Posts Tagged ‘donne’

Cassazione: diffamatorio criticare una donna in quanto tale

Saturday, March 13th, 2010

«Sarebbe meglio una gestione al maschile» è una frase diffamatoria. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con una sentenza di condanna relativa a un’intervista pubblicata su un quotidiano locale di Caserta nel giugno 2002, intitolata «Carcere: per dirigerlo serve un uomo». Già di per sé il titolo è stato ritenuto offensivo dai giudici, così come un passaggio dell’intervista fatta da un giornalista a un sindacalista della Cisl. Questi, parlando della situazione del carcere di Arienzo diceva che per la struttura, diretta da una donna, «sarebbe meglio una gestione al maschile», senza ancorare tale affermazione ad alcun elemento oggettivo. Il giornalista e il sindacalista hanno invocato i diritti di cronaca e di critica sindacale, chiedendo di essere assolti e di annullare il verdetto già emesso dalla Corte d’Appello di Salerno a febbraio 2009. Ma i giudici della Suprema Corte hanno deciso diversamente.

CRITICA SGANCIATA DA FATTI - «Correttamente - scrive la Cassazione nella sentenza 10164 - i giudici di merito hanno ritenuto che la frase “sarebbe meglio una gestione al maschile”, attribuita al sindacalista, è oggettivamente diffamatoria ed è, da sola, idonea ad affermare la responsabilità sia dell’intervistato che dell’intervistatore». La Cassazione aggiunge che «si tratta di una dichiarazione certamente lesiva della reputazione della direttrice del carcere trattandosi di un riferimento assolutamente gratuito, sganciato dai fatti, e che costituisce una mera valutazione, ripresa a caratteri cubitali nel titolo, nel quale si puntualizza proprio la necessità (sottolineata dal verbo servire) di affidare la direzione del carcere, comunque, a un uomo». «In sostanza, la critica che viene mossa alla direttrice - continua la Cassazione - è sganciata da ogni dato gestionale ed è riferita al solo fatto di essere una donna, gratuito apprezzamento contrario alla dignità della persona perché ancorato al profilo, ritenuto decisivo, che deriva dal dato biologico dell’appartenenza all’uno o all’altro sesso». Giornalista e sindacalista sono stati, dunque, condannati per diffamazione e a risarcire alla direttrice 3.500 euro come riparazione pecuniaria oltre a un risarcimento danni di 7.000 euro. Nell’articolo il cronista aveva fatto un generico riferimento a una protesta, ad agosto 2000, dei detenuti del carcere di Arienzo e alla lettera che essi avevano scritto denunciando le cattive condizioni di detenzione ricollegando questo stato di cose alla presenza della direttrice nell’istituto penitenziario.

CARFAGNA: TOLLERANZA ZERO - La sentenza è stata accolta con entusiasmo in entrambi gli schieramenti. «Sono assolutamente d’accordo con questo pronunciamento, che, anzi, considero un importante passo avanti sulla strada della tolleranza zero nei confronti delle discriminazioni» commenta il ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna. E Vittoria Franco, senatrice del Pd: «Ancora una volta la Corte di Cassazione ci consegna una sentenza che fa giustizia di affermazioni fondate su stereotipi discriminatori e paternalistici ai danni delle donne, agevolando in questo modo il necessario cambiamento di mentalità nel nostro Paese». Anche Carmen Campi, ex direttrice del carcere di Arienzo, commenta con soddisfazione la decisione della Cassazione che le ha dato definitivamente ragione: «È stata una battaglia per tutelare la mia dignità di donna e le capacità professionali delle persone e per non far passare il concetto della mera discriminazione sessuale. È una questione di persone, non c’entra essere uomo o donna. Nel lavoro una persona o è capace o non lo è. La bravura non dipende dal genere ma dalla sensibilità, dalla cultura, e dall’elasticità mentale. Sono soddisfatta perché è stato riconosciuto il diritto al rispetto della dignità personale e professionale

