebbero dovute avvenire in ospedale dove “la donna deve essere trattenuta fino ad aborto avvenuto”, come preannunciato nel parere del consiglio superiore di sanità, che oggi ha deciso in questo senso.

Critico il Pd. “Dubito che il cosniglio abbia preso questa decisione in scienza e coscienza - commenta Livia Turco - La scelta di somministrare la pillola abortiva Ru486 solo in ricovero ordinario è una saga dell’ipocrisia: significa che le donne usciranno dall’ospedale dopo aver firmato le proprie dimissioni e questa non è certo la via per tutelare la loro salute

La soluzione di Marion Cotillard

Sunday, March 14th, 2010

fonte: Youtube

Contro le crisi dieci libri da leggere per cambiare rotta

Wednesday, March 10th, 2010

Eccovi un link da guardare con attenzione:

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro/2010/donne-economia/risorse-utili/10-libri-cambio-rotta.shtml?uuid=30a233a6-2845-11df-800d-74241d6b774c&DocRulesView=Libero

Rivoglio le odiate mimose

Monday, March 8th, 2010

E se ci riprendessimo le mimose? Se l’8 marzo, andassimo in giro col mazzetto giallo? Non più come regalino paternalistico, da «buona festa, care cocche». Come segno di protesta riconoscibile. Magari appuntate alla borsa, o sul bavero tipo suffragette (se non ci fossero state non andremmo a votare, in effetti); o anche tra i capelli (tipo figlie dei fiori, che hanno i loro meriti; certo è più adatto alle nipotine della Summer of Love che alle nonne). Così, a chi chiede «perché hai una mimosa puzzolente sulla giacca a vento?», si potrebbe rispondere: «Sono donna, sono arrabbiata, di questa Italia misogina non ne posso più». Senza timore di sembrare ridicole. Le donne, per i loro diritti, hanno sempre dovuto combattere. E ogni volta sono state ridicolizzate. Si cercherà di ridicolizzare anche questo 8 marzo, sicuro. Ci saranno fesserie in tv e frasette politiche di circostanza. La maggioranza delle femmine lo ignorerà, o andrà stancamente con le colleghe in pizzeria. Ma non è il momento di essere stanche. Anche se, dopo un anno che avrebbe demotivato Betty Friedan-Simone de Beauvoir-Emmeline Pankhurst (leader delle suffragette di cui sopra), sono in tante a liquidarlo: «No, l’8 marzo no, non siamo patetiche». Patetiche lo siamo già. In mondovisione, grazie alla nostra velinizzazione virale e alle imprese del premier

GIORNATA DELL’ORGOGLIO FEMMINILE - Nella rappresentazione dei nostri media. Nella vita quotidiana, al lavoro e in casa. Ci sentiamo patetiche perché ci danno valore solo in base all’età, all’aspetto e all’acquiescenza. Ma anche il dismettere la festa delle donne in quanto concessione a un genere minore (tipo Giornata del Cane), a questo punto è un segno di acquiescenza. Bisognerebbe ammettere quanto terreno abbiamo perso; dire che quasi tutte sono, in qualche modo, discriminate. E rendere questo 8 marzo una giornata dell’orgoglio femminile. Con i mezzi che abbiamo; con un simbolo comprensibile, quelle mimose che per anni ci hanno mandato in bestia. Quando le trovavamo sulla scrivania, omaggio di qualche capo meno femminista di Fabrizio Corona. Quando le regalava un fidanzato fedifrago o un’amica scema. Recuperarle ed esibirle sarebbe una civile riappropriazione dello spazio pubblico. Di quello reale, non virtuale: in troppe passiamo il tempo a discuterne online, a firmare tra noi appelli sui social networks con titoli come «Io non considero normale». Sarebbe ora di mostrare l’anormalità a chi passa per strada, a chi lavora con noi, a chi pensa che un Paese di donne annientate sia normalissimo e soprattutto comodo; per i maschi. Sarebbe ora di provarci e di contarci; non perché siamo donne, perché essendo donne ci siamo stufate. Perché per smettere di sentirci annientate dovremmo prima diventare, come dicono le nostre ragazzine, «fomentate» (vogliamo che crescano con questi modelli femminili? Con questi esempi di carriere donnesche? Come potenziale merce un tanto al chilo? Meglio il fomento, o come scrivono loro, il fomentooo; e buon 8 marzo a tutte).

