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Guerriere contemporanee

Thursday, May 2nd, 2013

“L’unica battaglia che ho perso è stata quella che ho avuto paura di combattere”. Così scriveva nel 1963 Ernesto Che Guevara. Quarant’anni dopo una ex insegnate siriana arruolatasi tra le fila dei combattenti che lottano per la caduta del regime di Bashar-al-Assad, sceglie come nome di battaglia proprio Guevara e diventa la cecchina più temuta di Aleppo. A muoverla, la rabbia della vendetta nei confronti di quell’esercito che ha ucciso i suoi due figli. Dalla Siria alla Francia il passo è breve se di battaglia, questa volta non violenta però, si parla. Le attiviste del movimento Femen, inneggiando a “L’ora di un nuovo femminismo e della rivoluzione è scoccata!”, lo scorso Settembre a Parigi hanno manifestato a seno nudo per “formare un esercito per difendere le donne di tutto il mondo”. Una dichiarazione che ha trasformato il “tremate tremate le streghe son tornate” in una filastrocca da educante. Ci si chiede quindi se le donne-guerriere contemporanee assomiglino sempre di più ad Antiope (regina delle Amazzoni) e al Soldato Jane, oppure conducano le loro battaglie con lo spirito indomito di Rita Levi Montalcini e delle migliaia di donne impegnate nel flash mob contro il femminicidio dello scorso Febbraio.

Che si tratti di politica o amore per l’ambiente, di promozione di una nuova cultura alimentare o di attività sociali poco importa: quando il convincimento è forte, l’abnegazione femminile è totale. Ne sono conferma le storie di Gabriella Ghidoni, fondatrice della Onlus Arte-fatto, Catherine Vitinger, che insegna il Krav Maga per proteggersi dalle aggressioni fuori e dentro casa, Barbara Gerber alla guida dell’Healthcare BusinessWomen Association, Rosangela Pesenti, “atea, comunista, femminista e filosofa” combattente trasgenerazionale e Laura Fiandra, che della sua conversione al veganesimo ha fatto un baluardo.

Guerriere contemporanee Gabriella Ghidoni Gabriella Ghidoni, 40 anni, fondatrice della Onlus Arte-fatto
Gabriella è una facilitatrice di processi e si occupa di sviluppare mercati per artigiani e produttori di paesi emergenti e in via di sviluppo. Un’attività che, oltre ad avere “effetti di moltiplicazione esponenziali”, come spiega lei, ha il merito di aprire nuove prospettive, umane e ideologiche, in chi la svolge. “Da 12 anni lavoro con la Cooperazione Internazionale e sono stata sul campo per circa 10 anni tra Sierra Leone, Afghanistan, Zambia, Pakistan, Bangladesh, Indonesia e India. Mi definirei un’imprenditrice sociale, perché le attività che intraprendo nascono dal bisogno di favorire opportunità per chi non ne ha o ne ha poche”. “Un’urgenza” che ha portato Gabriella a fondare Arte-fatto onlus, associazione senza scopo di lucro per “dare strumenti agli artigiani e permettere loro di emergere e avere accesso ai mercati”, oggi partner di due progetti co-finanziati dal Comune di Milano con Africa 70, Sunugal e Acmid che coinvolge a circa 500 artigiane tra Senegal e Marocco. “Da tempo ho messo in discussione i modelli occidentali di “battaglia”, ritenendo sia sempre meglio cercare il confronto, dove possibile. Sento forti i temi della giustizia sociale, del rispetto, della condivisione e del dialogo, molle determinanti per farmi impegnare in un progetto. Ho vinto e perso molte lotte, ma da ciascuna ho tratto una lezione importante per evolvermi. La più importante? In rete si vince meglio, soprattutto in situazioni complicate. Lavorando con progetti di cooperazione e sviluppo in paesi emergenti, si incontrano spesso difficoltà legate a logistiche e tempistiche complesse come, ad esempio, trovare materie prime per produrre, avere strade per esportare le collezioni moda e artigianato, imparare lingue nuove per entrare in relazione con modi diversi di agire e, non ultimo, reperire fondi per poter realizzare interventi di supporto”. Piccole e grandi guerre che per Gabriella val sempre la pena di combattere. “Ci sarà tempo per pentirmi di quello che ho fatto. Oggi a muovermi è solo una consapevolezza: se non fai non puoi sbagliare”.

Guerriere contemporanee Laura Fiandra  Laura Fiandra, anni 63, chef vegana crudista
“Sono una guerriera vegana crudista che lotta per trasmettere un messaggio di amore e rispetto verso ogni creatura della terra. Il mio impegno va oltre la cucina: documentarmi su campagne animaliste e petizioni destinate a promuovere la cultura del rispetto dell’ambiente fa parte della quotidianità”. Un cambiamento maturato nel tempo a suon di pianti d’infanzia al cospetto di un piatto di pollo e di adulte cene di “carne camuffata”. L’illuminazione dirompente, “sono vegana!”, è frutto di un percorso di progressive consapevolezze condite da malesseri fisici. “Stavo spesso male: pressione bassa, debolezza, mille intolleranze scandivano la mia vita. La molla ad adottare un’alimentazione che escludesse tutto quanto provenisse dal mondo animale è però scattata dall’urgenza di rendere giustizia agli animali, prendendo le distanze da ogni forma di sfruttamento. L’inizio del percorso è stato meraviglioso per la consapevolezza raggiunta e complesso nella gestione dei rapporti umani. Mi sono sentita sola, isolata, esclusa, criticata: un contraccolpo difficile da reggere perché non ero preparata e solida come oggi” La coalizione del mondo nel far sentire Laura “diversa “ non intacca però il suo convincimento. “Le persone sono terrorizzate dal cambiamento perché abituate a rimanere in una zona di comfort emotivo e psicologico costruita negli anni. Imparare a scegliere, accettando di essere fuori dal coro è invece impegnativo: io sono consapevole di “ballare da sola” ma, forte dei risultati che ho ottenuto su me stessa negli anni, lotto per aprire gli occhi anche agli altri”. La tenacia alla lunga paga e Laura è riuscita a sensibilizzare le figlie, il fratello e un osso duro come il marito che, “da carnivoro convinto, da oltre un anno è vegetariano e… ora attendo diventi vegano”. Mai pentita della scelta fatta, Laura veleggia verso una nuova frontiera. “Ho abbracciato l’alimentazione crudista e con un’amica con cui condivido la stessa scelta di vita, organizziamo eventi e corsi di cucina”.

