Guerriere contemporanee
Thursday, May 2nd, 2013“L’unica battaglia che ho perso è stata quella che ho avuto paura di combattere”. Così scriveva nel 1963 Ernesto Che Guevara. Quarant’anni dopo una ex insegnate siriana arruolatasi tra le fila dei combattenti che lottano per la caduta del regime di Bashar-al-Assad, sceglie come nome di battaglia proprio Guevara e diventa la cecchina più temuta di Aleppo. A muoverla, la rabbia della vendetta nei confronti di quell’esercito che ha ucciso i suoi due figli. Dalla Siria alla Francia il passo è breve se di battaglia, questa volta non violenta però, si parla. Le attiviste del movimento Femen, inneggiando a “L’ora di un nuovo femminismo e della rivoluzione è scoccata!”, lo scorso Settembre a Parigi hanno manifestato a seno nudo per “formare un esercito per difendere le donne di tutto il mondo”. Una dichiarazione che ha trasformato il “tremate tremate le streghe son tornate” in una filastrocca da educante. Ci si chiede quindi se le donne-guerriere contemporanee assomiglino sempre di più ad Antiope (regina delle Amazzoni) e al Soldato Jane, oppure conducano le loro battaglie con lo spirito indomito di Rita Levi Montalcini e delle migliaia di donne impegnate nel flash mob contro il femminicidio dello scorso Febbraio.
Che si tratti di politica o amore per l’ambiente, di promozione di una nuova cultura alimentare o di attività sociali poco importa: quando il convincimento è forte, l’abnegazione femminile è totale. Ne sono conferma le storie di Gabriella Ghidoni, fondatrice della Onlus Arte-fatto, Catherine Vitinger, che insegna il Krav Maga per proteggersi dalle aggressioni fuori e dentro casa, Barbara Gerber alla guida dell’Healthcare BusinessWomen Association, Rosangela Pesenti, “atea, comunista, femminista e filosofa” combattente trasgenerazionale e Laura Fiandra, che della sua conversione al veganesimo ha fatto un baluardo.
Gabriella Ghidoni Gabriella Ghidoni, 40 anni, fondatrice della Onlus Arte-fatto
Gabriella è una facilitatrice di processi e si occupa di sviluppare mercati per artigiani e produttori di paesi emergenti e in via di sviluppo. Un’attività che, oltre ad avere “effetti di moltiplicazione esponenziali”, come spiega lei, ha il merito di aprire nuove prospettive, umane e ideologiche, in chi la svolge. “Da 12 anni lavoro con la Cooperazione Internazionale e sono stata sul campo per circa 10 anni tra Sierra Leone, Afghanistan, Zambia, Pakistan, Bangladesh, Indonesia e India. Mi definirei un’imprenditrice sociale, perché le attività che intraprendo nascono dal bisogno di favorire opportunità per chi non ne ha o ne ha poche”. “Un’urgenza” che ha portato Gabriella a fondare Arte-fatto onlus, associazione senza scopo di lucro per “dare strumenti agli artigiani e permettere loro di emergere e avere accesso ai mercati”, oggi partner di due progetti co-finanziati dal Comune di Milano con Africa 70, Sunugal e Acmid che coinvolge a circa 500 artigiane tra Senegal e Marocco. “Da tempo ho messo in discussione i modelli occidentali di “battaglia”, ritenendo sia sempre meglio cercare il confronto, dove possibile. Sento forti i temi della giustizia sociale, del rispetto, della condivisione e del dialogo, molle determinanti per farmi impegnare in un progetto. Ho vinto e perso molte lotte, ma da ciascuna ho tratto una lezione importante per evolvermi. La più importante? In rete si vince meglio, soprattutto in situazioni complicate. Lavorando con progetti di cooperazione e sviluppo in paesi emergenti, si incontrano spesso difficoltà legate a logistiche e tempistiche complesse come, ad esempio, trovare materie prime per produrre, avere strade per esportare le collezioni moda e artigianato, imparare lingue nuove per entrare in relazione con modi diversi di agire e, non ultimo, reperire fondi per poter realizzare interventi di supporto”. Piccole e grandi guerre che per Gabriella val sempre la pena di combattere. “Ci sarà tempo per pentirmi di quello che ho fatto. Oggi a muovermi è solo una consapevolezza: se non fai non puoi sbagliare”.
