Addio Elvira, l’Italia migliore

August 3rd, 2010

Credeva come pochi in questo Paese, nella sua cultura e nella forza della parola per provare a migliorarlo. E’ morta a Palermo Elvira Sellerio, dopo una vita dedicata ai (buoni) libri

(03 agosto 2010)

«È il mio ultimo libro, pagine in cui dico le cose più importanti sulla vita. Voglio che sia pubblicato da Elvira. Di lei mi fido. So che su quasi tutto la pensa come me. E so che non sarebbe mai stata capace di tradire la parola di un autore». Elvira era Elvira Sellerio, nata a Palermo il 18 maggio 1936 e scomparsa, sempre nella sua Palermo il 3 agosto.

L’autore del libro che tanto voleva fosse pubblicato da lei era Marek Edelman, ebreo polacco, uno dei comandanti dell’insurrezione nel ghetto di Varsavia. Al momento di quella telefonata aveva 89 anni. Quel libro “C’era l’amore nel ghetto” è stato pubblicato, da “Sellerio editore”, come vuole la dizione ufficiale, nel 2009. Una vicenda personale? Certamente.

Il reduce e ultimo portavoce dell’eroica storia del socialismo ebraico era diventato un amico personale di una signora siciliana, figlia di un prefetto. Ma l’aneddotto, è anche significativo per documentare il vasto orizzonte, spaziale e temporale, in cui si muoveva Donna Elvira.

Probabilmente era diventata editore (assieme al marito Enzo da cui poi si separò) per curiosità. Perché era coraggiosa davvero: non cercava mai la conferma delle proprie idee (e ne aveva assai salde), desiderava essere sorpresa. Era di casa a Parigi come a Varsavia. Ma raramente, o quasi mai, si muoveva dalla sua Palermo. Perché solo chi conosce a fondo il suo metro quadro può comprendere il mondo.

La casa editrice, nata nel 1969, era una sfida che rassentava la follia. Lei la governava da regina: in famiglia, con un misto di autoritarismo e benevolenza nei confronti dei dipendenti. Elvira ha vissuto tra casa e bottega, ambedue in via Siracusa. Il centro del regno, la sua stanza, era piccolo, quasi angusto. Lei stava dietro alla scrivania e fumava. Ogni tanto, alzava la voce e chiedeva a un’assitente: «Due caffè e una coca, per favore».

I collaboratori erano adoranti di fronte a questa signora: bella, sorridente, dagli occhi miti. Ma dietro alla benevolenza e all’empatia nei confronti di chi le stava vicino, c’era delle convinzioni fondate su una rara capacità di osservazione. Poteva essere spietata con gli schiocchi. Comunque lavorare con lei a Palermo, significava far parte dell’Italia e della Sicilia migliore. Era un motivo di orgoglio. Amava il buon gusto. I libri Sellerio sono sempre stati eleganti, curatissimi. Era capace di perdere giornate per scegliere il disegno giusto per la copertina. Anche nella vita privata era insofferente a ogni banalità.

A una cena, a Palermo, sempre con Marek Edelman insistette per scegliere il menù del comandante, inorridita quando si accorse che lui propendeva per i piatti standard della cucina italiana. La cura degli ospiti era una sua fissa: stirava personalemente le lenzuola, di lino, di chi aveva il privilegio di alloggiare a casa sua. E poi, la cosa più importante. Elvira Sellerio, nata Elvira Giorgianni, credeva come pochi in questo Paese, nella forza della parola.

Era diventata editore perché le piaceva raccontare le storie. Era convinta che la parola potesse trasformare il mondo. Era ostinata come editore e come persona. Quando Sellerio, casa editrice che per lunghi anni si era avvalsa della collaborazione di Leonardo Sciascia, era sull’orlo del fallimento (metà degli anni Novanta), lei si rifutava di vendere, di mollare. Le banche non le davano più credito né libretti d’assegni e lei pagava i tipografi facendo dei miracoli. Del resto i soldi e il tempo contavano poco per lei. Poi è arrivato Andrea Camilleri, con i suoi libri ed è tornato il sereno.

Intanto Elvira (che è anche stata consigliere della Rai in un intervallo di grande libertà della tv pubblica) ha passto il timone della casa al figlio Antonio. Poi se ne è andata, in silenzio. In un giorno di agosto in cui le parole erano finite

Fonte: L’Espresso

Così boicottano l’aborto

August 2nd, 2010

Siete medici in Lombardia e volete far carriera? Dichiaratevi obiettori, visto che la sanità è in mano a Comunione e Liberazione. Non è un caso isolato: da nord a sud, le regioni di destra ostacolano il diritto all’interruzione di gravidanza

Un reparto di ginecologia Un reparto di ginecologia
Schedare le donne che chiedono di interrompere la gravidanza e farle passare attraverso numerosi colloqui. Con il preciso e dichiarato intento di dissuaderle più di quanto non faccia già oggi l’obiezione di coscienza nei presidi pubblici che nel Lazio tocca la cifra record dell’85,6 per cento. È quanto potrebbe accadere se dovesse essere approvata la proposta di legge regionale di riforma dei consultori presentata dall’assessore Olimpia Tarzia, già presidente del Movimento per la Vita. Mentre è una certezza, dall’altra parte dell’Italia, il diktat del governatore Vendola che, con la delibera regionale 735, prevede che nei consultori possano essere assunti soltanto medici non obiettori. Due scelte opposte, specchio delle due Italie: una dove tentare di interrompere una gravidanza è un percorso a ostacoli messi in fila per devastare l’anima delle donne costrette a questa drammatica scelta, e un’altra dove, pur nella difficoltà di far funzionare il servizio sanitario nazionale, si rispetta la legge e si cerca di rispettare il doloroso diritto che essa garantisce.
La legge regionale voluta dalla giunta di Renata Polverini impone alle donne un percorso obbligato: in prima istanza intende far “riflettere la donna e la coppia sul valore primario della vita, della maternità, e della tutela del figlio concepito”, poi propone un possibile (ma non certo) sostegno economico da parte della regione per i primi cinque anni di vita del bambino o suggerisce di metterlo al mondo per poi darlo in adozione e affidamento. Se, passate queste forche caudine, la donna decide comunque di interrompere la gravidanza, l’intero iter viene “verbalizzato”. Non solo. La proposta prevede anche il libero accesso ai consultori delle associazioni di volontariato in difesa della vita e la parificazione (anche sul piano dei finanziamenti) tra consultori privati non a scopo di lucro e quelli pubblici.

