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Io, insegnante sottopagata e sottostimata (e brava)

Wednesday, September 1st, 2010

Gentile Direttore, ho apprezzato l’articolo di Giovanni Belardelli (Corriere di venerdì) sulla crisi della scuola e dei docenti, che vivo dall’interno come insegnante di tedesco alle superiori. Spesso ci sentiamo soli, isolati, non solo perché il nostro lavoro è poco riconosciuto, ma anche perché all’interno della scuola in genere ci sono troppi conflitti e manca per così dire lo spirito di corpo, il fatto di essere una squadra; scuola quindi specchio di una società divisa, a volte con conseguenze negative per gli studenti… Non credo molto nella valutazione degli insegnanti attraverso esami che riconoscano il merito, perché anche nella scuola, come nella società, ci sono tante parrocchie e parrocchiette, con i rispettivi santi protettori, che non sono in cielo, ma sulla terra e spesso sono molto, molto influenti.

Vorrei precisare inoltre che il punteggio non dipende solo dall’anzianità di servizio, ma anche dal fatto di avere o meno dei figli (retaggio dell’epoca mussoliniana?): se non sbaglio, 4 punti ogni anno per i figli fino a 5 o 6 anni, 3 punti ogni anno fino al compimento dei 18 anni. Ma il ministro Gelmini non aveva detto che la scuola non è un ente assistenziale? Subito dopo i precari, sono stati gli insegnanti di ruolo single/senza figli le prime vittime della riforma; come mantenere l’entusiasmo dei primi tempi, se quello che si fa per migliorare e coinvolgere gli alunni non viene comunque riconosciuto? Scambi con l’estero, progetti europei, certificazioni, le famose visite di istruzione, dette comunemente «gite», progetti per gli studenti stranieri ecc. sono tutti extra miseramente retribuiti, che non valgono nemmeno per il punteggio. La conclusione è che la scuola in generale si basa sulla buona volontà o sul coraggio degli insegnanti, precari o di ruolo. Stop. Gli insegnanti «gentiliani», che sono stati anche i miei insegnanti e i miei modelli, sono una specie in via di estinzione.

Chi c’è al loro posto? Potrei fare qualche esempio: l’insegnante «mamma», che considera prevalente l’elemento educativo, sicuramente parte dell’insegnamento, con la certezza inossidabile che una madre sia automaticamente una brava educatrice (risposta di una collega a un mio intervento durante un consiglio di classe: «Tu queste cose non le puoi capire, perché non hai figli»); in genere provenienti da un ambito cattolico, pensano di essere le uniche depositarie dei valori. Ancora, l’insegnante «amicone»: si veste e si comporta come un adolescente anche oltre i 40 anni, i suoi voti scendono raramente sotto il sei e ama sparlare degli altri insegnanti con gli alunni; l’insegnante «psicologa» si occupa prevalentemente del disagio adolescenziale, che in qualche caso si manifesta singolarmente in modo acuto in occasione di compiti in classe e interrogazioni. Un altro caso è l’insegnante in «standby», a cui mancano pochi anni alla pensione, che ripete le stesse lezioni quasi senza cambiare una virgola, come un vecchio attore, pensando all’ambito traguardo. Poi l’insegnante «burocrate», che usa volentieri il linguaggio tecnico della scuola: se gli rivolgi una domanda con parole comuni ti guarda perplesso e non risponde. Io credo di essere nella categoria degli scettici e dei dubbiosi, che non si fanno illusioni, ma cercano alla lontana di essere «gentiliani», tollerati da alcuni colleghi come fossili viventi, persone un po’ strambe che non vogliono omologarsi, ma pensare con la loro testa. Però, se la scuola pubblica nonostante riforme improvvisate, proclami, minacce e calunnie continua a camminare, magari in modo incerto, vuol dire che ci sono ancora bravi insegnanti che amano il loro lavoro sottostimato, sottopagato, sottovalutato, in altre parole sotterraneo. Cordiali saluti

Nadia Marchetti
Laveno (Va)
Fonte: Corriere della Sera

Donne nei Cda, adesso sono il 6%

Saturday, August 21st, 2010

Con una misera quota del 6,2 per cento, le donne italiane rappresentano davvero una sparuta minoranza nell’ambito dei consigli di amministrazione delle società quotate in Borsa, come attestano i dati della Consob riferiti al 2009. Ma a breve la situazione potrebbe cambiare in modo radicale: alla ripresa dei lavori della Camera i parlamentari si troveranno sul tavolo infatti una proposta bipartisan che parte da due progetti di legge (firmati rispettivamente da Lella Golfo del Pdl e Alessia Mosca del Pd), già approvata dalla commissione Finanze di Montecitorio, e che prevede la presenza obbligatoria del 30 per cento di donne nei Cda.

Quest’obiettivo decisamente ambizioso (data la situazione attuale di partenza) dovrebbe essere raggiunto attraverso una modifica dello statuto delle società, prevista da tre articoli che verrebbero aggiunti al Testo Unico dell’Intermediazione Finanziaria (Tuf) del 1998. Si affida infatti proprio allo statuto delle società il compito di assicurare l’equilibrio tra i generi nel riparto degli amministratori da eleggere e tale equilibrio è raggiunto quando “il genere meno rappresentato all’interno dell’organo amministrativo ottenga almeno un terzo degli amministratori eletti”. Qualora la norma non venga rispettata dalla composizione del consiglio di amministrazione risultante dall’elezione, i componenti eletti decadono dalla carica. Nel caso di sostituzione di uno o più amministratori prima della scadenza del termine, i nuovi amministratori sono nominati nel rispetto del medesimo riparto.

L’articolo 3 del testo, infine, stabilisce che le nuove disposizioni inserite nel Tuf si applicano anche alle società controllate da pubbliche amministrazioni ai sensi dell’articolo 2359, primo e secondo comma, del codice civile, non quotate in mercati regolamentati.

Una norma necessaria ed equilibrata? Negli ultimi mesi se n’è dibattuto molto. I giornali che hanno seguito il dibattito parlamentari hanno ospitato commenti ironici dei lettori che suggerivano una quota analoga prevista per legge anche per i cantieri edili. Eppure l’Italia non è il solo Paese ad aver sentito il bisogno di introdurre una norma che riservi una quota alle donne nei consigli di amministrazione. La Francia sta discutendo la sua futura legge sull’equilibrio uomini/donne nelle stanze dei ‘bottoni’ prevedendo una percentuale anche più alta a favore delle consigliere: in sei anni, le società quotate in Borsa avranno l’obbligo di garantire una proporzione di ciascun sesso non inferiore al 40 per cento, con il raggiungimento di almeno il 20 per cento entro 3 anni dalla promulgazione della legge.

La stessa proporzione è prevista in Norvegia, fissata fin dal lontano 1978, per le commissioni e i comitati aziendali, e che dal 2006 è diventata obbligatoria anche per aziende quotate in borsa e di proprietà pubblica. Non ci sono numeri prefissati, ma dal 2007 vige l’invito a “una presenza equilibrata di donne e uomini” anche in Spagna. Sono solo tre esempi di come all’estero hanno regolato o pensano di regolare la materia. Tre esempi proposti ai legislatori italiani da un dossier messo a punto il mese scorso dal Servizio studi della Camera.
 
