Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Io, insegnante sottopagata e sottostimata (e brava)

Wednesday, September 1st, 2010

Gentile Direttore, ho apprezzato l’articolo di Giovanni Belardelli (Corriere di venerdì) sulla crisi della scuola e dei docenti, che vivo dall’interno come insegnante di tedesco alle superiori. Spesso ci sentiamo soli, isolati, non solo perché il nostro lavoro è poco riconosciuto, ma anche perché all’interno della scuola in genere ci sono troppi conflitti e manca per così dire lo spirito di corpo, il fatto di essere una squadra; scuola quindi specchio di una società divisa, a volte con conseguenze negative per gli studenti… Non credo molto nella valutazione degli insegnanti attraverso esami che riconoscano il merito, perché anche nella scuola, come nella società, ci sono tante parrocchie e parrocchiette, con i rispettivi santi protettori, che non sono in cielo, ma sulla terra e spesso sono molto, molto influenti.

Vorrei precisare inoltre che il punteggio non dipende solo dall’anzianità di servizio, ma anche dal fatto di avere o meno dei figli (retaggio dell’epoca mussoliniana?): se non sbaglio, 4 punti ogni anno per i figli fino a 5 o 6 anni, 3 punti ogni anno fino al compimento dei 18 anni. Ma il ministro Gelmini non aveva detto che la scuola non è un ente assistenziale? Subito dopo i precari, sono stati gli insegnanti di ruolo single/senza figli le prime vittime della riforma; come mantenere l’entusiasmo dei primi tempi, se quello che si fa per migliorare e coinvolgere gli alunni non viene comunque riconosciuto? Scambi con l’estero, progetti europei, certificazioni, le famose visite di istruzione, dette comunemente «gite», progetti per gli studenti stranieri ecc. sono tutti extra miseramente retribuiti, che non valgono nemmeno per il punteggio. La conclusione è che la scuola in generale si basa sulla buona volontà o sul coraggio degli insegnanti, precari o di ruolo. Stop. Gli insegnanti «gentiliani», che sono stati anche i miei insegnanti e i miei modelli, sono una specie in via di estinzione.

Chi c’è al loro posto? Potrei fare qualche esempio: l’insegnante «mamma», che considera prevalente l’elemento educativo, sicuramente parte dell’insegnamento, con la certezza inossidabile che una madre sia automaticamente una brava educatrice (risposta di una collega a un mio intervento durante un consiglio di classe: «Tu queste cose non le puoi capire, perché non hai figli»); in genere provenienti da un ambito cattolico, pensano di essere le uniche depositarie dei valori. Ancora, l’insegnante «amicone»: si veste e si comporta come un adolescente anche oltre i 40 anni, i suoi voti scendono raramente sotto il sei e ama sparlare degli altri insegnanti con gli alunni; l’insegnante «psicologa» si occupa prevalentemente del disagio adolescenziale, che in qualche caso si manifesta singolarmente in modo acuto in occasione di compiti in classe e interrogazioni. Un altro caso è l’insegnante in «standby», a cui mancano pochi anni alla pensione, che ripete le stesse lezioni quasi senza cambiare una virgola, come un vecchio attore, pensando all’ambito traguardo. Poi l’insegnante «burocrate», che usa volentieri il linguaggio tecnico della scuola: se gli rivolgi una domanda con parole comuni ti guarda perplesso e non risponde. Io credo di essere nella categoria degli scettici e dei dubbiosi, che non si fanno illusioni, ma cercano alla lontana di essere «gentiliani», tollerati da alcuni colleghi come fossili viventi, persone un po’ strambe che non vogliono omologarsi, ma pensare con la loro testa. Però, se la scuola pubblica nonostante riforme improvvisate, proclami, minacce e calunnie continua a camminare, magari in modo incerto, vuol dire che ci sono ancora bravi insegnanti che amano il loro lavoro sottostimato, sottopagato, sottovalutato, in altre parole sotterraneo. Cordiali saluti

Nadia Marchetti
Laveno (Va)
Fonte: Corriere della Sera

In Italia e’ record di parti cesarei

Tuesday, August 31st, 2010

 I parti cesarei, in costante aumento in Italia, nel 2007 hanno raggiunto il 38% delle nascite. L’Italia e’ cosi’ ai vertici (in negativo) della classifica europea. E con gli ospedali del Sud che sfiorano il 60%, toccando addirittura il 78% nelle strutture private. E’ quanto afferma Onda, l’Osservatorio Nazionale sulla salute della donna, secondo la quale la percentuale dei parti cesarei arriva al 60,5% in Campania e al 52,4% in Sicilia.