Dice Pina Adorno, presidente della Consulta dei Consultori di Roma: “Le nuove regole non introducono novità pratiche in favore delle famiglie, che le rendano cioè in grado di accogliere nuove gravidanze. Allo stesso tempo mette in pericolo le attività di prevenzione che i consultori svolgono e che hanno portato a un calo costante delle interruzioni volontarie di gravidanza”.
Il caso del Lazio non è certo isolato. perché nel Paese lo stato di attuazione della 194 è uno strano caso di strabismo sanitario. Da un lato, le interruzioni calano costantemente dal 1978 a oggi: secondo gli ultimi dati forniti dal sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella al Parlamento, nel 2008 sono state effettuate 121.406 Ivg, delle quali oltre 40 mila sono state richieste da cittadine straniere. Dall’altro, il livello dell’obiezione di coscienza è strabiliante (vedi tabella di pag 68) con una media del 70,5 per cento dei ginecologi e del 50,3 degli anestesisti: una situazione che impedisce di fatto alle Asl e agli ospedali di garantire il servizio con continuità e senza liste d’attesa; laddove “liste d’attesa” in questa materia significa rischiare di fare tardi rispetto ai limiti di legge.

Prendiamo il Veneto, dove la sanità pubblica funziona bene, ma dove c’è il più alto numero di medici e anestesisti obiettori tra le regioni settentrionali. “I tempi di attesa complicano, sia dal punto di vista psicologico che sanitario, il ricorso all’interruzione di gravidanza”, racconta la ginecologa Anna Maria Tormene, 20 anni di ospedale prima di arrivare al consultorio dell’Asl padovana numero 16: “Le vedo tornare da noi le donne, per sapere a chi altro rivolgersi, Non possono aspettare troppo. A cosa serve? A nulla se non a colpevolizzarle e a rendere più gravoso il loro percorso”. Il Veneto, infatti, è la regione con i tempi più lunghi, dove il 34 per cento delle donne attende più di tre settimane: così il 13,2 per cento delle residenti deve migrare, verso l’Emilia Romagna, il Friuli Venezia Giulia, il Trentino. Perché nella vicina ed efficientissima Lombardia le cose non vanno meglio