Guerriere contemporanee Catherine Vitinger Catherine Vitinger, 42 anni, insegnante di Krav Maga (Haim Center, Milano)
In altre epoche Catherine sarebbe stata una gladiatrice perché del corpo a corpo ha fatto la sua vita. Un’infanzia “complicata” divisa tra Israele e Francia e non esente da aggressioni l’ha guidata verso il Krav Maga, che oggi pratica ed insegna. Niente a che vedere con Judo, Kendo o Qwan Ki Do, il sistema ufficiale di self defense and fighting adottato dalle forze dell’ordine israeliane è qualcosa di più. Un mix di psicologia e forza, di strategia e combattimento in cui equilibrio emotivo e stabilità fisica giocano un ruolo centrale. “Tattica e combinazioni di attacco sono solo alcuni degli aspetti che definiscono il Krav Maga, che insegna a gestire anche la psicologia del combattimento, costruendo una disciplina mentale forte per reagire in un confronto violento sotto stress”. Non stupisce che venga insegnato anche ai civili, perché si possano proteggere per la strada, come tra le pareti di casa. Da guerriera moderna Catherine alle parole preferisce l’azione. “La mia forza nasce dalla mente, oltre che dal fisico. Attraverso questa disciplina insegno a risolvere aggressioni e conflitti non verbali e quotidianamente vengo a contatto con dolore e sofferenza. Imparare a gestirli, ridimensionandoli, è stata una scuola anche per me. La mia storia personale mi ha reso granitica, ma solo il Krav Maga mi ha permesso di sentirmi sicura. Vedere come le persone acquistino consapevolezza nei propri mezzi, capire che grazie al mio contributo imparino ad addomesticare il pericolo mi regala una visione ottimistica del futuro. La mia più grande vittoria è aver permesso ad un allievo di fermare gli attacchi del padre con un semplice “Basta!”, costatogli però 40 anni di terrorismo famigliare. L’energia vitale che si sviluppa in ogni lezione è tale da contagiarmi, con ricadute positive anche per chi mi vive accanto e respira la mia tensione o la mia gioia. In questo mi sento una guerriera: centellino la mia forza mentale e fisica, soffoco le emozioni che nascono di fronte a chi soffre, per motivare chi non crede nelle sue forze, restituendogli voglia di lottare per affermarsi”.

Guerriere contemporanee Rosangela Pesenti Rosangela Pesenti, 60 anni, insegnante alla scuola superiore e scrittrice
“Esistere per dare dignità ai miei sentimenti, credibilità alle parole, senso alle azioni: la mia lotta quotidiana per anni si è codificata nel tentativo di restituire vita alla storia e alla letteratura perché i mie studenti le potessero trovare utili per la loro vita. Un bisogno “fisico” che si è espresso anche in altri contesti. Atea, comunista, femminista e filosofa, invece che cattolica, moderata, buona moglie e ragioniera, sono guerriera nell’anima e sempre pronta ad affermare in quel che credo. Non avevo trent’anni ed ero felicemente incinta di due gemelli, quando misi un mattone significativo per il mio edificio-persona combattendo per conservare la legge 194, che ha inscritto il diritto di ogni donna all’autodeterminazione nelle scelte procreative. L’aver reso pubblico un fatto di cui molte di noi si vergognavano ha determinato una maggiore consapevolezza, insieme alla conoscenza degli anticoncezionali, prima tabu”. Rosangela scende in campo per una, nessuna, centomila lotte, facendo i conti con le difficoltà più comuni. “Sulla mia strada di affermazione ho trovato tutte le difficoltà possibili, anche dovute al fatto di abitare in un paese piccolo del profondo nord. Se sei diversa, sei sempre esposta, sotto esame e, insieme a te, i tuoi figli. Questo ti isola, non c’è contesto che tu possa frequentare liberamente e, se ti accade qualcosa, non c’è vicinanza, perché sei continuamente verificata. La mia stessa famiglia d’origine ha continuato a vivere le mie scelte con molta diffidenza e svalutazione. Oggi però intorno a me c’è un nucleo allargato costruito su lotte comuni e pratiche di vita solidale, di cui marito e figli sono parte. Mi sento una combattente, una resistente e non una guerriera perché, come dice Yoda in Guerre stellari, “guerra non fa nessuno grande”. Una femminista non dichiara guerre, ma lottando per i propri diritti lotta per quelli di tutti”.

Guerriere contemporanee Barbara Gerber Barbara Gerber, Senior Director Client Services Europe InterbrandHealth che promuove l’avanzamento professionale femminile nel settore healthcare
La guerriera moderna è una donna che afferma il suo valore senza dimenticare la sua indole, usando armi come preparazione, competenza e professionalità e mettendo in un angolo timori o tentennamenti. Perché “è dalla consapevolezza di sé” e dal “desiderio di costruire un futuro di merito” che nascono i migliori progetti. L’associazione no profit Healthcare BusinessWomen Association che promuove l’avanzamento professionale femminile nel settore del healthcare lavora in questa direzione. All’istituzione della sua compagine Europea, nel 2006, ha contribuito anche Barbara. “L’Healthcare è un mondo dove la presenza femminile è vasta, in continua crescita dai primi livelli di carriera fino ai medi, ma con una drastica riduzione verso i piani più alti. Per cercare di invertire rotta, sono scesa in battaglia, organizzando eventi e seminari indirizzati allo sviluppo professionale con networking in Svizzera, Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna perché non ci siano più barriere alla crescita della donna. Combattere per questa causa mi ha regalato consapevolezza nelle mie capacità e limiti, insegnandomi a lottare per ciò in cui credo, senza indietreggiare quando le situazioni diventano complesse. Ho appreso che ci si può esporre per una buona causa, un progetto importante, un ideale o un avanzamento di carriera usando senso di responsabilità, passione, correttezza e limpidezza di sguardo e di parole. Ho imparato a mie spese che bisogna “fare e parlare” del nostro valore perché venga riconosciuto e non vergognarci di comunicare la “maternità” dei nostri progetti e azioni. La guerriera che sono diventata è aperta al dialogo e al confronto, preparata a illustrare e a difendere il suo operato con competenza e razionalità, ma sempre pronta ad accettare suggerimenti e critiche senza sentirsi intimidita”.

Fonte: La Repubblica

È reato fare pesare alla moglie che è una mantenuta.

Friday, October 19th, 2012

È reato fare pesare alla moglie che è una mantenuta.
Lo sottolinea la Cassazione che spiega come apostrofare continuamente la consorte, insistendo sul fatto che non contribuisce al menage familiare equivale a maltrattarla. In questo modo, la Terza sezione penale, con la sentenza numero 40845, ha convalidato la condanna a due anni di reclusione, pena sospesa con la condizionale, nei confronti di un ex marito, colpevole di avere fatto pesare alla moglie, ancora impegnata negli studi universitari, di essere a suo completo carico. La Suprema Corte ha così confermato la responsabilità dell’ex marito che era stato condannato per maltrattamenti e violenza ed era ricorso chiedendo l’assoluzione.

 

 

La insultava. E la maltrattava facendole «pesare il fatto di non contribuire al menage familiare e di essere a suo completo carico». Lei non aveva ancora terminato gli studi universitari. Lui la accusava di fare la mantenuta. E neppure la nascita di una figlia aveva migliorato la relazione. Le offese erano cominciate sin dai primi giorni di matrimonio. Ed erano continuate dopo la separazione.

Anche sulla «causale del contributo per il mantenimento della figlia minore» inviato con un vaglia on-line, capeggiava la parola chiave «baldr», diminutivo dell’ingiuria «baldracca» che l’ormai ex marito era solito rivolgere alla ex moglie.

Lei lo aveva denunciato. Ed M.I, 48 anni, era stato condannato per maltrattamenti dal Tribunale di Lecce nel luglio 2011.

Ora la Cassazione conferma la condanna, in quanto

«è stato evidenziato come l’uomo, fin dall’inizio della vita coniugale, era solito offendere la moglie rivolgendosi a lei con epiteti infamanti e umilianti, facendole pesare di essere a suo carico non percependo un proprio reddito, si’ da instaurare un regime di vita logorante, volto al continuo discredito della moglie annientandone la personalità»

Che cosa abbia trasformato una promessa d’amore in un inferno non lo sappiamo perché di questa storia conosciamo solo il testo battuto dalle agenzie. Ma le poche note ci raccontano una storia di maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale.

