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Povera mamma, in Italia più di un milione in miseria

Wednesday, May 5th, 2010

«Si può sapere cosa succede in Italia? Dal baby boom siete alla crescita zero…», pare abbia chiesto la principessa Margaret, presidente onoraria di Save The Children. «Fortunatamente - racconta l’interpellato, presidente italiano dell’ong, Claudio Tesauro - nel rigido protocollo reale non c’è stato tempo per articolare una risposta». La risposta viene dal rapporto presentato ieri a Roma <i>Le condizioni di povertà tra le madri in Italia</i>. Succede che da noi fare figli vuol dire impoverirsi. Il rapporto, realizzato dalla Fondazione Cittalia e dell’Anci in collaborazione con Istat e Caritas, è la radiografia di una malattia sociale del Belpaese, in un anno calato dal 16° al 17° posto nel mondo quanto a condizioni di vita delle madri e dei bambini.

Dalla culla al niente
Un Paese davvero strano, il nostro, con un tasso tra i più bassi al mondo di mortalità infantile (4 su mille) e di complicazioni post partum (il rischio di morte delle partorienti è 1 su 26mila) e contemporaneamente all’ultimo posto in Europa quanto ad occupazione femminile. Siamo penultimi tra i 27 Paesi dell’Unione europea, superati solo da Malta. Cosa c’entra? Il nodo - dicono i dati - sta proprio in questa divaricazione tra l’assistenza sanitaria alla nascita, che in Italia ha ancora ottimi standard, e l’assenza quasi totale di servizi e opportunità che accompagnino la madre e i suoi bambini nella crescita, a cominciare dagli asili nido per finire in una rigida organizzazione dei tempi di lavoro e dei ruoli familiari, un tutto che fa ricadere i costi e l’impegno di allevare i figli sulle madri, troppo spesso impedendo loro di lavorare e contribuire così al reddito. La donna è relegata in casa nel ruolo esclusivo di madre e questo che è tutt’altro che un bene per loro e per i bimbi. La povertà relativa, che significa vivere in due con nemmeno mille euro al mese, è largamente più alta dove la donna non trova o rinuncia a lavorare fuori casa. Le famiglie «relativamente povere» sono 2 milioni e 737 milioni, pari a quasi cinque milioni di individui, l’11,3 percento della popolazione. Le donne sono più della metà della «torta». Un fenomeno tutt’altro che marginale. Né riguarda in particolare gli immigrati, dove anzi il lavoro femminile, legato com’è al permesso di soggiorno, è generalmente diffuso tra i residenti, presi in esame nell’indagine, e concentrati al Nord. Mentre l’incidenza di madri povere è notevolmente più alta nel Meridione.

Non c’è neanche una prevalenza di nuclei monoparentali, cioè di madri sole o separate. Le madri che non riescono ad arrivare a fine mese, devono tagliare sul cibo, trascurare visite mediche e spese scolastiche, non riescono a pagare con regolarità affitto, mutuo e bollette sono un milione e 678 mila. Solo il 7,5% è sola con i figli, l’86,3% vive in coppia, con il padre dei bambini o con un secondo marito. In stragrande maggioranza si tratta di casalinghe e la loro povertà si appesantisce all’aumentare del numero dei figli. Non è così nel resto d’Europa, dove il disagio sociale inizia a farsi avanti dal terzo figlio in su. In Italia molto dipende dalla rete parentale di supporto, che però deve sobbarcarsi anche altri compiti di welfare autogestito e secondo Linda Sabbadini dell’Istat «è ormai profondamente sotto stress», un pilastro del nostro collante sociale che sta per rompersi. Dove ancora c’è una nonna in forze, è più facile che la giovane madre lavori e meno probabile un suo impoverimento. Nel biennio 2005-2006 - governo Prodi - c’era stato un miglioramento della condizione economica della madri single, che poi è calata di nuovo.

Il governo del Family Day
Ieri alla presentazione del rapporto di Save The Children è comparso all’improvviso il sottosegretario con delega alla Famiglia Carlo Giovanardi, tra gli inventori del Family Day. Ha tentato una giustificazione acrobatica del perché l’attuale governo non abbia fatto nulla per arginare l’impoverimento crescente delle madri, addossando le colpe alla congiuntura economica, al «rischio Grecia», e alla fine ha dato pilatescamente la responsabilità agli enti locali. Non ha convinto neanche Maria Luisa Tezza, rappresentante dell’Anci, Pdl, che con molti sorrisi gli ha ricordato la mancata introduzione del quoziente familiare. Dando atto che le misure prese sono state nel solco del governo precedente. «Il primo governo Prodi fece una finanziaria di sacrifici per l’euro - ricorda l’ex ministra Livia Turco - però non tagliò del 550% i fondi per la cooperazione». «Eppure gli italiani dimostrano di avere ancora tra le priorità gli aiuti internazionali e il sociale», dice il presidente Tesauro. Con la crisi le donazioni individuali a Save The Children sono aumentate. Abituati a fare da sé.