Contro le crisi dieci libri da leggere per cambiare rotta

Wednesday, March 10th, 2010

Eccovi un link da guardare con attenzione:

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro/2010/donne-economia/risorse-utili/10-libri-cambio-rotta.shtml?uuid=30a233a6-2845-11df-800d-74241d6b774c&DocRulesView=Libero

Donne e lavoro, l’Italia è sempre il fanalino di coda in Europa

Tuesday, March 9th, 2010

Fanno fatica a trovarlo e spesso lo pèrdono dopo il primo figlio: è un rapporto complicato quello delle donne con il lavoro, ancor più complicato quello con il non-lavoro. La ricerca di Manageritalia su dati Istat e Isfol parla chiaro: nel nostro Paese solo il 46% delle donne ha un impiego. Di queste, il 27% lascia il posto dopo la prima gravidanza. Un altro 15% non rientra dopo il secondo figlio. Una situazione che non trova eguali in Europa.

DIFFICOLTÀ - I motivi sono sempre gli stessi: le difficoltà a conciliare la nuova organizzazione famigliare con il lavoro, in una situazione in cui la gravidanza ha ripercussioni negative sulla carriera che, dopo la nascita di un bambino, o si ferma o addirittura regredisce. Eppure quella italiana è una delle legislazioni più all’avanguardia rispetto alla tutela della maternità: le norme ci sono, evidenziano gli addetti ai lavori, la difficoltà è tutta nell’applicarle soprattutto in quella zona grigia che non è una violazione palese delle norme sulla discriminazione: donne e mamme costrette a uno slalom impossibile tra norme, diritti e vessazioni e soprusi più o meno velati da parte dei datori di lavoro. Le donne che subiscono discriminazioni a causa della maternità non ne parlano volentieri e non sempre denunciano. La penalizzazione sarebbe talmente ricorrente da essere ritenuta la normalità dalla maggioranza delle donne che lavorano

UN PROGETTO CONCRETO - A non rassegnarsi sono le donne di Manageritalia né quelle de La Casa Rosa. Insieme stanno lavorando all’iniziativa «Un fiocco in azienda»: un progetto che coinvolge lavoratrici e aziende sia sul piano della salute che sul piano del rientro al lavoro per le neo-mamme. In quelle aziende che aderiranno, le lavoratrici verranno «accompagnate», se lo vorranno, nell’esperienza della maternità e potranno avere consulenze gratuite presso La Casa Rosa, tra l’altro per prevenire la depressione post-partum. Si chiede, invece, alle aziende di mettere in atto alcuni semplici comportamenti: mantenere un contatto costante anche con le dipendenti in maternità per non farle sentire «fuori», corsi di formazione anche durante il congedo fino all’integrazione dello stipendio durante i mesi di astensione facoltativa.

Laura De Feudis
Fonte: Corriere della Sera

Il botox a 16 anni iniettato da mamma

Sunday, March 7th, 2010

Essere donna non è garanzia di intelligenza. Bisogna tornare a mettere in discussione i modelli…

Sarah Burge, la “Human Barbie”, detentrice del record di interventi estetici, fa iniezioni sul viso della figlia Hanna

       Il botox a 16 anni iniettato da mamma

Sarah Burge, la “Human Barbie”, detentrice del record di interventi estetici, fa iniezioni sul viso della figlia Hanna

In casi del genere, anche i meno benpensanti pensano «che fa la polizia?». Una donna adulta può anche farsi 100 e passa interventi di chirurgia estetica (anche se verrebbe da dire «che fa l’ordine dei medici?», nei confronti dei chirurghi che continuano a operarla; vabbé). In casi del genere, anche i genitori più saggi (secondo loro) di adolescenti femmine dovrebbero fare un esame di coscienza. Chiedersi «riusciamo a dare alle nostre figlie un buon senso di sé? O cadiamo vittima, anche noi, del Canone Unico di bellezza occidentale, vogliamo che siano carine a tutti i costi, le rendiamo insicure, facciamo loro dei danni?». 

