Donne mutilate, guerra all’orrore

December 26th, 2008

Nuove leggi vietano la «circoncisione» delle bambine Il prossimo passo: una «battaglia transnazionale»

Nel villaggio di Sindibis, un’ora dal Cairo tra campi e palme lungo il Nilo, è festa grande: bambini, giovani, anziani, vescovi copti e imam musulmani, tutti con grandi sorrisi e gli abiti migliori. Sotto l’enorme tendone pieno di luci, decorato da insoliti disegni di coltelli e scritte color del sangue, Moushira Khattab grida al microfono: «Le vostre bambine d’ora in poi saranno belle e felici come la luna». E poi: «Da oggi — proclama la leader del Consiglio nazionale per l’infanzia e la maternità (Nccm)—a Sindibis le mutilazioni genitali femminili, le mgf, sono proibite per sempre».

È la fine di un’era durata millenni per il villaggio che come altri in tutto l’Egitto — musulmani, cristiani o misti — ha scelto di essere «libero dalle mgf». Ancora poco se si pensa che il 96% delle egiziane tra i 15 e i 49 anni (stime Onu) sono mutilate, che fino ai 15 anni il tasso è ritenuto sul 60%. Come minimo private di parte o dell’intero clitoride, a volte con gli organi genitali esterni tagliati. Molte ne soffrono tutta la vita, alcune muoiono di parto o subito: come Bodour, 13 anni, uccisa nel 2007 da una «circoncisione», ormai diventata un simbolo. Ma per tutte la piaga è marchio indelebile della condizione inferiore della donna, privata della sessualità per non mettere a rischio, prima e dopo il matrimonio, l’onore della famiglia (ovvero dei maschi). «Sono felice per le mie bimbe—ci dice Fawziya— ma questa festa ricorda che per me è troppo tardi, oggi riprovo l’orrore di allora».

In Egitto, come in altri 17 Paesi tra i 28 dell’Africa dove la pratica è diffusa (con tassi che vanno dal 28% del Senegal a oltre il 90% di Mali, Guinea e Sudan), da giugno esiste una legge che la proibisce. Altre nazioni (Kenya, Uganda, Mali) stanno per metterla al bando. Un successo, certo: vietare una tradizione che risale ai Faraoni, difesa per secoli dalle comunità e dai leader politici e religiosi di ogni credo (non a caso tutti uomini), è una svolta storica. Già avere rotto il tabù per parlarne sui media è un gran risultato. Perché la vera guerra alle mgf, pur preceduta da qualche coraggiosa battaglia locale, in fondo è iniziata appena nel 2003, alla Conferenza del Cairo voluta da Emma Bonino con la sua Ong Non c’è pace senza giustizia (Npsg) e dal Nccm guidata dalla Khattab (che ammette di aver «scoperto solo allora, scioccata, la vastità del fenomeno » nel suo Paese). Con il forte sostegno della first lady Suzanne Mubarak, del grande imam di Al Azhar, sheikh Tantawi, e del patriarca copto Shenouda III. Oltre a quello, fondamentale, di decine e decine di first lady, ministre, parlamentari e attiviste africane (ma anche europee), che pochi giorni fa si sono ritrovate al Cairo per fare il punto e rilanciare la lotta.

Dalla seconda, grande Conferenza chiamata «Cairo+5», è emerso un verdetto comune: i primi risultati ci sono, la strada imboccata è giusta, ma la battaglia deve continuare. Perché mancano dati ma si stima che ogni anno vengano ancora private della loro sessualità tra i due e i tre milioni di donne e bambine, che si aggiungono al triste ed enorme esercito mondiale di mutilate: 120-130 milioni. «E perché—ci spiega Emma Bonino, che ha aperto la Conferenza con un sentito messaggio di Clio Napolitano — sono emerse novità. Le mgf hanno infatti iniziato a calare in certi Paesi ma questo ha portato alla migrazione mutilatoria: le famiglie portano le figlie in Stati vicini dove la pratica è permessa, ad esempio dal Burkina al Mali. Abbiamo poi notizie, per la prima volta, di mgf in Paesi finora ritenuti privi, come Arabia Saudita o Iraq, per non parlare dell’Occidente dove gli immigrati hanno esportato le mutilazioni. Che sono diventate un problema globale e richiedono quindi un’azione globale». Soprattutto, ha decretato la «Cairo+5» che si è riconvocata tra un anno in un Paese dell’Africa occidentale, passaggio dal nazionale al transnazionale, con l’armonizzazione delle legislazioni; creazione di osservatori per il monitoraggio; campagne d’informazione più massicce e vera applicazione delle leggi. Anche nei Paesi finora ritenuti privi di mgf.