 

Al centro del processo, c’è anche un tentativo di rapporto sessuale. Preteso ma non condiviso dalla ex moglie.

Era accaduto nel 2004, dopo la separazione, l’ormai ex marito l’aveva costretta a seguirlo in camera da letto e l’aveva immobilizzata. Lei era riuscita a sottrarsi al rapporto sessuale fuggendo e chiudendosi in bagno.

L’ex marito si è difeso in Cassazione contestando la condanna per il tentato stupro sostenendo di essere animato dal desiderio di riappacificarsi e quella ricerca di incontro sessuale rappresentava un «tentativo di recuperare il rapporto matrimoniale».

La Suprema Corte ha ricordato che

«il reato di violenza sessuale è configurabile ogni qual volta vi sia un costringimento fisico-psichico idoneo a incidere sulla libertà di autodeterminazione del partner».

Nella sentenza la Cassazione ricorda inoltre «ciò che rileva ai fini della configurabilità del reato in esame è la sussistenza di un’offesa al bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice, cioè la libertà di autodeterminazione in ambito sessuale», e

non può «ritenersi rilevante, ai fini dell’esclusione dell’antigiuridicità della condotta, il particolare contesto in cui è stata posta in essere, caratterizzata dall’esistenza di un rapporto coniugale fra la vittima e l’imputato, da poco tempo naufragato, e le motivazioni del tentativo di recuperare il rapporto matrimoniale, prese in considerazione dai giudici di appello per riconoscere l’attenuante».

In pratica, la Cassazione dice che essere marito e moglie non giustifica la pretesa di un rapporto sessuale anche se ne dà al fatto una minore gravità.

È davvero meno grave pretendere un rapporto sessuale dalla propria moglie (o ex moglie) solo perché un tempo c’è stato amore e un contratto di matrimonio?

 

Credete davvero che attraverso il sesso si possano superare le crisi di un matrimonio?

Fonte: Corriere.it

quando la mamma incrocia le braccia…

Saturday, October 13th, 2012

Lavo solo quello che uso IO, e lo metto a posto. Alle 18 i piatti della colazione e della cena sono ancora sul tavolo, ormai incrostati […] scarpe e zainetti sono in mezzo al corridoio. Calzini sporchi, bottiglie di bibita vuote e fazzolettini sono disseminati dietro al mio divano. Non farò bucati se la roba non sarà divisa e messa vicino alla lavanderia […] I loro pasti per la scuola li metterò in sacchetti di plastica se non svuoteranno e puliranno da sole le borse del pranzo

Una mamma che entra in sciopero per far capire ai figli il valore dell’ordine e del tempo. Lo ha fatto, con successo, una donna canadese, che ha anche raccontato in un blog  il delirio crescente nella sua casa di solito immacolata. Lo ha fatto Jessica Stilwell, che si descrive così: Sono una lavoratrice a tempo pieno e mamma di tre bellissime figlie: due gemelle di quasi 13 anni e una ragazzina di 10. Sono una moglie, madre, figlia, sorella, amica e lavoratrice sociale in ordine sparso, e a volte tutto assieme. E dimentica di citare due cani, di cui uno alano, che avranno una parte fondamentale nella storia.

Una domenica, dopo un fine settimana passato in giro per commissioni e ad accompagnare le figlie alle rispettive attività sportive, è stata folgorata sulla via di Damasco alle 23 in punto, sedendosi sul divano per la prima volta in una giornata: si è semplicemente accorta che del disordine che regnava in casa: nulla le apparteneva. Ha messo al corrente il marito del suo programma e il primo ottobre ha fatto scattare lo sciopero a oltranza.
Insomma, Jessica elimina dalla sua giornata le ore che vanno dalla 24esima alla 27esima, si riappropria del divano e di un bel bicchiere di vino rosso. O del suo tempo per andare a farsi una manicure. La prima sera sembra ottenere una qualche soddisfazione da una delle ragazze più grandi, che dà una mano in cucina. Ma è tutto vano: il disordine regna sovrano, e soprattutto aumenta.

«Sembra proprio solo la tua colazione, tesoro»

è la replica soave a una figlia che si lamenta di trovare la tazza dei cereali della colazione ancora sul tavolo all’ora di cena. Intanto, la lavapiatti è strapiena ma aperta, e uno dei cani ne approfitta per pulire i piatti. Al terzo giorno una bottiglia di soia diventa un inquilino stabile del bancone di cucina. Prima dell’esperimento avrà altre bottiglie come coabitanti. Le figlie si limitano a notare lo stato disgustoso della cucina, ma ancora non muovono un dito. Solo al sesto giorno le cose cambiano, ma non prima che la madre abbia spedito le ragazze a scuola con un sacchetto per il pranzo di quelli per raccogliere le deiezioni dei cani (formato alano, appunto). Le figlie iniziano prima a litigare tra loro, e poi ad accusare la madre di non aver pulito. Ottenuta la spiegazione, ecco le reazioni:

Olivia mi ha detto «Questa è la cosa più stupida che abbia mai sentito! I bambini hanno genitori per un motivo: perché puliscano le loro cose».

Si è arrabbiata perché per tutta la settimana le avevo detto che avevo da fare.

Ma ero davvero occupata, mia dolce Olivia: occupata a farmi le unghie, a bere del buon vino rosso, e a scrivere un blog sui troll con cui vivo […] Peyton ha detto che «sapeva che c’era in ballo qualcosa», e che di tutte le cose in giro solo cinque erano sue. Le ho dimostrato che non era vero. Poi tutte e tre si sono scusate e mi hanno ringraziata per tutto quello che faccio per loro

Una vittoria di madre e di donna, quindi (pagata cara, perché per riordinare quel caos naturalmente ci sono voluti più giorni, e il servizio di piatti lo ha dovuto cambiare). Jessica Stilwell ha fatto anche leggere alle figlie il blog, e le ragazze lo hanno trovato divertente. Qualche lavoro in casa iniziano a farlo, permettendo alla madre di avere un po’ più di tempo libero.

Ma era proprio necessario arrivare allo sciopero per riaffermare i propri diritti?

Sabrina e quella strage di donne che non si ferma

Friday, June 1st, 2012

Non hanno fine gli omicidi delle donne. L’ultimo è quello di Sabrina Blotti, 45 anni, ammazzata a Cesena da un uomo con cui aveva avuto una breve relazione. Un caso di cronaca nera, certo. Ma anche una storia dolorosamente simile a quelle che abbiamo raccontato nelle prime tre parti dell’inchiesta pubblicata sul Corriere. E di cui si continua a discutere su Twitter con l’hashtag #nonsuccedeame 

AGGIORNAMENTO Ci eravamo date l’obiettivo di tenere aggiornato l’elenco delle donne uccise. A testimonianza e documentazione di come il femminicidio sia una piaga che sia abbatte sulle donne e sulla società. Straziante è l’aggiornamento e sempre imperfetto. Nel frattempo (in poche ore da quando avevamo preparato questo post)

SONO STATE UCCISE ALTRE DUE DONNE:

Ludmilla a Ferrara

Bianca a Tivoli

 

 

 

 

Fonte: http://27esimaora.corriere.it/

Perché l’ho fatto La parola agli uomini

Friday, May 25th, 2012

«Mi insultava, l’ho stretta al muro».  «L’ho picchiata, come mio padre». «L’abbandono, poi le telefonate». Forza e fragilità. Perdita di controllo.  E incapacità di gestire la rabbia. Che cosa fa scattare le dinamiche e poi il primo gesto, che cosa scatena la violenza di un partner verso la sua compagna. Ce lo raccontano gli uomini. In questa seconda puntata dell’inchiesta di La 27ora sulla violenza contro le donne sono le loro storie a parlare.