Fonte: Ansa.it

Italia all’ultimo posto in Europa per le spese per la famiglia e la maternità

Saturday, August 28th, 2010

In Italia si spende per famiglia e maternità l’1,4% del Pil (dati 2009), uno dei livelli più bassi in Europa anche se rispetto al 2007 (1,2%) il trend è leggermente in ascesa: è quanto si evince dalla Relazione sulla situazione economica del Paese, pubblicata dal ministero dell’Economia. Il dato comparato tra i vari Paesi più aggiornato risale al 2007, anche se, come detto, la Relazione offre «un aggiornamento al 2009 dei soli dati relativi all’Italia» dai quali emerge che lo scorso anno la spesa per la famiglia è salita all’1,4%. Non disponendo dei dati comparati per il 2009 non si sa se con quello 0,2% in più l’Italia ha scalato qualche posto della classifica, dalla posizione di coda, ma è evidente che questo risultato resta ancora lontano dal 3,7% di spesa sul Pil registrato in Danimarca o dal 3% in Svezia. In ogni modo, pur escludendo i Paesi scandinavi che hanno una tradizione di welfare di un certo peso, l’1,2-1,4% dell’Italia resta lontano anche dal 2,5% della Francia, per fare un esempio, o del 2,8% della Germania, dove in ogni caso si spende il doppio per la famiglia rispetto al nostro Paese. Per quanto riguarda invece la quota di spesa nell’ambito di tutte le prestazioni di protezione sociale, l’Italia tra i 27 Paesi europei precede solo la Polonia: nel nostro Paese, infatti, la quota per la famiglia e la maternità, nell’ambito della spesa per welfare, pesa il 4,7% (in Polonia il 4,5%). Mentre la media complessiva dei Paesi europei è dell’8%

LA SUDDIVISIONE DELLA SPESA PER IL WELFARE - La spesa per invalidità, vecchiaia e pensioni ai superstiti è invece più elevata (17,1%) che negli altri Paesi: la media dei 15 è pari infatti al 14% e quella dei 27 è del 13,7%. Non solo, ma la quota di spesa per queste voci è pari nel nostro Paese al 67,1% del totale prestazioni, contro il 54% della media dei 15 Paesi. Con riguardo alla malattia, l’Italia si colloca su un livello di spesa in rapporto al Pil (6,7%) inferiore alla media dei 15 (7,6%) e dei 27 (7,4%). Per le altre spese sociali, invece, il nostro Paese presenta percentuali meno elevate o in alcuni casi simili agli altri, tranne Malta e Polonia per famiglia e maternità, e Bulgaria, Polonia e Romania, nonché i tre Paesi baltici per disoccupazione (0,5% del Pil). Per quanto riguarda infatti la disoccupazione, la spesa dell’Italia è inferiore alla media dei 27 di 0,8 punti di Pil, così come quella per famiglia e maternità.

Fonte:Corriere della Sera

Donne nei Cda, adesso sono il 6%

Saturday, August 21st, 2010

Con una misera quota del 6,2 per cento, le donne italiane rappresentano davvero una sparuta minoranza nell’ambito dei consigli di amministrazione delle società quotate in Borsa, come attestano i dati della Consob riferiti al 2009. Ma a breve la situazione potrebbe cambiare in modo radicale: alla ripresa dei lavori della Camera i parlamentari si troveranno sul tavolo infatti una proposta bipartisan che parte da due progetti di legge (firmati rispettivamente da Lella Golfo del Pdl e Alessia Mosca del Pd), già approvata dalla commissione Finanze di Montecitorio, e che prevede la presenza obbligatoria del 30 per cento di donne nei Cda.

Quest’obiettivo decisamente ambizioso (data la situazione attuale di partenza) dovrebbe essere raggiunto attraverso una modifica dello statuto delle società, prevista da tre articoli che verrebbero aggiunti al Testo Unico dell’Intermediazione Finanziaria (Tuf) del 1998. Si affida infatti proprio allo statuto delle società il compito di assicurare l’equilibrio tra i generi nel riparto degli amministratori da eleggere e tale equilibrio è raggiunto quando “il genere meno rappresentato all’interno dell’organo amministrativo ottenga almeno un terzo degli amministratori eletti”. Qualora la norma non venga rispettata dalla composizione del consiglio di amministrazione risultante dall’elezione, i componenti eletti decadono dalla carica. Nel caso di sostituzione di uno o più amministratori prima della scadenza del termine, i nuovi amministratori sono nominati nel rispetto del medesimo riparto.

L’articolo 3 del testo, infine, stabilisce che le nuove disposizioni inserite nel Tuf si applicano anche alle società controllate da pubbliche amministrazioni ai sensi dell’articolo 2359, primo e secondo comma, del codice civile, non quotate in mercati regolamentati.