«Nel Kurdistan iracheno siamo rimasti sconvolti nel sapere che in alcuni villaggi il 60% delle donne sono mutilate», conferma Rozhan Dizayee, avvocato e membro del Parlamento di Erbil, unica donna della Commissione Giustizia. «Abbiamo scoperto che è una pratica antica, fatta in segreto fuori dalle città, che oggi si sta diffondendo con il crescere dell’estremismo islamico, anche se islamica non è. Mi sto battendo per una legge, non è facile». Come Rozhan, unica rappresentante del Medio Oriente alla conferenza africana-europea, tante altre donne hanno testimoniato la loro battaglia: dalla ministra del Kenya Linah Kilimo («i colleghi mi chiamano Mgf, ma prima era con scherno, oggi con rispetto »), all’attivista senegalese Khadi Koita (autrice del libro Mutilata, Cairo Editore, paladina anti- mgf in Europa). «Come per quella mamma alla festa del villaggio—ci dice Nahid Gabrella, attivista e consulente sudanese—per noi donne africane questa lotta è un dolore, continua a ricordarci quello che abbiamo subito. Ma anche per questo eliminare per sempre le mutilazioni è la cosa più importante che possiamo fare».

Cecilia Zecchinelli
Fonte : Corriere della Sera

è Natale!

December 25th, 2008

Siccome oggi è Natale, avete il diritto di esigere che vi mostri il
presepe. Eccolo. Ecco la Vergine ed ecco Giuseppe ed ecco il bambino
Gesù. L’artista ha messo tutto il suo amore in questo disegno, ma voi lo
troverete forse un po’ naif. Guardate, i personaggi hanno ornamenti
belli, ma sono rigidi: si direbbero marionette. Non erano certamente
così. Se foste come me, che ho gli occhi chiusi … Ma ascoltate: non
avete che da chiudere gli occhi per sentirmi e vi dirò come li vedo
dentro di me. La vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che
bisognerebbbe dipingere sul suo viso è uno stupore ansioso che non è
apparso che una volta su un viso umano. Poichè il Cristo è il suo
bambino, la carne della sua carne, e il frutto del suo ventre. L’ha
portato nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue
di Dio. E in certi momenti la tentazione è così forte che dimentica
che è Dio. Lo stringe tra le sue braccia e dice: piccolo mio. Ma in
altri momenti, rimane interdetta e pensa: Dio è là e si sente presa da
un orrore religioso per questo Dio muto, per questo bambino
terrificante. Poichè tutte le madri sono così attratte a momenti davanti
a questo frammento ribelle della loro carne che è il loro bambino e si
sentono in esilio davanti a questa nuova vita che è stata fatta con la
loro vita e che popolano di pensieri estranei. Ma nessun bambino è stato
più crudelmente e più rapidamente strappato a sua madre poichè egli è
Dio ed è oltre tutto ciò che lei può immaginare. Ed è una dura prova per
una madre aver vergogna di sè e della sua condizione umana davanti a suo
figlio. Ma penso che ci sono anche altri momenti rapiti e difficili, in
cui sente nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo,
e che è Dio. Lo guarda e pensa: «Questo Dio è mio figlio. Questa carne
divina è la mia carne. E’ fatta di me, ha i miei occhi e questa forma
della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. E’ Dio e mi
rassomiglia. E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei
sola, un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di
baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e
che vive». Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore,
e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e di timidezza
con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo
bambino - Dio di cui sente suIle ginocchia il peso tiepido e che le
sorride. Questo è tutto su Gesù e sulla Vergine Maria. E Giuseppe?
Giuseppe, non lo dipingerei. Non mostrerei che un’ombra in fondo al
pagliaio e due occhi brillanti. Poichè non so che cosa dire di Giuseppe
e Giuseppe non sa che cosa dire di se stesso. Adora ed è felice di
adorare e si sente un po’ in esilio. Credo che soffra senza
confessarselo. Soffre perchè vede quanto la donna che ama assomigli a
Dio, quanto già sia vicina a Dio. Poichè Dio è scoppiato come una bomba
nell’intimità di questa famiglia. Giuseppe e Maria sono separati per
sempre da questo incendio di luce. E tutta la vita di Giuseppe,
immagino, sarà per imparare ad accettare.”
/Jean Paul Sartre/

Auguri a tutte le  “donne” , le donne che rifiutano gli stereotipi di donna creati dai maschi , le donne che trovano una loro via affrontando le nuove sfide senza scimmiottare i maschi , le donne che sanno essere libere, madri , mogli , amanti,  senza cadere nei luoghi comuni.

Auguri alle donne che cercano una loro via . A quelle che arrancano e a quelle che si sentono sconfitte.

Auguri alle donne vere .

regard

        

Scopre un nuovo Hiv Fra 3 mesi la ricercatrice resterà senza posto

December 24th, 2008

 Nell’anno del premio Nobel al francese Luc Montagnier, scopritore del virus dell’Aids, una biologa molecolare italiana ne ha individuato una pericolosa variante: l’Hiv-1. Pericolosa perché non registrabile da alcuni dei test più frequentemente usati per sapere se l’infezione è in corso oppure no. Per esempio per valutare se il sangue donato è «pulito». Negli Stati Uniti la scoperta ha avuto il giusto risalto al meeting annuale dell’American association of Blood Banks (l’associazione americana delle banche del sangue), svoltosi nei giorni scorsi. L’Aids per il mondo è un nervo ancora scoperto e la «variante Lecco», così è stato chiamato l’Hiv-1 (frutto della ricombinazione di due ceppi diversi del virus), riaccende l’attenzione anche per quanto riguarda la sicurezza delle trasfusioni.

