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Io, insegnante sottopagata e sottostimata (e brava)

Wednesday, September 1st, 2010

Gentile Direttore, ho apprezzato l’articolo di Giovanni Belardelli (Corriere di venerdì) sulla crisi della scuola e dei docenti, che vivo dall’interno come insegnante di tedesco alle superiori. Spesso ci sentiamo soli, isolati, non solo perché il nostro lavoro è poco riconosciuto, ma anche perché all’interno della scuola in genere ci sono troppi conflitti e manca per così dire lo spirito di corpo, il fatto di essere una squadra; scuola quindi specchio di una società divisa, a volte con conseguenze negative per gli studenti… Non credo molto nella valutazione degli insegnanti attraverso esami che riconoscano il merito, perché anche nella scuola, come nella società, ci sono tante parrocchie e parrocchiette, con i rispettivi santi protettori, che non sono in cielo, ma sulla terra e spesso sono molto, molto influenti.

Vorrei precisare inoltre che il punteggio non dipende solo dall’anzianità di servizio, ma anche dal fatto di avere o meno dei figli (retaggio dell’epoca mussoliniana?): se non sbaglio, 4 punti ogni anno per i figli fino a 5 o 6 anni, 3 punti ogni anno fino al compimento dei 18 anni. Ma il ministro Gelmini non aveva detto che la scuola non è un ente assistenziale? Subito dopo i precari, sono stati gli insegnanti di ruolo single/senza figli le prime vittime della riforma; come mantenere l’entusiasmo dei primi tempi, se quello che si fa per migliorare e coinvolgere gli alunni non viene comunque riconosciuto? Scambi con l’estero, progetti europei, certificazioni, le famose visite di istruzione, dette comunemente «gite», progetti per gli studenti stranieri ecc. sono tutti extra miseramente retribuiti, che non valgono nemmeno per il punteggio. La conclusione è che la scuola in generale si basa sulla buona volontà o sul coraggio degli insegnanti, precari o di ruolo. Stop. Gli insegnanti «gentiliani», che sono stati anche i miei insegnanti e i miei modelli, sono una specie in via di estinzione.

Chi c’è al loro posto? Potrei fare qualche esempio: l’insegnante «mamma», che considera prevalente l’elemento educativo, sicuramente parte dell’insegnamento, con la certezza inossidabile che una madre sia automaticamente una brava educatrice (risposta di una collega a un mio intervento durante un consiglio di classe: «Tu queste cose non le puoi capire, perché non hai figli»); in genere provenienti da un ambito cattolico, pensano di essere le uniche depositarie dei valori. Ancora, l’insegnante «amicone»: si veste e si comporta come un adolescente anche oltre i 40 anni, i suoi voti scendono raramente sotto il sei e ama sparlare degli altri insegnanti con gli alunni; l’insegnante «psicologa» si occupa prevalentemente del disagio adolescenziale, che in qualche caso si manifesta singolarmente in modo acuto in occasione di compiti in classe e interrogazioni. Un altro caso è l’insegnante in «standby», a cui mancano pochi anni alla pensione, che ripete le stesse lezioni quasi senza cambiare una virgola, come un vecchio attore, pensando all’ambito traguardo. Poi l’insegnante «burocrate», che usa volentieri il linguaggio tecnico della scuola: se gli rivolgi una domanda con parole comuni ti guarda perplesso e non risponde. Io credo di essere nella categoria degli scettici e dei dubbiosi, che non si fanno illusioni, ma cercano alla lontana di essere «gentiliani», tollerati da alcuni colleghi come fossili viventi, persone un po’ strambe che non vogliono omologarsi, ma pensare con la loro testa. Però, se la scuola pubblica nonostante riforme improvvisate, proclami, minacce e calunnie continua a camminare, magari in modo incerto, vuol dire che ci sono ancora bravi insegnanti che amano il loro lavoro sottostimato, sottopagato, sottovalutato, in altre parole sotterraneo. Cordiali saluti

Nadia Marchetti
Laveno (Va)
Fonte: Corriere della Sera

Donne nei Cda, adesso sono il 6%

Saturday, August 21st, 2010

Con una misera quota del 6,2 per cento, le donne italiane rappresentano davvero una sparuta minoranza nell’ambito dei consigli di amministrazione delle società quotate in Borsa, come attestano i dati della Consob riferiti al 2009. Ma a breve la situazione potrebbe cambiare in modo radicale: alla ripresa dei lavori della Camera i parlamentari si troveranno sul tavolo infatti una proposta bipartisan che parte da due progetti di legge (firmati rispettivamente da Lella Golfo del Pdl e Alessia Mosca del Pd), già approvata dalla commissione Finanze di Montecitorio, e che prevede la presenza obbligatoria del 30 per cento di donne nei Cda.