Una norma necessaria ed equilibrata? Negli ultimi mesi se n’è dibattuto molto. I giornali che hanno seguito il dibattito parlamentari hanno ospitato commenti ironici dei lettori che suggerivano una quota analoga prevista per legge anche per i cantieri edili. Eppure l’Italia non è il solo Paese ad aver sentito il bisogno di introdurre una norma che riservi una quota alle donne nei consigli di amministrazione. La Francia sta discutendo la sua futura legge sull’equilibrio uomini/donne nelle stanze dei ‘bottoni’ prevedendo una percentuale anche più alta a favore delle consigliere: in sei anni, le società quotate in Borsa avranno l’obbligo di garantire una proporzione di ciascun sesso non inferiore al 40 per cento, con il raggiungimento di almeno il 20 per cento entro 3 anni dalla promulgazione della legge.

La stessa proporzione è prevista in Norvegia, fissata fin dal lontano 1978, per le commissioni e i comitati aziendali, e che dal 2006 è diventata obbligatoria anche per aziende quotate in borsa e di proprietà pubblica. Non ci sono numeri prefissati, ma dal 2007 vige l’invito a “una presenza equilibrata di donne e uomini” anche in Spagna. Sono solo tre esempi di come all’estero hanno regolato o pensano di regolare la materia. Tre esempi proposti ai legislatori italiani da un dossier messo a punto il mese scorso dal Servizio studi della Camera.
 
E comunque è importante ricordare che l’Italia attualmente è fanalino di coda nell’Unione Europea per la presenza delle donne nei Cda delle aziende quotate: come si evince dall’European professional women network, siamo al 29esimo posto su 33 paesi censiti, seguiti solo da Malta, Cipro, Lussemburgo e Portogallo. Se poi si considerano i Cda delle prime 300 società europee la situazione è ancora peggiore, poichè dei 375 ’seggi’ di consigliere delle 23 società italiane presenti nella lista delle Big 300 europee solo 8 sono appannaggio di donne: l’Italia scivola così al penultimo posto su 17 paesi, seguita solo dal Portogallo.

Eppure, come dimostra una ricerca Cerved sulle donne manager, le imprese guidate dalle donne vanno meglio rispetto alle altre, incrementano più velocemente i ricavi, generano più profitti, sono meno rischiose. Secondo la società internazionale di strategie e consulenza aziendale McKinsey, infatti, i risultati economici delle società con elevata diversità di genere sono migliori rispetto alle medie di settore fino al 10 per cento in termini di redditività e addirittura al 48 per cento per Ebit (risultato ante oneri finanziari, ndr).

Fonte: La Repubblica

Le vie della tratta sono infinite

Wednesday, August 11th, 2010

Il 79% del traffico di esseri umani è finalizzato allo sfruttamento sessuale, il 18% al lavoro forzato

Di fronte a Dakar, sulla costa atlantica del Senegal, c’è l’isola di Gorée. Cumulo di rocce nell’oceano. Da luogo incantato ha rappresentato, per trecento anni, le colonne d’ercole del continente africano. Da lì partiva per le Americhe la tratta degli schiavi. Proclamata nel 1978 Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO l’isola ospita ancora la “Maison des Esclaves”, la casa degli schiavi dalla quale sono transitati milioni di africani strappati alla loro terra d’origine. Passavano tutti attraverso una piccola apertura, la porta del non ritorno, che, percorrendo una passerella, li conduceva direttamente nelle stive delle navi e da lì nelle piantagioni e nelle miniere del Nuovo Mondo dove la loro manodopera coatta è stata per secoli la base di economie redditizie.
Ancora oggi il traffico di esseri umani, abolito solo formalmente, ha un volume d’affari di 32 miliardi di dollari l’anno. Secondo i dati del Ministero dell’Interno la tratta costituisce, dopo le armi e la droga, la terza fonte di reddito per le organizzazioni criminali. Ogni giorno migliaia di persone si spostano da sud verso nord cercano di giungere nella fortezza europea. Sono viaggi accidentati nei quali rischiano la vita. Il Mediterraneo solcato da improbabili imbarcazioni e le Alpi, frontiera naturale del nostro paese, spesso attraversate a piedi, ricorrono nei racconti di questi nuovi schiavi. E poi, autostrade, aree di servizio utilizzate per fare gli scambi, appartamenti blindati in cui le vittime vengono segregate, fiumi oltrepassati al buio della notte. Ed è incredibile la varietà di mezzi di trasporto utilizzati e di ‘trasportatori’ incontrati. Scafisti specializzati nell’attraversare il mare, coyoteros, nei deserti tra Centro America e Stati Uniti, autisti di Tir dal doppio fondo.
I volti delle persone vittime delle tratte sono soprattutto quelli delle donne e dei bambini. Colpevoli solo di essere poveri, vengono trascinati sulle rotte del guadagno e diventano piccoli schiavi, abusati da pedofili, costretti nelle fabbriche clandestine o negli eserciti. La sorte non è poi così diversa per le donne vendute da un gruppo criminale all’altro, passate letteralmente di mano in mano, per finire nel mercato del sesso. Il 79% del traffico di esseri umani è finalizzato allo sfruttamento sessuale, il 18% al lavoro forzato secondo i dati del Rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro le droghe e il crimine – Unodc. Dati ovviamente sottostimati per l’impossibilità di studiare un fenomeno illegale.