E comunque è importante ricordare che l’Italia attualmente è fanalino di coda nell’Unione Europea per la presenza delle donne nei Cda delle aziende quotate: come si evince dall’European professional women network, siamo al 29esimo posto su 33 paesi censiti, seguiti solo da Malta, Cipro, Lussemburgo e Portogallo. Se poi si considerano i Cda delle prime 300 società europee la situazione è ancora peggiore, poichè dei 375 ’seggi’ di consigliere delle 23 società italiane presenti nella lista delle Big 300 europee solo 8 sono appannaggio di donne: l’Italia scivola così al penultimo posto su 17 paesi, seguita solo dal Portogallo.

Eppure, come dimostra una ricerca Cerved sulle donne manager, le imprese guidate dalle donne vanno meglio rispetto alle altre, incrementano più velocemente i ricavi, generano più profitti, sono meno rischiose. Secondo la società internazionale di strategie e consulenza aziendale McKinsey, infatti, i risultati economici delle società con elevata diversità di genere sono migliori rispetto alle medie di settore fino al 10 per cento in termini di redditività e addirittura al 48 per cento per Ebit (risultato ante oneri finanziari, ndr).

Fonte: La Repubblica

Zanardo: «Italiane aspettano consenso del maschio»

Saturday, August 7th, 2010

Un involucro, una mucca, che smuove l’uomo a bere quell’amaro, a comprare quel pannello solare. A vedere quel programma televisivo: «Vorrei sorprendermi». Dentro uno di questi involucri c’è Lorella Zanardo, autrice del libro e del documentario «Il corpo delle donne». Una ex manager, di formazione nordeuropea, che ha rianimato l’attenzione, esanime, delle spettatrici italiane di fronte all’abuso del corpo femminile. «Ho appena ricevuto un messaggio - racconta - da un giornalista tedesco “Sembra che l’Italia si sia involuta e forse la situazione delle donne vittime di un’oggettiva scarsa autostima sono la più evidente e sensibile spia del grado di sviluppo della vostra società”. E questo lo dice un uomo». Vuole sottolinearlo la Zanardo, perché «siamo a uno stadio così scimmiesco che sarà poco carino ma ammettiamolo: se lo dice un uomo, vale di più, e sono disposta a tutto purché sia veicolato il messaggio».

Dopo il documentario e il libro, il messaggio ha fatto il giro d’Italia…
«L’ultimo anno è stato vivace: anche le campagne dell’Udi, il vostro giornale, le blogger. Protestare serve, porta risultati significativi. Moltissime campagne sono state interrotte. Il mio lavoro ha avuto “successo” in particolare con i giovanissimi. È su loro che dobbiamo puntare per ottenere un vero cambiamento, armandoci di pazienza. Sono i ragazzini tra i 13 e i 17 che si sorprendono di più: “Perché siete così poco coraggiose?”, mi chiedono».

Perché?

«Si potrebbe scrivere un trattato, ma credo che la donna italiana abbia ancora fortemente bisogno dell’approvazione del maschio: questa è la verità».

E i maschi vogliono donne nude dappertutto…
«Ho presentato il libro a maggio a Milano, al termine, un uomo, d’altissimo prestigio, coltissimo, s’è avvicinato: “Sei anche brava, ma perché vuoi togliere le donne belle dai media, a noi piace?”, m’ha chiesto. Si sta impoverendo la società. E neanche i politici di centro sinistra prendono sul serio la questione».

Questione antica: Togliatti definiva “molto grave” l’insufficiente attenzione del partito sulla questione femminile.

«È attualissima: come si può non notare per esempio che in queste tre ultime settimane di nuove proposte di candidature non ci sia neanche una donna. Eppure basta navigare qualsiasi sito e ci si rende conto che le donne stanno cambiando il mondo. Una giovane donna al parlamento islandese ha fatto approvare una legge per cui si potrà pubblicare qualsiasi segreto militare e istituzionale del mondo. C’ha provato e c’è riuscita: questa è rivoluzione».

È un arretramento generale o soltanto di genere?
«È generale, si, ma chissà che molto non parta da quello. E da cattolica mi sono chiesta, perché la Chiesa, che fa della madonna figura portante della verginità e della purezza sul corpo delle donne non ha detto nulla per criticare l’uso immondo che se ne fa in tv e negli spot. Viene da pensare ci sia un interesse, voluto o non voluto, a mantenerci in questa situazione di sudditanza, a culo per aria sotto il tavolo di plexiglass coi tacchi 12 a spillo: un bellissimo modo per metterci in gabbia. Le rivoluzioni, però, si fanno con le scarpe comode».

Fonte: L’Unità

Donne juke-box di sesso

Friday, August 6th, 2010

Sorelle d’Italia, deste contro il sessimo della pubblicità. La battaglia di Donne libere da Milazzo risale la penisola, per unire le italiane contro immagini offensive. L’Unità lancia, dopo il caso siciliano, una campagna di segnalazioni che da Ravenna a Treviso, da Bari a Bologna risveglia la decenza d’Italia contro spot il cui utilizzo del corpo delle donne risulta continuo e ossessivo.

Femmine in quantità e in nudità, vittime dell’umorismo maschio che si manifesta sui muri di tutte le città, riducendole a mero scherno, mera strizzata d’occhio tra maschietti: solo ironia. E solo maschia, sugli spazi pubblici della Penisola. Così che se nel luglio del 1958, Camilla Ravera dalle pagine di questo giornale richiamava «la forza di milioni di donne unite» contro la guerra. Oggi a noi tocca scrivere di “Passera”, “Figa”. Tocca riferire di imperativi, incitamenti: “Fatti il capo”, “Te la do gratis”, “Provale tutte, una tira l’altra”. Dell’imbarazzante “celodurismo” dei creativi. Perché camminare per le strade del bel Paese, ormai, regala sensazioni un po’ da stadio, un po’ da sexy shop. Dai nostri muri esplode l’incitamento a gustare quel tipo di patatine, a fare quel genere di disinfestazione, addirittura a iscriversi a quella università. Sempre passando attraverso una coscia, un seno, un pube. Un corpo di un animale – “montami” – ci suggeriscono i copywriter, fino a dichiararlo apertamente ‘montando’ il viso di una mucca sul corpo di una donna. Senza trascurare espliciti riferimenti alla prostituzione, dai pubblicitari d’Italia sempre garantita “a costo zero”. La donna è perciò nient’altro che corpo, svilito nella sostanza, ridotto a involucro, o veicolo da utilizzare per raggiungere le tasche di questa maschia Italia. Così che i “Mad Men” italiani si stringono alla corte degli stereotipi di genere, disposti a tutto pur di solleticare il testosterone. «È solo pubblicità, e fa ridere», commenta Andrea F., su Facebook, «L’identità non c’entra». E vogliamo crederlo, anche solo per un istante, quello in cui troviamo una contraddizione di cui non riusciamo a venire a capo, pur volendola gettare sul campo “franco” del dio mercato.