Fonte: L’Espresso

Afghanistan, la guerra delle donne Fuggono per andare a scuola

August 2nd, 2010

Farida fa l’insegnante. Ha circa 40 anni, il viso generosamente truccato, con molta cura, un piccolo foulard sulla chioma corvina. Rimane vedova quando i talebani sono al potere. I 4 figli sono piccoli e non ha più niente, tranne il suo tesoro, un diploma. Lascia la provincia e si trasferisce a Kabul. Va dritta al ministero della Cultura e Informazione. «Sono una donna istruita. Devo mantenere i miei figli, dovete darmi un lavoro e un salario». La sua audacia è premiata, il lavoro arriva. Sarà insegnante di religione islamica nelle carceri femminili di Kabul. Per due anni. Quando perde il lavoro, insegna nelle scuole clandestine per ragazze, come le sue attuali colleghe. Le carcerate sono le sue prime allieve, dagli 11 ai 18 anni. Non le ha dimenticate. Maryam, ad esempio. Viene data in sposa a due diversi cugini dal padre e dalla madre e la questione finisce in una guerra tra famiglie. La ragazza scappa di casa e finisce in prigione. Ma la legge vuole che, in questi casi, si debba trovare un terzo marito. Il secondino è disponibile, un brav’uomo. Adesso Maryam sta bene, ha molti figli. Non tutte le storie finiscono bene. Sahar è di Herat. I genitori muoiono in un bombardamento. Va a vivere con un cugino che la violenta regolarmente. Quando rimane incinta gli chiede di sposarla e lui invece la caccia di casa. Sahar sta cucinando e lui non smette di gridare. Il coltello, grande e affilato, le trema tra le mani. Un attimo e lo pianta nella gola del cugino. Poi si traveste da uomo e raggiunge Kabul. Non sa dove andare e si costituisce ai talebani. Probabilmente è ancora in prigione. Ogni casa, in Afghanistan, può trasformarsi in prigione. La follia e l’ignoranza dei talebani non se ne sono andate. No, le donne non stanno affatto meglio. Rabia è bellissima, la sua condanna. Il padre è morto, vive con lo zio. La dà in moglie a un uomo che paga bene, per la sua bellezza. Farida le insegnava a leggere e a scrivere. Era molto brava. Dopo il matrimonio non ne sa più niente. La vede di nuovo, 15 giorni fa, quando il cadavere viene restituito alla famiglia, mutilato, offeso, torturato. Le lacrime le sciolgono il trucco sulle guance. È stato il marito a ucciderla in quel modo, ora è in prigione. Continua a dire che la ragazza si è suicidata. Gli hanno dato 15 anni. Ma la pena non è mai certa. La libertà si può comprare. È difficile sopportare il peso del dolore che le sta intorno, rimane addosso, insieme alla polvere della città. Alla sera è distrutta, a volte non ce la fa più. Ma Farida sa che ha una responsabilità verso le donne che non hanno avuto la sua fortuna: quella di nascere in una famiglia aperta che l’ha fatta studiare. Oggi lavora nella scuola di Opawc. Non insegna più nascosta nelle cantine ma i pericoli non sono finiti. Il quartiere è povero, degradato e insicuro, come la maggior parte dei quartieri di Kabul. Polvere e fango. Fantasmi di case sforacchiate dai proiettili, dove la gente abita, fogne aperte, discariche, frequentate da capre, cani, e da persone che vanno a fare “spesa” con il sacchetto di plastica. L’elettricità va e viene, l’acqua potabile è un lusso per chi può permettersi di scavare un pozzo. Per chi non può, ci sono i camion del governo con le cisterne di plastica. Si fa la fila col secchio. Acqua cattiva che fa ammalare. Si beve anche nelle scuole pubbliche. Accanto e sopra le macerie, le surreali ville di chi ha soldi, nello stile di moda: colonne dorate, specchi, bowindow, colori improbabili, terrazze, stucchi rococò. La ricostruzione. Nei quartieri migliori, le ragazze delle famiglie più aperte, a scuola ci vanno. Con la divisa nera e il velo bianco, sciamano a gruppi per le strade. Ma qui non c’è nessuna scuola e la mentalità delle famiglie è un muro compatto, studiare è una provocazione. Le attiviste di Opawc l’hanno scelto per questo. È qui che c’è più bisogno di loro. Samia dice di avere nove anni. Le scappa un sorrisetto, lo copre con il velo rosa, più grande di lei. Si vede che è più piccola ma tanto nessuno può controllare. Gli ispettori del governo hanno detto che questa scuola non si può frequentare prima dei nove anni. Ma non è certo l’età a fermarla. Il padre non vuole che frequenti, le insegnanti hanno provato a convincerlo, senza risultato. È analfabeta, sarebbe una vergogna che sua figlia fosse più istruita di lui. Così viene di nascosto, con la complicità della madre. E se il padre lo venisse a sapere? Samia alza le spalle, abbassa lo sguardo. Non ci vuole pensare. Cerca con gli occhi le compagne, molte di loro sono nella stessa situazione. Abitano lontano, vengono a piedi, nascoste dietro i veli color caramelle, le più grandi col burka. Il tragitto è un rischio, lo sanno. Vanno veloci, saltando i buchi della strada, come fanno i bambini. Potrebbero essere rapite, aggredite, vendute. I libri si nascondono. Ma nemmeno la paura è riuscita a portarsi via quella fierezza gioiosa per la conquista, un seme forte di dignità. Compare nei sorrisi, quando si insiste a guardarle negli occhi. Il cognato di Shirin è mullah nella moschea del quartiere. Tuona ogni giorno contro l’istruzione delle donne e contro quella scuola, l’unica della zona. Se le donne della famiglia studiassero sarebbe un affronto al suo onore. Così il marito ha minacciato le insegnanti. Ma Shirin viene a scuola lo stesso, ha sei figlie, tutte analfabete. Quando avrà imparato potrà insegnare anche a loro. Per fortuna il marito lavora al mercato, esce presto. Shirin infila il burka e scappa a scuola. Solo per questo lei si sente viva. «Per mio marito io e le mie figlie siamo solo dei muli. Che senso ha una vita passata così, nella paura, senza capire niente?». Weeda non deve chiedere il permesso a nessuno. Il marito è stato ucciso nella guerra civile, ha perso tutto quello che aveva. Ha tre figlie, sono tutte lì, con lei. Le mani in grembo, i veli candidi, i vestiti pastello. Ha la pensione governativa del marito, 300 afghani, 50 dollari. Vive in una cantina, senza luce né acqua. Ma si sente fortunata ad essere lì. Sta costruendo il futuro delle sue figlie. Diverso. Hanam Gul si alza, ha voglia di parlare. Una bella faccia combattiva, la voce potente, la parlantina inarrestabile. Le altre ridono, le lanciano battute, si toccano la fronte. È matta, dicono, vuole presentarsi alle elezioni. È per questo che studia. All’ufficio elettorale le hanno chiesto il diploma, lei ha mostrato il certificato di frequenza di questa scuola. Non basta, hanno detto, sei ancora analfabeta. «Proprio per questo voglio andare in Parlamento, per rappresentare tutte le donne analfabete come me!». Hanno cercato di cacciarla via, ma non è facile liberarsi di Hanam Gul. «Cosa credi? Anche i nostri parlamentari sono analfabeti, solo che si sono comprati un diploma!», ha gridato prima di andarsene, più convinta di prima. È sicura, ci riuscirà. Il banco dove siede, per lei, è già quello del Parlamento. Fa pratica.

Fonte: L’Unità

Il governo taglia il numero verde stop al telefono salva-prostitute

August 1st, 2010

Chiuse le 14 postazioni territoriali: tagli al bilancio. In dieci anni assistite 14mila donne costrette a prostituirsi. La protesta delle associazioni

di VLADIMIRO POLCHI

ROMA - Ionela si è salvata. Il marciapiede l’ha visto solo una sera. Nessun cliente è riuscito ad avvicinarla. Le è bastata una telefonata. La sera stessa, davanti alla questura di Torino, gli assistenti del Gruppo Abele l’hanno portata in comunità.

Ionela, romena, pensava di dover lavorare in un ristorante, non sapeva che il marito l’aveva venduta ai suoi sfruttatori. A salvarla un numero di telefono o, meglio, una delle 14 postazioni locali del numero verde antitratta, che dalla mezzanotte di questa sera chiuderanno i battenti.