Fonte: Noi Donne
http://www.noidonne.org/articolo.php?ID=03195

Gli strupri dopo le serate tra amici La fiducia tradita delle ragazze

Monday, August 9th, 2010

Gli adolescenti e lo squallore

LE VIOLENZE e il commento della scrittrice

Gli strupri dopo le serate tra amici
La fiducia tradita delle ragazze

Gli adolescenti e lo squallore

Alcune ragazze lo sanno, quanto è impietosa a volte la prima luce del giorno e com’è difficile rincasare a quest’ora con il trucco disfatto e la bocca impastata di alcol.
Il sole si alza da terra, proietta un deserto di bottiglie vuote lungo i marciapiedi, e le insegne dei locali si spengono di colpo. I netturbini spazzano via lo sporco, ammucchiano i resti dei balli e delle sbronze, gli orecchini persi nella concitazione dei baci dati di nascosto.

Alle cinque del mattino intorno a Castel Sant’Angelo, a Roma, c’è una ragazza straniera e ubriaca che vaga e piange. Alla stessa ora, il giorno prima, coricato sull’asfalto, nel cuore di una Capri addormentata, c’era il corpo escoriato e privo di sensi di una diciassettenne francese. Nessuna delle due ricorda. Come sia stato possibile ritrovarsi così, lacerate alla luce dell’alba in un luogo estraneo e tanto distante da casa. Adesso c’è il dolore e basta, il dolore senza cognizione della testa che gira e dello stomaco accartocciato come le lamiere dopo un incidente. È un incidente quello che è appena successo, qualcosa che incide per sempre. Ma le due ragazze sono troppo inesperte per parare i colpi del mondo, quello stesso che poche ore prima sembrava così docile e disponibile.

Ogni adolescente d’estate, prima di uscire la sera indossa il suo vestito più bello, si passa il lucidalabbra che ha il divieto di esibire a scuola, e in bilico sui tacchi alti affronta le strade inzuppate dai neon, le ragnatele di sguardi ammiccanti. Si esce per questo, perché finalmente si ha il permesso di farlo. Ballare al centro di una discoteca affollata e afferrare tutto quanto sembra a portata di mano. Ma tutto cosa? Le due ragazze che esagerano con i drink e si lasciano guardare non lo sanno, neppure i ragazzi che le seguono con gli occhi e le vogliono lo sanno. Dimenare braccia e gambe a ritmo di musica, adesso, significa esistere. Quando una mano afferra la tua e ti trascina in disparte, tu non puoi fare a meno di sentirti preziosa. Hai bevuto molti cocktail per trovare il coraggio, anche se non sai a cosa ti serve, e ti lasci condurre lontano dal frastuono di mille decibel e dalle grida degli amici. Ti trovi improvvisamente sola, in balìa di uno sconosciuto che potrebbe esserti amico e invece non lo è. Il buio confonde il resto. Quando ti accorgi che quelle che hai intorno sono le pareti squallide di un bagno pubblico, e la voce del ragazzo che hai di fronte ti è troppo dentro le orecchie e non è più innocua, è tardi e sta accadendo a te, a te, non a un’altra

Adesso che è l’alba e un netturbino ti raccoglie da terra seminuda e sporca, adesso che una pattuglia dei carabinieri si accosta al marciapiede che percorri senza conoscere il nome della via, tu non hai nessuna colpa. Non hai ancora avuto il tempo, forse non lo avrai mai, di portare a cognizione quel dolore. Eri uscita di casa, semplicemente, con il tremore e la fame di un’estate indimenticabile, com’è giusto che sia, ti eri sciolta i capelli, avevi dato un colpo di telefono ai tuoi per rassicurarli, come tutte le ragazze della tua età.