Quello che non è chiaro negli Stati Uniti, ma anche in Gran Bretagna dove la biologa di Lecco ha passato una settimana (a Cambridge con soldi dell’Unione europea) per sequenziare la «sua» variante, è che l’artefice della scoperta guadagna poco più di mille euro al mese (1.200 con gli straordinari) e che a fine marzo sarà disoccupata. È il «paradosso italiano» a colpire ancora. Barbara Foglieni, 32 anni, artefice della scoperta della nuova variante del virus dell’Aids, è una precaria. Tra tre mesi sarà disoccupata: il suo contratto a termine all’ospedale «Manzoni » di Lecco scade a fine marzo. «Spero me lo rinnovino», dice. Lei lavora nel laboratorio di Biologia molecolare del Dipartimento di medicina trasfusionale e di ematologia (Dmte) del «Manzoni», diretto da Daniele Prati. Ancora tre mesi di lavoro garantito. E poi? Potrebbe diventare un «cervello in fuga ».

È già corteggiata dai centri di ricerca di mezzo mondo. Dieci ore al giorno in laboratorio con una paga da badante, una passione per la ricerca scientifica e una vita di studi. L’amore per la scienza sbocciato sui banchi del liceo. «Dopo la lettura di un libro del nobel per la chimica Kary Mullis, la cui scoperta ha rivoluzionato la genetica», racconta. L’esperienza negli Usa (Clinica pediatrica di Philadelphia) e al San Raffaele di Milano. Quindi, nel 2007, Barbara torna a Lecco. Perché? «Per due motivi — risponde —: qui vive la mia famiglia e il primario Prati mi ha convinto a seguirlo da Milano a Lecco». Ma anche perché convinta che in un’ospedale di provincia «si possa fare dell’ottima ricerca, basta tantissima buona volontà». Tanta buona volontà. E Barbara Foglieni ne ha tanta. Basti pensare che per lavorare in una struttura pubblica, si è addirittura dovuta laureare due volte. Burocrazia italiana. Altro paradosso.

Una storia nella storia: «La prima laurea nel 2000 in Biotecnologie alla Statale di Milano non mi permetteva di iscrivermi all’ordine professionale dei Biologi. Mi hanno obbligato a conseguirne una seconda (a Napoli, dopo tre esami e una nuova tesi, nel settembre scorso), di quelle che adesso si chiamano “specialistiche”, sempre in biotecnologie. Stessi studi e stesse materie, ma ora posso lavorare nel pubblico». Vinta anche la burocrazia, due mesi fa Barbara, con l’équipe guidata da Prati, ha scoperto la «variante Lecco» del virus dell’Aids. In Inghilterra o negli Stati Uniti avrebbe già un finanziamento personale per portare avanti gli studi. In Italia no. Per la brillante Foglieni c’è lo spettro della disoccupazione.

Mario Pappagallo
Fonte: Corriere della Sera

Un’operaia sequestrata e violentata Arrestato un imprenditore

December 23rd, 2008

 Ha tenuto segregata per mesi e ha violentato una giovane di 28 anni, immigrata dell’est europeo, operaia nella sua azienda. Un imprenditore cingalese di 21 anni, residente a Capranica (Viterbo) è stato arrestato per sequestro di persona e violenza sessuale. L’uomo, secondo i carabinieri, avrebbe rinchiuso la ragazza in una stanza della sua azienda (un allevamento di animali esotici) e avrebbe abusato di lei.

SEGREGATA PER MESI - Per impedirle di fuggire e di avere contatti con l’esterno le avrebbe tolto il passaporto e il telefonino cellulare. La giovane, approfittando dell’assenza del cingalese, è riuscita a telefonare ai carabinieri che hanno fatto irruzione nell’azienda e l’hanno liberata. Stando a quanto raccontato dall’operaia agli investigataori, la sua segregazione in una stanza dell’allevamento sarebbe durata alcuni mesi. L’uomo è stato arrestato e rinchiuso nel carcere viterbese di Mammagialla.