L’inchiesta è un lavoro condiviso. Le autrici dell’inchiesta: Laura Ballio, Alessandra Coppola, Corinna De Cesare, Carlotta De Leo, Giusi Fasano, Angela Frenda, Sara Gandolfi, Daniela Monti, Giovanna Pezzuoli, Paola Pica, Rita Querzé, Marta Serafini, Elena Tebano, Stefania Ulivi. E continua su Twittercon l’hastag #nonsuccedeame

 

 Non sono tutti uguali. Gli uomini che usano violenza sulle donne popolano una zona d’ombra della nostra società che dobbiamo cominciare a (ri)conoscere. Ci sono ancora i padri-padroni, che s’aggrappano con la forza dei loro muscoli alla tracotanza di un potere millenario e anacronistico. C’è una minoranza di uomini con disturbi psichiatrici, che andrebbero diagnosticati e curati. Ci sono gli irriducibili che picchiano, schiavizzano, in alcuni casi uccidono e non si chiedono nemmeno il perché. Sono solo la punta dell’iceberg, quella che più facilmente finisce sulle pagine dei giornali o in un commissariato di polizia. Sotto, si cela una moltitudine di uomini che insultano, tirano sberle, maltrattano con piccole angherie quotidiane o periodici raptus le proprie mogli, compagne, amanti, a volte anche le figlie. Chiedendosi magari il perché ma senza riuscire, da soli, a fermarsi. E il finale tragico è sempre in agguato.

Accanto alle storie-confessioni raccolte in questa pagina, abbiamo chiesto a quattro esperti di aiutarci a comprendere cosa avviene nella mente di questi uomini e, se possibile, come aiutarli (in altri post pubblicheremo le interviste integrali).

«Dietro questa violenza c’è spesso una fragilità che non si riesce a riconoscere. Serve un nuovo linguaggio per spiegarla, ormai siamo al patriarcato di terza generazione, molto più subdolo e sottile. Nella stragrande maggioranza dei casi, c’è un’incapacità di stare nella relazione, di gestire conflitti, solitudini, paure d’abbandono», spiega Roberto Poggi, counsellor e animatore de Il Cerchio degli Uomini, associazione di volontari di Torino che da anni ha uno sportello d’ascolto per il disagio maschile. «Se un terzo delle donne italiane dichiara di aver subito violenza, significa forse che il 25-30% degli uomini sono delinquenti e che queste donne sono vittime incapaci di togliersi da una relazione di violenza? E’ impossibile. Esiste un sommerso enorme in Italia, che richiede un cambiamento profondo nelle relazioni, nella capacità di saper gestire i conflitti».

Nella stragrande maggioranza dei casi è la donna a uscire con le ossa (o la mente) rotte da conflitti di coppia che degenerano nella violenza, nel chiuso delle quattro mura domestiche. «L’assunto di molti uomini è: io non sono violento, la colpa è sua, è lei che mi esaspera: E dunque la mia violenza è soltanto punizione, vendetta». Stefano Ciccone, 48 anni, fondatore dell’associazione nazionale Maschile Plurale, riflette su relazioni e stereotipi di genere e in particolare sul “rancore degli uomini” (nel libro Silenzi, Non detti, reticenze e assenze di (tra) donne e uomini, edizioni Ediesse). «Un rancore che fa leva su un disagio diffuso, reale e lo interpreta in un modo distorto», aggiunge Ciccone. Il rancore nasce dalle dolorose vicende di separazione, dalla rappresentazione paranoica di un femminismo persecutorio, dal risentimento per lo stesso potere seduttivo delle donne che svela tutta la fragilità maschile».

Un disagio che in Italia spesso non trova risposte adeguate. Lo ammette Marina Valcarenghi, psicoterapeuta di formazione junghiana e presidente di Viola, associazione per lo studio e la psicoterapia della violenza. «Sul piano psicoterapeutico attualmente non c’è niente, salvo qualche iniziativa sperimentale (fra cui la mia, durata nove anni nel carcere di Opera, a Milano), sia per mancanza di soldi, sia per disinteresse delle istituzioni, sia anche per la latitanza della mia categoria professionale che troppo spesso non riesce a distinguere fra la ripugnanza morale e il compito terapeutico». Anche lei conferma che, nella maggior parte dei casi, non si tratta di uomini malati: «Non si tratta di riabilitare né di guarire; l’obbiettivo è indagare le cause che hanno lasciato emergere l’istinto violento e disattivato i freni inibitori».

La necessità di non lasciare soli questi uomini è ribadita con forza dal dottor Massimo Lattanzi, coordinatore nazionale del Centro Presunti Autori, che invoca una svolta nelle politiche per contrastare violenza e stalking: «Nel triennio 2009/2011 hanno lasciato sul campo circa 400 vittime tra bambini e donne assassinate e uomini suicidi. Nel 95% dei casi il contesto è quello delle relazioni interpersonali, l’episodio che le scatena la separazione, l’abbandono o il rifiuto. Dopo il cosiddetto “colpo di abbandono improvviso” i presunti autori non possono fare a meno di ricontattare e avvicinare la propria vittima, una forma di craving simile a quella vissuta dai dipendenti da sostanze o gioco d’azzardo. Senza un percorso continueranno ad agire anche dopo le misure cautelari», spiega. Per spezzare questa catena è necessario educare gli uomini a una nuova socializzazione, accompagnarli verso modalità più rispettose di relazione. «Nel 70% dei casi il nostro protocollo ha evitato recidive meglio delle misure cautelari. Il muro invalicabile della denuncia o di una misura cautelare è vissuto come ulteriore rifiuto e può produrre gesti molto gravi. Gli strumenti devono essere quelli di una giustizia di tipo riparativa, non solo punitiva, altrimenti il ciclo della violenza non si chiuderà».

Posizione che non trova molti consensi tra gli altri esperti. Come sintetizza Poggi, «la denuncia è uno strumento che serve, perché contiene e ferma la violenza». Una misura d’emergenza come, su tutt’altro piano, le tecniche che insegnano a contenere gli accessi di rabbia. «Poi, per ottenere un cambiamento, bisogna lavorare a lungo, con altri strumenti». Reimparare l’abc delle relazioni non è cosa di un giorno.

 

«Mi insultava, l’ho stretta al muro
Cos’è questa cosa, sono davvero io?»
A. 45 anni, celibe, senza figli, dipendente pubblico.

«Sono alto 1,86, peso 80 chili e ho messo le mani addosso alla mia ragazza, che è alta 1,60 scarsi».

E’ iniziato così, con una mail al Telefono rosa, il percorso di A. per uscire dall’inferno. Da fine ottobre partecipa agli “incontri di condivisione” organizzati dall’associazione Il cerchio degli uomini e tenta di spiegare, prima di tutto a se stesso, cosa è accaduto. Parlare con il Corriere, dice, è quasi come un “confessionale: una presa di coscienza”. All’inizio, minimizza e cerca una giustificazione che non c’è:

«Urla, strepiti, calci e pugni alle porte, fortunatamente nessun danno fisico… Cioè, sì, mi sono scappati degli schiaffi…».