È un sesso senza capacità d’acquisto? Non mangiano le italiane patatine, non vanno all’università, non acquistano pannelli fotovoltaici? «Questo è ciò che accade quando le aziende non hanno un marketing evoluto e le agenzie pubblicitarie non mettono in atto un rigoroso processo strategico prima di lanciarsi nelle loro esplorazioni creative». Spiega Luigi Accordino, direttore del reparto strategico – di chi cioè studia il consumatore e il mercato per indirizzare al meglio il lavoro dei creativi – della Publicis, una delle più grandi agenzie di pubblicità di Milano. E continua: «Nel dubbio su cosa dire e a chi dirlo, e lasciati spesso in totale libertà dall’azienda cliente, alcuni pubblicitari scelgono di pescare dalla (sotto)cultura popolare corrente, che purtroppo è intrisa di biechi e triviali maschilismi. Al di là dell’innegabile cattivo gusto, il vero rischio nel quale si incappa è che i veri destinatari di quel prodotto-servizio, maschi o femmine che siano, ma comunque non necessariamente involuti come certe pubblicità li vorrebbe, si soffermeranno probabilmente a “guardare” ma potranno poi prendere le distanze dal mittente di quel messaggio - la Marca - non identificandosi nel contenuto, né nel linguaggio. Infatti: «Ho smesso di acquistare il prodotto», ci scrive Roberto Cena Lombardi, segnalando lo spot dell’amaro del Capo.

E in molti evocano il boicotaggio di questi prodotti. Mentre a ripulire l’immaginario dalla cavalcante misoginia italica ci provono due storiche associazioni, l’Udi, con la campagna “immagini amiche”, contro quelle lesive della dignità femminle. E l’Arcidonna, col progetto «Laboratorio di Pari Opportunità: pratiche per il superamento degli stereotipi», il cui frutto fu la campagna «Io non penso a sesso unico». Perché c’è chi di risate se ne fa davvero poche: «Un arretramento culturare veicolato anche dal nostro Presidente del consiglio - spiega Valeria Ajovalasit, presidente Arcidonna –. Il risultato è che del corpo della donna si può fare l’utilizzo che si vuole, e si fa: si uccidono, infatti, 8 donne a settimana».

Fonte: L’Unità

Così boicottano l’aborto

Monday, August 2nd, 2010

Siete medici in Lombardia e volete far carriera? Dichiaratevi obiettori, visto che la sanità è in mano a Comunione e Liberazione. Non è un caso isolato: da nord a sud, le regioni di destra ostacolano il diritto all’interruzione di gravidanza

Un reparto di ginecologia Un reparto di ginecologia
Schedare le donne che chiedono di interrompere la gravidanza e farle passare attraverso numerosi colloqui. Con il preciso e dichiarato intento di dissuaderle più di quanto non faccia già oggi l’obiezione di coscienza nei presidi pubblici che nel Lazio tocca la cifra record dell’85,6 per cento. È quanto potrebbe accadere se dovesse essere approvata la proposta di legge regionale di riforma dei consultori presentata dall’assessore Olimpia Tarzia, già presidente del Movimento per la Vita. Mentre è una certezza, dall’altra parte dell’Italia, il diktat del governatore Vendola che, con la delibera regionale 735, prevede che nei consultori possano essere assunti soltanto medici non obiettori. Due scelte opposte, specchio delle due Italie: una dove tentare di interrompere una gravidanza è un percorso a ostacoli messi in fila per devastare l’anima delle donne costrette a questa drammatica scelta, e un’altra dove, pur nella difficoltà di far funzionare il servizio sanitario nazionale, si rispetta la legge e si cerca di rispettare il doloroso diritto che essa garantisce.
La legge regionale voluta dalla giunta di Renata Polverini impone alle donne un percorso obbligato: in prima istanza intende far “riflettere la donna e la coppia sul valore primario della vita, della maternità, e della tutela del figlio concepito”, poi propone un possibile (ma non certo) sostegno economico da parte della regione per i primi cinque anni di vita del bambino o suggerisce di metterlo al mondo per poi darlo in adozione e affidamento. Se, passate queste forche caudine, la donna decide comunque di interrompere la gravidanza, l’intero iter viene “verbalizzato”. Non solo. La proposta prevede anche il libero accesso ai consultori delle associazioni di volontariato in difesa della vita e la parificazione (anche sul piano dei finanziamenti) tra consultori privati non a scopo di lucro e quelli pubblici.

Dice Pina Adorno, presidente della Consulta dei Consultori di Roma: “Le nuove regole non introducono novità pratiche in favore delle famiglie, che le rendano cioè in grado di accogliere nuove gravidanze. Allo stesso tempo mette in pericolo le attività di prevenzione che i consultori svolgono e che hanno portato a un calo costante delle interruzioni volontarie di gravidanza”.
Il caso del Lazio non è certo isolato. perché nel Paese lo stato di attuazione della 194 è uno strano caso di strabismo sanitario. Da un lato, le interruzioni calano costantemente dal 1978 a oggi: secondo gli ultimi dati forniti dal sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella al Parlamento, nel 2008 sono state effettuate 121.406 Ivg, delle quali oltre 40 mila sono state richieste da cittadine straniere. Dall’altro, il livello dell’obiezione di coscienza è strabiliante (vedi tabella di pag 68) con una media del 70,5 per cento dei ginecologi e del 50,3 degli anestesisti: una situazione che impedisce di fatto alle Asl e agli ospedali di garantire il servizio con continuità e senza liste d’attesa; laddove “liste d’attesa” in questa materia significa rischiare di fare tardi rispetto ai limiti di legge.

Prendiamo il Veneto, dove la sanità pubblica funziona bene, ma dove c’è il più alto numero di medici e anestesisti obiettori tra le regioni settentrionali. “I tempi di attesa complicano, sia dal punto di vista psicologico che sanitario, il ricorso all’interruzione di gravidanza”, racconta la ginecologa Anna Maria Tormene, 20 anni di ospedale prima di arrivare al consultorio dell’Asl padovana numero 16: “Le vedo tornare da noi le donne, per sapere a chi altro rivolgersi, Non possono aspettare troppo. A cosa serve? A nulla se non a colpevolizzarle e a rendere più gravoso il loro percorso”. Il Veneto, infatti, è la regione con i tempi più lunghi, dove il 34 per cento delle donne attende più di tre settimane: così il 13,2 per cento delle residenti deve migrare, verso l’Emilia Romagna, il Friuli Venezia Giulia, il Trentino. Perché nella vicina ed efficientissima Lombardia le cose non vanno meglio