Silvia Avallone

Zanardo: «Italiane aspettano consenso del maschio»

Saturday, August 7th, 2010

Un involucro, una mucca, che smuove l’uomo a bere quell’amaro, a comprare quel pannello solare. A vedere quel programma televisivo: «Vorrei sorprendermi». Dentro uno di questi involucri c’è Lorella Zanardo, autrice del libro e del documentario «Il corpo delle donne». Una ex manager, di formazione nordeuropea, che ha rianimato l’attenzione, esanime, delle spettatrici italiane di fronte all’abuso del corpo femminile. «Ho appena ricevuto un messaggio - racconta - da un giornalista tedesco “Sembra che l’Italia si sia involuta e forse la situazione delle donne vittime di un’oggettiva scarsa autostima sono la più evidente e sensibile spia del grado di sviluppo della vostra società”. E questo lo dice un uomo». Vuole sottolinearlo la Zanardo, perché «siamo a uno stadio così scimmiesco che sarà poco carino ma ammettiamolo: se lo dice un uomo, vale di più, e sono disposta a tutto purché sia veicolato il messaggio».

Dopo il documentario e il libro, il messaggio ha fatto il giro d’Italia…
«L’ultimo anno è stato vivace: anche le campagne dell’Udi, il vostro giornale, le blogger. Protestare serve, porta risultati significativi. Moltissime campagne sono state interrotte. Il mio lavoro ha avuto “successo” in particolare con i giovanissimi. È su loro che dobbiamo puntare per ottenere un vero cambiamento, armandoci di pazienza. Sono i ragazzini tra i 13 e i 17 che si sorprendono di più: “Perché siete così poco coraggiose?”, mi chiedono».

Perché?

«Si potrebbe scrivere un trattato, ma credo che la donna italiana abbia ancora fortemente bisogno dell’approvazione del maschio: questa è la verità».

E i maschi vogliono donne nude dappertutto…
«Ho presentato il libro a maggio a Milano, al termine, un uomo, d’altissimo prestigio, coltissimo, s’è avvicinato: “Sei anche brava, ma perché vuoi togliere le donne belle dai media, a noi piace?”, m’ha chiesto. Si sta impoverendo la società. E neanche i politici di centro sinistra prendono sul serio la questione».

Questione antica: Togliatti definiva “molto grave” l’insufficiente attenzione del partito sulla questione femminile.

«È attualissima: come si può non notare per esempio che in queste tre ultime settimane di nuove proposte di candidature non ci sia neanche una donna. Eppure basta navigare qualsiasi sito e ci si rende conto che le donne stanno cambiando il mondo. Una giovane donna al parlamento islandese ha fatto approvare una legge per cui si potrà pubblicare qualsiasi segreto militare e istituzionale del mondo. C’ha provato e c’è riuscita: questa è rivoluzione».

È un arretramento generale o soltanto di genere?
«È generale, si, ma chissà che molto non parta da quello. E da cattolica mi sono chiesta, perché la Chiesa, che fa della madonna figura portante della verginità e della purezza sul corpo delle donne non ha detto nulla per criticare l’uso immondo che se ne fa in tv e negli spot. Viene da pensare ci sia un interesse, voluto o non voluto, a mantenerci in questa situazione di sudditanza, a culo per aria sotto il tavolo di plexiglass coi tacchi 12 a spillo: un bellissimo modo per metterci in gabbia. Le rivoluzioni, però, si fanno con le scarpe comode».

Fonte: L’Unità

Donne juke-box di sesso

Friday, August 6th, 2010

Sorelle d’Italia, deste contro il sessimo della pubblicità. La battaglia di Donne libere da Milazzo risale la penisola, per unire le italiane contro immagini offensive. L’Unità lancia, dopo il caso siciliano, una campagna di segnalazioni che da Ravenna a Treviso, da Bari a Bologna risveglia la decenza d’Italia contro spot il cui utilizzo del corpo delle donne risulta continuo e ossessivo.

Femmine in quantità e in nudità, vittime dell’umorismo maschio che si manifesta sui muri di tutte le città, riducendole a mero scherno, mera strizzata d’occhio tra maschietti: solo ironia. E solo maschia, sugli spazi pubblici della Penisola. Così che se nel luglio del 1958, Camilla Ravera dalle pagine di questo giornale richiamava «la forza di milioni di donne unite» contro la guerra. Oggi a noi tocca scrivere di “Passera”, “Figa”. Tocca riferire di imperativi, incitamenti: “Fatti il capo”, “Te la do gratis”, “Provale tutte, una tira l’altra”. Dell’imbarazzante “celodurismo” dei creativi. Perché camminare per le strade del bel Paese, ormai, regala sensazioni un po’ da stadio, un po’ da sexy shop. Dai nostri muri esplode l’incitamento a gustare quel tipo di patatine, a fare quel genere di disinfestazione, addirittura a iscriversi a quella università. Sempre passando attraverso una coscia, un seno, un pube. Un corpo di un animale – “montami” – ci suggeriscono i copywriter, fino a dichiararlo apertamente ‘montando’ il viso di una mucca sul corpo di una donna. Senza trascurare espliciti riferimenti alla prostituzione, dai pubblicitari d’Italia sempre garantita “a costo zero”. La donna è perciò nient’altro che corpo, svilito nella sostanza, ridotto a involucro, o veicolo da utilizzare per raggiungere le tasche di questa maschia Italia. Così che i “Mad Men” italiani si stringono alla corte degli stereotipi di genere, disposti a tutto pur di solleticare il testosterone. «È solo pubblicità, e fa ridere», commenta Andrea F., su Facebook, «L’identità non c’entra». E vogliamo crederlo, anche solo per un istante, quello in cui troviamo una contraddizione di cui non riusciamo a venire a capo, pur volendola gettare sul campo “franco” del dio mercato.