Il caso di Sarah e Hannah Burge è estremo, ma la dinamica madre-teenager è la stessa in situazioni meno demenziali. Molte, tra l’altro. La notizia è semplice, ma, si diceva, demenzialissima: Sarah, 49 anni, detta la Human Barbie, autoproclamatasi detentrice del record mondiale di interventi estetici, fa regolari iniezioni di botox sulla faccia della figlia Hanna, ora sedicenne, da quando ne aveva quindici. La mamma ha speso mezzo milione di sterline e sembra non avere più un pezzo originale: sono nuovi il seno e il mento, gli zigomi e il collo, le cosce liposuzionate e l’intera faccia (dopo tre lifting). La figlia di tanta madre però (le ragazzine, si sa, sono ingrate) non le riconosce meriti: non si è appassionata al botulino in casa, sostiene; ma a scuola. «Tutte le mie compagne parlano di botox. Io l’ho voluto fare per questo. E perché previene le rughe. Mi erano già venute due linee sulla fronte, ho chiesto alla mamma di intervenire».

Come ogni buon genitore, Sarah è contenta che la figlia si sia rivolta a lei: «È stata onesta, molto meglio così che farsi il botox dietro le mie spalle» (Sarah si è fatta il botox anche dietro le spalle, d’altra parte, probabilmente). Le due sono state fotografate, sorridenti ma non particolarmente espressive, dal tabloid Daily Mail. Che per par condicio ha intervistato l’inorridito presidente della società britannica dei chirurghi plastici. Il quale ha ripetuto sconsolato che il botox può essere iniettato solo da medici esperti (Sarah è diplomata estetista), che può causare asimmetrie e paralisi; che in dosi eccessive e precoci fa male. Ma alla fine il Mail lascia l’ultima parola alla sedicenne. Che spiega: «Il Teen Toxing è parte della vita, di questi tempi; e io lo condivido con la mia mammina». È bella la condivisione mamme-figlie. Ma per favore, cerchiamo di non condividere le nostre fesserie.

 

 

Maria Laura Rodotà
Fonte: Corriere della Sera

 

 

 

 

Le avanguardie femministe degli anni ‘70 in mostra a Roma

Monday, March 1st, 2010

Il corpo, l’identità sessuale per scardinare gli stereotipi sulla condizione femminile. Una galleria di foto controverse, provocatorie, suggestive che mettono in discussione il ruolo attribuito alla donna e invitano ad una nuova presa di coscienza. Sono le immagini realizzate da diciassette fotografe che, negli anni Settanta, hanno utilizzato il linguaggio dirompente delle avanguardie per portare avanti, tra ironia e attivismo politico, le istanze del femminismo. Un totale di oltre duecento opere della Sammlung Verbund di Vienna, una collezione d’impresa fondata nel 2004 capace di documentare il movimento con le sue ribellioni e rivendicazioni.
“Donna. Avanguardia femminista negli anni 70 dalla Sammlung Verbund di Vienna” è il titolo della mostra in cartellone alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma fino al 16 maggio. Un’esposizione che propone i lavori di artiste come Helena Almeida, Eleanor Antin, Renate Bertlmann, Valie Export, Birgit Jürgenssen, Ana Mendieta, Cindy Sherman e molte altre. Un gruppo di fotografe che riuscirono, ognuna a modo suo, a dare voce alla ribellione femminile degli anni ‘70.

“Donna. Avanguardia femminista negli anni 70 dalla Sammlung Verbund di Vienna”. Fotografie di autori vari. Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, Roma, fino al 16 maggio. Orari: da martedì a domenica dalle 8.30 alle 19.30, chiuso il lunedì. Ingresso: Intero 10 euro, ridotto 8 euro.
Sito Internet

Fonte: Il Sole 24 ORE

“La donna-merce non è normale”. Un appello ai candidati di sinistra alle elezioni regionali

Thursday, February 25th, 2010

Pubblichiamo il testo dell’appello - promosso da Silvia Nono, Maria Teresa Carbone, Serena Perrone Capano e Adriana Valente - rivolto ai candidati di sinistra delle prossime elezioni regionali perché inseriscano nel loro programma una presa di posizione contro la mercificazione delle donne.