Fonte: L’Unità

Le donne che vivono in una Smart «Dopo lo sfratto è la nostra casa»

Tuesday, May 5th, 2009

Un mese in strada. Un me­se dormendo su sedili di una Smart. Lei, Loredana Minopoli, 47 anni e un po­sto di lavoro mangiato dalla crisi, e sua figlia Valentina, 20 anni e un lavoro co­me estetista che finora ha tenuto a galla tutte e due. Il loro appartamento, dopo anni di carte bollate, è stato venduto e dal 19 di marzo è iniziato il loro infer­no. Lo sfratto, qualche notte dormendo da amici, e poi la loro auto, una Smart gialla «con i sedili che rompono la schie­na, il freddo che non fa dormire e la pau­ra di restare sole tutta la notte chiuse in quella scatola». Ci vivono da un mese. Doveva essere una soluzione di fortuna, per non pesa­re sulle spalle di qualcuno perché — di­ce Loredana — «lei e la sua Valentina non hanno mai rubato, o sparato, o ma­gari ucciso», perché sono «bravagen­te ». Lo ripete rigirando le dita sul croci­fisso dorato che le pende dal collo. È questa piccola croce che — sostiene — protegge le poche ore di sonno e prima o poi le aiuterà.

Poi le cose non sono cambiate, e la difficoltà, la paura, l’imba­razzo di un momento si sono trasforma­te in una strada senza fine. L’auto è di­ventata una casa parcheggiata tutte le notti tra il supermarket di via Dei Missa­glia e la caserma Gratosoglio dei carabi­nieri. «Perché a Milano c’è da aver pau­ra, poi c’è Valentina che è una bella ra­gazza di 20 anni e se ne sentono di tutti i colori, a Milano». Da questo parcheg­gio con l’erba verde che sbuca tra le mat­tonelle, poi, si vede la sua casa. Quella che ha lasciato in fretta e furia il 19 di marzo quando è arrivato l’ufficiale giu­diziario con l’ordine di sfratto. Da quel giorno lì, da quella mattina fresca con il primo sole, Loredana e Valentina hanno dovuto vivere senza niente. Chiuse nel loro loculo giallo che, raccontano, «quando piove non c’è modo di dormi­re, che quando fa freddo bisogna sve­gliarsi e mettere in moto per non conge­lare ». Valentina fa l’estetista. Lo stipen­dio è poco, «ma è l’unica cosa che con­sente a tutte e due di sopravvivere sen­za sembrare due barbone». E non fosse per i sette chili persi in 40 giorni e le oc­chiaie da nascondere con il correttore, la loro vorrebbe essere la vita di prima: ci sono i bar, i centri commerciali, c’è sempre la casa di qualche amico per una doccia. «Al lavoro l’hanno capito— racconta la madre —. Ma non glielo fan­no pesare».

Quanto al suo lavoro, quel­lo come addetta alle pulizie in una casa di cura di Milano, è terminato il 17 gen­naio. La cooperativa non ha rinnovato il contratto e la signora Loredana è diven­tata di troppo. Quanto alla casa, l’appar­tamento di proprietà dell’Inail in via Ni­cola Romeo è stato venduto per 148 mi­la euro. La signora Minopoli era morosa da quando il marito era sparito, l’altro figlio trasferito a Savona e l’affitto quasi raddoppiato. «Era diventata troppo grande, troppo costosa — raccontano —. Abbiamo chiesto una sistemazione più piccola, non c’è stato niente da fa­re ». Così dopo le carte bollate è arrivato lo sfratto. «Non ci hanno dato neppure il tempo di provarci, di cercare davvero una nuova casa — prosegue Loredana —. Adesso come faremo, ho chiesto, ma niente, niente». In Comune le hanno fatto fare doman­da per una casa popolare. Le hanno con­sigliato di non farsi illusioni perché per entrate nella graduatoria del prossimo settembre ci vorrebbe qualche invalidi­tà, qualche figlio minore, magari anche un anziano a carico, un passaporto stra­niero o un problema di abusi, perché aspettano già 20 mila famiglie e per lo­ro, per la «bravagente», il punteggio è risicato. Le hanno detto di provare nei dormitori dei barboni. Pieni anche quel­li. Poi Loredana ha scritto al sindaco Mo­ratti, e un suo assistente l’ha invitata a ripetere la trafila con i servizi sociali. «Ci hanno abbandonate, come si fa ad andare avanti così». Per ora c’è la strada e i sedili della Smart di Valentina che neppure hanno i ribaltabili, ma almeno le hanno fatte arrivare fin qui. Un mese intero, aspettando che il «buon Dio» si­stemi le cose, che alla fine questa Mila­no distratta torni a ricordarsi di loro.

Fonte: Corriere della Sera