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Una moglie americana su 5 guadagna più del marito

Wednesday, January 20th, 2010
I mariti continuano a guadagnare di più nel 78% dei matrimoni, ma la percentuale delle mogli che portano a casa il maggiore stipendio è più che quadruplicata dagli anni settanta: allora erano il 4%, oggi sono il 22%. Imprenditrici e donne votate alla politica commentano con LABITALIA i risultati dell’indagine del Pew Research center.
Una moglie su cinque, negli Stati Uniti, ormai guadagna più del marito, e il 28% che ha un titolo di studio più alto. A dirlo un rapporto del Pew Research center che traccia il cambiamento dei rapporti economici fra i coniugi nell’arco di 40 anni. Lo studio è stato condotto fra le donne di età compresa fra i 30 e i 40 anni, un gruppo che per la prima volta nella storia americana comprende più donne che uomini laureati. I mariti continuano a guadagnare di più nel 78% dei matrimoni, ma la percentuale delle mogli che portano a casa il maggiore stipendio è più che quadruplicata dagli anni settanta: allora erano il 4%, oggi sono il 22%. Del resto il divario fra i guadagni degli uomini e delle donne si è ridotto in tutto il Paese: nel 2007 le donne guadagnavano in media in un anno 33mila dollari, ovvero il 71% della media degli uomini, pari a 46mila dollari. La crisi economica sembra accelerare questi processi in seno alla coppia, dato che gli uomini rimangono più facilmente disoccupati delle donne: nel 2008 gli uomini nella prima fascia di età lavorativa rappresentavano i due terzi delle persone che avevano perso il lavoro, mentre per le donne la disoccupazione è stata minore
“E’ uno scenario senz’altro futuribile se visto dall’Europa, ma che comunque rappresenta un’indicazione importante che deve farci riflettere e che dimostra come le conseguenze della crisi economica non siano ancora valutabili”. Così Isabella Rauti, capo dipartimento per le Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri, commenta con LABITALIA l’indagine. “Ai due aspetti interessanti - prosegue - che la ricerca offre, il fatto che le donne guadagnano di più e che siano più titolate, se ne aggiunge un terzo, anch’esso in controtendenza, balzato alle cronache nei giorni scorsi, che rivela come, dopo la prima fase della crisi, negli Stati Uniti il numero di donne occupate abbia superato quello degli uomini. Uno scenario futuribile da noi - ribadisce - in considerazione del fatto che in Italia lavora poco più del 46% delle donne e che in Europa la crisi ha interrotto il ritmo positivo di incremento dell’occupazione femminile e che, a parità di lavoro svolto, le donne continuano a guadagnare di meno”. 

“Proprio questo scenario - sottolinea - dimostra che in realtà resta ancora da valutare la ricaduta complessiva della crisi sulle donne e sulla debolezza strutturale dell’occupazione femminile e restano da considerare le sfide più a lungo termine sulla parità di genere nel mercato del lavoro, nell’ottica di un’effettiva inclusione e coesione sociali. Ma la crisi - conclude Isabella Rauti - può diventare addirittura un’opportunità se si raccoglie la sfida, se si implementano politiche attive per l’occupazione femminile e se si offrono, come stanno facendo i ministri per le Pari Opportunità e del Lavoro, misure concrete per favorire la conciliazione dei tempi di vita e dei tempi di lavoro”. 

“Finalmente - commenta con LABITALIA Daniela Santanchè, leader del Movimento per l’Italia - quello americano è un risultato importante anche perchè le donne stanno conquistando livelli sempre più alti di istruzione”. “Spero -ha affermato- che anche in Italia si arrivi presto a questa situazione, così le donne non avranno più bisogno di combattere battaglie di genere. Visto che le cose arrivano prima in America e poi da noi -ha auspicato la Santanchè- mi auguro che anche nel nostro Paese venga raggiunto un risultato così importante”. 

“Un dato positivo anche se, al momento, in Italia è impossibile raggiungere questo obiettivo”. Sottolinea Susanna Camusso, segretario confederale della Cgil. “Nel nostro Paese - spiega a LABITALIA - esiste un quadro strutturale che impedisce l’emersione della donna che lavora. Il tasso di occupabilità femminile è ancora troppo basso; addirittura nel Mezzogiorno le donne rinunciano anche a cercare un posto”. “Ma l’Italia - rimarca Susanna Camusso - è anche il Paese dei pregiudizi: basta vedere che nella lista degli incarichi dirigenziali e istituzionali i nomi femminili scompaiono. E poi non dimentichiamo che sono sempre di più le lavoratrici che dopo la nascita del primo figlio sono costrette a lasciare il posto e non certo perchè ne vogliono un secondo, ma perchè è impossibile conciliare i tempi di lavoro con quelli di cura della famiglia”. 

“Era ora. Per ora avanti ci sono loro, tra una generazione ci arriveremo anche noi”. Con queste parole Marina Salomon, imprenditrice veneta fondatrice di una tra le maggiori aziende europee di abbigliamento commenta con LABITALIA i risultati del rapporto americano. “E’ chiaro - precisa - che gli Stati Uniti ci siano arrivati per primi, la nostra è una società più antica, ancorata a vecchi schemi. Occorrerà almeno una generazione per metterci anche noi al passo con i tempi”. “Del resto - osserva - noi italiane siano più brave a scuole dei ragazzi. Più del 50% dei laureati è donna e si cominciano a privilegiare i percorsi universitari scientifici”. 

“Molto è stato fatto - conclude Marina Salomon - pensiamo solo alle presidenti di Confindustria e dei giovani imprenditori, anche se non ci è stato fatto nessun favore. Sono ruoli più che meritati”.

Fonte ADN Kronos