 

Ci siamo stufate di sentir dire con un sorriso sornione alla radio, in farmacia, in televisione: e che sarà mai? Ci sono cose peggiori… In questi giorni ci siamo chieste: ma ci sono degli italiani che considerano offensivo trattare una donna come un oggetto di scambio, o ormai la pensano tutti così? Così abbiamo pensato di lanciare un appello ai candidati di sinistra: per poterci fidare di loro, per poterli votare, esigiamo che si schierino. Chiediamo che tra i primi punti del programma politico dei candidati di sinistra venga inserita una dichiarazione semplice, chiara e forte: io non considero normale che le donne siano trattate come merce di scambio nelle relazioni personali e professionali, nella politica, nella comunicazione. Uno spartiacque fondamentale in questi tempi gelatinosi, in cui l’immagine della donna sembra aver percorso a ritroso sentieri che si credevano ormai superati. Non è più una questione di costume: è una questione di sostanza. Le donne sono oltre la metà dell’elettorato, e hanno diritto di sapere da che parte stanno le persone che aspirano a rappresentarle.

 

Per aderire: nonconsideronormale@gmail.com

LINK Blog - Gruppo Facebook

Fonte: Micromega

In Italia oltre un quarto delle donne lascia il lavoro dopo la maternità

Wednesday, February 24th, 2010

Lavoro e maternità in Italia sono più inconciliabili che in qualsiasi altro Paese europeo, compresi Spagna e Grecia. Lo ricorda il rapporto presentato oggi da Manageritalia, secondo il quale in Italia oltre un quarto delle donne occupate abbandona il lavoro dopo la maternità. Ma mentre “in tutti i Paesi europei l’occupazione delle neomamme mostra un percorso a U, con una forte discesa nei primi tre anni di vita del bambino e un graduale ritorno al lavoro in seguito”, solo in Italia “il tasso d’occupazione delle donne continua a calare al crescere dell’età dei figli”.

Sarà per questo che il tasso di natalità in Italia nel 2009 ha registrato un ulteriore, sia pur modesto, peggioramento, passando dall’1,42 del 2008 all’1,41 (nonostante, come ricorda l’Istat, a sostenere negli ultimi anni il tasso di natalità siano in misura consistente le donne immigrate). I dati, però, rilevano gli economisti della Voce.info Daniela Del Boca e Alessandro Rosina, non sono omogenei in tutte le regioni, e mostrano invece tendenze opposte tra le regioni con una buona occupazione femminile e quelle nelle quali invece l’occupazione femminile è bassa. Prendendo ad esempio due regioni estreme, la Campania e l’Emilia Romagna, (la prima ha un tasso di occupazione femminile del 27,3 per cento, la seconda del 62,1 per cento), in 15 anni in Campania si è passati da un numero medio di 1,51 figli per donna a 1,42, mentre in Emilia Romagna nello stesso periodo si è passati da 0,97 a 1,48. Segno che alla lunga le politiche di sostegno all’occupazione femminile, a cominciare dagli asili nido, producono effetti positivi anche sotto il profilo della natalità. Dove si lavora di più, insomma, si fanno più figli, e non il contrario, come si potrebbe pensare. “Il confronto tra questi due estremi evidenzia ulteriormente come partecipazione delle donne al mercato del lavoro e maternità possano crescere assieme, anche in anni difficili, in presenza di adeguate politiche”, sottolineano i due economisti