Laura Fiandra Laura Fiandra, anni 63, chef vegana crudista
“Sono una guerriera vegana crudista che lotta per trasmettere un messaggio di amore e rispetto verso ogni creatura della terra. Il mio impegno va oltre la cucina: documentarmi su campagne animaliste e petizioni destinate a promuovere la cultura del rispetto dell’ambiente fa parte della quotidianità”. Un cambiamento maturato nel tempo a suon di pianti d’infanzia al cospetto di un piatto di pollo e di adulte cene di “carne camuffata”. L’illuminazione dirompente, “sono vegana!”, è frutto di un percorso di progressive consapevolezze condite da malesseri fisici. “Stavo spesso male: pressione bassa, debolezza, mille intolleranze scandivano la mia vita. La molla ad adottare un’alimentazione che escludesse tutto quanto provenisse dal mondo animale è però scattata dall’urgenza di rendere giustizia agli animali, prendendo le distanze da ogni forma di sfruttamento. L’inizio del percorso è stato meraviglioso per la consapevolezza raggiunta e complesso nella gestione dei rapporti umani. Mi sono sentita sola, isolata, esclusa, criticata: un contraccolpo difficile da reggere perché non ero preparata e solida come oggi” La coalizione del mondo nel far sentire Laura “diversa “ non intacca però il suo convincimento. “Le persone sono terrorizzate dal cambiamento perché abituate a rimanere in una zona di comfort emotivo e psicologico costruita negli anni. Imparare a scegliere, accettando di essere fuori dal coro è invece impegnativo: io sono consapevole di “ballare da sola” ma, forte dei risultati che ho ottenuto su me stessa negli anni, lotto per aprire gli occhi anche agli altri”. La tenacia alla lunga paga e Laura è riuscita a sensibilizzare le figlie, il fratello e un osso duro come il marito che, “da carnivoro convinto, da oltre un anno è vegetariano e… ora attendo diventi vegano”. Mai pentita della scelta fatta, Laura veleggia verso una nuova frontiera. “Ho abbracciato l’alimentazione crudista e con un’amica con cui condivido la stessa scelta di vita, organizziamo eventi e corsi di cucina”.
Catherine Vitinger Catherine Vitinger, 42 anni, insegnante di Krav Maga (Haim Center, Milano)
In altre epoche Catherine sarebbe stata una gladiatrice perché del corpo a corpo ha fatto la sua vita. Un’infanzia “complicata” divisa tra Israele e Francia e non esente da aggressioni l’ha guidata verso il Krav Maga, che oggi pratica ed insegna. Niente a che vedere con Judo, Kendo o Qwan Ki Do, il sistema ufficiale di self defense and fighting adottato dalle forze dell’ordine israeliane è qualcosa di più. Un mix di psicologia e forza, di strategia e combattimento in cui equilibrio emotivo e stabilità fisica giocano un ruolo centrale. “Tattica e combinazioni di attacco sono solo alcuni degli aspetti che definiscono il Krav Maga, che insegna a gestire anche la psicologia del combattimento, costruendo una disciplina mentale forte per reagire in un confronto violento sotto stress”. Non stupisce che venga insegnato anche ai civili, perché si possano proteggere per la strada, come tra le pareti di casa. Da guerriera moderna Catherine alle parole preferisce l’azione. “La mia forza nasce dalla mente, oltre che dal fisico. Attraverso questa disciplina insegno a risolvere aggressioni e conflitti non verbali e quotidianamente vengo a contatto con dolore e sofferenza. Imparare a gestirli, ridimensionandoli, è stata una scuola anche per me. La mia storia personale mi ha reso granitica, ma solo il Krav Maga mi ha permesso di sentirmi sicura. Vedere come le persone acquistino consapevolezza nei propri mezzi, capire che grazie al mio contributo imparino ad addomesticare il pericolo mi regala una visione ottimistica del futuro. La mia più grande vittoria è aver permesso ad un allievo di fermare gli attacchi del padre con un semplice “Basta!”, costatogli però 40 anni di terrorismo famigliare. L’energia vitale che si sviluppa in ogni lezione è tale da contagiarmi, con ricadute positive anche per chi mi vive accanto e respira la mia tensione o la mia gioia. In questo mi sento una guerriera: centellino la mia forza mentale e fisica, soffoco le emozioni che nascono di fronte a chi soffre, per motivare chi non crede nelle sue forze, restituendogli voglia di lottare per affermarsi”.