Due anni di convivenza, un anno di “inferno”:

«I primi episodi di violenza sono accaduti l’estate scorsa, per una crescente tensione tra noi due dovuta alla sua gelosia: “Dove sei stato, cosa hai fatto, non è vero”…A un certo punto sembrava che le tensioni fossero superate, lei ha cominciato una terapia psicologica. Però le crisi hanno cambiato obbiettivo. Invece della gelosia, era la mancanza di attenzione o il mio presunto scazzo… Non credo di essere una vittima innocente, però mi trovavo con le spalle al muro. Ho vissuto ansie di controllo, pensavo “speriamo che non si infastidisca per qualche futile motivo”…».

A. ci tiene a raccontare subito il quadro di un rapporto di coppia uscito ormai dai binari e il suo passato irreprensibile – «sono cresciuto in una classica famiglia monoreddito degli anni Settanta, madre casalinga, tante cugino, non ho problemi con il sesso femminile» – quasi a negare “queste brutte esperienze”.

Poi, lentamente, racconta la dinamica della violenza.

«Quando abbiamo chiuso, poche settimane fa, non riuscivo a farla smettere di venirmi contro. Lei al solito si metteva quasi distesa sul divano, gambe e braccia incrociate, riempiendomi di invettive, che non erano solo insulti… tu sei un bastardo, un uomo di merda, la tua parola vale nulla… io cercavo di risponderle… Può essere un crescendo quasi rossiniano, nei mesi, dalla preghiera al “basta” urlando con la schiuma alla bocca. E poi non bastava più neanche quello, e prenderla per le spalle e cominciare a scuoterla. Una volta mi è partito un ceffone, l’ultima l’ho presa, l’ho stretta al muro, scuotendola, solo che io sono grande e grosso, lei è piccolina e delicata. Il giorno dopo aveva le ecchimosi sulle braccia e rincarava la dose. Una volta mi è scappato uno schiaffo, un’altra l’ho presa per i capelli in bagno di fronte allo specchio e l’ho proprio terrorizzata. Sono cose che mi fanno stare malissimo. Avevo una rabbia per la sua irragionevolezza, per il fatto che non riuscissi in alcun modo a trovare un contatto. In una relazione se non c’è un minimo di complicità, come si fa? L’ultima volta l’ho praticamente sollevata di peso dalla collottola e dai pantaloni e l’ho buttata fuori di casa. La sera prima mi aveva fatto una scenata, le avevo detto che era finita, che non ne volevo più sapere, che non ero più padrone delle mie reazioni. E il giorno dopo si è ripresentata chiedendomi scusa, dicendomi questa è l’ultima volta… lì non ce l’ho fatta proprio più. Avevo le lacrime agli occhi, pianto isterico, l’ho mandata via in malo modo. Sono cose brutteda vivere».

Si è mai chiesto perché nonostante la violenza la sua compagna tornava?
«Lei mi ha detto, a caldo, per non interrompere la relazione».

E la sua compagna non le ha mai messo le mani addosso?

«Sì, la signorina alla fine uno schiaffone o un tentativo di colpirmi i genitali un paio di volte lo ha fatto. Ma non ne tengo conto. Perché da un punto di vista fisico purtroppo ho una grossa responsabilità. Non avevo più la capacità dialettica di farle fronte e quando mancano le parole non sai più cosa fare».

A. non è stato denunciato, la sua relazione è finita. Ora è il tempo di fare a se stesso molte domande:

«Dovrò imparare a convivere con una parte di me che non conoscevo, a conoscerla, a capire che cavolo è, se è davvero mia, se si ripeterà».

Gli indirizzi dove chiedere aiuto

 

Cinque passi per affrontare se stessi

 

«Ero disperato, l’ho picchiata
Come mio padre»

F. 48 anni, impiegato, una figlia da precedente matrimonio.

«Prima ancora di essermi pentito per quello che ho fatto, mi sono reso consapevole di ciò che ho fatto. Il pentimento è un’emozione subdola, perchè può nascondere la paura. Ed è la paura a far scattare la violenza».

Anche F. ha bisogno di parlare a lungo, prima di riuscire a raccontare quello che ha fatto alla sua ex compagna.

«Mi sono lasciato andare ad un primo episodio dove non c’è stato contatto fisico ma l’ho minacciata (con un coltello, secondo la denuncia). Poi c’è stato il secondo episodio: le ho messo, le ho stretto le mani al collo… perché ero davvero disperato. Avevo paura. Quella sera poi sono arrivati i carabinieri, mi ricordo che uno ha commentato: “ma sì, ma queste donne sono delle rompicoglione!”».

La compagna finisce al pronto soccorso ma non denuncia e non ci sono gli estremi per la denuncia d’ufficio. F. va subito da uno psichiatra e chiede aiuto anche per lei.

«Ma una donna che decide di non denunciare non viene aiutata, le hanno ribadito più volte che potevano darle ospitalità in una casa famiglia solo se mi avesse denunciato. E questa è una cosa vergognosa. Una donna può non denunciare per paura, per vergogna…».

Perché la sua compagna non l’ha fatto?

«Non lo so dire. Credo che abbia compreso il mio momento difficile. Poi ha visto che mi sono dato subito da fare per uscirne, con lo psicologo, la cura farmacologica, eccetera».

Così F. e la sua compagna, assieme al figlio piccolo di lei, tornano a vivere insieme. Ma la relazione di coppia continua a non funzionare. F. ha una figlia, «ero convinto di ricreare una famiglia». Non è così.

«Non riuscivo a trovare una soluzione, avevo sensi di colpa nei confronti di mia figlia che un po’ trascuravo. Un disagio cui si univano altri problemi, le difficoltà economiche… Da lì sono cominciate le mie paure. Non riuscivo a uscirne e non vedevo la via d’uscita. Io non sono uomo aggressivo seriale. Mi sono trovato in una situazione di malessere, che era già presente dentro di me, e lì è scattata l’unica strada per me percorribile, perché così mi è stato insegnato. Non è una scusa, è una consapevolezza: sono cresciuto in una famiglia dove mio padre picchiava mia madre, mio zio picchiava mia zia… In realtà non amavo davvero questa donna. Mi ero abituato alla sua presenza in casa. E lì è nato il disastro. Non ne potevo proprio più, non ce la facevo più, non reggevo più. E sono crollato emotivamente».

Non passa molto tempo dalla prima violenza, quando la compagna “mi offende” per futili motivi davanti ai figli. «Al momento non ho reagito, però quella sera mi sono messo a piangere e mi è salita questa rabbia. Mi sono sentito solo e ho fatto la cosa più assurda». Invia ripetuti sms al counsellor.

«Ho scritto qualcosa come “ma vaffanculo alle pari opportunità, basta, mi sono rotto, io a questa le tiro il collo, me ne frego se finisco in galera”, in realtà non avevo alcuna intenzione di farle del male, stavo già lavorando su di me. La violenza fisica per me era stata inverosimile. Molto meno della mia compagna, ma anche io ho sofferto».

Questa volta, però, parte la denuncia d’ufficio. «La cosa più assurda è che hanno chiamato la mia compagna e le hanno fatto leggere i messaggini… se davvero pensavano che io fossi un pericolo per lei dovevano venire a prendere me, chiedere a me spiegazioni, rinchiudermi, mettermi in carcere se lo ritenevano necessario. Non mettere lei in mezzo. Si è spaventata ancora di più».