Il governo infatti ha deciso di sopprimere dal primo agosto tutti i 14 uffici territoriali, per sostituirli con un’unica postazione centrale e ridurre i costi: “Un regalo alle organizzazioni criminali” denunciano gli enti pubblici e le associazioni impegnate nell’assistenza alle vittime di tratta (tra i quali i Comuni di Venezia, Ravenna, Firenze, Perugia e Napoli, e la Regione Emilia-Romagna).

Eppure la tratta di esseri umani, stando alla relazione del Copasir del 29 aprile 2009, “alimenta un mercato illegale che rende diversi miliardi di dollari l’anno, una cifra inferiore soltanto al traffico di stupefacenti e di armi”. Le vittime vengono sfruttate nella prostituzione, nell’accattonaggio e nel lavoro nero. “Tra marzo 2000 e maggio 2008 - scrive il Copasir - sono stati realizzati 13.517 programmi di sostegno a vittime di tratta, dei quali 938 in favore di minori”. E ancora: dal 2004 al 2009 le persone indagate per reati di tratta sono state 8.913. Un sistema, questo, che rischia ora di crollare.

“Le postazioni locali del numero antitratta - spiegano gli enti coinvolti - non si limitano a una funzione di ascolto, ma sono in grado di attivare una risposta immediata, 24 ore su 24, alle richieste di aiuto, proprio perché sono integrate in un sistema territoriale, che ha permesso in dieci anni di assistere oltre 14mila persone”. Insomma se fino a oggi una vittima poteva essere facilmente raggiunta da una delle 14 postazioni attive sul territorio, da domani a rispondere sarà solo una postazione centrale nazionale, con sede a Venezia, “incapace di garantire interventi tempestivi”.

Gli enti e le associazioni impegnate contro la tratta lamentano anche il modo in cui si è arrivati a questa decisione: “Una comunicazione è stata inviata appena 10 giorni prima della scadenza delle convenzioni, non permettendo l’attivazione di una soluzione alternativa e facendo perdere il posto di lavoro a 80 operatori specializzati”.

Denunciano, inoltre, una più generale “volontà di smantellamento di un sistema di intervento che è considerato un modello di eccellenza”, vista anche “la decisione di ridurre di 800mila euro i fondi destinati ai progetti di inserimento sociale a favore delle vittime”. Per tutto questo, l’Anci chiede un incontro urgente al ministro per le Pari Opportunità.

 Fonte: La Repubblica

OBBLIGATORIA LA PENSIONE A 65 ANNI? UNA TRUFFA DELLA PARITA’

July 30th, 2010
Siamo sconcertate di fronte al clima di ineluttabilità con cui viene accolta la decisione del governo di fissare obbligatoriamente a 65 anni l’età pensionabile delle donne, a partire da quelle del pubblico impiego.

E’ falso dire che la misura è imposta dalla Comunità europea, che non parla di pensioni, ma di equiparare le retribuzioni tra uomini e donne. Altre direttive europee vengono disattese allegramente dallo Stato italiano (ce ne sono in elenco oltre 150!), senza preoccupazione per le multe che ne possono conseguire. Questo zelo di adeguamento ci pare pertanto sospetto.

Mandarci in pensione obbligatoriamente a 65 anni la consideriamo una scelta misogina, che accomuna gli uomini di governo che la propongono e buona parte di quelli che stanno all’opposizione e nelle organizzazioni sindacali, che rimangono muti e abbaglia quelle donne che pensano possibile scambiare oggi l’ elevazione dell’età pensionabile con future e incerte misure in favore dell’occupazione femminile, aperture di asili nido e case di riposo, ecc..

E’ una imposizione che non possiamo condividere.

Se partiamo dalla nostra vita reale i conti non tornano; le nostre vite quotidiane parlano chiaro: siamo noi che facciamo nascere e alleviamo i figli, ci occupiamo dei familiari malati; ci facciamo carico del lavoro extradomestico, facciamo la spesa, cuciniamo, puliamo la casa. Le incombenze aggiuntive al lavoro “produttivo” sono state quantificate in una media di tre ore al giorno. Secondo un sondaggio condotto dall’Onu, siamo le donne che lavorano di più al mondo.

Come mai questo lavoro di cura diventa irrilevante, quando si legifera sulla nostra vita? La nostra giornata lavorativa è doppia, perché ne viene considerata una sola? Per i lavori usuranti sono state riconosciute misure pensionistiche differenti: non è forse usurante il nostro doppio carico di lavoro?

La mossa è sempre la stessa: intrappolarci nel discorso paritario. Ma pari a chi?

L’ uomo, che nella sua vita si occupa del solo lavoro “produttivo”, non può essere preso come unità di misura per le donne, che hanno una vita più complessa; se la nostra vita non è “pari”, non possono essere pari neppure le condizioni del nostro pensionamento.

La parità è un’astrazione. Ecco perché i conti non tornano.

A chi giova occultare la diversità reale, far finta che non ci sia?

Elevare obbligatoriamente la nostra età pensionabile significa azzerare un dato di realtà e l’esperienza corporea della maggior parte delle donne. Diventa una misura punitiva!

Vogliamo invece che venga restituita alla donne la libertà di scegliere liberamente, ciascuna per sé, se permanere nel lavoro “produttivo” anche oltre i 60 anni .

La disparità esistente tra uomini e donne è un dato di realtà e va assunto consapevolmente anche da chi ci governa. Saper governare significa infatti essere capaci di tener conto dei bisogni, della materialità e della complessità della vita di uomini e donne in carne ed ossa.

L’economia che ci serve è fatta di produzione reale e di riproduzione della vita stessa; il lavoro deve essere adattato creativamente alle necessità della vita e non la vita sacrificata alle necessità del mercato: anche questo le donne vanno ormai asserendo da tempo.