E’ proprio l’abbandono del posto di lavoro dopo la nascita del primo o del secondo figlio, rileva il rapporto di Manageritalia, a mantenere bassissimo in Italia il tasso di occupazione femminile. Infatti “oggi in Italia se prima della nascita del figlio lavorano 59 donne su 100, dopo la maternità ne continuano a lavorare solo 43, con un tasso di abbandono pari al 27,1 per cento”. Una decisione sulla quale non incidono solo le esigenze di cura dei figli, aggravate dalla mancanza di servizi sociali adeguati, ma spesso anche il fatto che “molto spesso il rientro in azienda dopo la maternità costituisce un momento particolarmente critico del rapporto impresa-dipendente con il rischio di una eventuale mobbizzazione se non una definitiva induzione a lasciare il lavoro”.

E quindi l’Italia ha un tasso di occupazione femminile intorno al 46 per cento, contro il 58 per cento abbondante della media europea. Dato stigmatizzato infinite volte, ma senza mai trovare soluzioni adeguate, denunciano da più parte gli economisti e in particolare le economiste. Sul sito Ingenere.it, on line da poche settimane, nato con l’obiettivo di affrontare i principali temi economici dal punto di vista delle donne, Maria Letizia Tanturri, ricercatore di Demografia alla Facoltà di Scienze Statistiche dell?Università di Padova, sottolinea come anche il recente piano Carfagna-Sacconi (il documento “Italia 2020. Programma di azioni per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro”) continui “a puntare sulla solidarietà intergenerazionale”, senza prevedere azioni concrete di sostegno. Ma cosa succederà, si chiede Tanturri, “nel 2020 quando le politiche per l’invecchiamento attivo - in accordo con le normative europee e con gli intenti dei ministri - innalzeranno l’età pensionabile per gli uomini, ma sopratutto per le donne?”. Che le nonne non saranno più a disposizione di figlie e nipoti, lo sgretolamento definitivo della famiglia italiana tradizionale, sempre più “un gigante dai piedi d’argilla”.

La probabilità di uscire dal mercato del lavoro aumenta significativamente per le madri sotto i 24 anni (72 per cento) e per le donne meno istruite (68 per cento tra le donne che si sono fermate alla licenza media contro il 24,5 per cento delle laureate), e si triplica per le mamme che al momento del concepimento lavoravano a tempo determinato. Nel settore pubblico il “rischio-abbandono” scende al 25 per cento, mentre nel settore privato la probabilità è maggiore per le operaie (37,6 per cento) e scende gradualmente fino ad arrivare a chi ha un ruolo manageriale (12,9 per cento). Tuttavia, rileva Manageritalia, se anche le donne manager tendono a rimanere al loro posto dopo la nascita di uno o più figli, sono quasi sempre costrette ad abbandonare le aspirazioni di carriera. Per il 59 per cento degli intervistati le ragioni stanno nella “perdita di influenza e di ruolo”, per il 30 per cento sono dovute a “difficoltà connesse alla ristrutturazione organizzativa” e per il 27 per cento a “ristagno nel trattamento economico”, e infine per il 23 per cento al mobbing.

La maternità, insomma, diventa un problema, in un mondo del lavoro che comunque in Italia tende a emarginare la donna, e in un panorama che non offre al momento un adeguato piano di progetti e investimenti pubblici. Proverà a dare un contributo in questa direzione il progetto “Un fiocco in azienda”, presentato oggi a Milano da Manager Italia e l’associazione La Casa Rosa, con il patrocinio della Regione Lombardia e della Provincia di Milano e il contributo del Comune di Milano. Il progetto offre un supporto concreto alle madri per evitare di cadere nella depressione post-partum e al reinserimento nel lavoro, evitando quanto più possibile situazioni di conflitto o di mobbing.