È un sesso senza capacità d’acquisto? Non mangiano le italiane patatine, non vanno all’università, non acquistano pannelli fotovoltaici? «Questo è ciò che accade quando le aziende non hanno un marketing evoluto e le agenzie pubblicitarie non mettono in atto un rigoroso processo strategico prima di lanciarsi nelle loro esplorazioni creative». Spiega Luigi Accordino, direttore del reparto strategico – di chi cioè studia il consumatore e il mercato per indirizzare al meglio il lavoro dei creativi – della Publicis, una delle più grandi agenzie di pubblicità di Milano. E continua: «Nel dubbio su cosa dire e a chi dirlo, e lasciati spesso in totale libertà dall’azienda cliente, alcuni pubblicitari scelgono di pescare dalla (sotto)cultura popolare corrente, che purtroppo è intrisa di biechi e triviali maschilismi. Al di là dell’innegabile cattivo gusto, il vero rischio nel quale si incappa è che i veri destinatari di quel prodotto-servizio, maschi o femmine che siano, ma comunque non necessariamente involuti come certe pubblicità li vorrebbe, si soffermeranno probabilmente a “guardare” ma potranno poi prendere le distanze dal mittente di quel messaggio - la Marca - non identificandosi nel contenuto, né nel linguaggio. Infatti: «Ho smesso di acquistare il prodotto», ci scrive Roberto Cena Lombardi, segnalando lo spot dell’amaro del Capo.

E in molti evocano il boicotaggio di questi prodotti. Mentre a ripulire l’immaginario dalla cavalcante misoginia italica ci provono due storiche associazioni, l’Udi, con la campagna “immagini amiche”, contro quelle lesive della dignità femminle. E l’Arcidonna, col progetto «Laboratorio di Pari Opportunità: pratiche per il superamento degli stereotipi», il cui frutto fu la campagna «Io non penso a sesso unico». Perché c’è chi di risate se ne fa davvero poche: «Un arretramento culturare veicolato anche dal nostro Presidente del consiglio - spiega Valeria Ajovalasit, presidente Arcidonna –. Il risultato è che del corpo della donna si può fare l’utilizzo che si vuole, e si fa: si uccidono, infatti, 8 donne a settimana».