Quest’obiettivo decisamente ambizioso (data la situazione attuale di partenza) dovrebbe essere raggiunto attraverso una modifica dello statuto delle società, prevista da tre articoli che verrebbero aggiunti al Testo Unico dell’Intermediazione Finanziaria (Tuf) del 1998. Si affida infatti proprio allo statuto delle società il compito di assicurare l’equilibrio tra i generi nel riparto degli amministratori da eleggere e tale equilibrio è raggiunto quando “il genere meno rappresentato all’interno dell’organo amministrativo ottenga almeno un terzo degli amministratori eletti”. Qualora la norma non venga rispettata dalla composizione del consiglio di amministrazione risultante dall’elezione, i componenti eletti decadono dalla carica. Nel caso di sostituzione di uno o più amministratori prima della scadenza del termine, i nuovi amministratori sono nominati nel rispetto del medesimo riparto.

L’articolo 3 del testo, infine, stabilisce che le nuove disposizioni inserite nel Tuf si applicano anche alle società controllate da pubbliche amministrazioni ai sensi dell’articolo 2359, primo e secondo comma, del codice civile, non quotate in mercati regolamentati.

Una norma necessaria ed equilibrata? Negli ultimi mesi se n’è dibattuto molto. I giornali che hanno seguito il dibattito parlamentari hanno ospitato commenti ironici dei lettori che suggerivano una quota analoga prevista per legge anche per i cantieri edili. Eppure l’Italia non è il solo Paese ad aver sentito il bisogno di introdurre una norma che riservi una quota alle donne nei consigli di amministrazione. La Francia sta discutendo la sua futura legge sull’equilibrio uomini/donne nelle stanze dei ‘bottoni’ prevedendo una percentuale anche più alta a favore delle consigliere: in sei anni, le società quotate in Borsa avranno l’obbligo di garantire una proporzione di ciascun sesso non inferiore al 40 per cento, con il raggiungimento di almeno il 20 per cento entro 3 anni dalla promulgazione della legge.

La stessa proporzione è prevista in Norvegia, fissata fin dal lontano 1978, per le commissioni e i comitati aziendali, e che dal 2006 è diventata obbligatoria anche per aziende quotate in borsa e di proprietà pubblica. Non ci sono numeri prefissati, ma dal 2007 vige l’invito a “una presenza equilibrata di donne e uomini” anche in Spagna. Sono solo tre esempi di come all’estero hanno regolato o pensano di regolare la materia. Tre esempi proposti ai legislatori italiani da un dossier messo a punto il mese scorso dal Servizio studi della Camera.
 
E comunque è importante ricordare che l’Italia attualmente è fanalino di coda nell’Unione Europea per la presenza delle donne nei Cda delle aziende quotate: come si evince dall’European professional women network, siamo al 29esimo posto su 33 paesi censiti, seguiti solo da Malta, Cipro, Lussemburgo e Portogallo. Se poi si considerano i Cda delle prime 300 società europee la situazione è ancora peggiore, poichè dei 375 ’seggi’ di consigliere delle 23 società italiane presenti nella lista delle Big 300 europee solo 8 sono appannaggio di donne: l’Italia scivola così al penultimo posto su 17 paesi, seguita solo dal Portogallo.

Eppure, come dimostra una ricerca Cerved sulle donne manager, le imprese guidate dalle donne vanno meglio rispetto alle altre, incrementano più velocemente i ricavi, generano più profitti, sono meno rischiose. Secondo la società internazionale di strategie e consulenza aziendale McKinsey, infatti, i risultati economici delle società con elevata diversità di genere sono migliori rispetto alle medie di settore fino al 10 per cento in termini di redditività e addirittura al 48 per cento per Ebit (risultato ante oneri finanziari, ndr).

Fonte: La Repubblica

Ok a emendamento pensioni con modifica

Tuesday, July 6th, 2010

e le prime a pagare sono le donne…

Oggi è una giornata particolarmente calda, non solo metereologicamente”, ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta parlando della manovra e di quelli che ha definito “maledetti tagli”. Parlando durante la consegna del premio ‘Winning Italy’ alla Ferrero a Villa Madama letta ha sottolineato “l’esigenza di far quadrare i conti dello Stato imponendo controvoglia dei maledetti tagli”.