Maria Laura Rodotà
Fonte: Corriere della Sera

Il botox a 16 anni iniettato da mamma

Sunday, March 7th, 2010

Essere donna non è garanzia di intelligenza. Bisogna tornare a mettere in discussione i modelli…

Sarah Burge, la “Human Barbie”, detentrice del record di interventi estetici, fa iniezioni sul viso della figlia Hanna

       Il botox a 16 anni iniettato da mamma

Sarah Burge, la “Human Barbie”, detentrice del record di interventi estetici, fa iniezioni sul viso della figlia Hanna

In casi del genere, anche i meno benpensanti pensano «che fa la polizia?». Una donna adulta può anche farsi 100 e passa interventi di chirurgia estetica (anche se verrebbe da dire «che fa l’ordine dei medici?», nei confronti dei chirurghi che continuano a operarla; vabbé). In casi del genere, anche i genitori più saggi (secondo loro) di adolescenti femmine dovrebbero fare un esame di coscienza. Chiedersi «riusciamo a dare alle nostre figlie un buon senso di sé? O cadiamo vittima, anche noi, del Canone Unico di bellezza occidentale, vogliamo che siano carine a tutti i costi, le rendiamo insicure, facciamo loro dei danni?». 

Il caso di Sarah e Hannah Burge è estremo, ma la dinamica madre-teenager è la stessa in situazioni meno demenziali. Molte, tra l’altro. La notizia è semplice, ma, si diceva, demenzialissima: Sarah, 49 anni, detta la Human Barbie, autoproclamatasi detentrice del record mondiale di interventi estetici, fa regolari iniezioni di botox sulla faccia della figlia Hanna, ora sedicenne, da quando ne aveva quindici. La mamma ha speso mezzo milione di sterline e sembra non avere più un pezzo originale: sono nuovi il seno e il mento, gli zigomi e il collo, le cosce liposuzionate e l’intera faccia (dopo tre lifting). La figlia di tanta madre però (le ragazzine, si sa, sono ingrate) non le riconosce meriti: non si è appassionata al botulino in casa, sostiene; ma a scuola. «Tutte le mie compagne parlano di botox. Io l’ho voluto fare per questo. E perché previene le rughe. Mi erano già venute due linee sulla fronte, ho chiesto alla mamma di intervenire».

Come ogni buon genitore, Sarah è contenta che la figlia si sia rivolta a lei: «È stata onesta, molto meglio così che farsi il botox dietro le mie spalle» (Sarah si è fatta il botox anche dietro le spalle, d’altra parte, probabilmente). Le due sono state fotografate, sorridenti ma non particolarmente espressive, dal tabloid Daily Mail. Che per par condicio ha intervistato l’inorridito presidente della società britannica dei chirurghi plastici. Il quale ha ripetuto sconsolato che il botox può essere iniettato solo da medici esperti (Sarah è diplomata estetista), che può causare asimmetrie e paralisi; che in dosi eccessive e precoci fa male. Ma alla fine il Mail lascia l’ultima parola alla sedicenne. Che spiega: «Il Teen Toxing è parte della vita, di questi tempi; e io lo condivido con la mia mammina». È bella la condivisione mamme-figlie. Ma per favore, cerchiamo di non condividere le nostre fesserie.

 

 

Maria Laura Rodotà
Fonte: Corriere della Sera

 

 

 

 

«Te la diamo gratis», manifesti “misogini”

Thursday, March 4th, 2010

C’è una pubblicità che dà molto fastidio alle donne di Napoli soprattutto in vista dell’8 marzo. È quella di un caffè che con centinaia di 6×3 ha invaso le strade cittadine con uno slogan definito dall’Udi (Unione donne) «scurrile». Viene raffigurata una signorina con una macchinetta per fare l’espresso in casa. Sul poster campeggia lo slogan: «Compri la macchina del caffè? Sei pazzo. Noi…Te la diamo gratis». L’ultima affermazione è sparata a caratteri cubitali e l’effetto è tale che subito la si associa alla sorridente signorina, come il balloon di un fumetto.

«OFFESA ALLE DONNE» - «Si tratta di una campagna che esprime e riassume la cultura combattuta dalla politica delle donne e dalle donne, quelle così dette cittadine comuni, che continuamente ci segnalano la loro offesa. Napoli - spiega l’Udi - dal mese di novembre ha adottato una delibera che rende indisponibili gli spazi pubblici a simili scempi “perché offensivi e lesivi della dignità femminile”, ed istituisce una commissione ad hoc». L’Udi chiede quindi al sindaco di Napoli, Rosetta Iervolino, di rimuovere la pubblicità.