Fonte: La Repubblica

Io, manager tradita dall’azienda. Dopo il parto costretta a licenziarmi

Tuesday, February 23rd, 2010

Buongiorno dottoressa. Il direttore generale la aspetta nel suo ufficio». La voce della segretaria lasciava intuire un certo distacco. Strano. Torni dalla maternità, di solito i colleghi ti accolgono con un sorriso e mille domande. Come va la piccola? Piange? Come ti sei organizzata a casa? Stefania Boleso, 39 anni, marketing manager di Red Bull Italia (multinazionale austriaca presente in oltre 180 Paesi, ndr) non ha voluto ascoltare quel brivido di disagio. Come uno sportivo che si è preparato al meglio, dopo dieci mesi di maternità era stanca di immaginare la gara imminente. Baby sitter assunta a tempo pieno, marito pronto a dare una mano nelle emergenze: meglio scendere in campo e giocare. E allora via, dal capo. «Buongiorno Stefania. Scusa ma… Per motivi di costi la tua posizione non è più prevista». Tradotto: devi andartene. Con le buone o con le cattive. «Non dimenticherò mai quell’attimo — racconta adesso Stefania Boleso —. Erano le dieci del mattino del 30 settembre scorso. E’ stato come essere lasciata dal primo amore».

Una firma per cancellare oltre dieci anni di lavoro e un percorso professionale da manuale: laurea in Bocconi con 110, un anno e mezzo in una multinazionale americana (Sarah Lee) «per farmi le ossa» e poi l’ingresso in Red Bull quando il marchio in Italia era sconosciuto e la filiale tutta da costruire. Oggi la bibita è famosa anche nel nostro Paese. E l’azienda in Italia dà lavoro a 150 dipendenti. «Mi hanno fatto una proposta economica. Ho rifiutato—racconta oggi Boleso davanti a una tazza di caffè —. Ho deciso di tenere duro per orgoglio. Gestivo un budget di 18 milioni di euro ed ero il punto di riferimento di 28 persone: tutta l’area marketing. Durante la maternità ero sempre rimasta in contatto con l’azienda. Per dire, mia figlia doveva nascere il 25 dicembre e io il 18 ero a una riunione. A quel progetto ho dato l’anima. Invece l’azienda non mi ha nemmeno messa alla prova. Come si sono sbagliati. Io ci sarei riuscita a mettere insieme la famiglia con il lavoro. Avrei dato il sangue pur di farcela».

Dopo il «gran rifiuto», per Stefania Boleso sono arrivati momenti difficili. «Sono stata spostata in un locale a pian terreno riadattato a ufficio, distante cinque piani dal resto dell’azienda. Mi hanno tolto la responsabilità del marketing. In teoria avrei dovuto lavorare con due colleghe. Peccato che entrambe fossero in maternità. Insomma, ero sola». Boleso ha resistito poche settimane. «Un giorno mi è venuto un attacco di panico, ho creduto di morire. Al pronto soccorso mi hanno detto che stavo rischiando l’esaurimento. Alla fine ho mollato. Il 19 dicembre ho firmato la resa. Ho scambiato i miei diritti con una buonuscita. Non avevo alternativa: dopo aver perso cinque chili e la serenità, non mi sono sentita di imporre altre tensioni alla mia famiglia». Che cosa farà adesso, Stefania? «Questa esperienza mi ha cambiata — risponde la manager —. Ieri criticavo chi dava meno del 110% sul lavoro. Adesso sto cercando di attribuire un nuovo senso agli ultimi dieci anni. Ho deciso di ripartire raccontando questa storia. “Guarda che poi nessuno ti offrirà più lavoro”, mi ha detto qualcuno. Il rischio c’è. Ma credo vada corso. Quantomeno per aiutare mia figlia a vivere in un mondo migliore».

Fonte: Corriere della Sera

Regionali, in lista l’igienista (e ballerina) del premier

Monday, February 22nd, 2010

Il fisioterapista del Milan, Giorgio Puricelli con ogni probabilità diventerà consigliere regionale del Pdl in Lombardia. Il suo nome, infatti, è uno dei 16 inseriti nel listino, cioè nell’elenco di chi sarà eletto come premio di maggioranza in caso di vittoria di Roberto Formigoni.