E dopo la denuncia? «Non mi ha più chiamato nessuno». F. e M. hanno continuato a convivere, non sono più una coppia da qualche tempo ma lei è rimasta a vivere nella casa di lui «perché non è autonoma economicamente». Nel frattempo F. ha una nuova compagna, alla quale ha raccontato tutto.
Non avrà più episodi del genere?

«Io sono un uomo che non ha più paura. E’ su quello che gli uomini violenti devono lavorare, sulle proprie paure. Bisogna scavare dentro di sé. Perché non c’è nessuna giustificazione per un atto di violenza. Nessun fattore esterno lo giustifica. Ora io non ho più paura e in quell’inferno non ci voglio più tornare, ma come faccio ad essere sicuro che quella cosa non capiterà più?».

Se capitasse a sua figlia, cosa farebbe?
«E’ capitato a un’amica, le ho detto “il passo lo devi fare tu, devi essere tu a trovare la forza per venirne fuori”. Ed è quello che direi a mia figlia»

 

«L’abbandono, poi le telefonate
Mi ha salvato lei»
G. 40 anni, pregiudicato, denunciato per stalking dalla ex compagna.

«Sto iniziando un percorso perché mi rendo conto che ho un problema. Ringraziando Dio ho ancora una coscienza che mi permette di capire che quello che sto facendo e che ho fatto in passato è sbagliato. Fin dalla mia prima esperienza duratura, vent’anni fa, ho avuto dei problemi di relazione, che poi si sono ripetuti. Ora ho due bambine, però, e lo sto facendo per far vivere meglio anche loro. E’ un impegno che ho nei confronti della mia famiglia, della mia ex compagna, delle mie figlie e non ultimo anche di me stesso. Perché alla fine non credo di meritare una vita così… Sembrerà strano, ma è una vita di sofferenza perché non è un piacere vivere così».

G. ripercorre l’iter di tutte le sue relazioni.

«Seguivano quasi un copione: l’idillio iniziale, poi sorgevano dei problemi che non riuscivo a gestire, per carenze mie personali, caratteriali, alla fine diventa sempre difficile un rapporto con me. E quando io stesso metto in condizione la persona di lasciarmi scatta qualcosa… è l’istinto che a volte mi spinge a fare quella telefonata in più».

“Quella telefonata in più”, dopo la separazione dalla madre delle sue figlie, diventa una denuncia per stalking, che in italiano significa persecuzione.

«Io non mi sento lasciato, mi sento abbandonato, mi fanno male le viscere. Lì per lì è come se stessi scacciando un dolore. Un dolore fisico. Una cosa che non riesci più a sopportare. Come se avessi un’esplosione interna. Stiamo cercando le cause in qualcosa che ho subito durante l’infanzia, quello presumo che sia lo scopo del percorso di cura che sto seguendo all’Osservatorio nazionale Stalking».

La persecuzione post-separazione è stata preceduta da una convivenza difficile, spesso violenta.

«Purtroppo anche fisica. Ceffoni, cose del genere. A volte avevo come una trasposizione. Era come se la donna che avevo davanti cambiasse sesso, quando lei mi si metteva muso a muso ed esercitava magari violenza verbale, ma anche fisica, su di me, io non mi rendevo più conto che avevo una donna davanti. Era come se mi si paresse di fronte un altro uomo con fare aggressivo, e quindi non distinguevo più… Io ho avuto un passato molto difficile. Sono stato abituato a certi contesti di violenza. Non sono stato capace di scindere un certo tipo di vita fatta con i contesti familiari o relazionali».

Si è reso conto da solo di aver bisogno di aiuto?

«Io sono stato accompagnato in ospedale dalla mia ex compagna. Con tutto quello che ha subito, ha avuto la forza di portarmi in ospedale… Spero di uscire da questa situazione, ma rimpiangerò una persona che mi ha amato più di se stessa. Io avevo questi atteggiamenti quando lei ancora non aspettava le nostre figlie, pensi quante possibilità aveva per liberarsi di me e non lo ha mai fatto: mi ha denunciato giusto due mesi fa dopo anni di problemi».

Una denuncia che, sostiene G., «carica la persona denunciata di rabbia e l’altra persona di ansia. Ho imparato da poco a chiamarlo stalking perché prima non mi passava per l’anticamera del cervello di fare queste considerazioni su me stesso. Ora lo sono per la legge italiana quindi io è da quello mi devo difendere. Curare direi».

Se la sua ex compagna non l’avesse denunciata si sarebbe rivolto a un centro per farsi seguire? «Non credo». Purtroppo le cose trascendevano anche davanti alle figlie.

«Non sono scene che dei bambini debbano vedere. Sono due principesse, le mie. Purtroppo la piccola è stata presente in più di un’occasione e ora ci sta dando dei problemi, problemi caratteriali. Una bambina splendida ma ha delle lacune».

E lei si sente responsabile?

«Decisamente, io e la mia compagna. Non le ha solo prese, a volte le ha anche date. Anche se lo ammetto, l’ho messa nella condizione di farlo».

Gli indirizzi dove chiedere aiuto

 

 

Cinque passi per affrontare se stessi

 

 

(La prima puntata è stata pubblicata il 17 maggio, cliccate su Leggi anche nella colonna a destra)

Fonte : Corriere della Sera

NoMos – Not Mothers

Wednesday, May 9th, 2012

Senza figli, felici di non averne, appagate, libere di  leggere in pace, di concedersi vacanze alternative ed esotiche, di seguire la carriera senza doversi preoccupare dell’organizzazione domestica.

Si tratta di un gruppo di donne sempre più numeroso – in Gran Bretagna il 20% delle ultraquarantenni è privo di prole, negli Usa il 35% delle ultra 37enni – e sempre più influente, se è vero, come indica una ricerca, che le donne senza figli sono in media più istruite e più lanciate professionalmente delle mamme.

A puntare i riflettori sul tema sono state le dichiarazioni della professoressa Lucy Worsley, curatrice delle collezioni dei palazzi reali e presentatrice di programmi televisivi a sfondo storico, che nel corso di un’intervista ha sottolineato di

non avere figli, di non sentirne la mancanza e di apprezzare la libertà che il suo status di non-mamma le ha garantito.

I commenti in Gran Bretagna hanno innescato un dibattito vivace:

da una parte le mamme militanti, secondo le quali Worsley non sa cosa si perde,

dall’altra donne che come la prof non hanno figli e sono stufe di sentirsi chiedere quand’è che si decideranno ad avere un bambino.

‘’Non ho bisogno di un figlio per sentirmi appagata’’, ha scritto sul Sunday Times la giornalista Sally Howard. ‘

’Nel corso degli anni ho assistito alle battaglie delle mie amiche con figli, alla fatica che hanno fatto per lavorare, alla difficoltà di inserirsi in una società che non dà importanza al loro ruolo, all’incrinatura del rapporto con marito o partner’’. Eppure la Gran Bretagna è indietro in fatto di NoMos – Not Mothers, questo l’acronimo utilizzato per le donne che non hanno figli per scelta – . Negli Usa non mancano portabandiera: Oprah Winfrey e Condollezza Rice, l’attrice Jennifer Westfeldt.

E in Italia, dove sono le donne che difendono pubblicamente la loro scelta di non-maternità?

Fonte: corriere.it

La violenza sulle donne: un eccidio Perché non turba quanto dovrebbe?

Tuesday, May 8th, 2012

Non vorrei che per decidere se si tratti di femminicidio o meno, ci si perda in discussioni inutili, dividendoci come facciamo sempre, ciascuna arroccata nelle sue sicurezze.