Spetta a noi la parola sulla nostra vita: affermiamo il valore della nostra esperienza!

Invitiamo perciò le donne che sentono indecente la misura adottata dal governo per il pensionamento femminile, a mettere in circolo la loro parola a partire dall’ esperienza e invitiamo gli uomini , non malati di misoginia, a misurarsi con un pensiero rispettoso della complessità del vivente.

Rosanna Catelani, Elisabetta Fortunato, Annarita Furlani, Paola Massaro, Fatima Morelli, Anna Paola Moretti, Rossana Roberti, Simonetta Romagna, Alfonsina Tomasucci

Fonte: Il Manifesto

difficile essere donna

July 30th, 2010

Il quotidiano L’Unità si sta facendo inviare dai lettori le publicità lesive della dignità delle donne apparse nelle loro città.

Naturalmente è bastato chiedere. Il corpo della donna è sempre stato usato per attirare l’attenzione ma da questi manifesti emerge una Italia volgare , piena di doppi sensi, senza più alcun senso della misura, di un umorismo greve e senza nulla di artistico . Una Italia berlusconiana.

Per vendere occhiali una ragazza “te la da gratis”

un “provale tutte” con una parata di donne spogliate  a favore dei  ”giovani produttori”

un bel bicchiere di vino messo sul delta di Venere di un corpo di donna e l’invito dell’azienda “Passera” a degustare, che tradotto diventa un bel “ Degusta la Passera”

potrei continuare, ma finirò con il manifesto più sessista e volgare che sia mai apparso nelle nostre città, direi anche osceno

montami gratis…

Questo è quello che quindici anni di berlusconismo hanno fatto della donna.

a bientot

La città che uccide le donne

July 27th, 2010
Una realtà sconvolgente che rischia di rimanere nell’ombra. Anni e anni di femminicido. Le autorità non combattono per la tutela dei diritti delle donne e le madri continuano a piangere e a lottare per la verità.

La storia che vi voglio raccontare viene da un paese lontano, famoso per il “Margarita”, per i templi Aztechi, per la sua lingua così musicale e per la triste eredità lasciata dal maresciallo Diaz. Non sono mai stata in Messico ma dentro di me l’ho sempre immaginata come una terra felice, ricca di miniere d’oro e argento, con i suoi “campesinos” che indossano il loro inconfondibile sombrero; una terra piena di musica e di colori, ma anche di silenzio e strade lunghe e polverose. Un paese contorto, austero ma allo stesso tempo allegro e magico. L’immagine romantica che avevo dentro di me è stata cancellata da una fotografia che mostra una grande croce con 500 chiodi conficcati. Ognuno di quei chiodi rappresenta una ragazza scomparsa e poi ritrovata nel deserto, violentata, mutilata e uccisa.

Adesso vedo un paese che arranca per raggiungere un futuro fatto di fabbriche americane e di pub a luci rosse dove le donne lavorano per cercare di dare un senso alla loro vita, per poter sfamare i loro bambini, per poter un giorno varcare la frontiera e arrivare negli Stati Uniti, così vicini eppure così lontani. Un paese dove vige la legge del contrario e dove il grado d’impunità è pari al 100%. Un paese dove i poliziotti proteggono i criminali e dove gli innocenti vengono torturati per confessare crimini mai commessi. Un paese che spera di crescere e lo fa con il sudore, la forza, le lacrime e le urla delle donne.

La mia storia inizia in una città di confine, Ciudad Juàrez, inizia all’inferno. Questa città si trova nello stato del Chihuahua: un muro, un’area di contenimento creata alla fine degli anni ‘60 per bloccare l’emigrazione messicana. Qui si sono stanziate le persone che non hanno potuto o voluto varcare la “frontiera della speranza”. A Ciudad Juàrez ogni giorno arrivano dall’interno del paese centinaia di ragazze alla ricerca di un lavoro. Ragazze sole, indifese, che spesso diventano vittime di una delle storie di violenza di genere più orribili e inascoltate dei nostri tempi. “Gli omicidi di donne a Ciudad Juàrez, continuano. Sono già più di 460 le donne assassinate e più di 600 quelle scomparse dal 1993.”

La maggior parte delle vittime ha tra i 15 e i 25 anni. Sono donne emigrate a Ciudad Juàrez per lavorare nelle maquilladoras, le industrie di montaggio delle centinaia di imprese americane ubicate lungo la frontiera. Queste imprese assumono preferibilmente giovani donne, spesso minorenni, perché considerate manodopera docile, meno consapevole dei propri diritti e meno propensa a farli valere, così come più adatta a tollerare il lavoro minuzioso, noioso e alienante e ad accontentarsi di salari bassissimi. Come se questa condizione di marginalità e discriminazione non bastasse, le ragazze devono correre un rischio quotidiano: quello di essere sequestrate, violentate, uccise durante l’interminabile tragitto che percorrono andando o tornando dalla fabbrica.

Si parla di femminicidio per descrivere questo vero e proprio genocidio di genere, perpetrato in ragione del fatto che sono donne e non hanno alcun potere nella società. Il femminicidio rappresenta l’espressione di una problematica più ampia che riguarda una città di frontiera coinvolta in fenomeni quali il passaggio di migranti, il narcotraffico, lo sfruttamento dei lavoratori e la negligenza delle istituzioni. La violenza di genere si inserisce in un contesto sociale, politico e culturale miserabile. Le donne, ancora una volta pagano il prezzo più alto, in questo mondo fatto di differenze e discriminazioni sino all’estremo di essere private persino della vita!

Il lavoro, diritto fondamentale per tutti gli uomini e le donne, diventa una trappola mortale. Tante, tantissime e soprattutto giovani, hanno pensato di poter trovare uno spiraglio per la loro povera esistenza nelle maquilladoras incontrando invece violenza, atroci torture ed infine quasi sempre la morte.