Fonte : Corriere della Sera

Editoria, prove di potere rosa

December 22nd, 2008

L’editoria italiana è una città (a volte grande, spesso piccola e media) abitata sempre più dalle donne. La fotografa una ricerca elaborata dall’Aie (Associazione italiana editori) secondo la quale, mentre l’occupazione femminile in Italia registra undici punti in meno rispetto alla media europea (46,3% contro 57,2%), in editoria la presenza rosa nei ruoli direttivi, è aumentata del 31% dal ‘91 al 2008. Nel 1991 le donne occupavano il 27,5 per cento dei ruoli di responsabilità, oggi si sono allargate al 36%. Perché l’editoria è un’isola felice? «La prima risposta — dice Elisabetta Sgarbi, direttore editoriale in una grande casa editrice come la Bompiani e ideatrice della Milanesiana — è quella relativamente più semplice e intuitiva, benché storicamente fondata: le donne per tradizione leggono più degli uomini. Amano i libri, fanno attenzione all’esperienza di lettura, ben conoscendone il potenziale di arricchimento personale e sociale. La seconda risposta invece tocca nodi complessi e investe direttamente il “fare” editoriale: le donne hanno una capacità “pratica”, nell’occuparsi del lavoro editoriale, nell’essere “dentro” alla fucina letteraria. Non dimentichiamo che l’editoria, anche nella sua “managerialità”, vive anzitutto di questi due aspetti: scelta dei libri e saper fare i libri». Secondo la Sgarbi, comunque, l’editoria non è un «ghetto rosa»: «Anche in politica e in economia le donne stanno ricoprendo ruoli importanti. E in generale penso che il potere non abbia in se stesso determinazioni sessuali. Il fatto che per consuetudine storica sia stato occupato soprattutto dagli uomini indica il perpetrarsi di pregiudizi e una coazione a ripetere». Quella delle donne nell’editoria si configura come una marcia a tappe forzate, sulla scia di apripista di rango, come Inge Feltrinelli o Rosellina Archinto.

 

 Il fenomeno riguarda soprattutto la piccola e media editoria, dove le donne coprono quasi la metà dei ruoli direttivi (46 %). «Una volta le donne si occupavano soprattutto dei diritti esteri. Venivano chiamate scherzosamente le streghe» dice Ginevra Bompiani, (figlia del grande editore Valentino) che nel 2002 assieme a Roberta Einaudi e ad altri soci ha fondato Nottetempo, la casa editrice di cui è amministratore delegato, che ha pubblicato uno dei maggiori casi letterari degli ultimi anni: Milena Agus. «Noi siamo in maggioranza donne, però abbiamo le nostre quote azzurre. È una tendenza che riguarda anche le scrittrici, le libraie, le docenti universitarie. Significa che la cultura sta passando in mani femminili, cosa molto importante ». Soprattutto se si fa il paragone con altre imprese, diverse da quelle editoriali, di piccola e media grandezza, dove la quota dei ruoli dirigenziali coperti da donne non raggiunge il 7% (fonte Federmanager). Marta Donzelli, responsabile della segreteria di direzione della casa editrice omonima (diretta dal padre Carmine) è nata nel ‘75 «quindi — dice— forse per me certe conquiste sono scontate. Il fatto poi che le donne nell’editoria siano la maggioranza è una diretta conseguenza del fatto che le facoltà umanistiche sono ancora dominio femminile. In Donzelli arrivano curricula quasi solo di ragazze. E infatti siamo tutte donne, tranne mio padre. A volte, a parità di qualità, preferiremmo prendere un maschio, per una questione di equilibrio, ma sono veramente pochi i candidati». Marta Donzelli in questa avanzata rosa vede anche un lato negativo: «È un mercato economicamente povero e quindi conta poco». Lo stesso pericolo lo avverte Emilia Lodigiani, fondatrice, 21 anni fa, di Iperborea, casa editrice specializzata in letteratura del nord Europa, con testi classici e contemporanei dalla grafica inconfondibile. «È chiaro che stiamo parlando di femminilizzazione di campi in cui circolano meno soldi, di attività che sono a metà tra l’artigianato e l’imprenditoria. Credo però sia anche positivo valorizzare le differenze: questi campi si addicono di più alle donne che hanno maggiore forza nelle scelte circoscritte, maggiore capacità di organizzazione e di relazione interpersonale. Magari gli uomini, all’interno di una realtà economica, sono più curiosi, più creativi, portano idee nuove». Ciò che per alcune è un aspetto negativo, per altre è positivo. «Le donne in editoria sono potenti, non di potere — dice Ginevra Bompiani —. Significa dare più importanza alla posizione che al successo, mettersi in gioco completamente. E la cultura, per quanto economicamente meno rilevante rispetto ad altri settori, è comunque cruciale».