Le imprese. “Proprio qualche minuto fa ero al telefono con il ministro Tremonti e il presidente Berlusconi e penso di poter dire che le nostre richieste sono state accolte. Ad annunciarlo è stato il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, a margine dell’assemblea degli industriali di Reggio Emilia. Il numero uno di Confindustria ha ricordato, in particolare, che l’associazione aveva “espresso alcune perplessità 1 sui temi fiscali e sul problema dell’articolo 45, che riguarda le rinnovabili”. Ora, quindi, “dovremo andare verso la soluzione dei problemi che avevamo sollevato”, ha spiegato Marcegaglia.

Per Confindustria e Rete Imprese (che raggruppa Confcommercio, Confartigianato, Cna, Casartigiani e Confesercenti) la proposta, avanzata in Commissione Bilancio al Senato, di portare da 150 a 300 giorni la durata massima della sospensione giudiziale degli atti di recupero dei crediti verso l’amministrazione “non risolve il problema”, perché  la durata media dei soli procedimenti di primo grado “supera i 700 giorni”.

Sistema pensionistico. E’ invece via libera della Commissione bilancio del Senato all’emendamento del relatore, Antonio Azzollini (Pdl), sulle pensioni, che prevede, tra l’altro, l’innalzamento a 65 anni a partire dal 2012 dell’età pensionabile per le lavoratrici della pubblica amministrazione e l’adeguamento dei requisiti anagrafici di pensionamento alle aspettative di vita media, calcolata dall’Istat, che scatterà nel 2015. Confermata la correzione del cosiddetto ‘refuso’, ossia quella norma che includeva nell’aumento anche il requisito dei 40 anni di contributi. Nella versione approvata questo rifermento è stato cancellato, quindi chi matura 40 anni di contributi potrà continuare ad andare in pensione indipendentemente dall’età.

Ma c’è un’altra novità. Il primo adeguamento dell’età anagrafica è previsto nel 2015 e la norma stabilisce che sarà di 3 mesi. Il secondo adeguamento, secondo un emendamento della senatrice, Maria Ida Germontani (Pdl) approvato in commissione, scatta nel 2019, dopo quattro anni e non più dopo un solo anno (come invece stabiliva l’emendamento originale del relatore). Successivamente gli adeguamenti sono sempre con cadenza triennale. E’ soggetto all’adeguamento il requisito dei 65 anni per la pensione di vecchiaia, ma anche per la pensione sociale, e il requisito anagrafico previsto nel sistema delle ‘quote’ (somma di età anagrafica e contributi).

Contro la manovra torna a protestare la Cgil torna denunciando come “dietro il cosiddetto ‘refuso’ sui 40 anni, il governo stia attuando un cambiamento strutturale del sistema pensionistico”. In una nota la segretaria confederale dell’organizzazione sindacale, con delega alla previdenza, Vera Lamonica, punta il dito contro il governo che “dopo aver affermato che non sarebbe stato necessario cambiare nulla, perché com’è noto il sistema è in equilibrio, ora oltre che continuare a prendere risorse dalla previdenza per fare cassa, per la prima volta, si convogliano le risorse che il governo pensa di ottenere con l’innalzamento dell’età pensionabile delle dipendenti pubbliche, nel fondo presso la presidenza del Consiglio”.

Secondo la Cgil in questo modo “si riduce la solidarietà interna al sistema, dando un ulteriore colpo al futuro pensionistico dei giovani, già fortemente a rischio”. Lamonica ricorda inoltre che “le donne del pubblico impiego andranno in realtà in pensione minimo a 67 anni per effetto della somma di: innalzamento dell’età a 65 anni; un anno in più della finestra a scorrimento; l’innalzamento di 3 mesi nel 2015 e 3 o 4 nel 2016, a seguito dell’adeguamento obbligatorio alle aspettative di vita che si vorrebbe anticipare e realizzare in entrambi gli anni piuttosto che a cadenza triennale. Peraltro per tale adeguamento la norma prevede ben altra procedura di applicazione, e non un ‘decreto direttoriale’ che così sfugge a qualsiasi controllo parlamentale”.