Fonte: L’Espresso

Afghanistan, la guerra delle donne Fuggono per andare a scuola

Monday, August 2nd, 2010

Farida fa l’insegnante. Ha circa 40 anni, il viso generosamente truccato, con molta cura, un piccolo foulard sulla chioma corvina. Rimane vedova quando i talebani sono al potere. I 4 figli sono piccoli e non ha più niente, tranne il suo tesoro, un diploma. Lascia la provincia e si trasferisce a Kabul. Va dritta al ministero della Cultura e Informazione. «Sono una donna istruita. Devo mantenere i miei figli, dovete darmi un lavoro e un salario». La sua audacia è premiata, il lavoro arriva. Sarà insegnante di religione islamica nelle carceri femminili di Kabul. Per due anni. Quando perde il lavoro, insegna nelle scuole clandestine per ragazze, come le sue attuali colleghe. Le carcerate sono le sue prime allieve, dagli 11 ai 18 anni. Non le ha dimenticate. Maryam, ad esempio. Viene data in sposa a due diversi cugini dal padre e dalla madre e la questione finisce in una guerra tra famiglie. La ragazza scappa di casa e finisce in prigione. Ma la legge vuole che, in questi casi, si debba trovare un terzo marito. Il secondino è disponibile, un brav’uomo. Adesso Maryam sta bene, ha molti figli. Non tutte le storie finiscono bene. Sahar è di Herat. I genitori muoiono in un bombardamento. Va a vivere con un cugino che la violenta regolarmente. Quando rimane incinta gli chiede di sposarla e lui invece la caccia di casa. Sahar sta cucinando e lui non smette di gridare. Il coltello, grande e affilato, le trema tra le mani. Un attimo e lo pianta nella gola del cugino. Poi si traveste da uomo e raggiunge Kabul. Non sa dove andare e si costituisce ai talebani. Probabilmente è ancora in prigione. Ogni casa, in Afghanistan, può trasformarsi in prigione. La follia e l’ignoranza dei talebani non se ne sono andate. No, le donne non stanno affatto meglio. Rabia è bellissima, la sua condanna. Il padre è morto, vive con lo zio. La dà in moglie a un uomo che paga bene, per la sua bellezza. Farida le insegnava a leggere e a scrivere. Era molto brava. Dopo il matrimonio non ne sa più niente. La vede di nuovo, 15 giorni fa, quando il cadavere viene restituito alla famiglia, mutilato, offeso, torturato. Le lacrime le sciolgono il trucco sulle guance. È stato il marito a ucciderla in quel modo, ora è in prigione. Continua a dire che la ragazza si è suicidata. Gli hanno dato 15 anni. Ma la pena non è mai certa. La libertà si può comprare. È difficile sopportare il peso del dolore che le sta intorno, rimane addosso, insieme alla polvere della città. Alla sera è distrutta, a volte non ce la fa più. Ma Farida sa che ha una responsabilità verso le donne che non hanno avuto la sua fortuna: quella di nascere in una famiglia aperta che l’ha fatta studiare. Oggi lavora nella scuola di Opawc. Non insegna più nascosta nelle cantine ma i pericoli non sono finiti. Il quartiere è povero, degradato e insicuro, come la maggior parte dei quartieri di Kabul. Polvere e fango. Fantasmi di case sforacchiate dai proiettili, dove la gente abita, fogne aperte, discariche, frequentate da capre, cani, e da persone che vanno a fare “spesa” con il sacchetto di plastica. L’elettricità va e viene, l’acqua potabile è un lusso per chi può permettersi di scavare un pozzo. Per chi non può, ci sono i camion del governo con le cisterne di plastica. Si fa la fila col secchio. Acqua cattiva che fa ammalare. Si beve anche nelle scuole pubbliche. Accanto e sopra le macerie, le surreali ville di chi ha soldi, nello stile di moda: colonne dorate, specchi, bowindow, colori improbabili, terrazze, stucchi rococò. La ricostruzione. Nei quartieri migliori, le ragazze delle famiglie più aperte, a scuola ci vanno. Con la divisa nera e il velo bianco, sciamano a gruppi per le strade. Ma qui non c’è nessuna scuola e la mentalità delle famiglie è un muro compatto, studiare è una provocazione. Le attiviste di Opawc l’hanno scelto per questo. È qui che c’è più bisogno di loro. Samia dice di avere nove anni. Le scappa un sorrisetto, lo copre con il velo rosa, più grande di lei. Si vede che è più piccola ma tanto nessuno può controllare. Gli ispettori del governo hanno detto che questa scuola non si può frequentare prima dei nove anni. Ma non è certo l’età a fermarla. Il padre non vuole che frequenti, le insegnanti hanno provato a convincerlo, senza risultato. È analfabeta, sarebbe una vergogna che sua figlia fosse più istruita di lui. Così viene di nascosto, con la complicità della madre. E se il padre lo venisse a sapere? Samia alza le spalle, abbassa lo sguardo. Non ci vuole pensare. Cerca con gli occhi le compagne, molte di loro sono nella stessa situazione. Abitano lontano, vengono a piedi, nascoste dietro i veli color caramelle, le più grandi col burka. Il tragitto è un rischio, lo sanno. Vanno veloci, saltando i buchi della strada, come fanno i bambini. Potrebbero essere rapite, aggredite, vendute. I libri si nascondono. Ma nemmeno la paura è riuscita a portarsi via quella fierezza gioiosa per la conquista, un seme forte di dignità. Compare nei sorrisi, quando si insiste a guardarle negli occhi. Il cognato di Shirin è mullah nella moschea del quartiere. Tuona ogni giorno contro l’istruzione delle donne e contro quella scuola, l’unica della zona. Se le donne della famiglia studiassero sarebbe un affronto al suo onore. Così il marito ha minacciato le insegnanti. Ma Shirin viene a scuola lo stesso, ha sei figlie, tutte analfabete. Quando avrà imparato potrà insegnare anche a loro. Per fortuna il marito lavora al mercato, esce presto. Shirin infila il burka e scappa a scuola. Solo per questo lei si sente viva. «Per mio marito io e le mie figlie siamo solo dei muli. Che senso ha una vita passata così, nella paura, senza capire niente?». Weeda non deve chiedere il permesso a nessuno. Il marito è stato ucciso nella guerra civile, ha perso tutto quello che aveva. Ha tre figlie, sono tutte lì, con lei. Le mani in grembo, i veli candidi, i vestiti pastello. Ha la pensione governativa del marito, 300 afghani, 50 dollari. Vive in una cantina, senza luce né acqua. Ma si sente fortunata ad essere lì. Sta costruendo il futuro delle sue figlie. Diverso. Hanam Gul si alza, ha voglia di parlare. Una bella faccia combattiva, la voce potente, la parlantina inarrestabile. Le altre ridono, le lanciano battute, si toccano la fronte. È matta, dicono, vuole presentarsi alle elezioni. È per questo che studia. All’ufficio elettorale le hanno chiesto il diploma, lei ha mostrato il certificato di frequenza di questa scuola. Non basta, hanno detto, sei ancora analfabeta. «Proprio per questo voglio andare in Parlamento, per rappresentare tutte le donne analfabete come me!». Hanno cercato di cacciarla via, ma non è facile liberarsi di Hanam Gul. «Cosa credi? Anche i nostri parlamentari sono analfabeti, solo che si sono comprati un diploma!», ha gridato prima di andarsene, più convinta di prima. È sicura, ci riuscirà. Il banco dove siede, per lei, è già quello del Parlamento. Fa pratica.

Fonte: L’Unità

OBBLIGATORIA LA PENSIONE A 65 ANNI? UNA TRUFFA DELLA PARITA’

Friday, July 30th, 2010
Siamo sconcertate di fronte al clima di ineluttabilità con cui viene accolta la decisione del governo di fissare obbligatoriamente a 65 anni l’età pensionabile delle donne, a partire da quelle del pubblico impiego.