L’ultima parola spetta a Silvio Berlusconi (che dovrebbe dare l’ok fra oggi e domani) ma il coordinamento nazionale del Pdl ha detto sì alle liste dei candidati alle prossime elezioni regionali in Lombardia, inclusi i nomi che saranno inseriti nel listino. La Lega Nord dovrebbe avere sei posti (o cinque ventila qualcuno nel Pdl) e ha già annunciato che fra gli altri indicherà il parlamentare Andrea Gibelli (in predicato per diventare il nuovo vicepresidente della Regione).

A quanto apprende l’Ansa, di indicazione di Berlusconi, oltre a Puricelli, sono Francesco Magnano, che è suo geometra di fiducia, e Nicole Minetti, ballerina delle trasmissioni tv Scorie e Colorado Cafè nonché igienista dentale che Berlusconi ha conosciuto durante il suo ricovero al San Raffaele. E per il Pdl, oltre allo stesso presidente Formigoni, dovrebbero essere inseriti il capogruppo del partito in Regione Paolo Valentini (vicino al governatore), il vicecapogruppo Roberto Alboni (proveniente da An così come Pietro Maccari e Enrico Mattinzoli), l’ex assessore provinciale a Milano Doriano Riparbelli e l’ex assessore regionale all’Ambiente Marco Pagnoncelli.

E i giornali stranieri, dal Times in poi, riprendono le candidature Pdl: da Nicole Minetti, ballerina in tv e igienista dentale alla «Angelina Jolie di Bari», titolando “Berlusconi sotto attacco dopo aver scelto l’ex ballerina come candidato”.

Fonte: L’Unità

ancora..ancora..ancora…

La solitudine delle numero uno

Saturday, February 20th, 2010

In Italia nel 2009 sono nate 20 mila imprese femminili. Ma l’87% dei manager sono uomini

Diario di una giornata di coaching per dirigenti molto disperate

La solitudine delle numero uno

In Italia nel 2009 sono nate 20 mila imprese femminili. Ma l’87% dei manager sono uomini

«Mi sento chiusa in un bozzolo », dice Sara. «E io a un bivio» risponde Claudia. «Temo che la mia energia interiore si stia esaurendo» dice Paola. Non si tratta di una seduta di autocoscienza d’antan, ma di un coaching per signore manager. «Esperienza» la chiamano gli organizzatori di Edò Human Capital, società di formazione. Sono una dozzina, tutte top e middle manager: Fiat, Unilever, Pirelli, Samsonite. Dirigenti disperate (rubo il titolo a un libro di Chiara Lupi). Si comincia risvegliando le energie con la ginnastica. Poi, guidate dal coach, le manager snocciolano tutte quelle domande per le quali non hanno mai avuto tempo. Perché erano in riunione, o troppo prese dalla mission aziendale, o stavano lottando per non essere fatte fuori. Perché - nel loro mondo duplex - stavano telefonando alla pediatra, trattando con l’idraulico, provando a salvare il loro matrimonio dal logorio della vita multitasking (a differenza dei colleghi, le manager non hanno mogli su cui contare). 

Una scoppia in un pianto improvviso. La sua vicina singhiozza anche lei. «Sono piene fin qui», bisbiglia il coach. «Sature. Capita ogni volta». Signore grintose e super-preparate, mica housewives, obiettivi di carriera pianificati e raggiunti, ormai sulla soglia della stanza dei bottoni. Com’è che si disperano? Per le donne sarebbe un gran momento. Negli Usa c’è stato il sorpasso: al lavoro più donne che uomini. In Italia, nel 2009, 20 mila nuove imprese femminili. Verificata l’equazione: + donne = + business. Le aziende con vertici bisex offrono migliori performance e un +70 per cento in Borsa (McKinsey). Il termine womenomics fa ormai parte del lessico dell’economia e della finanza. Ma i Cda restano tenacemente in grisaglia. Anche in Italia: solo 5 consiglieri su 100 sono donne. In 6 aziende su 10 il Cda è tutto maschile (meglio non farle circolare, certe imbarazzanti foto dei board…). I signori manager - 87 per cento - resistono. Il profitto avrà le sue ragioni, ma almeno qui lasciateci in pace! Forse workshop e danze rituali dovrebbero farli loro, per prepararsi al faticoso cambio di paradigma, dall’uno al due.