Meno competitività e più alleanza è l’aspetto che, spesso, lega le donne editrici tra loro: «Alla Fiera di Torino, a Francoforte, condividiamo lo stand con altre case editrici dirette da donne — continua Ginevra Bompiani — e non è un caso: c’è somiglianza, affinità, si dà più importanza alle cose comuni che alla rivalità. Non è femminismo, ma sintonia». E se anche i dati sulla scrittura si declinano al femminile (il 38% degli autori oggi è composto da donne, mentre solo 5 anni fa erano il 31%), viene da chiedersi: ma le donne pubblicano le donne? «Credo che le donne abbiano un rapporto istintivo con la scrittura, rimasto, nel corso della storia letteraria forse più nascosto — dice Elisabetta Sgarbi — e, aumentando le vie di accesso alla scrittura, attraverso la Rete, la percentuale delle scrittrici è destinata a crescere». Iperborea è, nel personale, al 100% rosa, ma questo non ha dato luogo ha un catalogo rosa. «Anzi, le autrici sono solo il 20% — spiega Emilia Lodigiani —. Ma questa è solo colpa mia perché amo molto i temi esistenziali, le grandi aperture al mondo, che nella narrativa nordica sono più maschili, mentre in quella femminile c’è una prevalenza di quotidianità, di temi femministi, di rivendicazione di genere. Cose di cui parlo tutti i giorni e da cui, in un certo senso, vorrei evadere. Quanto poi ai lettori, da indagini che noi abbiamo fatto si dividono al 50 per cento tra maschi e femmine». Quindi in proporzione sono più maschi visto che, sempre secondo l’indagine Aie su dati Istat, nel 2008 le donne che dichiarano di leggere almeno un libro all’anno sono il 50%, contro il 37,7 degli uomini, una forbice che si allarga ancora di più nelle fasce giovanili (tra i 18-19enni il 68% delle ragazze contro il 37,7% dei maschi). Non solo: per certi libri le lettrici costituiscono uno zoccolo duro molto forte. «Il nostro catalogo non è particolarmente orientato in senso femminile anche perché la scelta finale su che cosa pubblicare è di mio padre — scherza Marta Donzelli —. La collana di narrativa che ha esordito quest’anno ha pubblicato quattro titoli, due di donne, due di uomini. Però è vero che certi libri, per esempio quelli di Julia Kristeva che si occupano di tematiche impegnative con un approccio di genere, funzionano bene perché c’è uno zoccolo duro di lettrici, fenomeno che non riscontriamo con altri saggi simili, scritti da uomini».

Cristina Taglietti

Fonte: Corriere della Sera

Pillola abortiva: «Non si può bloccare»

December 21st, 2008

«Non ci sono strumenti di alcun genere per fermare il percorso di approvazione della pillola abortiva. Guido Rasi, direttore dell’Aifa (agenzia italiana del farmaco) conferma. E’ imminente l’arrivo in Italia della RU486, pasticca monodose per l’interruzione volontaria di gravidanza, alternativa all’intervento chirurgico. E’ verosimile che la Ru 486 «arrivi all’attenzione del cda a febbraio dopo un passaggio in comitato prezzi e rimborso».

Dottor Rasi, si è molto discusso in questi giorni su eventuali iniziative che l’Italia potrebbe assumere per non accettare la richiesta di autorizzazione al commercio presentata dall’azienda francese Exelgyn. Esistono ancora margini di intervento?

«Non c’è nessuno strumento., né tecnico scientifico, né da parte del Parlamento che ha presentato recentemente una mozione. Questa è una procedura cosiddetta di mutuo riconoscimento. Significa che il farmaco è stato già autorizzato dall’agenzia europea, l’Emea, e che gli Stati dell’Ue devono a loro volta adeguarsi a quella decisione».

Il Cda avrebbe dovuto valutare la registrazione della pillola questa settimana. A cosa è dovuto il ritardo, forse a polemiche e pressioni?

«Nessuna pressione. Questa settimana c’è stato l’ultimo esame del comitato tecnico. L’argomento non era invece all’ordine del giorno dello scorso Cda. Ora mancano gli ultimi tasselli. Stabilire quanto costerà questo prodotto. Poi ci sarà la valutazione del Cda. Ma credo che lì approvazione sarebbe tutto sommato il male minore per chi in Italia osteggia la Ru 486».

Il male minore, perché?

«Il farmaco in base al meccanismo europeo dovrà comunque essere commercializzato in Italia e allora ci sarebbe il rischio della vendita diretta, in farmacia. Qualunque donna potrebbe acquistarlo dietro presentazione di ricetta medica. L’approvazione da parte dell’Aifa prevede invece che la pillola venga distribuita solo in ospedale, sotto controllo medico e secondo il meccanismo della legge 194 sull’aborto».

Il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella vorrebbe presentare un’istanza all’Emea. Sarebbe una via per bloccare la Ru486?

«Già l’Ungheria ha richiesto un arbitrato all’Emea e l’ha perso. Quindi questa strada è difficilmente percorribile».

Quali iniziative prenderà l’Italia per vigilare sugli effetti collaterali e gli eventi avversi legati al farmaco? Quando il comitato scientifico Aifa approvò il prodotto a febbraio (col precedente governo, capo dell’Aifa era Nello Martini, ndr) venne messo agli atti un dossier dove erano documentati 16 casi di morte.

«Molto probabilmente la pillola abortiva entrerà a far parte del programma di farmaco-vigilanza che impone la segnalazioni di tutti gli eventi avversi legati al suo impiego. Se dovessimo ricevere informazioni allarmanti allora a quel punto potremmo prevedere di chiederne la sospensione».