E’ falso dire che la misura è imposta dalla Comunità europea, che non parla di pensioni, ma di equiparare le retribuzioni tra uomini e donne. Altre direttive europee vengono disattese allegramente dallo Stato italiano (ce ne sono in elenco oltre 150!), senza preoccupazione per le multe che ne possono conseguire. Questo zelo di adeguamento ci pare pertanto sospetto.

Mandarci in pensione obbligatoriamente a 65 anni la consideriamo una scelta misogina, che accomuna gli uomini di governo che la propongono e buona parte di quelli che stanno all’opposizione e nelle organizzazioni sindacali, che rimangono muti e abbaglia quelle donne che pensano possibile scambiare oggi l’ elevazione dell’età pensionabile con future e incerte misure in favore dell’occupazione femminile, aperture di asili nido e case di riposo, ecc..

E’ una imposizione che non possiamo condividere.

Se partiamo dalla nostra vita reale i conti non tornano; le nostre vite quotidiane parlano chiaro: siamo noi che facciamo nascere e alleviamo i figli, ci occupiamo dei familiari malati; ci facciamo carico del lavoro extradomestico, facciamo la spesa, cuciniamo, puliamo la casa. Le incombenze aggiuntive al lavoro “produttivo” sono state quantificate in una media di tre ore al giorno. Secondo un sondaggio condotto dall’Onu, siamo le donne che lavorano di più al mondo.

Come mai questo lavoro di cura diventa irrilevante, quando si legifera sulla nostra vita? La nostra giornata lavorativa è doppia, perché ne viene considerata una sola? Per i lavori usuranti sono state riconosciute misure pensionistiche differenti: non è forse usurante il nostro doppio carico di lavoro?

La mossa è sempre la stessa: intrappolarci nel discorso paritario. Ma pari a chi?

L’ uomo, che nella sua vita si occupa del solo lavoro “produttivo”, non può essere preso come unità di misura per le donne, che hanno una vita più complessa; se la nostra vita non è “pari”, non possono essere pari neppure le condizioni del nostro pensionamento.

La parità è un’astrazione. Ecco perché i conti non tornano.

A chi giova occultare la diversità reale, far finta che non ci sia?

Elevare obbligatoriamente la nostra età pensionabile significa azzerare un dato di realtà e l’esperienza corporea della maggior parte delle donne. Diventa una misura punitiva!

Vogliamo invece che venga restituita alla donne la libertà di scegliere liberamente, ciascuna per sé, se permanere nel lavoro “produttivo” anche oltre i 60 anni .

La disparità esistente tra uomini e donne è un dato di realtà e va assunto consapevolmente anche da chi ci governa. Saper governare significa infatti essere capaci di tener conto dei bisogni, della materialità e della complessità della vita di uomini e donne in carne ed ossa.

L’economia che ci serve è fatta di produzione reale e di riproduzione della vita stessa; il lavoro deve essere adattato creativamente alle necessità della vita e non la vita sacrificata alle necessità del mercato: anche questo le donne vanno ormai asserendo da tempo.

Spetta a noi la parola sulla nostra vita: affermiamo il valore della nostra esperienza!

Invitiamo perciò le donne che sentono indecente la misura adottata dal governo per il pensionamento femminile, a mettere in circolo la loro parola a partire dall’ esperienza e invitiamo gli uomini , non malati di misoginia, a misurarsi con un pensiero rispettoso della complessità del vivente.

Rosanna Catelani, Elisabetta Fortunato, Annarita Furlani, Paola Massaro, Fatima Morelli, Anna Paola Moretti, Rossana Roberti, Simonetta Romagna, Alfonsina Tomasucci

Fonte: Il Manifesto

La città che uccide le donne

Tuesday, July 27th, 2010
Una realtà sconvolgente che rischia di rimanere nell’ombra. Anni e anni di femminicido. Le autorità non combattono per la tutela dei diritti delle donne e le madri continuano a piangere e a lottare per la verità.

La storia che vi voglio raccontare viene da un paese lontano, famoso per il “Margarita”, per i templi Aztechi, per la sua lingua così musicale e per la triste eredità lasciata dal maresciallo Diaz. Non sono mai stata in Messico ma dentro di me l’ho sempre immaginata come una terra felice, ricca di miniere d’oro e argento, con i suoi “campesinos” che indossano il loro inconfondibile sombrero; una terra piena di musica e di colori, ma anche di silenzio e strade lunghe e polverose. Un paese contorto, austero ma allo stesso tempo allegro e magico. L’immagine romantica che avevo dentro di me è stata cancellata da una fotografia che mostra una grande croce con 500 chiodi conficcati. Ognuno di quei chiodi rappresenta una ragazza scomparsa e poi ritrovata nel deserto, violentata, mutilata e uccisa.

Adesso vedo un paese che arranca per raggiungere un futuro fatto di fabbriche americane e di pub a luci rosse dove le donne lavorano per cercare di dare un senso alla loro vita, per poter sfamare i loro bambini, per poter un giorno varcare la frontiera e arrivare negli Stati Uniti, così vicini eppure così lontani. Un paese dove vige la legge del contrario e dove il grado d’impunità è pari al 100%. Un paese dove i poliziotti proteggono i criminali e dove gli innocenti vengono torturati per confessare crimini mai commessi. Un paese che spera di crescere e lo fa con il sudore, la forza, le lacrime e le urla delle donne.

La mia storia inizia in una città di confine, Ciudad Juàrez, inizia all’inferno. Questa città si trova nello stato del Chihuahua: un muro, un’area di contenimento creata alla fine degli anni ‘60 per bloccare l’emigrazione messicana. Qui si sono stanziate le persone che non hanno potuto o voluto varcare la “frontiera della speranza”. A Ciudad Juàrez ogni giorno arrivano dall’interno del paese centinaia di ragazze alla ricerca di un lavoro. Ragazze sole, indifese, che spesso diventano vittime di una delle storie di violenza di genere più orribili e inascoltate dei nostri tempi. “Gli omicidi di donne a Ciudad Juàrez, continuano. Sono già più di 460 le donne assassinate e più di 600 quelle scomparse dal 1993.”

La maggior parte delle vittime ha tra i 15 e i 25 anni. Sono donne emigrate a Ciudad Juàrez per lavorare nelle maquilladoras, le industrie di montaggio delle centinaia di imprese americane ubicate lungo la frontiera. Queste imprese assumono preferibilmente giovani donne, spesso minorenni, perché considerate manodopera docile, meno consapevole dei propri diritti e meno propensa a farli valere, così come più adatta a tollerare il lavoro minuzioso, noioso e alienante e ad accontentarsi di salari bassissimi. Come se questa condizione di marginalità e discriminazione non bastasse, le ragazze devono correre un rischio quotidiano: quello di essere sequestrate, violentate, uccise durante l’interminabile tragitto che percorrono andando o tornando dalla fabbrica.