Fonte: La Repubblica

Donne, il futuro è l’homework

Sunday, June 6th, 2010

L’innovazione ha migliorato la qualità della vita delle donne ma non sarà più così per le nuove generazioni. Le difficoltà economiche amplificano gli stereotipi e le discriminazioni nel lavoro, anche se gli strumenti tecnologici mirano a colmare il gap

di ALESSIA RIPANI

DONNE in mobilità. Precarie e con il posto di lavoro a rischio. Oppure dotate di smarthpone, videoconferenza e strumenti di home work per partecipare alla vita d’ufficio e non perdere la poltrona. Curiose le conclusioni del rapporto “Donne, scienza e teconologia”, perché se è vero che tutti sono d’accordo sul fatto che l’innovazione ha giovato alla vita delle donne e l’ha resa migliore di quella delle madri, in pochi si aspettano che sia anche per le figlie. Il focus su donne/tecnologia è emerso dal II Rapporto sulla “Cultura dell’innovazione in Italia”, realizzato dalla Fondazione Cotec in collaborazione con il Cnr e il contributo di futuro@lfemminile di Microsoft e Acer. Si basa un un campione di 4000 interviste a uomini e donne dai 30 ai 44 anni, serve a capire il ruolo delle nuove tecnologie nella società e quest’anno, dall’analisi, ha voluto estrarre il fattore D.

TABELLE I RISULTATI DEL RAPPORTO 1

Stereotipi, discriminazioni e trappole tecnologiche
Il 40% degli intervistati sa che i vantaggi della tecnologia, dei quali le donne hanno approfittato in passato, non si ripeteranno. Colpa del momento economico e della sfiducia nel futuro. E per questo, rispetto a cinque anni fa, sale del 10% il numero di chi crede sia meglio salvare un uomo dalla disoccupazione: alla domanda se uomini e donne in tempo di crisi hanno lo stesso diritto al lavoro, uno su tre risponde no. Se è vero che oltre il 92% degli italiani ritiene ormai che l’istruzione universitaria sia allo stesso modo importante per ragazzi e ragazze, almeno un un terzo della popolazione pensa che le donne siano più portate per le discipline umanistiche. Non solo. Il 25% è convinto che le donne riescano ad affrontare i compiti lavorativi con minore razionalità degli uomini. Più tempo e meno fatica grazie alla tecnologia? Non proprio, perché il tempo risparmiato viene utilizzato nel lavoro e, soprattutto per le donne, i margini svaniscono. Per questo chiedono più degli uomini politiche del lavoro mirate - orari flessibili, part time, asili e incentivi all’imprenditoria).

Facebook? Meglio il telefono
Per lavorare, le donne usano Internet quanto gli uomini; meno per giocare, fare acquisti, interagire sui social network e tenere la contabilità. Ma lo utilizzano in modo più mirato per cercare informazioni (25% contro 21,9%), interagire con la pubblica amministrazione (6,3% invece di 5,8%), leggere la posta (22,9% anziché 21%) e per l’apprendimento (4,9 a 4,2). Di fronte alla prospettiva di staccare la spina per una settimana, tutti difficilmente potrebbero rinunciare a vedere gli amici (60,9% degli uomini e 51,7% delle donne) e a Facebook. Farebbero più fatica gli uomini (4% contro 3,2%), ma quanto al telefono non c’è partita: 16,8% contro 29,3%.

Buone pratiche, scarsi risultati
Le aziende continuano a progettare strumenti di flessibilità (videoconferenza, pc e cellulari di ultima generazione connessi con l’ambiente di lavoro) ma, nella realtà, la crisi economica frena la possibilità di fare carriera. La pubblica amministrazione prova a inventare o copiare dai privati buone pratiche di conciliazione casa-lavoro. Microsoft, con Acer e il Forum PA hanno fatto nascere futuro@lfemminile e e l’Osservatorio sulle donne nella pubblica amministrazione. “L’iniziativa più comune è quella di organizzare corsi di e-learning per permettere alle dipendenti in maternità di tornare al lavoro ed essere pronte per i concorsi – spiega Roberta Cocco, responsabile del progetto - ma c’è anche chi ha pensato a soluzioni per collegare le mamme agli asili ma anche alle case di cura degli anziani”. Il risultato: stando ai dati dell’ultima indagine sulla presenza negli uffici pubblici, le donne ai vertici della PA sono sempre meno.

Fonte:  Corriere della Sera

Saraceno: perdiamo una generazione

Sunday, May 30th, 2010

L’Italia «rischia di perdere una generazione», quella degli attuali giovani che più di altre fasce di età risentono della crisi e delle politiche. Altro che «bamboccioni», in questo contesto, «bisogna essere fortunati a nascere nella famiglia giusta». È il commento della sociologa Chiara Saraceno sui dati diffusi oggi dall’Istat che riguardano gli under 34 anni. Questa dei giovani, che vogliono uscire dalla casa di famiglia e non possono, che non riescono a trovare un lavoro, che hanno una istruzione inferiore ai colleghi europei, «è la vera emergenza del paese».