Margherita De Bac

Fonte : Corriere della Sera

Dalla Betancourt ad Alda Merini il calendario delle “fate sapienti”

December 20th, 2008
Sono le fate sapienti del 2009. Si chiamano Ingrid Betancourt, Chiara Gamberale, Federica De Paolis, Franca Valeri, Anilda Hibrahimi, Francesca Sanvitale, Christiana Ruggeri, Alda Merini, Ippolita Avalli, Helga Schneider, Silvia Cossu, Giosetta Fioroni. I volti, le figure -guida di un calendario letterario che ha conquistato negli anni un pubblico sempre più vasto ed è ormai diventato un vero e proprio oggetto di culto. Scandiscono i mesi e i giorni de “Le fate sapienti”, ideato e curato da Francesca Pansa con fotografie di Muriel Oasi, proposto per la settima volta come strenna natalizia dall’Associazione Librai Italiani, e dal suo presidente Paolo Pisanti, e sponsorizzato da Ax-Amicucciformazione e da Novidra.Ma scrittrici, intellettuali, artiste non sono soltanto immagini. Secondo una felice formula, alternativa creativa ai tanti calendari patinati che escono all’insegna della esibizione sessuale del corpo femminile, “Le fate sapienti” si presentano anche come una piccola e significativa antologia di testi. Cosi Ingrid Betancourt, che apre il calendario, in una delle sue lettere “dall’inferno” della giungla, rievoca i momenti di tenerezza con i suoi figli lontani. Un altro rapporto intenso e vitalissimo è quello con Goffredo Parise di Giosetta Fioroni che lo ricorda con immagini nitide e struggenti. Franca Valeri racconta il suo rapporto con quei piccoli “esseri pensanti” che sono i cani. Le spine dell’eros sono nelle pagine di Chiara Gamberale e Silvia Cossu. Le ferite della nostra storia novecentesca e gli abissi del male traspaiono nelle parole di Christiana Ruggeri e Helga Schneider. E di amore e delle sue molte manifestazioni parlano anche, con i loro piccoli racconti, Federica De Paolis, Anilda Hibrahimi, Francesca Sanvitale, Alda Merini, Ippolita Avalli.Dice la curatrice Francesca Pansa: «Non bisogna solo sfogliarlo, ma si può anche leggerlo il calendario. Quest’anno ho voluto in modo particolare scegliere scrittrici giovani o esordienti, come Ruggeri, De Paolis, Gamberale, Cossu, Ibraihimi per stabilire un ideale punto di passaggio e di confronto con l’esperienza letteraria più consolidata e riconosciuta di Francesca Sanvitale o di Alda Merini o di Ippolita Avalli».

L’edizione 2009 de “Le fate sapienti” è dedicata a Malalai Kakar, primo ufficiale donna nella polizia afghana, direttrice del dipartimento per la lotta ai crimini contro le donne, assassinata dai telebani a Kandahar lo scorso 28 settembre.
“Le fate sapienti” saranno presentate venerdì 19 presso la Libreria Croce a Roma da Barbara Alberti, Annabella D’Avino, Massimo Di Forti, Maria Serena Palieri, Andrea Velardie con le autrici Franca Valeri, Giosetta Fioroni, Anilda Ibrahimi, Christiana Ruggeri,Francesca Sanvitale, Federica De Paolis, Silvia Cossu e Ippolita Avalli.
 

 

Film romantici: nocivi all’amore

December 19th, 2008

“NEI film d’amore lui la rincorre, sale i gradini di una scala antincendio con una rosa in bocca e, sfidando vertigini e pregiudizi, le chiede di sposarlo. E anche quando non ha l’intraprendenza di Richard Gere, il protagonista delle commedie romantiche non riesce comunque a dimenticare la sua lei e vaga sconsolato per le strade di Notting Hill. Secondo gli psicologi specialisti in relazioni familiari dell’Università Heriot Watt di Edimburgo tutto questo fa male all’amore: le commedie romantiche danno una visione edulcorata della realtà e di conseguenza poco sana per la vita di coppia. Una conclusione che farà felice lo psicoterapeuta statunitense Gary Salomon, il primo nel 1997 a parlare di cineterapia, secondo il quale i film hanno un effetto preciso sui nostri equilibri mentali.

Lo studio scozzese è partito da un esperimento pratico che ha coinvolto 100 volontari, ad alcuni facendo guardare commedie come Serendipity e ad altri film di David Linch. I primi, dopo aver seguito le “magiche casualità” che legano i destini di Kate Beckinsale e John Cusack, erano più propensi a credere all’amore predestinato, e comunque al di là del film avevano una concezione più “fiabesca” dell’amore. I fan di “Love actually”, “Se scappi ti sposo”, “C’è posta per te” e “Ghost” credono insomma che il prototipo dell’amore sia quello presentato da queste commedie, dove generalmente i due si innamorano, si rincorrono e alla fine, aiutati da un destino benevolo, vanno a convivere felici e contenti.