Si parla di femminicidio per descrivere questo vero e proprio genocidio di genere, perpetrato in ragione del fatto che sono donne e non hanno alcun potere nella società. Il femminicidio rappresenta l’espressione di una problematica più ampia che riguarda una città di frontiera coinvolta in fenomeni quali il passaggio di migranti, il narcotraffico, lo sfruttamento dei lavoratori e la negligenza delle istituzioni. La violenza di genere si inserisce in un contesto sociale, politico e culturale miserabile. Le donne, ancora una volta pagano il prezzo più alto, in questo mondo fatto di differenze e discriminazioni sino all’estremo di essere private persino della vita!

Il lavoro, diritto fondamentale per tutti gli uomini e le donne, diventa una trappola mortale. Tante, tantissime e soprattutto giovani, hanno pensato di poter trovare uno spiraglio per la loro povera esistenza nelle maquilladoras incontrando invece violenza, atroci torture ed infine quasi sempre la morte.

I salari nelle maquilladoras non superano in media i quattro dollari al giorno per dieci ore di lavoro, un classico esempio di città globalizzata, dove non può sorprendere il fatto che molte ragazze scompaiano all’alba o di notte, all’uscita dal lavoro e anche in pieno giorno senza che nessuno se ne voglia rendere conto e prendere carico perché nulla in quella città è destinato a soddisfare i bisogni primari dell’individuo, ma solo a garantire un profitto. Sono povere, non istruite, pagate miseramente. Sole, senza alcuna rete di protezione e totalmente impreparate alla vita in una metropoli, così diversa dai piccoli villaggi in cui sono nate, diventano vittime perfette.

Ciudad è uno dei posti più pericolosi del mondo per le donne, motivo per il quale i messicani l’hanno soprannominata “città che uccide le donne”: da 17 anni è teatro di centinaia di femminicidi e non si conoscono i nomi dei colpevoli. Il copione seguito da questi killer si ripete secondo uno schema macabro e preciso: rapimento, tortura, violenza sessuale, mutilazioni, strangolamento e abbandono in discariche o fosse. Si scoprono continuamente, nei quartieri più poveri e isolati della città, corpi nudi, martoriati e sfigurati di adolescenti e bambine. Il bilancio, sconvolgente, è di due vittime al mese. Solo nel 2007 sono stati registrati 70 omicidi. Per non parlare delle oltre 800 donne ancora scomparse e mai più ritrovate.

Sono numerose le ipotesi sull’identità degli assassini. Si è parlato di narcotraffico, di riti satanici, di commercio di organi, di cittadini statunitensi mandati in Messico in regime di semi libertà. Alcuni sostengono che le ragazze siano vittime di video porno amatoriali che terminano con la morte della protagonista (snuff movies).

Dal 1993 ad oggi ci sono stati 18 arresti e dieci condanne, ma non sono mancate le scarcerazioni, e non si è certi della colpevolezza degli arrestati. Le parole d’ordine sono impunità, discriminazione e indifferenza. In Messico la violenza sulle donne è considerata un fatto normale, e i 400 omicidi di giovani ragazze hanno più o meno la rilevanza che in Italia potrebbe avere l’avvelenamento di 400 cani randagi.

La carneficina continua, senza che le autorità messicane riescano (o vogliano?) identificare i responsabili. Le indagini compiute sono superficiali e inadeguate. Spesso e volentieri si ricorre alla tortura per estorcere confessioni a persone innocenti, o per assicurarsi l’appoggio della popolazione e mascherare le evidenti mancanze.
Alcuni casi sono stati riposti con cura nel dimenticatoio lasciando le famiglie nell’illusione di un possibile ritorno della figlia.
Le autorità puntano il dito contro le giovani donne accusate, ingiustamente, di istigare i killer con i loro abiti scollati e il trucco provocante.La mancanza di volontà delle autorità, sia del governo dello stato del Chihuahua sia delle istanze federali, di assumersi la piena responsabilità di riconoscere le dimensioni di questi assassini ha lasciato la popolazione di questo paese senza la dovuta protezione.

Il corpo di Marcela Viviana Rayas fu scoperto il 28 maggio del 2003 in una zona disabitata e periferica della città di Chihuahua. Secondo le informazioni raccolte, la ragazza fu vista per l’ultima volta il 16 marzo dello stesso anno in città. I familiari la cercarono, senza successo, fin dal primo giorno. Presentarono un ricorso alla Procura Generale della Giustizia dello Stato di Chihuahua denunciando il caso come un sequestro. Per le autorità non c’erano prove di un effettivo rapimento della ragazza e abbandonarono il caso. La famiglia chiese spiegazioni allo stato ma non ottenne nessun chiarimento e nessun’informazione al riguardo. Quasi tre mesi dopo Marcela fu trovata morta.

Questa è solo una delle 400 storie. E’ solo un esempio dell’ignoranza e della noncuranza dello stato messicano. Purtroppo però tutte le storie si assomigliano, e nessuna famiglia otterrà mai giustizia. L’incapacità delle autorità di dare delle risposte sensate alle domande, ai perché di una violenza così spietata e incompresa, porta le famiglie delle vittime ad una giustizia fai da te. Una soluzione tragica e drammatica che non dà pace, perché scavare tra la sabbia del deserto e trovare le ossa e i vestiti delle loro donne aumenta l’inquietudine e la voglia di giustizia. La mancanza di una registrazione adeguata delle circostanze delle morti evidenzia tutti gli aspetti negativi del governo, che si rifiuta di riconoscere la reale dimensione di questo femminicidio. Un ex membro del Servizio Giuridico di Ciudad Juàrez ha confessato che: “Nei casi di violenza sessuale non sono state fatte tutte le dovute analisi sui residui organici. Tutto ciò è frustrante perché si nega l’evidenza e si occultano le prove.”

Cecilia Covarrubias, 16 anni, sparì a Ciudad Juarez il 14 novembre del 1995. Il suo corpo fu trovato due giorni dopo a Loma Blanca, una zona desertica alle porte della città. Anche se con l’autopsia le autorità trovarono tracce chiare di violenza sessuale, dichiararono che si trattava di morte violenta dovuta ad un colpo di arma da fuoco. Un comune omicidio.

Recentemente il numero dei ritrovamenti è diminuito ma è probabile che l’attenzione internazionale abbia indotto questi criminali a sbarazzarsi dei cadaveri in modi più definitivi, sciogliendoli in un liquido composto di acidi e calce viva. Quel che conta è cancellare. Rendere vano perfino il racconto di questa terribile storia. Amnesty International e altre Organizzazioni non governative, da oltre un decennio hanno dato il via ad una campagna per attirare l’attenzione mondiale sugli omicidi seriali di donne in Messico e chiedono alle autorità messicane di fermare immediatamente questi crimini. Non vogliono lasciare da sole le associazioni di donne e madri delle vittime, che ogni giorno rischiano la vita per la loro attività. Tutto quello che succede a Ciudad Juàrez è un insulto ai diritti umani, è vergognoso e grottesco.