I «giovani più qualificati e che hanno alle spalle una famiglia agiata vanno all’estero, e comunque se la cavano. Tutti gli altri restano indietro. Purtroppo - ha aggiunto Saraceno - non vedo negli atti del governo, e neanche negli atteggiamenti delle opposizioni, la consapevolezza di questa emergenza. Si continua a parlare di ‘bamboccionì, parola che aborro anche perchè penso che sia sempre meno vero che vogliano stare in questa condizione, ma non si fa niente per investire in capitale umano». Anche il contesto - prosegue l’esperta di sociologia della famiglia - è difficile, «le risorse sono sempre di meno, il divario sociale sta aumentando. In realtà, bisogna essere fortunati a nascere nella famiglia giusta. Se gli incentivi alla formazione non si hanno in casa, anche a scuola è difficile averli». Per riequilibrare questa situazione veramente preoccupante «ci vogliono anni ma bisogna pur cominciare, subito», conclude Saraceno.

Fonte, L’Unità

Essere madre un abuso di diritto

Monday, May 24th, 2010

Perché è tanto difficile far valere il concetto cha l’essere madre non sia una “giusta causa” di licenziamento e neanche una “grave discriminante” di una possibile assunzione?
L’arcano aveva già cercato di svelarmelo anni fa la rappresentante di un partito politico e mi viene cortesemente ricordato, in uno dei commenti arrivati sul blog, dalla fondatrice di un’associazione femminile: le donne hanno perso il diritto alla maternità perché troppe donne se ne sono approfittate.
Il ragionamento tipicamente femminile di onnipotenza intrisa di mea culpa mi colpisce più di ogni rivendicazione casalinga, più di ogni banale teoria psico e sociologica a sostegno della maternità fulltime.
“Abuso di diritto”, lo ha definito la persona che mi ha inviato il messaggio. Abuso di diritto, nello specifico, vorrebbe significare che migliaia di donne si sono finte in gravidanza a rischio per poter usufruire dello stipendio senza lavorare durante la maternità. Bisogna però sapere che il riconoscimento di una maternità a rischio non avviene per autodichiarazione bensì con il certificato medico di un ginecologo che deve successivamente essere verificato e confermato dagli specialisti del servizio sanitario nazionale, nonché rinnovato con ulteriori accertamenti secondo scadenze definite. E se, come possibile ma comunque da verificare, ci fossero certificazioni false, eventualmente imputabili sarebbero i medici e non le dipendenti in gravidanza.
A sostegno dell’apologia del licenziamento mi viene fornito inoltre un paragone numerico: il numero delle gravidanze a rischio nel pubblico impiego è il doppio di quelle tra le libere professioniste. Ovviamente a nessuno sarà venuto in mente che una dipendente statale gode di una maggiore garanzia nel poter usufruire dei propri necessari diritti senza incorrere in licenziamenti punitivi o pretestuose decurtazioni di stipendio, e che una dipendente a tempo determinato o a partita iva non sia più sana e meno a rischio ma semplicemente costretta a rischiare la propria gravidanza per non rischiare di perdere il lavoro.
Un contributo decisamente più schietto me lo fornisce Stefania Boleso, la manager milanese obbligata ad autoeliminarsi dopo la prima gravidanza. Invitata come ospite ad un corso di formazione dal titolo “Leadership al femminile” incontra una quarantenne rampante che la illumina sull’ovvietà della sua vicenda: “E’ inutile nascondersi, la maternità per l’azienda è un problema. Ed è un problema pure per le donne che restano in ufficio, perché si devono dividere il lavoro di chi non c’è e quindi sobbarcare dei compiti extra, senza che nessuno riconosca loro un extra compenso per questo”. Probabilmente neanche questa imprenditrice in carriera sa che l’azienda contribuisce solamente nella misura del 20% alla paga di una dipendente in maternità, e che usufruisce inoltre dei contributi previsti per la sostituzione temporanea, pratica che darebbe lavoro, almeno per qualche mese, anche ad un’altra donna. Se poi l’azienda incassa il contributo e non provvede all’assunzione temporanea, si capisce che il problema non è imputabile neanche questa volta all’assente gravida.
E’ inconcepibile come si tenti di giustificare con ogni pretesto l’illegalità, ricorrendo persino al tranello dell’abuso, e si abbia la pretesa di abolire arbitrariamente un diritto se non risponde al proprio personale tornaconto. Quello che accade nei confronti della maternità è la cartina tornasole di un intero sistema basato sull’arroganza, la prepotenza e l’assoluto disprezzo delle leggi e che vorrebbe oltretutto convincerci che siamo noi ad averne abusato