Non ha importanza che nome diamo a questo eccidio. L’importante è trovarsi d’accordo che si tratta di un massacro. E che cerchiamo di capire perché la coscienza sociale non ne sia turbata quanto dovrebbe.

E perché si tenda a considerarlo un evento che riguarda solo il carnefice e la vittima, come se l’intero tessuto sociale non fosse ferito e colpito gravemente da questa carneficina.

Apriamo il giornale con trepidazione ogni mattina, sapendo purtroppo che a giorni alterni, saremo messi di fronte alla notizia di una giovane donna che avendo detto no a suo marito, al suo fidanzato, al suo amante, è stata trucidata. Ieri, oggi, domani. Troppe mani maschili si accaniscono contro le donne «amate», pronte a cacciare loro in corpo decine di coltellate o a strangolarle o a prenderle a forbiciate, per poi gettarle giù da un ponte, dentro un fosso, convinti che nessuno li scoprirà mai.

Alla faccia dell’amore!

Sono bravissimi questi «amanti» poi a recitare la commedia: mostrano ai fotografi una faccia coperta di lacrime, si mettono a disposizione della polizia per cercare la donna sparita, abbracciano mamma e papà per consolarli della grave perdita. Spesso vengono creduti.

Perché a recitare sono bravissimi. Dispongono di una doppia personalità. Si accaniscono sul povero corpo e poi lo piangono con un tale dolore che tutti proviamo pietà.

Come è possibile, ci chiediamo, che menta con tanta spudoratezza?

Ma ormai i casi sono talmente frequenti che la polizia va subito a vedere gli alibi dei mariti e dei fidanzati perché quasi sempre è lì che si nasconde il colpevole. Poi vengono fuori le intercettazioni (esecrate dai maneggioni di ogni specie, ma benedette dal cittadino perché si tratta di prove concrete e immediate contro processi che durano lustri), vengono fuori gli esami del sangue, le immagini di qualche video di sorveglianza e scopriamo che sì, è proprio lui l’assassino. Quello che abbiamo visto in un’altra immagine, sorridente accanto all’amata, che ritroviamo fra i parenti, a volte con un bambino in braccio «che gli somiglia come una goccia d’acqua».

Ormai sappiamo che, accanto ai tanti casi certi, perché finiti con la morte di lei, ci sono migliaia di casi che non vengono alla luce, di uomini che perseguitano ossessivamente le donne che dicono di amare, con minacce, inseguimenti, intimidazioni.

Nonostante la rabbia, faccio fatica a pensare che il mondo si sia popolato improvvisamente di assassini che anelano al sangue delle loro donne.

Le spiegazioni sono tante, ma certo hanno a che vedere con il modo in cui la cultura di massa tratta le donne. Con l’incapacità di insegnare ai bambini ad avere rispetto per l’altro. L’idea arcaica che Io ti amo e quindi ti posseggo è ancora moneta corrente e costituisce la base di molti, troppi rapporti sentimentali. L’amore-possesso, quando è posto in discussione dal pensiero autonomo dell’amata,   mette in crisi l’identità stessa dell’amante che per paura, si trasforma in mostro.

Mi rimane la domanda: Perché la coscienza sociale, le nostre coscienze, non sono turbate quanto dovrebbero?

Fonte: corriere.it

Le donne cancellate dalla storia

Sunday, April 15th, 2012
Confesso, sono rimasta molto perplessa leggendo l’articolo a firma
 Bettany Hughes dedicato dal Guardian alla esclusione 
dalla storia della saggezza, 
delle conoscenze e dei successi delle donne.
 Beninteso, non perché la cosa non sia vera.
 Quello che le donne hanno detto, scritto e fatto è certamente qualcosa
 che la storia non ha registrato.

Sin dal suo nascere, del resto, il movimento femminista ha fondato le sue rivendicazioni sulla denuncia della cancellazione, da parte degli uomini, del contributo femminile alla storia della civiltà e della cultura. Quello che mi ha colpito non è, dunque, questa ulteriore (oggi, direi, ormai scontata) denuncia. E’ la tesi sostenuta dalla Hughes, secondo la quale sarebbe esistita un’età dell’oro (sconosciuta, dice, alla maggior parte di noi) nella quale le donne avrebbero potuto realizzarsi, raggiungendo i loro obiettivi e il successo con il sostegno della religione.

Secondo la Hughes, infatti, la religione sarebbe un bersaglio facile (e sbagliato) delle accuse di repressione e misoginia. In realtà le donne avrebbero avuto spesso la possibilità di realizzarsi nella sfera del sacro, e di conseguenza in quella socio-politica, grazie non alla forza fisica ma al loro cervello. Seguono gli esempi, tra i quali quello di Teodora, imperatrice di Bisanzio, sul quale vale la pena soffermarsi.

Teodora (una ex ballerina dai costumi molto chiacchierati) divenne imperatrice a seguito del matrimonio con l’imperatore Giustiniano. E raggiunta questa posizione (a garantirle la quale in verità non è chiaro quale ruolo abbia avuto la religione), secondo la Hughes sarebbe diventata anche legislatrice, avrebbe introdotto nuove leggi e sarebbe arrivata nientedimeno che a collaborare con il marito al Codice Giustinianeo: il testo, dice Hughes, che sta alla base di gran parte del diritto europeo. Senonchè, a prescindere dal fatto che alla base del diritto europeo non sta il Codice, ma l’intera grande compilazione giustinianea -il Corpus Iuris Civilis- del quale il Codice è solo una parte, il fatto è che la compilazione del Codice, così come delle altre parti della compilazione, venne affidata da Giustiniano a una commissione composta dai migliori giuristi dell’epoca, sotto la direzione di Triboniano. Della presunta attività legislativa di Teodora non esiste traccia alcuna. Né ripeto, si capisce cosa c’entri il sostegno della religione (nella specie cristiana) a queste sue presunte realizzazioni.

Non mi soffermo sugli altri esempi, se non per osservare che se contengono la quantità per così dire di sviste contenute nelle notizie su Teodora, difficilmente possono portare argomenti a sostegno della tesi di fondo. Quel che mi sembra interessante, in questo articolo, è qualcosa che va al di là della pertinenza degli esempi portati a suo sostegno, ed è il ruolo dalla religione nel determinare la condizione e le possibilità di realizzazione delle donne.

Per cominciare, a me pare si debba dire che c’è religione e religione, e personalmente non mi sento, per mancanza di competenza, di discutere di Islam o di Buddismo. Ma quantomeno per quanto riguarda la religione cristiana, mi sembra che la tesi della Hughes urti contro la realtà di una misoginia difficilmente contestabile.

Mi limito ad alcuni esempi, tratti da opere dei Padri della Chiesa: l’elenco delle loro invettive contro le donne sarebbe troppo lungo:

“Donna, tu sei la porta del diavolo”,

dice Tertulliano.

Per Clemente Alessandrino

“a ogni donna reca vergogna il solo pensare che è donna”

e “le donne debbono cercare la saggezza, come gli uomini, anche se gli uomini sono superiori e hanno in ogni campo il primo posto, a meno che non siano troppo effeminati.”

Per Origene

“è veramente maschio colui che ignora il peccato, ossia la fragilità femminile”,
e “la donna rappresenta la carne e le passioni, mentre l’uomo è il senso razionale e l’intelletto”.

Secondo Giovanni Crisostomo

“la mente della donna è alquanto infantile”.