Juàrez dove vige la legge della violenza. Juàrez e le sue lunghe notti a luci rosse. Juàrez e le bande di narcotrafficanti. Juàrez e il legame malsano tra polizia e assassini. Juàrez è l’ultima tappa prima di raggiungere il verde sogno del dollaro. Juàrez…è notte laggiù…e una ragazza non tornerà a casa. Juàrez…è mattina laggiù…e una madre troverà il letto vuoto della figlia. Juàrez…un grido invano si alza dalla sabbia, dall’oblio del deserto: Ni una màs…mai più una!

Fonte: L’Espresso
ogni tanto torno a parlare di questo argomento che mi sta a cuore e che mi pare addirittura surreale. Surreale è anche il fatto che nessuno se ne occupi.

Le donne si vendicano delle molestie giocando

Thursday, July 22nd, 2010

L’eroina uccide gli uomini che infastidiscono le passanti: appena uscito “Hey Baby” già suscita polemiche. Ideato da una trentenne canadese dopo essere stata apostrofata nella metropolitana di New York L’ambientazione è pulp. Le frasi grevi usate in strada per abbordare sono prese dalla realtà di JAIME D’ALESSANDRO

DICEMBRE di tre anni fa, una mattina qualsiasi nella metropolitana di New York. Suyin Looui, trentenne studentessa canadese di origini asiatiche che a quei tempi seguiva un master di Integrated Media Arts, sta andando a lezione. “Ero sola e imbacuccata in pesanti vestiti invernali”, racconta. “Scendo alla fermata e mi avvio verso l’uscita passando davanti a un uomo. Lui mi guarda e mi sussurra piano: “hot ching chong” (”hot”, calda, è un riferimento sessuale, “ching chong” invece è un modo dispregiativo per definire gli orientali, ndr). Ho tirato dritto, ma per il resto della giornata non ho fatto altro che immaginare il modo di farla pagare a quell’uomo”. Così è nato Hey Baby, videogame che sta facendo molto parlare di sé in America. La vendetta in pixel per tutti quegli abusi verbali, quegli approcci sgarbati, quelle occhiate sconce che le donne di mezzo mondo subiscono ogni giorno. Una mattanza digitale feroce e tecnicamente di basso profilo, ma che comunica un messaggio chiarissimo ai maschi: è ora di saldare i conti.

La grafica sembra quella di Half Life, vecchia gloria per pc uscita ormai più di dieci anni fa. Si percorrono le strade di una città piena di passanti e alcuni di loro si avvicinano al nostro alter ego con richieste improbabili. Si va da “dovresti mollare il tuo uomo e venire con me” a “lasciati leccare da capo a piedi”, fino ai più garbati “dio ti benedica” o “quanto sei bella”.

Epitaffi che compaiono sulle pietre tombali degli incauti che li hanno pronunciati, dopo esser stati fatti fuori a colpi di mitra o direttamente con il lanciafiamme. Non è possibile aprire il fuoco sulle donne né sugli uomini che non ci rivolgono la parola. Ma la maggior parte lo fa. E così, proseguendo nel gioco, la città intera si trasforma in un cimitero.

“Lo sviluppo di Hey Baby è stato difficile”, ci spiega Suyin Looui, che nel frattempo da New York si è trasferita a Londra. “Non avevo nessuna esperienza e ho dovuto imparare tutto da sola. Certo, non è un videogame professionale alla Grand Theft Auto, ma dice quel che deve dire sulle esperienze delle donne negli spazi pubblici”. Tutto il campionario di frasi che i maschi sfoggiano nel videogame è preso dalla realtà, garantisce Looui. Raccolto, suo malgrado, da lei stessa o da sue amiche camminando per New York, Parigi, Londra, Toronto, Montreal, San Francisco, Pechino e Roma.

“È un modo di attirare l’attenzione su un problema che in tante vivono. L’ironia sta nell’aver usato un genere tipicamente maschile di gioco elettronico, quello dei cosiddetti sparatutto in prima persona”, continua Suyin Looui. “Per adesso la risposta del pubblico sembra sia positiva. Lo hanno giocato già 50 mila persone. Sta provocando un dibattito sul web, nelle radio, in tv. Una minoranza, voci anonime su Internet, si è sentita offesa e lo ha attaccato. Buone o cattive che siano le critiche, l’importante è che se ne discuta”. Per qualcuno mettere sullo stesso piano un tizio che chiede semplicemente “posso aiutarla?” con uno che commenta “che bel culo che hai” o, peggio, uno stalker o un potenziale violentatore non è serio. Soprattutto se tutti vengono poi condannati alla pena capitale inflitta da un giustiziere in gonnella. Eppure è possibile che Hey Baby, nella sua rozzezza, riesca a far pensare un po’ di più al tema delle molestie e, magari, a evitarne alcune. Tutto sommato basterebbe questo a farne un gioco di successo.

Fonte: Corriere della Sera

Un disastro chiamato Botox

Tuesday, July 20th, 2010

È una tossina che paralizza i muscoli. Ma è usata senza cautele. Col risultato di causare molti e gravi disastri. Studi alla mano, un celebre medico lancia l’allarme

(16 luglio 2010)

Un fazzoletto da arrotolare tra la penna e le dita quando c’è da scrivere e mai un sandalo con tacco, ma scarpe chiuse, indossate con calzini di spugna. Sempre. A Susi, affetta da quando è nata da una malattia che danneggia mani e piedi, la possibilità di guarire a prezzo di qualche iniezione di botulino era sembrata un miracolo. Nulla di quello che aveva provato aveva funzionato, né i bagni salini, né le terme o i fanghi. Poi, nel 2006 era venuta a sapere che per l’iperidrosi - questo il nome della sua malattia - esiste una terapia medica botulinica e che a Venezia vi è un centro di riferimento europeo proprio per questo trattamento. Un’oretta di intervento per una sessantina di iniezioni di botulino lungo il perimetro delle dita e del palmo. Doloroso e un po’ noioso visto che, finite le iniezioni, le mani devono restare completamente immobili per 24 ore. Ma la terapia aveva funzionato. Le mani non sudavano più.

In compenso, però, erano cominciate le vertigini, la nausea, le pupille erano dilatate e Susi avvertiva per tutto il corpo un senso di spossatezza. Tanto forte da non reggersi in piedi e dover rinunciare ad uscire da casa per una settimana. Un braccio addirittura era mezzo morto per oltre un mese. Colpa dello stress, le aveva detto il medico. Un anno dopo, ripetuto il trattamento, si erano presentati gli stessi sintomi, ma più intensi. La vista saltava come la pellicola rovinata di un vecchio film e le vertigini erano intollerabili. Il senso di astenia questa volta le costò un mese di lavoro: 30 giorni passati a letto con paralisi alle braccia, fin sopra i gomiti.

Non era stress, ma botulismo: la tossina, il cui effetto è di distruggere le connessioni tra muscoli e nervi, sarebbe dovuta restare localizzata nelle mani e nei polsi, invece si era propagata agli arti e ad altre parti del corpo. Il medico le disse che il suo era un caso unico al mondo. E anche chi legge la storia di Susi può pensare che non è una faccenda ordinaria, che riguarda una malata grave e per di più sfortunata. Perché, ci hanno detto, le iniezioni di botox antirughe non hanno effetti collaterali. E invece no.