Rosangela Pesenti Rosangela Pesenti, 60 anni, insegnante alla scuola superiore e scrittrice
“Esistere per dare dignità ai miei sentimenti, credibilità alle parole, senso alle azioni: la mia lotta quotidiana per anni si è codificata nel tentativo di restituire vita alla storia e alla letteratura perché i mie studenti le potessero trovare utili per la loro vita. Un bisogno “fisico” che si è espresso anche in altri contesti. Atea, comunista, femminista e filosofa, invece che cattolica, moderata, buona moglie e ragioniera, sono guerriera nell’anima e sempre pronta ad affermare in quel che credo. Non avevo trent’anni ed ero felicemente incinta di due gemelli, quando misi un mattone significativo per il mio edificio-persona combattendo per conservare la legge 194, che ha inscritto il diritto di ogni donna all’autodeterminazione nelle scelte procreative. L’aver reso pubblico un fatto di cui molte di noi si vergognavano ha determinato una maggiore consapevolezza, insieme alla conoscenza degli anticoncezionali, prima tabu”. Rosangela scende in campo per una, nessuna, centomila lotte, facendo i conti con le difficoltà più comuni. “Sulla mia strada di affermazione ho trovato tutte le difficoltà possibili, anche dovute al fatto di abitare in un paese piccolo del profondo nord. Se sei diversa, sei sempre esposta, sotto esame e, insieme a te, i tuoi figli. Questo ti isola, non c’è contesto che tu possa frequentare liberamente e, se ti accade qualcosa, non c’è vicinanza, perché sei continuamente verificata. La mia stessa famiglia d’origine ha continuato a vivere le mie scelte con molta diffidenza e svalutazione. Oggi però intorno a me c’è un nucleo allargato costruito su lotte comuni e pratiche di vita solidale, di cui marito e figli sono parte. Mi sento una combattente, una resistente e non una guerriera perché, come dice Yoda in Guerre stellari, “guerra non fa nessuno grande”. Una femminista non dichiara guerre, ma lottando per i propri diritti lotta per quelli di tutti”.
Barbara Gerber Barbara Gerber, Senior Director Client Services Europe InterbrandHealth che promuove l’avanzamento professionale femminile nel settore healthcare
La guerriera moderna è una donna che afferma il suo valore senza dimenticare la sua indole, usando armi come preparazione, competenza e professionalità e mettendo in un angolo timori o tentennamenti. Perché “è dalla consapevolezza di sé” e dal “desiderio di costruire un futuro di merito” che nascono i migliori progetti. L’associazione no profit Healthcare BusinessWomen Association che promuove l’avanzamento professionale femminile nel settore del healthcare lavora in questa direzione. All’istituzione della sua compagine Europea, nel 2006, ha contribuito anche Barbara. “L’Healthcare è un mondo dove la presenza femminile è vasta, in continua crescita dai primi livelli di carriera fino ai medi, ma con una drastica riduzione verso i piani più alti. Per cercare di invertire rotta, sono scesa in battaglia, organizzando eventi e seminari indirizzati allo sviluppo professionale con networking in Svizzera, Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna perché non ci siano più barriere alla crescita della donna. Combattere per questa causa mi ha regalato consapevolezza nelle mie capacità e limiti, insegnandomi a lottare per ciò in cui credo, senza indietreggiare quando le situazioni diventano complesse. Ho appreso che ci si può esporre per una buona causa, un progetto importante, un ideale o un avanzamento di carriera usando senso di responsabilità, passione, correttezza e limpidezza di sguardo e di parole. Ho imparato a mie spese che bisogna “fare e parlare” del nostro valore perché venga riconosciuto e non vergognarci di comunicare la “maternità” dei nostri progetti e azioni. La guerriera che sono diventata è aperta al dialogo e al confronto, preparata a illustrare e a difendere il suo operato con competenza e razionalità, ma sempre pronta ad accettare suggerimenti e critiche senza sentirsi intimidita”.
Fonte: La Repubblica