Fonte: Corriere della Sera

Le avanguardie femministe degli anni ‘70 in mostra a Roma

Monday, March 1st, 2010

Il corpo, l’identità sessuale per scardinare gli stereotipi sulla condizione femminile. Una galleria di foto controverse, provocatorie, suggestive che mettono in discussione il ruolo attribuito alla donna e invitano ad una nuova presa di coscienza. Sono le immagini realizzate da diciassette fotografe che, negli anni Settanta, hanno utilizzato il linguaggio dirompente delle avanguardie per portare avanti, tra ironia e attivismo politico, le istanze del femminismo. Un totale di oltre duecento opere della Sammlung Verbund di Vienna, una collezione d’impresa fondata nel 2004 capace di documentare il movimento con le sue ribellioni e rivendicazioni.
“Donna. Avanguardia femminista negli anni 70 dalla Sammlung Verbund di Vienna” è il titolo della mostra in cartellone alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma fino al 16 maggio. Un’esposizione che propone i lavori di artiste come Helena Almeida, Eleanor Antin, Renate Bertlmann, Valie Export, Birgit Jürgenssen, Ana Mendieta, Cindy Sherman e molte altre. Un gruppo di fotografe che riuscirono, ognuna a modo suo, a dare voce alla ribellione femminile degli anni ‘70.

“Donna. Avanguardia femminista negli anni 70 dalla Sammlung Verbund di Vienna”. Fotografie di autori vari. Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, Roma, fino al 16 maggio. Orari: da martedì a domenica dalle 8.30 alle 19.30, chiuso il lunedì. Ingresso: Intero 10 euro, ridotto 8 euro.
Sito Internet

Fonte: Il Sole 24 ORE

L’appello de l’Unità: “Salviamo Melevisione”

Sunday, February 28th, 2010

La RAI ha deciso che dall’ottobre 2010 la Melevisione, e con lei l’intera Fascia Bambini di Rai Tre, non andrà più in onda. I genitori, gli insegnanti, gli abbonati alla TV del “servizio pubblico” hanno reagito chiedendo, con diecimila firme su Facebook e una valanga di mail, che la Melevisione viva ancora. La RAI ha risposto con un comunicato che promette vaghe “offerte più mirate” ed evita di rispondere a ciò che gli italiani le chiedono: cosa farà del Fantabosco.

La Melevisione è un piccolo frutteto che ha resistito per undici anni in mezzo all’espandersi delle colture intensive e transgeniche della TV, produttrici di programmi tutti forti e tutti uguali. Eppure oggi molti paesi cominciano a preoccuparsi per i loro bambini obesi, a vietare per legge merendine chimiche studiate per educare il palato a sapori più forti del reale, che fanno sentire insipide le mele. Ma questa preoccupazione non tocca i genitori “decisori” d’Italia. O non per i figli loro: i figli di chi potrà, nei canali a pagamento, troveranno cibi più sani per la mente, se li desiderano. Ai figli di tutti gli altri, invece che ingrandirlo e porlo più in vista, toglieranno anche quel cestino di Mele posato in un angolo, a cui tuttavia qualcuno attingeva. Non hanno ancora capito, e rischiano di capire a loro e nostre spese, che i bambini non sono figli nostri o altrui, ma del paese.

Chiediamo che la Melevisione continui a vivere, a produrre nuove serie, a restare visibile a tutti i bambini d’Italia che vogliono vederla. Chiediamo che rimanga su Rai Tre almeno finché il digitale terrestre non avrà completato una reale ed efficace copertura nazionale.

APPELLO MELEVISIONE

Hanno aderito:

Concita De Gregorio

Lidia Ravera

Loretta Napoleoni

Silvia Ballestra

Moni Ovadia

Carlo Lucarelli

Giancarlo De Cataldo

Tiziana Pomes

Roberto Alajmo e il figlio Arturo

Igiaba Scego

Beppe Sebaste

Manuela Trinci

Fonte: L’Unità

Cambiare registro

Friday, February 26th, 2010
La lettera di risposta della Presidente della Provincia dell’Aquila Stefania Pezzopane al Sottosegretario Gianni Letta
inserito da Redazione
Appello Pezzopane a Letta: ”Cambiare registro”