Fonte: L’Unità

Donne, la carriera è più difficile con un marito che lavora troppo

Thursday, April 8th, 2010
I percorsi professionali della donna penalizzati dagli “straordinari” del partner. Il carico del lavoro dell’uno finisce inevitabilmente per danneggiare la libertà e il dinamismo professionale dell’altra. I risultati di un’indagine su oltre 25 mila lavoratori di famiglie con due percettori di reddito pubblicata sull’American Sociological Review

 

di FEDERICO PACECarriera più difficile per la donna, se il partner lavora più di 50 ore a settimana. E spesso è pure costretta a lasciare l’impiego. Sono gli straordinari ad accentuare ancora di più le diseguaglianze professionali tra uomini e donne e spingere quest’ultime, di nuovo, verso incombenze “casalinghe”. Così quella che poteva essere una trasformazione sociale definitiva, due partner entrambi impegnati professionalmente, rischia di essere messa a repentaglio dall’eccesso di “straordinari”. Questi i risultati di un’indagine che verrà pubblicata sul prossimo numero del bimestrale American Sociological Review, la rivista edita dell’associazione dei sociologi americani.

Straordinari e involuzione sociale. I dati sembrano mostrare come il super-impiego orario dell’uno finisca inevitabilmente per danneggiare la libertà e il dinamismo professionale dell’altra. L’indagine, realizzata da ricercatori della Cornell University, ha coinvolto più di 25 mila lavoratori, tutti protagonisti, crisi permettendo, di quella specie di forma sperimentale, e sempre più diffusa, di famiglia dove tutti e due gli adulti hanno un impiego e una retribuzione. Ebbene, se il marito lavora, ogni settimana, una media tra cinquanta e sessanta ore, il numero di donne che abbandonano il proprio impiego, rispetto ai valori medi, cresce del 16 per cento. La probabilità poi che la donna lasci il lavoro, sale del 42 per cento nel caso in cui il marito lavori più di sessanta ora a settimana.

La coperta corta e l’organizzazione perversa. Le traiettorie dei percorsi professionali di una coppia sono così influenzate dal fatto che il totale delle ore che due partner possono dedicare al lavoro non può essere “forzato” oltre un limite, soprattutto in considerazione delle incombenze familiari. Che spettano, per convincimenti radicati, alla donna. Se uno dei due (sempre il marito) “consuma” così troppe ore nel chiuso di un ufficio, l’altra (sempre la moglie), gioco forza viene costretta a ridurre le proprie. Fino, in molti casi, ad azzerarle. Questo accade anche perché le organizzazioni aziendali appaiono ancora incapaci di misurarsi con la realtà e ancora troppo predisposte, per lo più, a premiare chi impegna se stesso più in termini “quantitativi” che in termini “qualitativi”.

Più in alto, più penalizzate. Quel che desta più preoccupazione è che l’impatto, del tempo dedicato dal marito alle incombenze professionali, sulle traiettorie professionali della donna è più accentuato proprio in quei casi in cui quest’ultima ricopre incarichi di alto profilo. Anche perché proprio quando le donne sono impegnate in ruoli manageriali e professionali, viene richiesto loro un coinvolgimento che si traduce spesso in un dilagante impegno temporale. La percentuale di chi si trova costretta a lasciare l’impiego, in questi casi, sale così del 51 per cento. Insomma, dicono gli autori, quanto più le donne salgono verso l’alto, tanto più sono esposte alla pressione degli straordinari del proprio partner.

La complessità dei figli e l’indifferenza di essere padre. Se poi la composizione familiare della coppia è arricchita dalla presenza di uno o più figli, le evidenze si fanno ancora più stringenti. Nel caso di una donna lavoratrice con bambini, la probabilità che lasci l’impiego cresce del 34 per cento con un marito che lavora tra le 50 e le 60 ore settimanali. Quota che si incrementa del 90 per cento quando il marito supera le 60 ore settimanali. Al contrario, il percorso di carriera dell’uomo, anche nel caso in cui sia padre, non è in alcun modo influenzato dal numero di ore che la donna dedica alla propria professione. Pure nel caso in cui la donna si ritrova impegnata per più sessanta ore a settimana. Il marito, o il partner, non smette in ogni caso di lavorare.