La tossina è un presidio da prendere assai seriamente. Come ha dimostrato il tribunale di Oklahoma City che ha condannato l’Allergan, azienda produttrice del Botox, a risarcire la ginecologa Sharla Helton con 15 milioni di dollari per gli effetti collaterali della sostanza. Così, sull’esempio della Helton, Susi sta ora valutando di portare la sua storia davanti a un giudice.

La Allergan, dal canto suo, ribadisce che, stando a tutti gli studi condotti finora, il botox non causa botulismo. Ma per Antonino Di Pietro, direttore del Servizio di dermatologia dell’Ospedale Marchesi di Inzago (Milano) e tra i massimi esperti in dermatologia estetica, i rischi ci sono eccome. E il caso Helton potrebbe essere solo il primo di una lunga catena.

“Questa è la prima volta che ufficialmente la tossina per uso estetico viene riconosciuta in grado di causare danni alla salute”, spiega Di Pietro: “Finora, infatti, la lobby del botulino ha fatto passare un messaggio assolutamente falso: che questa sostanza sia innocua e che gli unici effetti collaterali dipendano dall’inesperienza del medico. Ma nessun farmaco è innocuo. Il botox è un medicinale in grado di risolvere serie patologie, resta però il fatto che, per motivi estetici, stiamo somministrando a milioni di persone sane una neurotossina senza dire tutta la verità sui possibili effetti collaterali. Una sostanza di cui probabilmente ancora ignoriamo il reale comportamento”.

Due anni fa un gruppo di ricercatori dell’Istituto di Neuroscienze del Cnr di Pisa hanno scoperto e riportato su “Journal of Neuroscience”, che la neurotossina non resta localizzata dove la si inietta, come si credeva, ma è in grado di migrare nel cervello per via nervosa. Le implicazioni di questo studio non sono state pubblicizzate, perché, commenta Di Pietro, “si è voluto far credere all’opinione pubblica che si può ringiovanire senza rischi con il botulino. Sono state prese come testimonial star del cinema e della tv e sono stati intervistati medici (spesso consulenti dell’azienda) che hanno rassicurato sulla bontà della tossina. Una strategia di comunicazione perfetta. Molti medici, poi, sono stati convinti con molti lavori sponsorizzati e non con ricerche pubblicate su riviste scientifiche di impatto internazionalmente riconosciuto. Credo che la stragrande maggioranza dei miei colleghi sia in buona fede. Purtroppo alcuni sembrano mettere al primo posto il profitto”.

    L’accusa è molto pesante. E necessita che venga data una riposta chiara alla domanda: il botulino può dare seri effetti collaterali? Per rispondere a questa domanda bisognerebbe avere degli studi fatti ad hoc, ovviamente non dall’azienda. E bisognerebbe istituire un registro, pubblico, delle segnalazioni dei casi avversi, con la loro descrizione, le dosi iniettate, la tempistica, i luoghi dell’iniezione. E soprattutto occorre che chi inietta botox sia obbligato a riportare gli effetti avversi e che i pazienti siano informati debitamente dei rischi e della necessità di segnalarli. Non si tratta di demonizzare un trattamento che, come tutte le cure mediche, presenta dei rischi. Ma, come sempre in medicina, è solo la trasparenza che permette ai pazienti e ai medici una scelta oculata.
    Invece, a oggi, si è fatto l’esatto contrario: per dimostrare la sicurezza di questo trattamento estetico si fa riferimento al fatto che sono pochi i casi noti di reazioni avverse. E di quei casi non si incolpa la sostanza, ma chi l’ha somministrata, creando un circuito vizioso. Basti leggere il comunicato stampa che le principali associazioni di medici e chirurghi estetici hanno rilasciato subito dopo la condanna dell’Allergan: “I medici difendono la sicurezza e l’efficacia della tossina botulinica di tipo A, sempre a patto che venga utilizzata, nei vari ambiti di applicazione, da mani super-esperte”. Adesso, pensiamo a un medico a cui i pazienti riferiscono di aver avuto emicranie o debolezza muscolare o altri effetti anomali. Sentendosi chiamato in causa in prima persona, è possibile che egli tenda a minimizzare i sintomi e, soprattutto, a non segnalarli per paura di essere tacciato come incapace. Risultato: il numero di effetti avversi noti, lievi e reversibili o meno, è una percentuale molto piccola di quelli reali.Lo stesso Di Pietro è stato consultato da numerosi pazienti che riportavano le possibili reazioni alla tossina botulinica dopo aver effettuato il trattamento. Ma non ha avuto modo di accertare né il tipo di tossina somministrata (se quella autorizzata o un’altra) né le dosi. E non ha potuto segnalare i casi.

    Fatti del genere accadono continuamente e Di Pietro li racconta: in un ospedale di Roma, per esempio, una donna è stata seguita per una fortissima astenia muscolare che la costringeva a letto. Un’altra paziente ha avuto uno shock anafilattico da cui si è salvata solo per una pronta iniezione di cortisone sulla lingua (reazione tutt’altro che imprevedibile, visto che il botulino viene miscelato con albumina umana nota per le reazioni allergiche e i rischi che comporta). C’è stato un caso di emicrania tale da richiedere il ricovero in un reparto di psichiatria. “Tutti i medici sono a conoscenza di questi rischi. Ma si continua a sostenere che il trattamento è sicuro proprio in virtù dei pochi casi segnalati. E con questo si chiude il cerchio”, commenta ancora Di Pietro. Anche perché i pazienti, dal momento che i sintomi passano dopo qualche mese, con l’effetto anti-rughe, al momento di rifare l’iniezione il più delle volte preferiscono cambiare medico, altro motivo per cui molti specialisti non vengono a conoscenza dei problemi.

    Eppure, per sapere a cosa si va incontro, è sufficiente leggere il bugiardino. Si scopre così che il trattamento è indicato solo tra i 18 e i 65 anni, e che quello per uso estetico è approvato dalla Fda americana e dal nostro ministero della Salute solo per la zona tra le sopracciglia. I medici che iniettano la sostanza intorno agli occhi e ai lati della bocca, quindi, se ne assumono la responsabilità. Non solo, centrale è la questione della dose: se il botox può dare tossicità, più se ne inietta più crescono i rischi. E ormai, con la passione dilagante, uomini e donne si fanno iniettare non solo il viso, ma le braccia, il collo, i glutei. Con dosi assai elevate. Lo farebbero se fossero a conoscenza dei rischi?

    Certo è che, vista la diffusione del fenomeno, i profili di sicurezza del prodotto devono essere presi molto seriamente dalle autorità: registri, informazione dei pazienti, addestramento dei medici. Senza allarmismi, ma con le cautele che un qualunque trattamento medico necessita. “Perché i rischi ci sono. E per ottenere cosa?”, conclude Di Pietro: “Una paralisi dei muscoli, una deformazione dell’espressione del volto che non ringiovanisce e non porta alcun beneficio alla pelle. Il botulino sarà considerato tra qualche anno un’assurdità kitsch, come oggi consideriamo i denti d’oro che andavano negli anni Cinquanta. Quando si pensava che un bel sorriso fosse una dentiera di metallo luccicante”.

    Fonte: L’Espresso