Carissimo Sottosegretario,
il suo turbamento è consolante, vista la corsa di molti a leggere l’accaduto come ennesima occasione di scontro.
Mi dispiace che anche lei sia stato ingannato dalla lista ufficiale delle ditte operanti a L’Aquila, che le sarà stata certamente fornita da persone competenti e di sua fiducia.
Questo però spiega la mia insistenza nel cercare dalle autorità la “lista della verità” non quella per l’ufficialità pubblicata su siti e giornali.
Mi preoccupa molto la vicinanza di uomini delle istituzioni a comitati d’affari e l’ombra delle mafie sul nostro territorio, rinomato per il suo sano tessuto sociale ed economico. Sento forte l’obbligo morale, come rappresentante del territorio di tenere alta la guardia.
Per questo mi rivolgo a lei, abruzzese come me e persona misurata, affinché si volti questa orribile pagina e si comincino a dare segnali forti di un rinnovamento etico, di un operare realmente democratico e trasparente.
Oggi lei ha avuto la premura di rispondere alla mia lettera; altri rappresentanti istituzionali non ne colgono la necessità. L’apprezzamento del gesto non è solo mio ma certamente dei cittadini della provincia. Troppe domande però, troppo spesso restano senza risposta, mentre freme la nostra gente per la voglia di ricostruire la città che sente propria. Abbiamo bisogno per questo che si espliciti una linea chiara che ci consenta di pianificare a breve, medio e lungo termine senza dubbi. Abbiamo bisogno di cambiare registro anche sui metodi, che siano più includenti, stimolanti, che ricostruiscano la fiducia.
Mi appello all’affetto che lei nutre per questa terra e al senso di dignità che oggi la scuote.
Con stima e cordialità.

Questa la lettera di risposta della Presidente Stefania Pezzopane al Sottosegretario Gianni letta All’indomani della missiva la Pezzopane commenta:
” Le responsabilità penali le accerterà la magistratura, ma le istituzioni e la politica hanno il dovere di filtrare il più possibile i rischi di inquinamento morale ed economico. Aldilà di facili incidenti o equivoci è doveroso non solo essere onesti ma apparire onesti, cioè non ispirare neppure il sospetto.
Temo che questa ignobile vicenda si archivi col solito banale gioco delle parti che liquida tutto fra innocentisti e colpevolisti a seconda della convenienza di parte.
Mentre aldilà delle responsabilità penali, che accerterà la magistratura, preoccupa la vicinanza di uomini delle istituzioni a faccendieri e affaristi spregiudicati. Una vera e propria rete onnipresente e ramificata che si avvicina pericolosamente ai nostri cantieri.
Epigoni della maggioranza cominciano poi a diffondere in tv tesi preoccupanti sulla ricostruzione dell’Aquila: tempi biblici o addirittura la necessità di raderla definitivamente al suolo. Le incertezze sui finanziamenti gettano altro scoramento, mentre continuano a volteggiare corvi ed avvoltoi”.

L’Aquila 19 febbraio 2010

(ufficio stampa Provincia L’Aquila

Fonte: http://www.noidonne.org/blog.php?ID=00531

In Italia oltre un quarto delle donne lascia il lavoro dopo la maternità

Wednesday, February 24th, 2010

Lavoro e maternità in Italia sono più inconciliabili che in qualsiasi altro Paese europeo, compresi Spagna e Grecia. Lo ricorda il rapporto presentato oggi da Manageritalia, secondo il quale in Italia oltre un quarto delle donne occupate abbandona il lavoro dopo la maternità. Ma mentre “in tutti i Paesi europei l’occupazione delle neomamme mostra un percorso a U, con una forte discesa nei primi tre anni di vita del bambino e un graduale ritorno al lavoro in seguito”, solo in Italia “il tasso d’occupazione delle donne continua a calare al crescere dell’età dei figli”.

Sarà per questo che il tasso di natalità in Italia nel 2009 ha registrato un ulteriore, sia pur modesto, peggioramento, passando dall’1,42 del 2008 all’1,41 (nonostante, come ricorda l’Istat, a sostenere negli ultimi anni il tasso di natalità siano in misura consistente le donne immigrate). I dati, però, rilevano gli economisti della Voce.info Daniela Del Boca e Alessandro Rosina, non sono omogenei in tutte le regioni, e mostrano invece tendenze opposte tra le regioni con una buona occupazione femminile e quelle nelle quali invece l’occupazione femminile è bassa. Prendendo ad esempio due regioni estreme, la Campania e l’Emilia Romagna, (la prima ha un tasso di occupazione femminile del 27,3 per cento, la seconda del 62,1 per cento), in 15 anni in Campania si è passati da un numero medio di 1,51 figli per donna a 1,42, mentre in Emilia Romagna nello stesso periodo si è passati da 0,97 a 1,48. Segno che alla lunga le politiche di sostegno all’occupazione femminile, a cominciare dagli asili nido, producono effetti positivi anche sotto il profilo della natalità. Dove si lavora di più, insomma, si fanno più figli, e non il contrario, come si potrebbe pensare. “Il confronto tra questi due estremi evidenzia ulteriormente come partecipazione delle donne al mercato del lavoro e maternità possano crescere assieme, anche in anni difficili, in presenza di adeguate politiche”, sottolineano i due economisti