I salari nelle maquilladoras non superano in media i quattro dollari al giorno per dieci ore di lavoro, un classico esempio di città globalizzata, dove non può sorprendere il fatto che molte ragazze scompaiano all’alba o di notte, all’uscita dal lavoro e anche in pieno giorno senza che nessuno se ne voglia rendere conto e prendere carico perché nulla in quella città è destinato a soddisfare i bisogni primari dell’individuo, ma solo a garantire un profitto. Sono povere, non istruite, pagate miseramente. Sole, senza alcuna rete di protezione e totalmente impreparate alla vita in una metropoli, così diversa dai piccoli villaggi in cui sono nate, diventano vittime perfette.

Ciudad è uno dei posti più pericolosi del mondo per le donne, motivo per il quale i messicani l’hanno soprannominata “città che uccide le donne”: da 17 anni è teatro di centinaia di femminicidi e non si conoscono i nomi dei colpevoli. Il copione seguito da questi killer si ripete secondo uno schema macabro e preciso: rapimento, tortura, violenza sessuale, mutilazioni, strangolamento e abbandono in discariche o fosse. Si scoprono continuamente, nei quartieri più poveri e isolati della città, corpi nudi, martoriati e sfigurati di adolescenti e bambine. Il bilancio, sconvolgente, è di due vittime al mese. Solo nel 2007 sono stati registrati 70 omicidi. Per non parlare delle oltre 800 donne ancora scomparse e mai più ritrovate.

Sono numerose le ipotesi sull’identità degli assassini. Si è parlato di narcotraffico, di riti satanici, di commercio di organi, di cittadini statunitensi mandati in Messico in regime di semi libertà. Alcuni sostengono che le ragazze siano vittime di video porno amatoriali che terminano con la morte della protagonista (snuff movies).

Dal 1993 ad oggi ci sono stati 18 arresti e dieci condanne, ma non sono mancate le scarcerazioni, e non si è certi della colpevolezza degli arrestati. Le parole d’ordine sono impunità, discriminazione e indifferenza. In Messico la violenza sulle donne è considerata un fatto normale, e i 400 omicidi di giovani ragazze hanno più o meno la rilevanza che in Italia potrebbe avere l’avvelenamento di 400 cani randagi.

La carneficina continua, senza che le autorità messicane riescano (o vogliano?) identificare i responsabili. Le indagini compiute sono superficiali e inadeguate. Spesso e volentieri si ricorre alla tortura per estorcere confessioni a persone innocenti, o per assicurarsi l’appoggio della popolazione e mascherare le evidenti mancanze.
Alcuni casi sono stati riposti con cura nel dimenticatoio lasciando le famiglie nell’illusione di un possibile ritorno della figlia.
Le autorità puntano il dito contro le giovani donne accusate, ingiustamente, di istigare i killer con i loro abiti scollati e il trucco provocante.La mancanza di volontà delle autorità, sia del governo dello stato del Chihuahua sia delle istanze federali, di assumersi la piena responsabilità di riconoscere le dimensioni di questi assassini ha lasciato la popolazione di questo paese senza la dovuta protezione.

Il corpo di Marcela Viviana Rayas fu scoperto il 28 maggio del 2003 in una zona disabitata e periferica della città di Chihuahua. Secondo le informazioni raccolte, la ragazza fu vista per l’ultima volta il 16 marzo dello stesso anno in città. I familiari la cercarono, senza successo, fin dal primo giorno. Presentarono un ricorso alla Procura Generale della Giustizia dello Stato di Chihuahua denunciando il caso come un sequestro. Per le autorità non c’erano prove di un effettivo rapimento della ragazza e abbandonarono il caso. La famiglia chiese spiegazioni allo stato ma non ottenne nessun chiarimento e nessun’informazione al riguardo. Quasi tre mesi dopo Marcela fu trovata morta.

Questa è solo una delle 400 storie. E’ solo un esempio dell’ignoranza e della noncuranza dello stato messicano. Purtroppo però tutte le storie si assomigliano, e nessuna famiglia otterrà mai giustizia. L’incapacità delle autorità di dare delle risposte sensate alle domande, ai perché di una violenza così spietata e incompresa, porta le famiglie delle vittime ad una giustizia fai da te. Una soluzione tragica e drammatica che non dà pace, perché scavare tra la sabbia del deserto e trovare le ossa e i vestiti delle loro donne aumenta l’inquietudine e la voglia di giustizia. La mancanza di una registrazione adeguata delle circostanze delle morti evidenzia tutti gli aspetti negativi del governo, che si rifiuta di riconoscere la reale dimensione di questo femminicidio. Un ex membro del Servizio Giuridico di Ciudad Juàrez ha confessato che: “Nei casi di violenza sessuale non sono state fatte tutte le dovute analisi sui residui organici. Tutto ciò è frustrante perché si nega l’evidenza e si occultano le prove.”

Cecilia Covarrubias, 16 anni, sparì a Ciudad Juarez il 14 novembre del 1995. Il suo corpo fu trovato due giorni dopo a Loma Blanca, una zona desertica alle porte della città. Anche se con l’autopsia le autorità trovarono tracce chiare di violenza sessuale, dichiararono che si trattava di morte violenta dovuta ad un colpo di arma da fuoco. Un comune omicidio.