Ma è con Agostino, forse, che il cristianesimo raggiunge l’apice della misoginia. La conversione è vista da Agostino come liberazione dal desiderio, dalle tentazioni della carne, e lo stato di grazia può essere raggiunto solo esorcizzando la donna.

“Non c’è nulla che io debba fuggire più del talamo coniugale – scrive nei Soliloquia – niente getta più scompiglio nella mente dell’uomo delle lusinghe della donna, e di quel contatto dei corpi senza il quale la sposa non si lascia possedere.”

Dunque “poiché non avete altro modo di avere dei figli acconsentite all’opera della carne solo con dolore, poiché è una punizione di quell’Adamo da cui discendiamo.”

Mi fermo qui, anche se potrei continuare. Ma mi piacerebbe sapere cosa ne pensate: qual è il ruolo della religione in generale (per chi ha competenza in materia di religioni diverse dal cristianesimo)? E qual è stato e qual è, anche oggi, quello della religione cristiana?

Fakhra Younas

Sunday, March 25th, 2012

ROMA - Si è lanciata da una finestra del sesto piano a Roma. Fakhra Younas, l’ex danzatrice pakistana sfregiata dal marito con l’acido, autrice del libro “Il volto cancellato”, è morta sabato scorso intorno alle 11.30 in via Segre, nel quartiere di Tor Pagnotta. Diventata un simbolo per molte donne islamiche, Fahkra viveva in Italia dal 2001 insieme al figlio Nauman, oggi di 17 anni. Era fuggita da Karachi, in Pakistan, dopo che il marito l’aveva sfigurata con l’acido nel sonno perché lei gli aveva chiesto il divorzio. Si era sottoposta a ben 39 interventi chirurgici per tentare di riavere il suo volto, ma non si era mai ripresa e aveva già tentato tre volte il suicidio. Negli ultimi tempi, come riporta La Repubblica, non si presentava più alle visite con il suo psichiatra. E le operatrici che l’avevano seguita nella casa di accoglienza madre-bambino dell’Infernetto erano preoccupate da quando si era trasferita: “Senza una continua assistenza, si sentiva abbandonata”.

L’intervista da Antonello Piroso su La7

Fonte: Romagna Noi

In mia moglie vedo tutte le donne

Tuesday, February 14th, 2012

“L’amore è una condanna,- scrive Marguerite Yourcenar- siamo puniti per non essere riusciti a rimanere soli”, al che ribatte Eluard :” Noi non arriveremo alla meta a uno, ma a due a due” . Ed hanno ragione entrambi.

C’è nell’amore, in questo intruso alieno che viene a sconvolgere la nostra solitaria passeggiata sul filo,una forza dirompente che non ammette difese, perché ci sfida e ci batte sul terreno dell’incertezza e della mancanza, insinuandoci il dubbio di non bastarci da soli e lasciandoci il fiato corto di quando qualcosa disperatamente non c’è , e tutto il resto non è. Improvvisamente si sovverte ogni logica. Ogni principio di causa-effetto: anni per costruirci a nostra immagine, stabilendo priorità di piaceri e vantaggi a nostro comodo, spazzati via da una bufera che sfugge ai nostri strumenti scientifici e che quando s’acqueta in vento prima, brezza poi siamo già degli altri. O forse altri eravamo prima.

 

I poeti della “Palatina”(Callimaco, Meleagro,Silenziario) conoscevano bene la potenza dell’Eros; Catullo ci lasciò corpo, anima e testicoli fino all’inganno di sé; si persero Raimbaut d’Aurenga, De Ventadorn, Bertrand De Born, tutti i più grandi trovatori in questa magia bianca; la canzone napoletana è un’antologia della dipendenza servile e sublime alla donna, alla fanciulla, stringente accurata dolcezza in “i’ te vurria vasà”, strazio dell’età avanzata davanti a una giovane (“Era de maggio”,”Reginella”), senza che mai, nemmeno per un attimo il poeta sia attraversato dalla tentazione di tornare indietro, di fare come non fosse stato, perché no, perché non si può.

L’amore è il compimento di un viaggio cui siamo destinati ab origine: pùò sfavillare, accendersi, illuderci, perire, perché non era lui, non era quello. Ma anche così ce ne mette per andarsene via, per liberarci: le tenta tutte finché non è convinto, testardo e squassante quando arriva e quando prende il largo, ti trascina fino all’ultima speranza e non à poi che dica “scusa, m’ero sbagliato”, ti molla lì, ti atterra, quasi fosse colpa tua, additandoti a vergogna del genere umano.

Ma quando resta, quando ti si ferma accanto, coglie e compie la magia che riempie ogni universo, collega due punti per cui una retta, e una retta sola. Doveva passare e aggiunge un tratto al disegno che chissà chi e dove ha in mente da tempi immemorabili.

Si può scrivere una parola, una sola ,tagliente e indimenticabile, si può concepire una frase, legarla ad un’altra, metterla in versi, rapire un attimo al proprio animo e rileggerselo fremendo, si può provar quel brivido che dura verticale e breve, brevissimo, consumandolo in sé : l’amore no,

l’amore è romanzo e poema, non si accontenta dello spazio,vuole, esige il tempo, la malinconia delle cadute oltre gli assalti, vuole, esige il contrario, la rabbia, lo scazzo, la sconfitta, la rivincita, l’ammissione di colpa, la comprensione, il perdono, perché tutte

queste cose che portano al distacco nel viver sociale, sono nell’amore attesa di ritorni, giochi sottili per mettere alla prova l’intesa e le offese, i voltafaccia, le liti più aspre diventano richiami accorati, laddove, tolti il limite e la noia, l’amore è un brivido altrimenti orizzontale, di scosse e sussulti, e altro modo non ha per definirsi se non la sua lunghezza, la sua durata, perché se arriva il disastro non si è più quei due, si è altri due. E allora l’amore non c’entra, fa bene a mollare, non è più affar suo, riprende a cercare altrove.

Mi meravigliava una volta e non mi meraviglia più l’impressione, direi di più, la certezza di vedere in mia moglie sempre la stessa donna di tanto tempo fa: questa illusione ottica dei sentimenti è per me verità assoluta. A volte vedo in lei tutte le donne del mondo, perché non è cambiata mai, ma è mille volte sé: mi scopro a sbirciarla sotto le sottane per ridere poi del fatto che potrei farlo senza nascondermi, ma mi diverte così; non concordiamo quasi mai in niente e passiamo dei bei periodi a non salutarci, a non guardarci nemmeno in faccia: lei educa, io vizio, lei costruisce io distruggo, lei vive per me, io vivo per lei che vive per me, non sempre però.

L’amore ci ha rincorsi e ci ha afferrati per la collottola nei momenti più difficili e disperati, ci ha tenuti per un pelo davanti a fossi che credevamo voragini, ci ha impedito con tutte le sue forze di prendere il mare l’uno o l’altra, sulla barca di una nostra giovinezza, di una nostra solitudine rimpianta quanto ingannevole. Si è sbattuto come un dannato, mascherandosi, saltando fuori all’improvviso da dietro gli angoli, tirandoci per i vestiti e per l’anima, e offendendoci pure, che chissà chi gliene dava il diritto. Ne abbiamo sentita tutta la forza, la convinzione, la preghiera, la speranza, l’irriducibilità, quasi il suo pensiero fosse

“già me ne restano pochi, figurarsi se mi lascio scappare voi due”.

E così la mia ragazza,che ha sempre vent’anni’si è messa il cuore in pace.

Fonte: Corriere della Sera