“Si tratta del primo studio sistematico su questo argomento - spiega lo psicologo Roberto Cavaliere, Presidente della Asipdar (Associazione Studio e Intervento Problematiche e Dipendenze Affettive e Relazionali) - e, per quanto riguarda gli effetti sul processo relazionale, sono assolutamente d’accordo con i risultati della ricerca. Certe commedie, così come certi libri, non aiutano a capire che la relazione di coppia è qualcosa che va progettata nel tempo, attraverso mille difficoltà. Diciamo però che questi film fanno male a chi ha già di per sé una visione patologica dell’amore. Si tratta insomma di un qualcosa che accentua un problema di fondo già esistente

Fonte: La Repubblica

I chirurghi: «Per Natale non regalate interventi estetici alle figlie»

December 18th, 2008

Niente chirurgia al seno come «regalo di Natale». L’appello a non cedere alle richieste di adolescenti insoddisfatte del proprio aspetto arriva dai chirurghi estetici della Sicpre (Società Italiana di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica).
Da qualche anno - sottolinea una nota diffusa dalla Sicpre- sempre più ragazze di età inferiore ai 18-20 anni chiedono ai genitori, come regalo di Natale di compleanno, di promozione un intervento di chirurgia estetica.
Il fenomeno riguarda molti Paesi europei - in Germania 100 mila casi nel 2007 - e anche l’Italia, sebbene non ci siano dati precisi è coinvolta dal problema.
In occasione del periodo natalizio gli specialisti hanno voluto intervenire sul fenomeno sottolineando alcuni aspetti da tenere presente.

DIFFERENZE - «Va fatta una distinzione- precisa la nota- fra inestetismi stabili già durante l’adolescenza e che non possono modificarsi da soli (per esempio orecchie a ventola o naso non bello) e caratteristiche che semplicemente non corrispondono ai canoni di moda, che fra l’altro sono suscettibili ancora di trasformazioni oltre i vent’anni, fra cui il volume del seno e la distribuzione del grasso corporeo. Di conseguenza, è evidente che mentre un intervento estetico come la rinoplastica (correzione del naso) può essere ammissibile e utile anche a 16 anni, per il seno o per le liposuzioni il discorso è molto diverso».

MAI PRIMA DEI 20 ANNI - «In particolare, -ricordano i chirurghi- sotto i 20 anni l’aumento di seno non va mai praticato: fino a quell’età sono possibili modificazioni spontanee del suo volume dovute alle variazioni dell’assetto ormonale. Anche la riduzione del seno è sconsigliata nella maggior parte dei casi e può essere ammissibile solo in situazioni estreme. Stessi criteri per la liposuzione. Anche la distribuzione e il volume del grasso è infatti influenzata dall’assetto ormonale. Intervenire chirurgicamente è giustificato solo in casi gravi».

COL TEMPO SI CAMBIA IDEA - «La chirurgia», chiarisce il professor Carlo D’Aniello, Presidente della Sicpre, «anche quella estetica, è un atto traumatico e mai privo di rischi, per quanto minimi. Quindi, nel dubbio che un inestetismo possa attenuarsi o addirittura sparire, è saggio aspettare. Tanto più che l’adolescenza è un’età di trasformazioni anche psicologiche, e ciò che appare insopportabile a 15 anni può diventare gradevole a 18 o 19. Inversamente, c’è anche il rischio che una correzione chirurgica eseguita troppo presto diventi sgradita col passare degli anni. Insomma, la chirurgia estetica richiede maturità sia fisica sia psichica». In Germania è in discussione da qualche mese la proposta (della Cdu) di vincolare gli interventi al parere favorevole di due diversi chirurghi plastici, mentre altri dicono che basterebbe obbligare a un periodo di riflessione di 6 settimane tra visita e intervento. La Sicpre non entra nel merito né si augura l’introduzione di norme di legge rigide sull’argomento. Però chiede a tutti i genitori e a tutti i chirurghi italiani di tenere conto responsabilmente di queste raccomandazioni. «Sono peraltro cose che i chirurghi plastici estetici sanno bene» dice il professor Francesco D’Andrea, Segretario Sicpre. «Ma i pazienti devono guardarsi da cliniche estere, da chirurghi provenienti da Paesi dove la nostra disciplina è praticata con troppa disinvoltura e anche da alcuni medici non specialisti in chirurgia plastica e ricostruttiva».

Fonte: Corriere della Sera

Brunetta: donne in pensione a 65 anni

December 14th, 2008

Le donne dovranno in futuro andare in pensione a 65 anni. Cominciando da quelle che lavorano per la pubblica amministrazione. Ne è convinto il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, che intervenendo a Stresa al Forum della Terza Economia ha spiegato che «è necessario porre al centro dell’agenda politica l’obiettivo della perequazione verso l’alto dell’età pensionabile di maschi e femmine». «Per quanto mi riguarda - ha aggiunto l’esponente del governo - sono datore di lavoro di tre milioni e 650 mila persone e mi applicherò con determinazione al perseguimento di questo obiettivo».

FAR LAVORARE GLI ANZIANI - Brunetta come al solito non gira attorno alla questione: «Usciamo dall’ipocrisia, se affermiamo che l’invecchiamento attivo è un obiettivo di bene pubblico è necessario che tutti insieme ci applichiamo per raggiungere questo obiettivo. Si dovranno sentire la Confindustria e i sindacati, poi chi deve governare governi». «Recuperando alla vita lavorativa attiva la classe di età 55-65 - ha aggiunto il ministro - recuperiamo il 10% dello spaventosamente basso tasso di occupazione italiano. Questo significa 2,5 milioni di posti di lavoro in più, il che vuole dire incrementare il gettito fiscale e il Pil del paese». E come ottenere il progressivo allungamento dell’età pensionabile? La ricetta di Brunetta non sembra prevedere obblighi bensì interventi di persuasione: «Le uscite precoci dal mondo del lavoro devono essere disincentivate».