Ripensare le regole. Proprio per questo, dice l’indagine, sarebbe necessario un ripensamento di quelle che sono le norme che tengono insieme gli ambienti di lavoro. Le aspettative dei datori di lavoro e delle organizzazioni, per ridurre davvero le disparità di genere, dovrebbero essere più congruenti con le esigenze di quelle famiglie, sempre più numerose, dove entrambi i partner provano a cercare nel lavoro, oltre che una retribuzione, anche una forma di realizzazione.

Fonte: La Repubblica

Contro le crisi dieci libri da leggere per cambiare rotta

Wednesday, March 10th, 2010

Eccovi un link da guardare con attenzione:

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro/2010/donne-economia/risorse-utili/10-libri-cambio-rotta.shtml?uuid=30a233a6-2845-11df-800d-74241d6b774c&DocRulesView=Libero

Donne e lavoro, l’Italia è sempre il fanalino di coda in Europa

Tuesday, March 9th, 2010

Fanno fatica a trovarlo e spesso lo pèrdono dopo il primo figlio: è un rapporto complicato quello delle donne con il lavoro, ancor più complicato quello con il non-lavoro. La ricerca di Manageritalia su dati Istat e Isfol parla chiaro: nel nostro Paese solo il 46% delle donne ha un impiego. Di queste, il 27% lascia il posto dopo la prima gravidanza. Un altro 15% non rientra dopo il secondo figlio. Una situazione che non trova eguali in Europa.

DIFFICOLTÀ - I motivi sono sempre gli stessi: le difficoltà a conciliare la nuova organizzazione famigliare con il lavoro, in una situazione in cui la gravidanza ha ripercussioni negative sulla carriera che, dopo la nascita di un bambino, o si ferma o addirittura regredisce. Eppure quella italiana è una delle legislazioni più all’avanguardia rispetto alla tutela della maternità: le norme ci sono, evidenziano gli addetti ai lavori, la difficoltà è tutta nell’applicarle soprattutto in quella zona grigia che non è una violazione palese delle norme sulla discriminazione: donne e mamme costrette a uno slalom impossibile tra norme, diritti e vessazioni e soprusi più o meno velati da parte dei datori di lavoro. Le donne che subiscono discriminazioni a causa della maternità non ne parlano volentieri e non sempre denunciano. La penalizzazione sarebbe talmente ricorrente da essere ritenuta la normalità dalla maggioranza delle donne che lavorano

UN PROGETTO CONCRETO - A non rassegnarsi sono le donne di Manageritalia né quelle de La Casa Rosa. Insieme stanno lavorando all’iniziativa «Un fiocco in azienda»: un progetto che coinvolge lavoratrici e aziende sia sul piano della salute che sul piano del rientro al lavoro per le neo-mamme. In quelle aziende che aderiranno, le lavoratrici verranno «accompagnate», se lo vorranno, nell’esperienza della maternità e potranno avere consulenze gratuite presso La Casa Rosa, tra l’altro per prevenire la depressione post-partum. Si chiede, invece, alle aziende di mettere in atto alcuni semplici comportamenti: mantenere un contatto costante anche con le dipendenti in maternità per non farle sentire «fuori», corsi di formazione anche durante il congedo fino all’integrazione dello stipendio durante i mesi di astensione facoltativa.

Laura De Feudis
Fonte: Corriere della Sera

In Italia oltre un quarto delle donne lascia il lavoro dopo la maternità

Wednesday, February 24th, 2010

Lavoro e maternità in Italia sono più inconciliabili che in qualsiasi altro Paese europeo, compresi Spagna e Grecia. Lo ricorda il rapporto presentato oggi da Manageritalia, secondo il quale in Italia oltre un quarto delle donne occupate abbandona il lavoro dopo la maternità. Ma mentre “in tutti i Paesi europei l’occupazione delle neomamme mostra un percorso a U, con una forte discesa nei primi tre anni di vita del bambino e un graduale ritorno al lavoro in seguito”, solo in Italia “il tasso d’occupazione delle donne continua a calare al crescere dell’età dei figli”.