Recentemente il numero dei ritrovamenti è diminuito ma è probabile che l’attenzione internazionale abbia indotto questi criminali a sbarazzarsi dei cadaveri in modi più definitivi, sciogliendoli in un liquido composto di acidi e calce viva. Quel che conta è cancellare. Rendere vano perfino il racconto di questa terribile storia. Amnesty International e altre Organizzazioni non governative, da oltre un decennio hanno dato il via ad una campagna per attirare l’attenzione mondiale sugli omicidi seriali di donne in Messico e chiedono alle autorità messicane di fermare immediatamente questi crimini. Non vogliono lasciare da sole le associazioni di donne e madri delle vittime, che ogni giorno rischiano la vita per la loro attività. Tutto quello che succede a Ciudad Juàrez è un insulto ai diritti umani, è vergognoso e grottesco.

Juàrez dove vige la legge della violenza. Juàrez e le sue lunghe notti a luci rosse. Juàrez e le bande di narcotrafficanti. Juàrez e il legame malsano tra polizia e assassini. Juàrez è l’ultima tappa prima di raggiungere il verde sogno del dollaro. Juàrez…è notte laggiù…e una ragazza non tornerà a casa. Juàrez…è mattina laggiù…e una madre troverà il letto vuoto della figlia. Juàrez…un grido invano si alza dalla sabbia, dall’oblio del deserto: Ni una màs…mai più una!

Fonte: L’Espresso
ogni tanto torno a parlare di questo argomento che mi sta a cuore e che mi pare addirittura surreale. Surreale è anche il fatto che nessuno se ne occupi.

«Te la do gratis», «Fatti il capo» Spot-choc, le foto dei lettori all’Unità

July 27th, 2010

Te la do gratis», «Fatti il capo»: dopo l’invito de l’Unità a segnalare pubblicità offensive nei riguardi delle donne, ci sono arrivate molte foto.

Il caso di Milazzo, «Montami a costo zero», sembra dunque aver fatto scuola: segnalazioni dalle città di Torino e Roma, spot contro il corpo delle donne anche a Udine (segnalazione di Michele Lembo) e in tutta Italia, dove il liquore  “Vecchio amaro del capo” viene pubblicizzato con un cartoncino intorno al collo della bottiglia riportante la foto del viso di una “segretaria” con lo slogan «Fatti il capo»: «Personalmente - ci dice il lettore Roberto Cena Lombardi, che ci ha mandato la segnalazione - ho smesso di acquistare questo prodotto».

Continuate a mandare le vostre segnalazioni, segnalateci con una foto, le pubblicità choc della vostra città.

Inviate una mail a: centrale@unita.it, specificando dove è stata scattata la foto e cosa pubblicizza.

fonte: L’Unità

«Montami a costo zero». Se l’oggetto da vendere diventa il corpo di lei

July 25th, 2010

Un pannello fotovoltaico e una donna nuda, ripiegata in modo da suggerire una posizione sessuale tra le più note. Si fa fatica a credere come il guizzo creativo di chi si trova davanti un pannello - benché possa godere perlomeno del fascino della novità – possa nascere da quel genere di pulsioni. E non si vuole certo scomodare Freud per ricorrere a facile ilarità, perché l’argomento è serissimo e perché si teme di dover bussare alla porta di Jung, piuttosto, per scomodare l’inconscio collettivo di un popolo che perde ogni giorno pezzi di decenza fino a gridarlo su un manifesto.

Che fino a ieri campeggiava alto sulle vie di Milazzo per pubblicizzare il montaggio di pannelli fotovoltaici a costo zero. I creativi  della Neo Comunication, autori dello spot si saranno arrovellati: cos’è che si monta di solito e che può costare anche caro? Una donna. Così che raccontare di questo manifesto provoca imbarazzo, e non per la volgarità – che pure provoca brividi di gelo – ma per l’unico messaggio che davvero regala lo spot: sprofondo culturale.

A difesa del quale viene chiamato in causa addirittura Oliviero Toscani. Perché questi creativi «buttano sangue» come lui, scrive Salvatore Calderone - poco dopo aver tolto lo spot come immagine del proprio profilo - sulla bacheca del gruppo Donne Libere e spiega: «Solo ironia… il loro lavoro lo fanno veramente col cuore». Non ce ne vorrà Calderone se piuttosto che al cuore ci viene da pensare a qualcos’altro, volendo scovare l’origine creativa del loro guizzo, se non altro per l’evidenza che l’immagine suggerisce. Ma siamo d’accordo con lui: è ironia, di quella che piace e far sbellicare chi pensa che una donna si debba comprare, montare, svendere. In questa vertigine da precipizio, però, si trovano degli appoggi. Il manifesto che pure penetra nei luoghi comuni sul machismo siculo, trova un comune luogo di indignazione. «Sentiamo l’urgenza di sollevare una reazione forte di fronte a una deriva italiana non più sopportabile», commenta Pina Milici, del gruppo Donne libere, che ogni domenica offre dibattiti e incontri sulla condizione femminile al bel caffè letterario, Puck. «Quando ho contattato il titolare della ditta mi ha aggredita e minacciata. Abbiamo deciso allora di segnalarli allo Iap», racconta Rosalba Lo Presti. E la reazione di Donne libere si è estesa: l’associazione Donne in quota, gruppi su Facebook – Mail bombing contro lo spot «a costo zero» -, l’assessorato alle pari opportunità, quello alle politiche sociali e il sindaco stesso, hanno richiesto la rimozione del manifesto dello scandalo. E l’hanno ottenuta.

I manifesti sono stati rimossi e il titolare della ditta, Federico Calderone s’è scusato ufficialmente. Seppure a denti stretti, tenendo a sottolineare che a «Milano, Firenze, Roma, dove la comunicazione è piena di messaggi sarcastici e coadiuvanti una campagna come quella proposta dalla nostra azienda sembrerebbe un messaggio innocente e simpatico e di sicuro stimolo».

Fonte: L’Unità

Eva: ma perché amo Adamo?