Ore 11.00, dopo il coffee break: «Non abbiate paura del vostro femminile!», implora il coach. «Date a noi maschi il tempo per abituarci». Lo dice anche Niall Fitzgerald, vicepresidente di Thomson Reuters, colosso dell’informazione economica: «Non cercate di sviluppare qualità maschili nel momento in cui stanno prendendo quota quelle femminili. Rimanete voi stesse e sollecitate gli uomini ad adottare modelli di comportamento diversi». Non è un’impresa da poco. Può voler dire un’altra idea del lavoro, della sua organizzazione, dei suoi tempi. Flessibilità, house working, postazioni in remoto. Meno gerarchia, più relazioni e networking. Fine della separazione tra lavoro e vita. Lavorare per obiettivi chiari in tempi definiti (indicatori di output), e non per tempopresenza, in ufficio ad libitum a presidiare la posizione (indicatori di input), ostaggi di quei «ladri di tempo», come li chiama qualcuna, «che ti organizzano riunioni alle 7 di sera perché non hanno voglia di andare a casa». Del resto anche i maschi più giovani non sono più disposti a vivere così.

E ora ditemi un vostro obiettivo, invita il coach. «Bere più acqua». «Niente Blackberry per un’ora» (wow!). «Non cedere ai persecutori» (aiuto!). Lella Golfo, presidente della fondazione Marisa Bellisario, è prima firmataria di una proposta di legge per il riequilibrio dei generi nei Cda delle società quotate in Borsa. In effetti, dice, «oggi gli uomini tendono a porsi sulla difensiva. Ci sono segnali di forte dialettica». Anche Paola Pesatori, HR manager di Pirelli, racconta un clima da contrattacco: «La crisi costa più alle dirigenti che alle lavoratrici in genere. In molte aziende si gioca subdolamente sul work-life balance: perché non te ne torni a casa a fare finalmente le tue cose?». In soldoni, trattasi di potere: una in più fa uno in meno. Il nodo è al pettine, e non si fa districare. La patata è bollente e scotta nelle mani delle manager. Ore 15.00, dopo il lunch: i vostri leader ideali? chiede il coach. Gesù, mia madre, un mio ex capo, Giovanni Paolo II, Dr House. E ora ditemi: divieto d’accesso a…? «Ai capi che entrano nella tua vita privata», dice Mariella. Claudia: «A quelli che non sanno gestire il loro tempo e invadono il tuo». Un’altra: «Al mio ex capo che mi ha tolto l’autostima». È guerra? Monica Possa, direttore Risorse umane e organizzazione di Rcs Mediagroup (editore di Io donna), è indicata dalla Professional women’s association tra le 70 italiane titolate a entrare nei Cda. Fino a un certo punto ha creduto che il merito potesse sbaragliare ogni ostacolo. Ma dopo anni di esperienza - compresa la super-esperienza di un figlio, - si è arresa all’evidenza: «Senza una scossa non cambierà nulla. Senza azioni positive tutto resterà com’è”

Che cos’è? Un nuovo capitolo della sexwar? «Pensare alle quote» continua, «può sembrare conflittuale. Ma ci sono anche altre strade. Nelle aziende esistono anche uomini non insicuri, che non si fanno spaventare dall’idea del cambiamento. Uomini capaci di passare da un rassegnato “c’è bisogno delle donne” a un convinto “ho bisogno che ci siate”. Trovare certi interlocutori può dare grandi risultati».

Marina Terragni

Fonte: Corriere della Sera

Le donne possono favorire un altro modo di lavorare
Le donne possono favorire un altro modo di lavorare