Fonte: L’Unità

Afghanistan, la guerra delle donne Fuggono per andare a scuola

Monday, August 2nd, 2010

Farida fa l’insegnante. Ha circa 40 anni, il viso generosamente truccato, con molta cura, un piccolo foulard sulla chioma corvina. Rimane vedova quando i talebani sono al potere. I 4 figli sono piccoli e non ha più niente, tranne il suo tesoro, un diploma. Lascia la provincia e si trasferisce a Kabul. Va dritta al ministero della Cultura e Informazione. «Sono una donna istruita. Devo mantenere i miei figli, dovete darmi un lavoro e un salario». La sua audacia è premiata, il lavoro arriva. Sarà insegnante di religione islamica nelle carceri femminili di Kabul. Per due anni. Quando perde il lavoro, insegna nelle scuole clandestine per ragazze, come le sue attuali colleghe. Le carcerate sono le sue prime allieve, dagli 11 ai 18 anni. Non le ha dimenticate. Maryam, ad esempio. Viene data in sposa a due diversi cugini dal padre e dalla madre e la questione finisce in una guerra tra famiglie. La ragazza scappa di casa e finisce in prigione. Ma la legge vuole che, in questi casi, si debba trovare un terzo marito. Il secondino è disponibile, un brav’uomo. Adesso Maryam sta bene, ha molti figli. Non tutte le storie finiscono bene. Sahar è di Herat. I genitori muoiono in un bombardamento. Va a vivere con un cugino che la violenta regolarmente. Quando rimane incinta gli chiede di sposarla e lui invece la caccia di casa. Sahar sta cucinando e lui non smette di gridare. Il coltello, grande e affilato, le trema tra le mani. Un attimo e lo pianta nella gola del cugino. Poi si traveste da uomo e raggiunge Kabul. Non sa dove andare e si costituisce ai talebani. Probabilmente è ancora in prigione. Ogni casa, in Afghanistan, può trasformarsi in prigione. La follia e l’ignoranza dei talebani non se ne sono andate. No, le donne non stanno affatto meglio. Rabia è bellissima, la sua condanna. Il padre è morto, vive con lo zio. La dà in moglie a un uomo che paga bene, per la sua bellezza. Farida le insegnava a leggere e a scrivere. Era molto brava. Dopo il matrimonio non ne sa più niente. La vede di nuovo, 15 giorni fa, quando il cadavere viene restituito alla famiglia, mutilato, offeso, torturato. Le lacrime le sciolgono il trucco sulle guance. È stato il marito a ucciderla in quel modo, ora è in prigione. Continua a dire che la ragazza si è suicidata. Gli hanno dato 15 anni. Ma la pena non è mai certa. La libertà si può comprare. È difficile sopportare il peso del dolore che le sta intorno, rimane addosso, insieme alla polvere della città. Alla sera è distrutta, a volte non ce la fa più. Ma Farida sa che ha una responsabilità verso le donne che non hanno avuto la sua fortuna: quella di nascere in una famiglia aperta che l’ha fatta studiare. Oggi lavora nella scuola di Opawc. Non insegna più nascosta nelle cantine ma i pericoli non sono finiti. Il quartiere è povero, degradato e insicuro, come la maggior parte dei quartieri di Kabul. Polvere e fango. Fantasmi di case sforacchiate dai proiettili, dove la gente abita, fogne aperte, discariche, frequentate da capre, cani, e da persone che vanno a fare “spesa” con il sacchetto di plastica. L’elettricità va e viene, l’acqua potabile è un lusso per chi può permettersi di scavare un pozzo. Per chi non può, ci sono i camion del governo con le cisterne di plastica. Si fa la fila col secchio. Acqua cattiva che fa ammalare. Si beve anche nelle scuole pubbliche. Accanto e sopra le macerie, le surreali ville di chi ha soldi, nello stile di moda: colonne dorate, specchi, bowindow, colori improbabili, terrazze, stucchi rococò. La ricostruzione. Nei quartieri migliori, le ragazze delle famiglie più aperte, a scuola ci vanno. Con la divisa nera e il velo bianco, sciamano a gruppi per le strade. Ma qui non c’è nessuna scuola e la mentalità delle famiglie è un muro compatto, studiare è una provocazione. Le attiviste di Opawc l’hanno scelto per questo. È qui che c’è più bisogno di loro. Samia dice di avere nove anni. Le scappa un sorrisetto, lo copre con il velo rosa, più grande di lei. Si vede che è più piccola ma tanto nessuno può controllare. Gli ispettori del governo hanno detto che questa scuola non si può frequentare prima dei nove anni. Ma non è certo l’età a fermarla. Il padre non vuole che frequenti, le insegnanti hanno provato a convincerlo, senza risultato. È analfabeta, sarebbe una vergogna che sua figlia fosse più istruita di lui. Così viene di nascosto, con la complicità della madre. E se il padre lo venisse a sapere? Samia alza le spalle, abbassa lo sguardo. Non ci vuole pensare. Cerca con gli occhi le compagne, molte di loro sono nella stessa situazione. Abitano lontano, vengono a piedi, nascoste dietro i veli color caramelle, le più grandi col burka. Il tragitto è un rischio, lo sanno. Vanno veloci, saltando i buchi della strada, come fanno i bambini. Potrebbero essere rapite, aggredite, vendute. I libri si nascondono. Ma nemmeno la paura è riuscita a portarsi via quella fierezza gioiosa per la conquista, un seme forte di dignità. Compare nei sorrisi, quando si insiste a guardarle negli occhi. Il cognato di Shirin è mullah nella moschea del quartiere. Tuona ogni giorno contro l’istruzione delle donne e contro quella scuola, l’unica della zona. Se le donne della famiglia studiassero sarebbe un affronto al suo onore. Così il marito ha minacciato le insegnanti. Ma Shirin viene a scuola lo stesso, ha sei figlie, tutte analfabete. Quando avrà imparato potrà insegnare anche a loro. Per fortuna il marito lavora al mercato, esce presto. Shirin infila il burka e scappa a scuola. Solo per questo lei si sente viva. «Per mio marito io e le mie figlie siamo solo dei muli. Che senso ha una vita passata così, nella paura, senza capire niente?». Weeda non deve chiedere il permesso a nessuno. Il marito è stato ucciso nella guerra civile, ha perso tutto quello che aveva. Ha tre figlie, sono tutte lì, con lei. Le mani in grembo, i veli candidi, i vestiti pastello. Ha la pensione governativa del marito, 300 afghani, 50 dollari. Vive in una cantina, senza luce né acqua. Ma si sente fortunata ad essere lì. Sta costruendo il futuro delle sue figlie. Diverso. Hanam Gul si alza, ha voglia di parlare. Una bella faccia combattiva, la voce potente, la parlantina inarrestabile. Le altre ridono, le lanciano battute, si toccano la fronte. È matta, dicono, vuole presentarsi alle elezioni. È per questo che studia. All’ufficio elettorale le hanno chiesto il diploma, lei ha mostrato il certificato di frequenza di questa scuola. Non basta, hanno detto, sei ancora analfabeta. «Proprio per questo voglio andare in Parlamento, per rappresentare tutte le donne analfabete come me!». Hanno cercato di cacciarla via, ma non è facile liberarsi di Hanam Gul. «Cosa credi? Anche i nostri parlamentari sono analfabeti, solo che si sono comprati un diploma!», ha gridato prima di andarsene, più convinta di prima. È sicura, ci riuscirà. Il banco dove siede, per lei, è già quello del Parlamento. Fa pratica.