July 24th, 2010

Il giardino dell’Eden accanto alle cascate del Niagara, una coppia che assomiglia tanto a quelle d’oggi: lo spassoso «diario» dei biblici progenitori secondo Mark Twain

ELENA LOEWENTHAL

“Nel pomeriggio di ieri, ho seguito l’altro esperimento per capire, se possibile, a cosa serviva. Ma non sono riuscita a comprendere con assoluta certezza. Credo sia un uomo. Non ho mai visto un uomo, ma ci somigliava, e sono quasi sicura che sia proprio così. Devo ammettere che provo più curiosità verso di lui che per qualsiasi altro tipo di rettile». Se la curiosità è donna, cominciamo proprio bene. Anzi, in grande stile: mentre Adamo gira per l’Eden nel vano tentativo di costruirsi un’identità approssimativamente virile, Eva è già lì a porsi domande, indagare, classificare (in termini ancora un poco vaghi. Ma in fondo, l’aver preso il primo uomo per un rettile spiega molte cose…). Lo ying e lo yang, il maschile e il femminile, il braccio e la mente: eterni opposti sin dal principio.

Il Diario di Adamo ed Eva è disponibile ora nella autorevole e puntuale traduzione di Romana Petri, e illustrato da Pedro Lino per Cavallo di Ferro editore (in uscita il 27 luglio, pp. 85, e12,50). A presentarcelo è l’illustre voce dello scrittore Mark Twain, cui si deve, stando alle sue parole, il formidabile ritrovamento archeologico: «ho decifrato alcuni dei geroglifici di Adamo e ritengo sia diventato decisamente interessante come figura pubblica, tanto interessante da giustificare a pieno questa pubblicazione». Nella realtà, questo testo sorprendente e spassoso, verace e raffinato è opera sua, del «primo vero scrittore americano», come l’ha definito Faulkner. Fatto sta che nessuno come Mark Twain ha saputo tradurre in letteratura il linguaggio colloquiale del Nuovo Mondo, e persino quello del mondo nuovo in senso ben più lato: «Questo nuovo essere di pelo lungo è un bastone tra le ruote. Mi sta sempre intorno e mi segue da tutte le parti. Ciò non mi piace; non sono abituato ad avere compagnia».

Che narri di se stesso nel tempo in cui navigava su e giù per il Mississippi alla guida dei battelli a vapore, che ritragga i suoi grandi e indimenticabili personaggi come Tom Sawyer e Huckleberry Finn, che si dedichi a dotte «riflessioni sulla scienza dell’onanismo», Twain, ch’è morto giusto cent’anni fa, ha il dono di far sentire chi lo legge accanto a sé, come un vecchio amico. In questo diario egli raffigura i nostri antenati con tutti i vizi, le virtù e le amene assurdità del caso, trasformando i primi passi nella storia in una irresistibile commedia umana. Come è giusto che sia.

Il Diario di Adamo ed Eva (prima l’uno e poi l’altro, rigorosamente separati) sonda quell’inafferrabile intimità della prima coppia, che ha ancora tutto da imparare. Anche se forse non è che si sia imparato gran che, da allora in poi… «Non è per via della sua intelligenza che lo amo - assolutamente no… non è di certo per le sue maniere gentili e attente o per la sua delicatezza che lo amo… Non è per la cultura che lo amo - assolutamente no… Non è per la sua galanteria… Allora, perché lo amo?» (Eva). «Adesso ce l’ha col serpente. Gli altri animali ne sono contentissimi perché prima stava sempre a fare esperimenti con loro e a importunarli. Anche io sono contentissimo, perché il serpente parla, e questo mi permette di prendermi un po’ di riposo» (Adamo).

Armato della sua inimitabile vena umoristica, Mark Twain fa con Adamo ed Eva due cose rivoluzionarie. La prima è, per ragioni di copione ma soprattutto di sponsor nazionale, collocare il giardino dell’Eden nei pressi delle cascate del Niagara. Non ci aveva mai pensato nessuno, sino ad ora. Ma in fondo perché no. La seconda è quasi velleitaria (ma tant’è, in fondo lo è anche la prima): sondare l’intimità di quei due, come fossero due qualunque. Cioè noi. È ovvio che l’operazione dello scrittore contempla inevitabilmente una buona dose di ironia, per non dire irriverenza. In parole povere, allergia a tutto ciò che sa di teologico. Questo diario di Adamo ed Eva è decisamente eretico, oltre che spassoso. Lei parla, articola ragionamenti complessi e nomina le cose. Adamo non la capisce per niente, è esterrefatto ogni volta che le esce «una grande quantità di acqua dagli occhi» proprio perché lui non la capisce.

Mentre la tradizione cristiana considera questa prima coppia umana la responsabile di un peccato originale (in tutti i sensi) che noi discendenti ci portiamo addosso, quella ebraica e l’islamica sono molto più indulgenti, nei loro confronti. Ma forse non è il caso di affrontare questa storia armati di troppi dilemmi teologici: Mark Twain a Dio non ci crede e non ha timore di dichiararlo. Tutto sta nel provare a immedesimarsi in quei due: beati e pasciuti, ma un po’ soli e annoiati.

E così, tanto vale affidarsi alle parole dello scrittore con sorridente fiducia, e provare a immaginarli in quel mondo tutto nuovo, non lontano dalle cascate del Niagara, dove tutto è ancora da imparare, a incominciare da una convivenza tollerabile. Come in ogni storia (o fiaba, perché forse di questo si tratta, ci dice Mark Twain) che si rispetti, c’è spazio anche per un lieto fine - o meglio, un lieto inizio: i nostri eroi capiranno ben presto, merito certo dell’ironia simpatetica dell’autore - che amarsi, in fondo, vale la pena.

Fonte: La Stampa