I SINDACATI - Le reazioni dal mondo sindacale non si sono fatte attendere. Il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, mette le mani avanti: «Niente passi falsi sul tema delle pensioni». «Al ministro Brunetta - ha sottolineato- vogliamo ricordare, senza voler fare polemiche, che le pensioni sono una materia del governo ma anche delle parti sociali. Non è questo il momento di fughe in avanti. Le pensioni sono un tema delicato che non può essere utilizzato come uno spot pubblicitario, proprio per evitare allarmismi e fughe anticipate dei lavoratori». Luigi Angeletti, segretario della Uil, non chiude del tutto la porta, ma dice no ad un eventuale innalzamento dell’età pensionabile che non sia basato sulla volontarietà e sugli incentivi: «Non sono d’accordo sulla necessità: sono favorevole a fondare l’innalzamento sulla volontarietà, con incentivi». Chi invece pone un veto a priori è la Cgil: «Il governo non ci provi nemmeno a mettere mano all’età pensionabile - ha avvertito il segretario confederale della Cgil-Fp, Carlo Podda -. Le donne vanno in pensione con il massimo dell’età e con il nostro sistema si va sulla base dei contributi. Dire che la misura serve per risolvere la sperequazione è una provocazione intollerabile». Gela il ministro anche Renata Polverini, segretario generale dell’Ugl, il sindacato considerato vicino al centrodestra: «Una riforma delle pensioni in questa fase economica e sociale non avrebbe alcuna ragione di essere. Lo stesso presidente Silvio Berlusconi ha di recente affermato che le pensioni non sono oggetto di discussione». Prima di parlare di equiparazione di età pensionabile per le donne, è il ragionamento della Polverini, «sarebbe necessario intervenire riconoscendo alla donna un bonus previdenziale per i periodi di maternità delle lavoratrici, potendo decidere se andare in pensione prima avvalendosi del bonus o ritardare l’uscita dal lavoro con una pensione più alta».

IL PD: «BASTA SPOT» - Parla invece di «improvvisazioni spot» Vittoria Franco, ministro delle Pari opportunità del governo ombra del Pd, commentando le esternazioni del ministro Brunetta in materia di età pensionabile per le donne, questione su cui invece «andrebbe affrontata una discussione seria». «Le donne oggi si trovano a dover conciliare lavoro, maternità e servizi di assistenza» sostiene Franco, sottolineando che «è ancora più preoccupante perchè le proposte vengono da un ministro del governo che ha cancellato il tempo pieno. La direttiva dietro la quale si trincera il ministro non dice esattamente quanto da lui sostenuto. Brunetta si metta d’accordo poi con il ministro Sacconi che proprio alcuni giorni fa aveva fatto affermazioni completamente diverse».

L’ALLEATO - Tranchant il commento di Carlo Fatuzzo, segretario del partito dei Pensionati, alleato del Pdl: «Fuori dalla realtá ed estremamente penalizzante la proposta del ministro Brunetta di elevare l’etá pensionabile per le donne, equiparandola a quella degli uomini». Anche Fatuzzo sottolinea il ruolo svolto dalle donne nella famiglia e per questo, a suo parere, «dovrebbero andare in pensione ancora prima, proprio per seguire meglio i figli e svolgere il loro ruolo indispensabile». Troppe volte, è la sua conclusione, «le famiglie sono lasciate sole ad affrontare dei veri e propri drammi e per fortuna che vi sono le donne. Elevare l’etá pensionabile per le donne ? Per il partito Pensionati è semplicemente improponibile». Generalmente favorevole, invece, l’accoglienza negli ambienti politici del Pdl. Per il numero due dei deputati del centrodestra, Italo Bocchino, « Brunetta ha posto una questione seria che riguarda la sopravvivenza della previdenza italiana, l’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro e l’economia pubblica. È evidente che sono venute meno le ragioni storiche per accorciare di cinque anni l’etá lavorativa delle donne, visto anche che l’aumento dell’aspettativa di vita ha premiato principalmente il gentil sesso con uno scarto di quasi quattro anni in più rispetto agli uomini».

«ODIA I LAVORATORI» - Molto duro il giudizio di Paolo Ferrero, segretario del Prc: «L’idea del ministro Brunetta di allungare l’età pensionabile alle donne è semplicemente un’idea demenziale. Nel mezzo di una crisi economica devastante che porterà alla perdita di almeno un milione di posti di lavoro solo a Brunetta poteva venire in mente una proposta simile. Che indica un odio profondo, quello che il ministro Brunetta nutre nei confronti dei lavoratori e, in particolare, delle lavoratrici»

 

Fonte: Corriere della Sera