Fonte: L’Unità

Il governo taglia il numero verde stop al telefono salva-prostitute

Sunday, August 1st, 2010

Chiuse le 14 postazioni territoriali: tagli al bilancio. In dieci anni assistite 14mila donne costrette a prostituirsi. La protesta delle associazioni

di VLADIMIRO POLCHI

ROMA - Ionela si è salvata. Il marciapiede l’ha visto solo una sera. Nessun cliente è riuscito ad avvicinarla. Le è bastata una telefonata. La sera stessa, davanti alla questura di Torino, gli assistenti del Gruppo Abele l’hanno portata in comunità.

Ionela, romena, pensava di dover lavorare in un ristorante, non sapeva che il marito l’aveva venduta ai suoi sfruttatori. A salvarla un numero di telefono o, meglio, una delle 14 postazioni locali del numero verde antitratta, che dalla mezzanotte di questa sera chiuderanno i battenti.

Il governo infatti ha deciso di sopprimere dal primo agosto tutti i 14 uffici territoriali, per sostituirli con un’unica postazione centrale e ridurre i costi: “Un regalo alle organizzazioni criminali” denunciano gli enti pubblici e le associazioni impegnate nell’assistenza alle vittime di tratta (tra i quali i Comuni di Venezia, Ravenna, Firenze, Perugia e Napoli, e la Regione Emilia-Romagna).

Eppure la tratta di esseri umani, stando alla relazione del Copasir del 29 aprile 2009, “alimenta un mercato illegale che rende diversi miliardi di dollari l’anno, una cifra inferiore soltanto al traffico di stupefacenti e di armi”. Le vittime vengono sfruttate nella prostituzione, nell’accattonaggio e nel lavoro nero. “Tra marzo 2000 e maggio 2008 - scrive il Copasir - sono stati realizzati 13.517 programmi di sostegno a vittime di tratta, dei quali 938 in favore di minori”. E ancora: dal 2004 al 2009 le persone indagate per reati di tratta sono state 8.913. Un sistema, questo, che rischia ora di crollare.

“Le postazioni locali del numero antitratta - spiegano gli enti coinvolti - non si limitano a una funzione di ascolto, ma sono in grado di attivare una risposta immediata, 24 ore su 24, alle richieste di aiuto, proprio perché sono integrate in un sistema territoriale, che ha permesso in dieci anni di assistere oltre 14mila persone”. Insomma se fino a oggi una vittima poteva essere facilmente raggiunta da una delle 14 postazioni attive sul territorio, da domani a rispondere sarà solo una postazione centrale nazionale, con sede a Venezia, “incapace di garantire interventi tempestivi”.

Gli enti e le associazioni impegnate contro la tratta lamentano anche il modo in cui si è arrivati a questa decisione: “Una comunicazione è stata inviata appena 10 giorni prima della scadenza delle convenzioni, non permettendo l’attivazione di una soluzione alternativa e facendo perdere il posto di lavoro a 80 operatori specializzati”.

Denunciano, inoltre, una più generale “volontà di smantellamento di un sistema di intervento che è considerato un modello di eccellenza”, vista anche “la decisione di ridurre di 800mila euro i fondi destinati ai progetti di inserimento sociale a favore delle vittime”. Per tutto questo, l’Anci chiede un incontro urgente al ministro per le Pari Opportunità.

 Fonte: La Repubblica