E’ proprio l’abbandono del posto di lavoro dopo la nascita del primo o del secondo figlio, rileva il rapporto di Manageritalia, a mantenere bassissimo in Italia il tasso di occupazione femminile. Infatti “oggi in Italia se prima della nascita del figlio lavorano 59 donne su 100, dopo la maternità ne continuano a lavorare solo 43, con un tasso di abbandono pari al 27,1 per cento”. Una decisione sulla quale non incidono solo le esigenze di cura dei figli, aggravate dalla mancanza di servizi sociali adeguati, ma spesso anche il fatto che “molto spesso il rientro in azienda dopo la maternità costituisce un momento particolarmente critico del rapporto impresa-dipendente con il rischio di una eventuale mobbizzazione se non una definitiva induzione a lasciare il lavoro”.

E quindi l’Italia ha un tasso di occupazione femminile intorno al 46 per cento, contro il 58 per cento abbondante della media europea. Dato stigmatizzato infinite volte, ma senza mai trovare soluzioni adeguate, denunciano da più parte gli economisti e in particolare le economiste. Sul sito Ingenere.it, on line da poche settimane, nato con l’obiettivo di affrontare i principali temi economici dal punto di vista delle donne, Maria Letizia Tanturri, ricercatore di Demografia alla Facoltà di Scienze Statistiche dell?Università di Padova, sottolinea come anche il recente piano Carfagna-Sacconi (il documento “Italia 2020. Programma di azioni per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro”) continui “a puntare sulla solidarietà intergenerazionale”, senza prevedere azioni concrete di sostegno. Ma cosa succederà, si chiede Tanturri, “nel 2020 quando le politiche per l’invecchiamento attivo - in accordo con le normative europee e con gli intenti dei ministri - innalzeranno l’età pensionabile per gli uomini, ma sopratutto per le donne?”. Che le nonne non saranno più a disposizione di figlie e nipoti, lo sgretolamento definitivo della famiglia italiana tradizionale, sempre più “un gigante dai piedi d’argilla”.

La probabilità di uscire dal mercato del lavoro aumenta significativamente per le madri sotto i 24 anni (72 per cento) e per le donne meno istruite (68 per cento tra le donne che si sono fermate alla licenza media contro il 24,5 per cento delle laureate), e si triplica per le mamme che al momento del concepimento lavoravano a tempo determinato. Nel settore pubblico il “rischio-abbandono” scende al 25 per cento, mentre nel settore privato la probabilità è maggiore per le operaie (37,6 per cento) e scende gradualmente fino ad arrivare a chi ha un ruolo manageriale (12,9 per cento). Tuttavia, rileva Manageritalia, se anche le donne manager tendono a rimanere al loro posto dopo la nascita di uno o più figli, sono quasi sempre costrette ad abbandonare le aspirazioni di carriera. Per il 59 per cento degli intervistati le ragioni stanno nella “perdita di influenza e di ruolo”, per il 30 per cento sono dovute a “difficoltà connesse alla ristrutturazione organizzativa” e per il 27 per cento a “ristagno nel trattamento economico”, e infine per il 23 per cento al mobbing.

La maternità, insomma, diventa un problema, in un mondo del lavoro che comunque in Italia tende a emarginare la donna, e in un panorama che non offre al momento un adeguato piano di progetti e investimenti pubblici. Proverà a dare un contributo in questa direzione il progetto “Un fiocco in azienda”, presentato oggi a Milano da Manager Italia e l’associazione La Casa Rosa, con il patrocinio della Regione Lombardia e della Provincia di Milano e il contributo del Comune di Milano. Il progetto offre un supporto concreto alle madri per evitare di cadere nella depressione post-partum e al reinserimento nel lavoro, evitando quanto più possibile situazioni di conflitto o di mobbing.

Fonte: La Repubblica