Sarà per questo che il tasso di natalità in Italia nel 2009 ha registrato un ulteriore, sia pur modesto, peggioramento, passando dall’1,42 del 2008 all’1,41 (nonostante, come ricorda l’Istat, a sostenere negli ultimi anni il tasso di natalità siano in misura consistente le donne immigrate). I dati, però, rilevano gli economisti della Voce.info Daniela Del Boca e Alessandro Rosina, non sono omogenei in tutte le regioni, e mostrano invece tendenze opposte tra le regioni con una buona occupazione femminile e quelle nelle quali invece l’occupazione femminile è bassa. Prendendo ad esempio due regioni estreme, la Campania e l’Emilia Romagna, (la prima ha un tasso di occupazione femminile del 27,3 per cento, la seconda del 62,1 per cento), in 15 anni in Campania si è passati da un numero medio di 1,51 figli per donna a 1,42, mentre in Emilia Romagna nello stesso periodo si è passati da 0,97 a 1,48. Segno che alla lunga le politiche di sostegno all’occupazione femminile, a cominciare dagli asili nido, producono effetti positivi anche sotto il profilo della natalità. Dove si lavora di più, insomma, si fanno più figli, e non il contrario, come si potrebbe pensare. “Il confronto tra questi due estremi evidenzia ulteriormente come partecipazione delle donne al mercato del lavoro e maternità possano crescere assieme, anche in anni difficili, in presenza di adeguate politiche”, sottolineano i due economisti

E’ proprio l’abbandono del posto di lavoro dopo la nascita del primo o del secondo figlio, rileva il rapporto di Manageritalia, a mantenere bassissimo in Italia il tasso di occupazione femminile. Infatti “oggi in Italia se prima della nascita del figlio lavorano 59 donne su 100, dopo la maternità ne continuano a lavorare solo 43, con un tasso di abbandono pari al 27,1 per cento”. Una decisione sulla quale non incidono solo le esigenze di cura dei figli, aggravate dalla mancanza di servizi sociali adeguati, ma spesso anche il fatto che “molto spesso il rientro in azienda dopo la maternità costituisce un momento particolarmente critico del rapporto impresa-dipendente con il rischio di una eventuale mobbizzazione se non una definitiva induzione a lasciare il lavoro”.

E quindi l’Italia ha un tasso di occupazione femminile intorno al 46 per cento, contro il 58 per cento abbondante della media europea. Dato stigmatizzato infinite volte, ma senza mai trovare soluzioni adeguate, denunciano da più parte gli economisti e in particolare le economiste. Sul sito Ingenere.it, on line da poche settimane, nato con l’obiettivo di affrontare i principali temi economici dal punto di vista delle donne, Maria Letizia Tanturri, ricercatore di Demografia alla Facoltà di Scienze Statistiche dell?Università di Padova, sottolinea come anche il recente piano Carfagna-Sacconi (il documento “Italia 2020. Programma di azioni per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro”) continui “a puntare sulla solidarietà intergenerazionale”, senza prevedere azioni concrete di sostegno. Ma cosa succederà, si chiede Tanturri, “nel 2020 quando le politiche per l’invecchiamento attivo - in accordo con le normative europee e con gli intenti dei ministri - innalzeranno l’età pensionabile per gli uomini, ma sopratutto per le donne?”. Che le nonne non saranno più a disposizione di figlie e nipoti, lo sgretolamento definitivo della famiglia italiana tradizionale, sempre più “un gigante dai piedi d’argilla”.

La probabilità di uscire dal mercato del lavoro aumenta significativamente per le madri sotto i 24 anni (72 per cento) e per le donne meno istruite (68 per cento tra le donne che si sono fermate alla licenza media contro il 24,5 per cento delle laureate), e si triplica per le mamme che al momento del concepimento lavoravano a tempo determinato. Nel settore pubblico il “rischio-abbandono” scende al 25 per cento, mentre nel settore privato la probabilità è maggiore per le operaie (37,6 per cento) e scende gradualmente fino ad arrivare a chi ha un ruolo manageriale (12,9 per cento). Tuttavia, rileva Manageritalia, se anche le donne manager tendono a rimanere al loro posto dopo la nascita di uno o più figli, sono quasi sempre costrette ad abbandonare le aspirazioni di carriera. Per il 59 per cento degli intervistati le ragioni stanno nella “perdita di influenza e di ruolo”, per il 30 per cento sono dovute a “difficoltà connesse alla ristrutturazione organizzativa” e per il 27 per cento a “ristagno nel trattamento economico”, e infine per il 23 per cento al mobbing.

La maternità, insomma, diventa un problema, in un mondo del lavoro che comunque in Italia tende a emarginare la donna, e in un panorama che non offre al momento un adeguato piano di progetti e investimenti pubblici. Proverà a dare un contributo in questa direzione il progetto “Un fiocco in azienda”, presentato oggi a Milano da Manager Italia e l’associazione La Casa Rosa, con il patrocinio della Regione Lombardia e della Provincia di Milano e il contributo del Comune di Milano. Il progetto offre un supporto concreto alle madri per evitare di cadere nella depressione post-partum e al reinserimento nel lavoro, evitando quanto più possibile situazioni di conflitto o di mobbing.

Fonte: La Repubblica